Pagina 1 di 8 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 73
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Question Populismo e demagogia ... l'arte di rastrellare voti ...




    Sul populismo: una panoramica europea

    Un altro fantasma, 150 anni dopo il Manifesto di Marx, percorre l’Europa. È un fantasma evocato in modi diversi nei differenti Stati dove si manifesta, ma ha sempre un identico obiettivo. Combattere l’establishment politico da una posizione esterna rispetto alle classi dirigenti del momento nel nome di un popolo i cui interessi si vogliono rappresentare. Questo fantasma è il populismo. Si manifesta sotto varie sigle, con slogan non sempre uguali, e tuttavia il suo grido di raccolta è sempre uguale: noi, il popolo, la “gente”, contro loro, i governi che non ci rappresentano e che anzi ci sono nemici.
    A ben vedere il populismo in Europa non è una novità: nell’ottocento populisti si definivano i Narodniki nella Russia zarista (narod infatti vuol dire popolo), e alla fine del XIX secolo negli USA venne addirittura fondato un People’s Party. Il mito del piccolo uomo nell’Europa Centrale ha una lunga tradizione, che in Austria la FPO di Haider ha saputo magistralmente interpretare.
    Anche in questo caso, nulla di nuovo. Nella Vienna asburgica tra l’ottocento e il novecento il leggendario sindaco Karl Lueger governò la città con carisma, competenza e un ferreo controllo della burocrazia. Municipalizzò i tram, il gas e altri servizi pubblici; ma – soprattutto – con un accurato presenzialismo instaurò un rapporto diretto tra i cittadini e il loro sindaco. Per i cittadini “veri viennesi” beninteso, perché per gli altri, i cechi, gli ebrei, in questa rappresentazione non vi era posto.
    C’è chi vede nel populismo di oggi un collegamento diretto con il sindaco Lueger. “Il populismo- dice Anton Pelinka, politologo dell’Università di Innsbruck – è la protesta contro la classe politica con la premessa che il popolo sa far di meglio da solo. È anche la protesta contro chi sta fuori, gli stranieri, ad esempio” (1).
    In realtà definire cos’è oggi il populismo è molto difficile: l’appello diretto al popolo è infatti alla base di innumerevoli documenti storico-politici. “We, the people of the United States…” inizia la dichiarazione di indipendenza americana, ma nessuno oggi si sognerebbe di definire populisti i democratici o i repubblicani.
    Se è difficile definire esattamente cos’è il populismo, è invece molto più facile identificare gli elementi comuni nei movimenti che sono sorti in Europa negli ultimi anni nel nome della protesta popolare.
    Susanne Falkenberg (2), dell’Università di Duisburg, in Germania, ne ha indicato qualcuno: l’attacco verbale all’establishment, il predominio della maggioranza sulla minoranza ad esempio. Ma più che per i suoi contenuti la Falkenberg riconosce un movimento populista nel suo modo di affermarsi nell’elettorato: non una crescita lenta ma un grande successo improvviso. Questo momento la Falkenberg lo definisce momento populista. È il momento nel quale le differenze tra le varie classi sociali vengono sfumate in una identificazione collettiva (la “gente” in Italia, il Volk nei paesi di lingua tedesca) nel quale fa breccia l’appello contro un nemico comune.
    È un successo improvviso dopo anni di vivacchiare, come la Lega in Italia, oppure un successo arrivato subito dopo la prima presentazione elettorale, come la Lista Fortuyn in Olanda. Questo successo improvviso si manifesta in un momento di crisi della società, nel quale i ceti sociali colpiti dalla crisi sono il brodo di coltura dei nuovo slogan. Così Haider ha costruito il suo successo sui salariati colpiti dalla delocalizzazione ad Est e dal massiccio ingresso di immigrati dai Balcani, tanto che qualcuno ha definito la FPO un partito operaio di nuovo tipo.
    In Italia negli ultimi anni sulla Lega Nord è stato scritto molto. Qualcuno (3) l’ha letta come una riproposizione della dialettica città-campagna, già vista nell’ex-Jugoslavia. Una rilettura del fenomeno secondi i canoni della ricercatrice tedesca è senz’altro più convincente, sia perché la storia recente della Lega vi aderisce perfettamente, e sia perché il fenomeno è limitato all’Italia del nord. Dove la contiguità con quel centro Europa che negli ultimi dieci anni ha visto il diffondersi del populismo è più marcato
    In Europa il momento populista ha cause simile e concatenanti: la deindustralizzazione, la disoccupazione, lo sfaldamento delle reti sociali con la conseguente perdita di identità di interi gruppi.
    L’identificazione del responsabile presunto della propria sconfitta in un nemico esterno è il passo successivo. I vari governi, proprio per il loro carattere rappresentativo sembrano incapaci a rappresentare gli “autentici” interessi di questi nuovi poveri.
    Se osserviamo la genesi e lo sviluppo dei movimenti in Italia, Austria, in Olanda e nella repubblica Ceca questa analisi è coerente con la storia di questi ultimi anni.
    Ognuno di questi paesi ha avuto un suo “momento populista” nel quale il partito che lo ha saputo rappresentare ha raggiunto successi inimmaginabili solo pochi anni o pochi mesi prima. Salvo poi ripiegarsi (ma non sempre). In Italia la parabola della Lega è conosciuta da tutti e, ancora una volta, possiamo dire di essere stati, come italiani, gli antesignani in Europa dell’ondata populista.
    Anche dell’ Austria e della FPO il Pensiero Mazziniano se ne occupato più volte e di recente: e la crisi che la FPO attraversa in questi mesi è il segnale che il suo apice è passato. Anche se gran parte dei problemi che l’hanno causato sono irrisolti, per cui è prevedibile una ripresentazione in un futuro vicino, forse subito dopo l’allargamento ad est dell’Unione Europea.
    Nella vicina repubblica Ceca, la campagna elettorale che ha portato alle elezioni del giugno scorso ha visto sia l’emergere di un autentico partito populista, sia l’agitazione di temi populisti da parte dei principali partiti tradizionali. A Praga oggi il “momento populista” è dato dalla prospettiva dell’ingresso del Paese nella UE: se ancora all’inizio dell’anno il 60 per cento dell’elettorato era favorevole all’adesione, oggi i favorevoli sono scesi al 42 per cento, e il 35 per cento è decisamente contrario. Il caso ceco è interessante perché questa deficienza di spirito europeista non ha origini interne, ma è la risposta diretta all’agitazione che il leader austriaco della FPO, Jorg Haider, ha condotto e sta conducendo da qualche anno contro il vicino del nord. Agitazione che ha per oggetto i due milioni di tedeschi dei Sudeti espulsi dalla Cecoslovacchia nel 1946 e la centrale atomica di Temelin (vicino alla frontiera austriaca) e che ha avuto, come risultato, un riaffacciarsi del “pericolo tedesco” in una regione che per l’occupazione nazista, negli anni dal 1938 al 1945 ha sofferto molto.
    Alla fine della seconda guerra mondiale il presidente Benes, di ritorno dall’esilio londinese, emanò una serie di decreti (i c.d. Decreti-Benes) che significarono l’espulsione dal paese della minoranza di lingua tedesca (e di 600.000 ungheresi). In massima parte i profughi si stabilirono in Baviera, un minor numero in Austria. Fino allo scorso anno le richieste di una ricompensa per questa espulsione, che tra l’altro costò un considerevole numero di vittime, restavano confinate alle riunioni annuali della loro associazione, non trovando particolare accoglienza tra i politici tedeschi. Fino a che Haider ha iniziato a farsi paladino della loro causa e a chiedere al governo austriaco di porre il veto all’ingresso della Repubblica Ceca nella UE in mancanza di un accordo. Associando alla questione dei tedeschi dei Sudeti anche la richiesta di chiusura della nuova centrale atomica ceca ritenuta insicura (si basa sulla tecnologia russa).
    In realtà entrambe le questioni hanno un risvolto di politica interna austriaca, ma l’effetto sulla politica praghese è stato dirompente. Soprattutto quando i politici cechi hanno iniziato a fare a gara sul chi alza di più la voce: fino all’intervista del premier Zeman (socialdemocratico, riconfermato lo scorso giugno) che all’inizio della primavera affermava in un’intervista al settimanale austriaco Profil che dopotutto i tedeschi dei Sudeti avevano poco da lamentarsi: se nel 1946 restavano in patria rischiavano la condanna a morte come collaborazionisti. Anche l’ex premier, il liberale Vaclav Klaus, l’uomo delle privatizzazioni, si è ora trasformato in uno dei più accesi euroscettici.
    In Olanda il successo della lista Fortuyn lo scorso maggio ha avuto una risonanza europea, e il “momento populista” olandese è la percezione che l’immigrazione presenta un pericolo per la società.
    Questa percezione nel paese è veramente significativa, se perfino il settimanale liberale tedesco Zeit riportava a luglio un saggio di un intellettuale olandese (4) secondo il quale è l’ora di ripensare le nostre frontiere aperte. L’esperimento olandese – sostiene l’autore – ha dimostrato che negli ultimi quarant’anni l’immigrazione ha pesato sullo stato sociale, senza che per questo gli stranieri si integrino, ed ha causato sacche di povertà. Il grande errore dei “liberali di sinistra” (così li definisce) è stato di credere che il movimento di popolazioni sia inarrestabile: al contrario, dobbiamo opporvi la nostra Leitkultur (noi la chiameremmo la cultura dominante) che ci hanno passato le generazioni precedenti. Chi vuole sviluppare la nostra democrazia rappresentativa deve essere molto preciso sulle sue fondamenta. “Questo non significa – conclude – che noi dobbiamo accettare acriticamente tutti.” Come gli imam che hanno difeso gli attacchi dell’11 settembre.
    Un saggio emblematico sui dubbi e le contraddizioni di una società ormai multietnica come quella olandese, ben diversa dall’Italia che è, ricordiamolo, solo all’inizio del movimento immigratorio.
    Ma, resta la domanda, e la Germania? Il paese che con i suoi ottanta milioni di abitanti e la sua potenza economica ha una indiscussa supremazia in Europa centrale, per la quale l’allargamento ad Est offrirà nuove occasioni di ricreare un suo Lebensraum (lo spazio vitale), è per ora immune dal populismo?
    Finora il panorama politico tedesco, a differenza dell’Austria, e della Svizzera, era sembrato insensibile alle sirene populistiche. Era sembrato che nei grandi partiti restasse determinante la lezione di sessant’anni fa. Al massimo populista veniva definito l’ex ministro delle Finanze e ex segretario della SPD Oskar Lafontaine (5), ma la sua è una normale demagogia di sinistra Dopo la vicenda di Juergen Moellemann lo scorso maggio potrebbe non essere più così. Un tabù si è rotto, come hanno scritto i giornali, e leader ambizioni possono cavalcare i timori popolari. Juergen Moellemann appunto.
    Già ministro (liberale) di Kohl nei primi anni novanta, poi in disgrazia, Moellemannè ritornato alla politica dalla sua base renana, dove lo scorso anno ha ottenuto un buon risultato elettorale alle comunali di Francoforte (per la FPD, i liberali) con una campagna elettorale definita “all’americana” ed è diventato in seguito vicesegretario nazionale del partito. Secondo alcuni Moellemann rappresenta un nuovo tipo di populismo, il “populismo liberale” che aspira a liberare il cittadino dall’autocrazia dello Stato. Anche se a volte il suo sembra un populismo con profonde radici nel passato.
    Come lo scorso aprile, quando difendeva un deputato regionale renano di origine siriana, già eletto nelle liste verdi e poi passato alla FPD, autore di pesanti dichiarazioni antiisraeliane (era il momento dell’occupazione israeliana della Cisgiordania). Ma in Germania, il rapporto con Israele e gli ebrei in generale è un tasto molto delicato, e dopo una violenta polemica Moellemann doveva ritrattare.
    Ora Moellemann è ritornato alla politica regionale e l’emergere di un leader populista in Germania è rimandato alla prossima occasione. Che si ripresenterà, se i liberali hanno l’obiettivo di raggiungere il 18 per cento dei voti (ora superano di poco il 5 per cento). Ma la maretta di maggio è la cartina di tornasole che in Europa centrale populismo e razzismo sono strettamente legati e che in futuro i fantasmi del passato possono sempre tornare (fantasmi non necessariamente legati al nazismo, se il moderno antisemitismo tedesco si fa risalire al 1879, quando un professore di Storia dell’Università di Berlino scriveva che “gli Ebrei sono la nostra disgrazia”). (6)
    Resta però una domanda: il populismo rappresenta un pericolo per la democrazia rappresentativa? Finora solamente la FPO austriaca (e la Lega in Italia) ha raggiunto posizioni di governo: e in questi due anni non sembra che Vienna sia sulla via di diventare uno stato totalitario. Anche se, come scriveva la Sueddeutscher Zeitung il 19 luglio, nelle piccole cose qualcosa cambia, e in peggio: nella libertà della stampa ad esempio, o nell’atteggiamento della magistratura. Ma probabilmente sono solo dubbi legati ad una situazione contingente.
    Piuttosto, quale dovrebbe essere la risposta dei partiti tradizionali alla nuova sfida? Ancora la Zeit: “I partiti dovrebbero riconoscere come legittima la nuova concorrenza politica e non temere che una vittoria dei nuovi soggetti rappresenti un pericolo per la democrazia”(7) . E seguire l’esempio del nuovo primo ministro francese Raffarin, che alla sfida di Le Pen ha risposto con un governo di indipendenti, e con due ministri nati all’estero.
    Resta il fatto che mentre la globalizzazione, l’immigrazione, le nuove tecnologie emarginano un numero sempre maggiore di persone, i governi, con la ristrutturazione delle reti sociali di protezione, in Italia emblematico il caso dell’art. 18, aumentano l’insicurezza di sempre più vasti gruppi sociali. Gruppi che esprimono le loro ansie aumentando la platea dei leader populisti. È un circolo vizioso, alla fine del quale non si vedono coraggiosi leader politici con una visione chiara della società e della storia, ma solo persone cresciute nell’era dell’effimero e dell’immagine che cavalcano i sentimenti del momento. E questo non è di buon auspicio per il nostro futuro.

    Agostino Pendola


    (1) A.Pelinka, Radio Bavarese, 2001.
    (2) S. Falkenberg – Populismus und Populistischer Moment im Vergleich zwischen Frankreich, Italien und Oesterreich, Universitaetbibliothek Duisburg. (non pubblicato).
    (3) P.Scheffer, Das Scheitern eines Traums, in Die Zeit, n. 29/2002.
    (4) P.Rumiz, La secessione leggera, Roma, Editori Riuniti, 1997, lire 20.000.
    (5) R.Herzinger, Wohlfuehlen ist alles, in Die Zeit, n. 23/2002.
    (6) U. Jensen, “Die Juden sind unser Unglueck!”, in Die Zeit, n. 26/2002.
    (7) Richard Herzinger, Haupsache dagegen, in Die Zeit, n. 31/2002.
    -----------------------------------------



    tratto da il Pensiero Mazziniano

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    faccio notare che questo articolo e' stato scritto prima della tornata elettorale tedesca e quindi, quando l'amico Tino si interroga sulle sorti del "Populismo" in Germania, non evidenzia che il risultato elettorale germanico e' stato ampiamente "condizionato" dal populismo dei socialdemocratici di Schroeder sull'onda dello spauracchio della guerra all'Iraq e sul "pacifismo" facile che tanta presa ha, da sempre, sull'opinione pubblica.

    Vedere a riguardo------>
    a proposito delle elezioni tedesche

  3. #3
    Garibaldi
    Ospite

    Predefinito

    In Italia il "populismo" e' quello dei girotondisti e della sinistra demagogica!!!!!!111
    In casa nostra era quello del Mre!!!!che pero' adesso e' spiazzata da quelloc he fanno gli altri girotondisti molto piu' efoicacemente del suo!!!!1

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    "Il pacifismo e il ricordo della Cecenia"

    di Davide Giacalone

    Il pacifismo che sfila per le piazze italiane, in questi giorni di guerra contro la dittatura irakena, non ha nulla a che vedere con il desiderio di mantenere la pace, di difendere il valore della vita umana. Quello che sfila è un sentimento politico, che ha radici antiche. Brutte radici.

    Se a sfilare fosse la difesa dei diritti e dei popoli, se a sfilare fosse il rifiuto della violenza e della sopraffazione, qualcuno si ricorderebbe della Cecenia. In Cecenia i massacri sono storia contemporanea, e l'esercito russo continua a mietere vittime e far sparire gli oppositori. In Cecenia una farsa di referendum si è svolto sotto la minaccia delle armi russe, e nelle città deserte si è voluto sostenere che i votanti sono stati la quasi totalità degli aventi diritto. In Cecenia nessuno protegge gli uomini, le donne, i bambini, nessuno si occupa d'aiuti umanitari. Se il movimento per la pace avesse un qualche fondamento di sincerità e di schiettezza, dovrebbe sfilare per reclamare l'intervento dell'ONU, condannando l'unilaterale intervento russo. Invece niente, neanche i giornalisti ci sono, in Cecenia, e se qualcuno ci va e ci lascia la pelle, anche questa è storia da non raccontare. Non è spettacolare, la Cecenia, anzi, la si oscura del tutto. Quindi la guerra in Cecenia non c'è, e non c'è pacifista cui gliene freghi niente.

    Cos'hanno gli irakeni che non hanno i ceceni? In cosa i bambini di qui sono diversi dai bambini di lì? La differenza sta dall'altra parte: in Iraq, ad intervenire, sono truppe angloamericane. L'Europa non ha estinto il suo debito nei confronti degli Stati Uniti, cui deve non solo la liberazione dal nazifascismo, ma anche la difesa dal comunismo, e questo, paradossalmente, contribuisce ad alimentare i sentimenti antiamericani.

    Non è forse clamoroso che, ancora oggi, si paragoni, in senso negativo, l'intervento in Iraq con quello che fu fatto in Viet Nam? Ma avevano torto, gli USA, ad intervenire in Viet Nam? Neanche per idea, la storia, su questo, ha scritto pagine definitive: la ragione stava dalla parte degli USA, e da quella parte militavano il diritto e la libertà. Il Viet Nam fu la tragedia di un paese che va in guerra senza sospendere le regole della democrazia, senza smentire e deturpare se stesso. Una tragedia che ogni uomo libero dovrebbe condividere, non dileggiare.

    Capisco chi sfila contro la violenza, contro l'uso della forza. Ma anche a voler far credito a questi sentimenti, come non reagire ai proclami irakeni, a quelli dei movimenti fondamentalisti, a tutta una cultura religiosa e nazionalista che reclama lo sterminio degli ebrei e la soppressione di Israele. Le sentono, queste cose, i marciatori arcobalenati? Lo sanno che i bambini ebrei morti ammazzati non sono solo quelli dei film con i cattivi svasticati, ma anche quelli che vanno a scuola la mattina e si trovano un pazzo furioso ed assassino che fa saltare l'autobus? Lo sanno che loro stanno sfilando contro chi sta dalla parte di quel bambino e per chi sta dalla parte di chi lo ammazza?

    Per carità, so benissimo che non è solo così che si devono leggere le cose del mondo, so benissimo che si deve essere capaci anche di una lettura politica, fredda, tenendo conto degli ideali, ma anche degli interessi. E proprio per questo so che il mio mondo, i miei ideali, i miei interessi si trovano sotto le bandiere statunitensi, sotto quelle inglesi, sotto quelle israeliane. In una parola: sotto le bandiere della libertà e della democrazia.

    L'Unione Europea avrebbe un ruolo importante, dovuto anche alla sua posizione geopolitica. Dovrebbe essere l'UE a puntare più carte politiche e più impegno economico per spingere verso una soluzione politica della questione palestinese. Così come sarebbe dovuta essere l'UE lo strumento per conciliare un ruolo non inerte dell'ONU con la necessità di non tollerare la minaccia irakena. Non so se questo avrebbe evitato la guerra, di certo avrebbe evitato lo spappolamento dell'Europa. Contro l'Europa si è mosso il signor Chirac, così come si mosse, un tempo, De Gaulle. Contro l'Europa si è mosso un esangue cancelliere tedesco. Noi stiamo dall'altra parte, e si deve riconoscere al presidente del consiglio il merito di avere collocato al meglio un'Italia riottosa a comprendere le ragioni dei sentimenti e la ragionevolezza degli interessi.
    -------------------
    tratto dal sito web del

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito .. quando pacifismo ed ambientalismo ... si sposano



    tratto da

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto dal sito web: http://www.pri.it


    La Nota Politica

    ------------------------------------
    Crisi del sistema politico

    Divisione nei due poli: occorre rivedere l'attuale legge elettorale

    Commentando in una trasmissione radiofonica le divisioni all'interno del centrodestra, Piero Ostellino ha messo il dito nella piaga. In crisi, ha detto, non è uno schieramento, è il sistema politico. Le due aggregazioni non sono tra loro omogenee, spesso anzi su determinati problemi si formano alleanze trasversali che prescindono dai poli attualmente esistenti.

    E' quanto sosteniamo da tempo. Gli schieramenti, così come si sono formati, reggono a fatica. E naturalmente quelle che si colgono con maggiore evidenza sono le contraddizioni interne al polo che governa: nella precedente legislatura quello di centrosinistra, in questa legislatura quello di centrodestra.

    Bisogna chiedersi seriamente, a questo punto, se la legge elettorale vigente sia in grado di assicurare ad un tempo la stabilità e la governabilità. Forse - e fino a un certo punto - la stabilità; di certo, invece, non è in grado di assicurare la governabilità. La scarsa omogeneità delle coalizioni impedisce di rendere operativi i programmi, di assicurare all'azione di governo la necessaria incisività e - soprattutto - di portare avanti le riforme, poche ma significative, di cui il paese ha bisogno.

    Noi speriamo ancora che il Presidente del Consiglio, concluso il semestre europeo, abbia la possibilità di riprendere autorevolmente la guida della coalizione e di rilanciare l'azione di governo. Abbiamo però il timore che neppure una personalità così forte come quella di Silvio Berlusconi possa essere in grado di ricomporre il difficile puzzle di una maggioranza che tende a dividersi su tutto.

    Quanto al centrosinistra, non appare a sua volta in condizioni migliori. Alle divisioni che si fanno evidenti ogni volta che si profila un vero problema politico, si aggiungono semmai due ulteriori questioni, e non certo di poco conto. Quella della leadership, una telenovela senza fine e, ormai, senza passione. E, gravissima, la mancanza di una linea condivisa sulla politica estera. Il che, in tempi nei quali la politica estera tutto condiziona, è problema particolarmente drammatico.

    Questo è il quadro del nostro sistema politico, così come ce lo consegna la lunga fase di transizione degli anni novanta. Forse è venuto il momento di riflettere sui modi e sui tempi per uscire dalla gabbia in cui il paese sembra essersi infilato.

    Roma, 6 novembre 2003


    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da LA SICILIA.It 10 novembre 2003

    Il male oscuro del bipolarismo

    Giuseppe Giarrizzo

    Lo scontro Andreotti-Violante, col suo coro greco e le tremodie, ha dato piena la misura della povertà del presente ceto politico, al tempo stesso responsabile e vittima di un sistema politico debole e sconnesso: la classe politica persegue una linea sterile di arroccamento, di attenzione ansiosa per la propria esistenza, e di impaurita distrazione dai problemi veri del Paese .E cadono nel vuoto, e sono assorbite come bolle di displuvio, gli appelli appassionati di Ciampi e quelli rituali di Casini e Pera a chiudere col vomito e coi veleni - anche perché la maggioranza, costretta a far quadrato attorno alle gaffes del premier, insiste nel definire "aggressioni" le critiche dovute dell'opposizione; e fruga nei fondi di magazzino del passato a caccia di contraddizioni o di "errori" degli altri suscettibili d'essere rapidamente convertiti in "colpe".
    Il centrosinistra non è più lucido dell'avversario
    Il passato, appunto. Sullo sfondo mobile e confuso di un passato, sempre più scomposto e ricomposto in un gioco perverso, tra l'assalto leghista agli eredi Dc della Prima Repubblica e la "placida restaurazione" dell'Udc - dove An cerca spazio, e Fi appare sempre più un grosso cetaceo al quale è saltata la centralina della rotta. E l'opposizione di centrosinistra non è più lucida dell'avversario, se si divide sul canto "cattolico" della sirena centrista e stenta a indossare la casacca laicista: anch'essa, pur se in forme attenuate, subisce le ondate di retorica delegittimazione che Berlusconi le rivolge contro, ad ogni stormie di fronda, fors'anche per alleviare il peso d'una impotente ricerca di legittimazione propria e della "formazione anomala" di cui è più signore che leader.
    Assenza di proposte concrete dal centrodestra
    E' il male oscuro della politica italiana: la "rivoluzione" del centrodestra nasce dieci anni fa su un terreno di contesa della legittimità a governare dell'avversario, vuoi per il giudizio sul "ribaltone" di Bossi vuoi per l'orrenda turpitudine dei "comunisti" italiani, eredi dello stalinismo e gestori (indiretti) di gulag. Non ho ricordo tra il 1992 e il 2001 di una proposta concreta del Centrodestra, che lamenta oggi dall'assunzione propria del governo la non-cooperazione del centrosinistra: fu scelto allora l'assedio dell'avversario "delegittimato" del diritto di governare. Un sistema politico malato quindi subisce nel corso di una fin troppo lunga transizione un trattamento d'urto, uno scontro continuo, una ferita tenuta aperta e sanguinante della scelta perversa di fondare la propria legittimità sulla costante delegittimazione dell'avversario - e di dovere prendere atto, tra schermaglie e provocazioni, del paradosso di una magistratura corteggiata da quelli stessi che l'aggrediscono, e sospinta a cercare nel consenso popolare il sostegno all'assalto indiscriminato delle "vittime".
    Quale epigrafe per la parabola di Andreotti?
    La deriva del presente "ritorno alla Dc" (ma Casini si spinge fino all'apologia della prima Repubblica, la cui Seconda - se mai la vedremo - dovrebbe essere continuazione ed inveramento) ha portato persino a definire Andreotti "maestro di politica e di morale". Ho dubbi che questa possa essere l'epigrafe riassuntiva di un'ampia parabola, segnata certo da abilità ed astuzia, da non comuni capacità di galleggiamento, non certo da eccezionali qualità di statista e men che mai da doti di maestro di politica e morale - sul modello (per esser chiari) di De Gaspari e di La Malfa. Non è però lui, figura da tempo marginale e neppur per qualche ragione esemplare della politica presente, testimone e guida del presente malessere. E' piuttosto Ciampi in un impegno assai lucido di iniziativa politica che ha l'obiettivo di restituire al Paese un'identità morale a tratti sbiadita o contestata da un flaccido revisionismo, e dall'altro verso di sospingere il ceto politico fuori dalla palude in cui rischia di macerarsi quel che ancora resta di vitale di un sistema politico che ha nella Costituzione una stella polare per la rotta europea.
    I rischi del semestre europeo dell'Italia
    Non voglio anticipare giudizi sul "successo" del semestre europeo dell'Italia: cominciato con un episodio sciagurato, e punteggiato da oscillazioni e incertezze in materia di politica estera e di politica economica (e lascio da parte la "questione giustizia"), esso ha il suo punto di forza nel progetto di Costituzione europea. Ma la calorosa sortita di Fini, e l'aperto sostegno di Amato minacciano di risucchiarne la prospettiva politica nelle angustie soffocanti della nostra politica interna: e non giovano al suo successo, come non giovano all'interesse del Paese le divisioni all'interno della CdL, ed i modi cangianti che esse prendono in un gioco delle parti tanto serrato quanto inconcludente. Se lo stato della questione europea dovesse, alla fine del semestre italiano, registrare un arresto piuttosto che un avanzamento, la crisi italiana si avviterebbe su sé stessa con l'effetto inevitabile di scaricare le difficoltà ed i limiti del proprio sistema politico in un catino europeo che non è certo pieno di acque limpide e profumate.
    I limiti della nostra politica estera
    Quali passi avanti la nostra politica estera ha registrato in materia di rapporti atlantici? Sia nel rapporto Ue-Usa, sia entro l'Onu sembra accresciuto il "fai-da-te": gli Stati europei agiscono in proprio, cercano intese e soluzioni per sé, ignorando la "grande mediazione" dell'Italia. Quali progressi l'Europa registra sia in materia di ricostruzione dell'Iraq "nel quadro dell'Onu", ovvero nella tenuta della Road Map per il conflitto medio-orientale? Forse, invece di soccorrer Putin (che sa cavarsela da solo), era più urgente dare un contenuto "europeo", della vecchia Europa che non piace a Bush e a Ramsfeld, all'ultima "sortita strategica" degli Usa - fare della "democratizzazione" di Afghanistan e dell'Iraq un punto di riferimento per l'Islam moderato, puntando piuttosto che su Gheddafi su Mubarak, e tenendo a bada Sharon. A questo scopo non servono certo le conferenze stampa che ripetono con costante monotonia le formule Bush sui "progressi" importanti nell'Iraq in fibrillazione, ovvero gli annunci globalistici da Shangai di cui ci si scorda una volta rientrati nelle stanze del potere "nazionale".
    Un clima in cui non resta che sperare
    Certo l'antica arroganza è dismessa. Ma la politica italiana resta confusa, asfittica, priva di prospettive: e però gli errori, i ritardi, i guasti della presente maggioranza e del suo governo non meriterebbero forse l'attenzione ansiosa con cui li seguiamo se non minacciassero l'arresto dei timidi segnali di riequilibrio e ripresa del nostro precario sistema politico, e se non dovessimo temere conseguenze irreversibili sulla sua tenuta. Non v'ha bisogno di taumaturghi, ma di politici adeguati e responsabili. In questo clima torpido lo sperare ultra spem è un bisogno vitale più che un mero desiderio.

  8. #8
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Pialuisa Bianco, La zattera del naufrago. Lettera sui limiti dell’Occidente, Venezia, Marsilio, 2002, pp. 165, euro 11,00

    “L’Occidente si godeva la sua fiabesca stabilità...” Inizia così lo stimolante saggio di Pialuisa Bianco, che costituisce una disamina del mondo occidentale dopo l’11 settembre. A partire da quella data, infatti, è iniziata una guerra che perdura; con gli Stati Uniti oppressi dal peso di una leadership difficile da gestire e l’Europa preda di una debolezza strutturale.
    Testo raffinato, colto, che anziché scavare in profondità scivola lungo varie direttrici culturali, alla scoperta di riferimenti che sembrano vacillare, perdere stabilità, fino a sprofondare in un angoscioso senso del provvisorio, con la sopravvivenza da garantire ogni giorno e l’identità da reinventare.

    tratto da http://www.domusmazziniana.it/ami/

  9. #9
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da IL PENSIERO MAZZINIANO n.IV anno MMIII

    “L’Europe en formation”, nn. 2-4 2002

    Questo numero della importante rivista francese è dedicato alle migliori ricerche prodotte dagli studenti che hanno seguito il ciclo di studi per ottenere le “Diplôme des Hautes Études européennes et internationales”, organizzato dal CIFE a Nizza e a Berlino. Si tratta di un documento di grande interesse europeo, per la profondità e la vastità delle riflessioni proposte.

  10. #10
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da www.pri.it


    La Nota Politica

    ------------------------------------
    Divergenze Fmi-Ue

    Quei tre punti decimali che danno adito a qualche sospetto

    Non sono certo tre decimi di punto che modificano il quadro economico - finanziario di un paese. La situazione complessiva dell'economia italiana, come quella degli altri principali stati dell'Europa continentale, rimane problematica, sia che si vogliano prendere per buone le previsioni dell'UE sia che si ritengano più attendibili quelle del Fondo Monetario Interazionale.

    E pure questa volta i tre decimi di punto acquistano un significato particolare.

    In primo luogo, sono la conferma di quanto sia "stupido" - per usare l'espressione di Romano Prodi - il patto di stabilità che regge le sorti dell'economia europea. Perché basta uno scarto minimo - due, tre decimali - per iscrivere un paese nell'elenco dei "cattivi", tra quelli cioé che sforano con il loro deficit il tetto del 3% sul prodotto interno lordo fissato dagli accordi di Maastricht. C'è solo da rammaricarsi per il fatto che il presidente della Commissione UE, dopo aver definito "stupido" il patto, si sia guardato bene dal prendere una qualche iniziativa per modificarlo.

    Il secondo aspetto che quel piccolo scostamento di decimali mette in luce - e sul quale ci intratteniamo anche in una nota interna - è sotto gli occhi di tutti. Come cancellare l'impressione che la Commissione europea possa aver fatto ricorso ad un piccolo lifting, ad un modesto ritocco delle previsioni riguardanti l'Italia, giusto quanto bastava insomma per mettere in difficoltà il governo italiano, collocandolo nell'elenco dei "cattivi" e avviando così le procedure previste in questi casi per richiamare all'ordine i paesi che non rispettano il patto? Ovviamente non sappiamo se questo ritocco ci sia stato o meno.

    E' certo però che si avverte un certo disagio, che la posizione di Prodi (leader dell'opposizione in Italia e presidente della Commissione in Europa) o quella di Solbes (prossimo ministro dell'Economia nel governo socialista spagnolo e commissario per gli Affari economici e monetari in Europa) non aiutano certo a diradare. Fino al punto che un giornale come l'Economist, non certo tenero con l'attuale governo italiano, scrive che "se Prodi vuole fare politica in Italia dovrebbe dimettersi dalla Commissione". La quale, sia detto per inciso, conclude questo suo mandato avendo perso in autorevolezza, in immagine e, soprattutto, in imparzialità.

    Ma quei tre decimi di punto, per il significato politico che assumono, pongono un ulteriore e grave problema, questa volta di carattere istituzionale.

    La Commissione si è trasformata, con il tempo, in un organo anfibio. Ha un carattere tecnico per le modalità della sua formazione, dal momento che i membri non sono né direttamente né indirettamente elettivi, ma vengono indicati dai governi. Nello stesso tempo, però, opera sempre più secondo logiche politiche, come una sorta di governo dell'Unione, un ruolo del quale nessuno l'ha investita. Fino al punto che mentre nell'attuale Parlamento europeo, eletto direttamente dal popolo, esiste una maggioranza costituita da popolari e liberali, la Commissione è formata soprattutto da membri che sono espressione di governi di centrosinistra, prevalenti in Europa all'epoca in cui la Commissione stessa fu rinnovata.

    Esiste, in giro per il mondo, un "monstrum" istituzionale di tale portata? E un così evidente deficit di democrazia?

    E infine, quel che è peggio, al problema si guarda bene di dare una qualche soluzione la nuova bozza di Costituzione messa a punto dalla "Convenzione" presieduta da Giscard d'Estaing. Per cui ci sorge alla fine un dubbio: ma a quanto potrà servire una Costituzione europea che non scioglie questo nodo, che non affronta "la" questione centrale del funzionamento istituzionale dell'Unione?

    Abbiamo l'impressione che si sia a lungo discusso di problemi marginali, che i governi europei si siano dilaniati su temi di scarsa rilevanza. Che, come dice il proverbio, abbiano guardato il dito mentre il saggio indicava la luna.

    Roma, 9 aprile 2004


    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

 

 
Pagina 1 di 8 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 10
    Ultimo Messaggio: 29-05-13, 20:52
  2. Che differenza c'è fra "demagogia" e "populismo"?
    Di Celtic nel forum Conservatorismo
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 31-10-09, 18:13
  3. Demagogia e Populismo
    Di pacatamente (POL) nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-10-08, 11:02
  4. Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 28-07-07, 22:53
  5. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 02-09-04, 17:58

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito