Sul populismo: una panoramica europea
Un altro fantasma, 150 anni dopo il Manifesto di Marx, percorre l’Europa. È un fantasma evocato in modi diversi nei differenti Stati dove si manifesta, ma ha sempre un identico obiettivo. Combattere l’establishment politico da una posizione esterna rispetto alle classi dirigenti del momento nel nome di un popolo i cui interessi si vogliono rappresentare. Questo fantasma è il populismo. Si manifesta sotto varie sigle, con slogan non sempre uguali, e tuttavia il suo grido di raccolta è sempre uguale: noi, il popolo, la “gente”, contro loro, i governi che non ci rappresentano e che anzi ci sono nemici.
A ben vedere il populismo in Europa non è una novità: nell’ottocento populisti si definivano i Narodniki nella Russia zarista (narod infatti vuol dire popolo), e alla fine del XIX secolo negli USA venne addirittura fondato un People’s Party. Il mito del piccolo uomo nell’Europa Centrale ha una lunga tradizione, che in Austria la FPO di Haider ha saputo magistralmente interpretare.
Anche in questo caso, nulla di nuovo. Nella Vienna asburgica tra l’ottocento e il novecento il leggendario sindaco Karl Lueger governò la città con carisma, competenza e un ferreo controllo della burocrazia. Municipalizzò i tram, il gas e altri servizi pubblici; ma – soprattutto – con un accurato presenzialismo instaurò un rapporto diretto tra i cittadini e il loro sindaco. Per i cittadini “veri viennesi” beninteso, perché per gli altri, i cechi, gli ebrei, in questa rappresentazione non vi era posto.
C’è chi vede nel populismo di oggi un collegamento diretto con il sindaco Lueger. “Il populismo- dice Anton Pelinka, politologo dell’Università di Innsbruck – è la protesta contro la classe politica con la premessa che il popolo sa far di meglio da solo. È anche la protesta contro chi sta fuori, gli stranieri, ad esempio” (1).
In realtà definire cos’è oggi il populismo è molto difficile: l’appello diretto al popolo è infatti alla base di innumerevoli documenti storico-politici. “We, the people of the United States…” inizia la dichiarazione di indipendenza americana, ma nessuno oggi si sognerebbe di definire populisti i democratici o i repubblicani.
Se è difficile definire esattamente cos’è il populismo, è invece molto più facile identificare gli elementi comuni nei movimenti che sono sorti in Europa negli ultimi anni nel nome della protesta popolare.
Susanne Falkenberg (2), dell’Università di Duisburg, in Germania, ne ha indicato qualcuno: l’attacco verbale all’establishment, il predominio della maggioranza sulla minoranza ad esempio. Ma più che per i suoi contenuti la Falkenberg riconosce un movimento populista nel suo modo di affermarsi nell’elettorato: non una crescita lenta ma un grande successo improvviso. Questo momento la Falkenberg lo definisce momento populista. È il momento nel quale le differenze tra le varie classi sociali vengono sfumate in una identificazione collettiva (la “gente” in Italia, il Volk nei paesi di lingua tedesca) nel quale fa breccia l’appello contro un nemico comune.
È un successo improvviso dopo anni di vivacchiare, come la Lega in Italia, oppure un successo arrivato subito dopo la prima presentazione elettorale, come la Lista Fortuyn in Olanda. Questo successo improvviso si manifesta in un momento di crisi della società, nel quale i ceti sociali colpiti dalla crisi sono il brodo di coltura dei nuovo slogan. Così Haider ha costruito il suo successo sui salariati colpiti dalla delocalizzazione ad Est e dal massiccio ingresso di immigrati dai Balcani, tanto che qualcuno ha definito la FPO un partito operaio di nuovo tipo.
In Italia negli ultimi anni sulla Lega Nord è stato scritto molto. Qualcuno (3) l’ha letta come una riproposizione della dialettica città-campagna, già vista nell’ex-Jugoslavia. Una rilettura del fenomeno secondi i canoni della ricercatrice tedesca è senz’altro più convincente, sia perché la storia recente della Lega vi aderisce perfettamente, e sia perché il fenomeno è limitato all’Italia del nord. Dove la contiguità con quel centro Europa che negli ultimi dieci anni ha visto il diffondersi del populismo è più marcato
In Europa il momento populista ha cause simile e concatenanti: la deindustralizzazione, la disoccupazione, lo sfaldamento delle reti sociali con la conseguente perdita di identità di interi gruppi.
L’identificazione del responsabile presunto della propria sconfitta in un nemico esterno è il passo successivo. I vari governi, proprio per il loro carattere rappresentativo sembrano incapaci a rappresentare gli “autentici” interessi di questi nuovi poveri.
Se osserviamo la genesi e lo sviluppo dei movimenti in Italia, Austria, in Olanda e nella repubblica Ceca questa analisi è coerente con la storia di questi ultimi anni.
Ognuno di questi paesi ha avuto un suo “momento populista” nel quale il partito che lo ha saputo rappresentare ha raggiunto successi inimmaginabili solo pochi anni o pochi mesi prima. Salvo poi ripiegarsi (ma non sempre). In Italia la parabola della Lega è conosciuta da tutti e, ancora una volta, possiamo dire di essere stati, come italiani, gli antesignani in Europa dell’ondata populista.
Anche dell’ Austria e della FPO il Pensiero Mazziniano se ne occupato più volte e di recente: e la crisi che la FPO attraversa in questi mesi è il segnale che il suo apice è passato. Anche se gran parte dei problemi che l’hanno causato sono irrisolti, per cui è prevedibile una ripresentazione in un futuro vicino, forse subito dopo l’allargamento ad est dell’Unione Europea.
Nella vicina repubblica Ceca, la campagna elettorale che ha portato alle elezioni del giugno scorso ha visto sia l’emergere di un autentico partito populista, sia l’agitazione di temi populisti da parte dei principali partiti tradizionali. A Praga oggi il “momento populista” è dato dalla prospettiva dell’ingresso del Paese nella UE: se ancora all’inizio dell’anno il 60 per cento dell’elettorato era favorevole all’adesione, oggi i favorevoli sono scesi al 42 per cento, e il 35 per cento è decisamente contrario. Il caso ceco è interessante perché questa deficienza di spirito europeista non ha origini interne, ma è la risposta diretta all’agitazione che il leader austriaco della FPO, Jorg Haider, ha condotto e sta conducendo da qualche anno contro il vicino del nord. Agitazione che ha per oggetto i due milioni di tedeschi dei Sudeti espulsi dalla Cecoslovacchia nel 1946 e la centrale atomica di Temelin (vicino alla frontiera austriaca) e che ha avuto, come risultato, un riaffacciarsi del “pericolo tedesco” in una regione che per l’occupazione nazista, negli anni dal 1938 al 1945 ha sofferto molto.
Alla fine della seconda guerra mondiale il presidente Benes, di ritorno dall’esilio londinese, emanò una serie di decreti (i c.d. Decreti-Benes) che significarono l’espulsione dal paese della minoranza di lingua tedesca (e di 600.000 ungheresi). In massima parte i profughi si stabilirono in Baviera, un minor numero in Austria. Fino allo scorso anno le richieste di una ricompensa per questa espulsione, che tra l’altro costò un considerevole numero di vittime, restavano confinate alle riunioni annuali della loro associazione, non trovando particolare accoglienza tra i politici tedeschi. Fino a che Haider ha iniziato a farsi paladino della loro causa e a chiedere al governo austriaco di porre il veto all’ingresso della Repubblica Ceca nella UE in mancanza di un accordo. Associando alla questione dei tedeschi dei Sudeti anche la richiesta di chiusura della nuova centrale atomica ceca ritenuta insicura (si basa sulla tecnologia russa).
In realtà entrambe le questioni hanno un risvolto di politica interna austriaca, ma l’effetto sulla politica praghese è stato dirompente. Soprattutto quando i politici cechi hanno iniziato a fare a gara sul chi alza di più la voce: fino all’intervista del premier Zeman (socialdemocratico, riconfermato lo scorso giugno) che all’inizio della primavera affermava in un’intervista al settimanale austriaco Profil che dopotutto i tedeschi dei Sudeti avevano poco da lamentarsi: se nel 1946 restavano in patria rischiavano la condanna a morte come collaborazionisti. Anche l’ex premier, il liberale Vaclav Klaus, l’uomo delle privatizzazioni, si è ora trasformato in uno dei più accesi euroscettici.
In Olanda il successo della lista Fortuyn lo scorso maggio ha avuto una risonanza europea, e il “momento populista” olandese è la percezione che l’immigrazione presenta un pericolo per la società.
Questa percezione nel paese è veramente significativa, se perfino il settimanale liberale tedesco Zeit riportava a luglio un saggio di un intellettuale olandese (4) secondo il quale è l’ora di ripensare le nostre frontiere aperte. L’esperimento olandese – sostiene l’autore – ha dimostrato che negli ultimi quarant’anni l’immigrazione ha pesato sullo stato sociale, senza che per questo gli stranieri si integrino, ed ha causato sacche di povertà. Il grande errore dei “liberali di sinistra” (così li definisce) è stato di credere che il movimento di popolazioni sia inarrestabile: al contrario, dobbiamo opporvi la nostra Leitkultur (noi la chiameremmo la cultura dominante) che ci hanno passato le generazioni precedenti. Chi vuole sviluppare la nostra democrazia rappresentativa deve essere molto preciso sulle sue fondamenta. “Questo non significa – conclude – che noi dobbiamo accettare acriticamente tutti.” Come gli imam che hanno difeso gli attacchi dell’11 settembre.
Un saggio emblematico sui dubbi e le contraddizioni di una società ormai multietnica come quella olandese, ben diversa dall’Italia che è, ricordiamolo, solo all’inizio del movimento immigratorio.
Ma, resta la domanda, e la Germania? Il paese che con i suoi ottanta milioni di abitanti e la sua potenza economica ha una indiscussa supremazia in Europa centrale, per la quale l’allargamento ad Est offrirà nuove occasioni di ricreare un suo Lebensraum (lo spazio vitale), è per ora immune dal populismo?
Finora il panorama politico tedesco, a differenza dell’Austria, e della Svizzera, era sembrato insensibile alle sirene populistiche. Era sembrato che nei grandi partiti restasse determinante la lezione di sessant’anni fa. Al massimo populista veniva definito l’ex ministro delle Finanze e ex segretario della SPD Oskar Lafontaine (5), ma la sua è una normale demagogia di sinistra Dopo la vicenda di Juergen Moellemann lo scorso maggio potrebbe non essere più così. Un tabù si è rotto, come hanno scritto i giornali, e leader ambizioni possono cavalcare i timori popolari. Juergen Moellemann appunto.
Già ministro (liberale) di Kohl nei primi anni novanta, poi in disgrazia, Moellemannè ritornato alla politica dalla sua base renana, dove lo scorso anno ha ottenuto un buon risultato elettorale alle comunali di Francoforte (per la FPD, i liberali) con una campagna elettorale definita “all’americana” ed è diventato in seguito vicesegretario nazionale del partito. Secondo alcuni Moellemann rappresenta un nuovo tipo di populismo, il “populismo liberale” che aspira a liberare il cittadino dall’autocrazia dello Stato. Anche se a volte il suo sembra un populismo con profonde radici nel passato.
Come lo scorso aprile, quando difendeva un deputato regionale renano di origine siriana, già eletto nelle liste verdi e poi passato alla FPD, autore di pesanti dichiarazioni antiisraeliane (era il momento dell’occupazione israeliana della Cisgiordania). Ma in Germania, il rapporto con Israele e gli ebrei in generale è un tasto molto delicato, e dopo una violenta polemica Moellemann doveva ritrattare.
Ora Moellemann è ritornato alla politica regionale e l’emergere di un leader populista in Germania è rimandato alla prossima occasione. Che si ripresenterà, se i liberali hanno l’obiettivo di raggiungere il 18 per cento dei voti (ora superano di poco il 5 per cento). Ma la maretta di maggio è la cartina di tornasole che in Europa centrale populismo e razzismo sono strettamente legati e che in futuro i fantasmi del passato possono sempre tornare (fantasmi non necessariamente legati al nazismo, se il moderno antisemitismo tedesco si fa risalire al 1879, quando un professore di Storia dell’Università di Berlino scriveva che “gli Ebrei sono la nostra disgrazia”). (6)
Resta però una domanda: il populismo rappresenta un pericolo per la democrazia rappresentativa? Finora solamente la FPO austriaca (e la Lega in Italia) ha raggiunto posizioni di governo: e in questi due anni non sembra che Vienna sia sulla via di diventare uno stato totalitario. Anche se, come scriveva la Sueddeutscher Zeitung il 19 luglio, nelle piccole cose qualcosa cambia, e in peggio: nella libertà della stampa ad esempio, o nell’atteggiamento della magistratura. Ma probabilmente sono solo dubbi legati ad una situazione contingente.
Piuttosto, quale dovrebbe essere la risposta dei partiti tradizionali alla nuova sfida? Ancora la Zeit: “I partiti dovrebbero riconoscere come legittima la nuova concorrenza politica e non temere che una vittoria dei nuovi soggetti rappresenti un pericolo per la democrazia”(7) . E seguire l’esempio del nuovo primo ministro francese Raffarin, che alla sfida di Le Pen ha risposto con un governo di indipendenti, e con due ministri nati all’estero.
Resta il fatto che mentre la globalizzazione, l’immigrazione, le nuove tecnologie emarginano un numero sempre maggiore di persone, i governi, con la ristrutturazione delle reti sociali di protezione, in Italia emblematico il caso dell’art. 18, aumentano l’insicurezza di sempre più vasti gruppi sociali. Gruppi che esprimono le loro ansie aumentando la platea dei leader populisti. È un circolo vizioso, alla fine del quale non si vedono coraggiosi leader politici con una visione chiara della società e della storia, ma solo persone cresciute nell’era dell’effimero e dell’immagine che cavalcano i sentimenti del momento. E questo non è di buon auspicio per il nostro futuro.
Agostino Pendola
(1) A.Pelinka, Radio Bavarese, 2001.
(2) S. Falkenberg – Populismus und Populistischer Moment im Vergleich zwischen Frankreich, Italien und Oesterreich, Universitaetbibliothek Duisburg. (non pubblicato).
(3) P.Scheffer, Das Scheitern eines Traums, in Die Zeit, n. 29/2002.
(4) P.Rumiz, La secessione leggera, Roma, Editori Riuniti, 1997, lire 20.000.
(5) R.Herzinger, Wohlfuehlen ist alles, in Die Zeit, n. 23/2002.
(6) U. Jensen, “Die Juden sind unser Unglueck!”, in Die Zeit, n. 26/2002.
(7) Richard Herzinger, Haupsache dagegen, in Die Zeit, n. 31/2002.
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tratto da il Pensiero Mazziniano





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