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    Predefinito invito a capire il federalismo

    La lettura di questa pagina,Invito a capire potrebbe essere molto interessante per la tua visione della politica.

    Per leggerlo bastano 15 minuti circa. In quindici minuti puoi renderti conto di cosa è effettivamente il federalismo di cui molti parlano senza conoscerlo.

    Che cosa è davvero lo Stato federale, o del “Contratto” politico.

    Per capire cosa è davvero il federalismo o idea contrattuale dello Stato, è necessario fare una premessa importante su cui è facile concordare.

    Quando un mito, un pregiudizio, un’opinione o un’idea scientifica si è stabilito e radicato fra la gente, diventa molto difficile estirparlo.

    La difficoltà che s’incontra a disingannare la mag-gioranza delle persone da una idea diffusa nel tempo dagli strumenti di comunicazione di massa, anche se appare palesemente errata, è impresa che né i libri, né i discorsi possono compiere in breve tempo.

    Le grandi menzogne del tempo moderno, si realizzano attraverso la televisione, la radio ed i giornali.

    All”homo sapiens, che un giorno capiva senza vedere- dice Giovanni Sartori- si è sostituito l’homo videns, che vede senza capire.

    Far vedere senza permettere di capire, è l’arma micidiale di cui dispongono, oggi, sia il mercato, sia la politica.

    Radio, televisione e giornali hanno, infatti, presentato alla gente comune un concetto falso ed aberrante del federalismo.

    La ragione politica di ciò è duplice: la prima è dovuta alla necessità, per i partiti tradizionali, di uscire dal pantano in cui è immersa la politica nel nostro Paese presentando all'opinione pubblica qualcosa di nuovo; la seconda è dovuta al cedimento, da parte della Lega nord, sui concetti e sui valori propri del federalismo per ragioni legate alla cultura del capo ed al bisogno di potere e di voti.

    E’ così accaduto che la parola "federalismo" è stata presentata dai media, prima come la derivazione della termine latino foedus, "patto", che non dice niente alla gente; poi attraverso mille compromessi e degenerazioni, si è trasformata in una specie di mito politico (la devolution, che accontentava gli interessi dei partiti di regime, ma che col federalismo ha ben poco a che vedere, basandosi questo sulla decentralizzazione, che è esattamente il suo opposto significando "abolizione del centro".

    Tutto ciò ha reso il federalismo un concetto equivoco, imbarazzante, falso, privo dei contenuti umani, sociali ed ideali che sono propri dell’idea federale.

    A nessuno, o quasi, è venuto in mente di dire alla gente che il federalismo non è tanto un "Patto", quanto un vero e proprio "Contratto" di natura politica fra cittadini e fra cittadini e le Istituzioni che essi stessi creano.

    Questo libretto è stato scritto per far conoscere il vero significato del federalismo o “contrattualismo”, restituendogli i valori e la dignità che gli sono propri, al di là delle sciocchezze e degli inganni della partito- crazia; romana e non.

    Speriamo, in questo modo, di offrire al lettore almeno l’idea delle enormi differenze fra la dottrina federale e le aberrazioni con le quali i politici italiani tentano di accreditare nell’opinione pubblica una concezione degenerata e falsa dello Stato federale.

    Dopo di che, come è naturale e legittimo, ognuno potrà scegliere responsabilmente fra i vantaggi offerti dall'attuale regime e quelli che presumibilmente potrebbe ricevere da una Repubblica federale simile, ma non uguale, a quella Svizzera.

    Cercheremo perciò di rispondere a tre domande: la prima si riferisce a “cosa è effettivamente il federalismo o contrattualismo”; la seconda, a “quali sono i suoi elementi essenziali“; la terza, riguarda il modo in cui “i concetti del federalismo si possono introdurre negli ordinamenti” della Repubblica italiana.

    Per rispondere alla prima domanda su cosa è il federalismo- contrattualismo, bisogna partire da una semplice osservazione: i problemi attuali della politica italiana non possono essere risolti usando la stessa logica che li ha generati.

    La logica cui sono ispirate le nostre Istituzioni, è ispirata all’accentramento del potere dello Stato, nel senso che tutto ciò che è oggetto della politica, deve essere deliberato dal Parlamento o dai Consigli composti dai “rappresentanti” eletti dai cittadini, che dovrebbero essere i loro “agenti” e non i “padroni, come dimostrano di voler essere”.

    Questo atteggiamento è dovuto al fatto che l’Assemblea costituente, con la Costituzione del ‘48 escluse i cittadini dalla partecipazione alla vita democratica, ritenendoli al tempo stesso in grado di “rappresentare” la volontà, gli interessi e le aspettative degli elettori quando erano presentati dai partiti, mentre furono giudicati incapaci di farlo collettivamente e direttamente attraverso le scelte della maggioranza sui fatti che riguardano tutti.

    Il popolo italiano, che in maggioranza aveva condiviso e sostenuto il regime fascista, non fu ritenuto maturo per la democrazia e di conseguenza fu escluso dalle scelte fondamentali dello Stato che presupponevano la responsabilità e la partecipazione diretta dei cittadini al governo.

    Con questa scelta i costituenti confinarono la demo-crazia nel solo giorno delle elezioni, quando ogni avente diritto al voto, con la crocetta messa accanto ad uno dei candidati presentati dai partiti, in realtà indica sia il “partito”, sia il "candidato" dal partito.

    Attraverso questo procedimento, che limita la democrazia al solo giorno delle elezioni, il potere dello Stato viene ceduto ai personaggi oscuri che da dietro le quinte della politica determinano l'azione del governo.

    Così facendo il cittadino è illuso di vivere in una democrazia e non si rende conto di rinunciare a tutto il suo potere ed alla sovranità dello Stato, che la Costituzione afferma di garantirgli (art. 1°, c. 2° Cost.).

    Non si sa a cosa sia servito affermare nella Costituzione che “La sovranità appartiene al popolo”, quando, di fatto, il popolo la può “esercitare...nei limiti” imposti dagli eletti all’Assemblea costituente alle presenti ed alle future generazioni.

    Con questa scelta, che costituisce un’aperta violazione dei diritti naturali degli individui, i costituenti consegnarono lo Stato alle oligarchie monopolistiche economiche, finanziarie e politiche che nel tempo, avrebbero ridotto i cittadini- lavoratori a Sudditi paganti.

    Ciò risulta evidente anche dalla volontà di negare ai cittadini gli strumenti della democrazia (i referendum

    popolari Legislativi, come nella vicina Svizzera, negli USA ed altrove), che permetterebbero loro di opporsi alle deliberazioni del Parlamento e dei Consigli regionali, provinciali e comunali quando, su fatti certi e definiti (una legge, un regolamento, un ponte, un ospedale, una scuola, una tassa, ecc.), che non corrispondevano alla volontà, agli interessi ed alle aspettative della maggioranza degli aventi diritto al voto.

    Al Parlamentarismo integrale ed allo Stato accentrato e sostanzialmente antidemocratico così stabilito, sul finire degli anni ‘80,si contrappone, per merito della Lega nord, l’idea apparentemente innovativa dello Stato federale.

    Tuttavia, se il merito dell’introduzione della parola è dovuto alla Lega nord, alla stessa è anche da attribuirsi il demerito dello stravolgimento del suo reale significato nell’opinione pubblica.

    Diversamente dalla Lega nord, l’Unione delle Liste civiche indica il “federalismo” come la teoria dello Stato contrattuale.

    Agli effetti di tale definizione le Istituzioni possono essere definite federali quando sono informate all'idea di Contratto politico.

    Ma- chiederà per prima cosa il lettore- cos’è il “Contratto politico”?

    “Il Contratto politico- rispondiamo- è lo strumento

    della Democrazia federale”.

    La risposta più chiara a questa domanda la fornisce P.J. Proudhon, il primo e più importante dei federalisti moderni, che la indica con queste parole:

    "Affinché il Contratto politico rispetti la condizione ....commutativa suggerita dall’idea di democrazia (perché in parole povere sia vantaggioso ed utile per tutti), bisogna che il cittadino,......: 1°- abbia tanto da ricevere dallo Stato quanto ad esso sacrifica; 2°- che conservi tutta la propria libertà, sovranità ed iniziativa, meno ciò che è la parte relativa all’oggetto speciale per il quale il contratto è stipulato e per il quale chiede la garanzia allo Stato. Così regolato ed inteso il contratto politico è ciò che io chiamo una federazione”.

    Agli effetti di tale definizione appare di primaria importanza definire la sovranità, in quanto coinvolge il modo di intendere la legge che del Contratto politico rappresenta il contenuto.



    Diversamente dal Contratto sociale di J.J. Rousseau, fonte, punto di riferimento degli ordinamenti di tutti gli Stati nazionali accentrati, che tanti conflitti sociali e guerre hanno determinato nei secoli recenti, il Contratto politico non intende la legge dello Stato come “finzione di legislatore”, immaginata per rendere conto, senza ricorrere al diritto divino, all’autorità paterna o alla necessità sociale, della formazione dello Stato e dei rapporti fra il governo e gli individui”.

    Nel sistema contrattuale o federale, il Contratto politico non è una finzione del legislatore (leggi: i rappresentanti riuniti nel Parlamento o nei Consigli), “è un patto positivo, effettivo, che è stato realmente proposto, discusso, votato, adottato, e che si modifica regolarmente secondo la volontà dei contraenti, che sono gli aventi diritto al voto, i cittadini, il popolo”.

    Il contratto politico è dunque: “Un contratto.... stipulato per uno o più oggetti determinati, ma la cui condizione essenziale è che i contraenti si riservino sempre una parte di sovranità e di azione superiore a quella a cui rinunciano” (P.J. Proudhon, Del Principio federativo).

    Se la legge ...”è espressione della volontà del sovrano: dunque, sotto una monarchia, la legge è l’espressione della volontà del re; in una repubblica federale la legge è l’espressione della volontà del popolo”

    A conferma della scarsa conoscenza dei concetti del federalismo da parte dei nostri politici, riportiamo la seguente osservazione di Daniel J. Elazar (1934-1999), eccellente studioso ebraico del federalismo in Idee e forme del federalismo, Trad. e cura Luigi Marco Bassani, Edizioni di Comunità 1995,: “La sovranità nelle repubbliche federali viene invariabilmente attribuita al popolo, che delega i propri poteri ai diversi governi ( ....). Il popolo sovrano può delegare e dividere i poteri come meglio crede, o si accorda per esercitare direttamente quei poteri come se fosse esso stesso il governo, ma la sovranità rimane una sua proprietà inalienabile”.

    Agli effetti di ciò diventa essenziale per il federalismo stabilire nella Costituzione la garanzia che i cittadini possono sempre cambiare le regole della delega attraverso l'Autogoverno.

    E', tale garanzia, il fucile spianato della sovranità popolare, contro i "rappresentanti" che dice loro: o voi fate leggi conformi ai miei interessi ed alle mie aspettative, oppure io, popolo, vi delegittimo e faccio da solo le leggi che mi servono, oppure le modifico o le abrogo e perfino vi revoco la delega.

    Questi sono i veri concetti del federalismo che la Lega nord, sottoposta alla costante, sapiente e spregiudicata azione di ricatto della maggioranza dei partiti del regime dello Statu quo, ha abbandonato e dimenticato.

    I principi fondamentali del federalismo-contrattualismo infatti, non sono neppure accennati nella riforma del-la Seconda parte, titolo V° della Costituzione.

    Non si capisce, quindi, perché tale riforma, inserita irrazionalmente in una Costituzione con carattere accentrato (La Repubblica, una ed indivisibile..., art. 5 Cost.), che esclude i cittadini dalle scelte sui fatti a dalla partecipazione al governo, venga addita all’opinione pubblica come “Riforma federale dello Stato”, mentre è soltanto una replica del centralismo statale a livello regionale ed è, politicamente, solo un’impostura.

    E' evidente che nelle condizioni attuali l’allenamento delle persone responsabili alle scelte politiche sui fatti che riguardano la collettività locale e nazionale, non avviene o avviene in misura molto ridotta e la crescita della coscienza democratica individuale e collettiva non ha luogo.

    Viene così elusa la prima regola della democrazia che consiste nell’educare il popolo alla democrazia attraverso la partecipazione alle scelte politiche che riguardano la vita di tutti.

    Di fronte alla grande crisi determinata dalle ideologie sociali, che non riescono più a trasmettere una visione del futuro coerente con la natura e con il successo della vita umana su tutto il pianeta, il contrattualismo politico (o federalismo) con la sua idea di Auto- governo e di Partecipazione al governo, comincia a gettare una nuova luce sulla possibilità di evoluzione della società.

    E veniamo alla seconda domanda: “quali sono gli elementi essenziali del federalismo?”

    Per essere “federale”, uno Stato deve possedere tre

    requisiti:

    1°) avere una Costituzione scritta, discussa, votata e legittimata dalla maggioranza degli aventi diritto al voto, nella quale sia sempre garantito al popolo il potere di modificare le regole della “delega”;

    2°) essere costituito sulla base della netta divisione areale dei poteri, delle funzioni e delle competenze fra i diversi livelli di governo;

    3°) la non centralizzazione.

    Di queste tre condizioni non c’è la minima traccia nella riforma della Seconda parte della Costituzione attualmente in discussione nel Parlamento.

    Infatti: la Costituzione in generale, e la riforma in discussione in particolare, non sarà mai sottoposta all’approvazione o al rifiuto del popolo e di conseguenza non potrà neppure essere riformata nell’unico punto essenziale agli effetti del contrattualismo: la garanzia dell’Autogoverno dei cittadini.

    Della separazione netta dei poteri delle funzioni e delle competenze per aree fra i diversi livelli di governo

    (Stato, Regioni, Province e Comuni), poi, non si vede traccia; pertanto le centinaia di migliaia di leggi, di regolamenti che si incrociano, si sovrappongono e si contraddicono e che limitano la libertà e l’iniziativa dei cittadini non potranno essere eliminate, ed i livelli di governo locale saranno ancora sottoposti, in un modo o in un altro, a controllo centrale.

    In tali condizioni le tasse necessarie a soddisfare le nuove strutture create dalla riforma del Tito V° creeranno ancora ostacoli, conflitti istituzionali, nuova burocrazia e nuovi costi per i cittadini ormai ridotti dalla burocrazia e dallo Stato a sudditi inermi.

    Di conseguenza continueremo ad avere un governo statale accentrato, un governo regionale, provinciale e comunale accentrato, che non garantiranno alcuna forma di autonomia impositiva e legislativa alle Comunità locali, lasciando al Parlamentarismo integrale ed ai partiti accentrati, tutto il controllo sulla vita degli individui e delle loro Comunità.

    La terza domanda riguarda il modo e gli strumenti per introdurre il federalismo- contrattualismo nelle Istituzioni.

    Da quanto detto sopra è evidente che non si può calare o imporre il federalismo- contrattualismo dall’alto, ma deve essere compreso, condiviso ed accettato dal basso, dai cittadini, dalla gente comune.

    Dubitiamo fortemente che i partiti ed i rappresentanti eletti nelle Istituzioni, vogliano informare il popolo sui concetti giuridici elementari necessari per organizzare una Repubblica federale.

    Nessun sostenitore dello Statu quo, ossia del regime dei partiti, dirà mai agli aventi diritto al voto che “Per fondare una società, non è sufficiente formulare semplicemente un’idea, ma un atto giuridico, formare un vero contratto. Tutti gli articoli di una Costituzione possono essere ricondotti ad un articolo unico, quello che concerne il ruolo e la competenza di quel gran funzionario che è lo Stato. La definizione del ruolo dello Stato è una questione di vita o di morte, per la libertà collettiva ed individuale".

    I cittadini, le persone, quando sono liberi di scegliere le loro leggi (questo,- abbiamo detto- è il significato più profondo del contrattualismo- federalismo) per perseguire gli scopi materiali e morali in cui credono, determinano spontaneamente una forte restrizione dell’azione dello Stato e cercano di stabilire, attraverso una Costituzione Progressiva (cioè sempre riformabile parzialmente e totalmente dal popolo, come avviene nella vicina Svizzera), le garanzie politiche che permettono loro di esercitare un reale controllo dei poteri forti, in relazione agli effetti negativi ed antisociali che possono generare.

    La garanzia dell’Autogoverno annulla il centralismo e toglie lo Stato, le Regioni, le Province e soprattutto i Comuni dalla mai dei partiti, riconsegnandolo ai Citta-dini responsabili aventi diritto al voto.

    Tutto questo è fortemente ostacolato dai partiti di regi-

    me che affermano essere la riforma del Titolo V° della Costituzione una "riforma federale", mentre è solo un’impostura per preservare il potere dello Stato ai partiti.

    Anche il Principio di sussidiarietà, che del federalismo- contrattualismo è condizione irrinunciabile, ha subito l'indegna sorte del federalismo.

    Ricordiamo brevemente cosa esso è con quanto Papa Pio XI indicava ai credenti nell’enciclica Quadragesimo anno (1931): “...siccome non é lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così é ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ne deriverebbe un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società, poiché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa é quello di aiutare in maniera suppletiva (subsidium afferre) le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle”.

    La Chiesa indicava con questo documento che gli individui, le persone, e non i Parlamenti ed i Consigli, devono essere il cardine della politica ed il punto di riferimento per la formazione di Istituzioni libere e civili.

    L’Unione delle Liste civiche sostiene che è possibile

    introdurre negli Statuti dei Comuni, che sono un po' le loro piccole Costituzioni, il diritto dei cittadini all’Auto- governo e che questo, nel tempo, trasformerà pacificamente lo Stato accentrato, in una vera Repubblica federale.

    Gli strumenti del cambiamento sono i Referendum di Iniziativa e di Revisione delle leggi, senza il ridicolo ed antidemocratico Quorum della partecipazione del 50%+1 degli aventi diritto al voto per la validità del referendum.

    Con tale strumento, che gli Stati più avanzati dell'America e la vicina Svizzera, hanno introdotto nelle rispettive Costituzioni, il risultato del referendum è Legge (o Regolamento) che nessun organo dello Stato può violare, disattendere, modificare, limitare o abrogare.

    Per «iniziativa», si intende, dunque, il diritto del popolo ad imporre ai rappresentanti eletti, la volontà della maggioranza dei partecipanti al referendum su deliberazioni che interessano l’intera comunità.

    Per «revisione», s’intende il diritto del popolo a modificare, sempre secondo la volontà della maggioranza dei partecipanti al referendum,

    deliberazioni già assunte dall’Amministrazione (comunale, provinciale, regionale o Parlamento).

    In questo modo i rappresentanti eletti nelle Istituzioni

    non possono più fare, come oggi avviene, quello che vogliono violando i risultati dei referendum o prelevando dalle tasche della gente, con le tasse, quello che serve loro per pagarsi stipendi e pensioni milionarie o per procurare o procurarsi privilegi.

    Essi devono essere subordinati alla volontà popolare sui fatti e rispettare ciò che la maggioranza della gente che lavora e produce ritiene giusto per i propri interessi, per la propria vita e per la vita ed il benessere della propria Comunità.

    E’ molto importante che chi legge si renda conto che il Referendum, strumento giuridico di vera Demo- crazia, oggi in Italia non esiste, mentre esiste negli Stati democratici più civili ed avanzati, come la Svizzera e molti Stati americani, dove è ampiamente condiviso ed apprezzato dalla gente.

    In Italia, però, esistono in abbondanza, i referendum Abrogativi, Consultivi, Propositivi, di Indirizzo, e chi più ne ha più ne metta, che sono vere e proprie TRUFFE di democrazia; nient’altro che “sondaggi” della pubblica opinione, in quanto lasciano sempre ai rappresentanti l’ultima parola sulle Leggi e sui Regolamenti che riguardano tutti.

    La violazione di numerosi Referendum da parte del Parlamento italiano (Finanziamento pubblico dei partiti, Responsabilità civile dei magistrati, Abolizione del ministero Agricoltura e foreste, Trattenute sindacali, ecc.), ne è la più limpida prova.

    A ciò si aggiunga la "perla" costituzionale del Quorum del 50%+1 per la validità del risultato del referendum.

    E’ per tutti evidente che il Quorum del 50%+1 scoraggia la partecipazione democratica dei cittadini responsabili alle scelte della Comunità e distrugge l’idea che il Referendum è lo strumento giuridico appropriato per modificare, abrogare o fare leggi di iniziativa popolare (art. 71 Cost.) che i partiti non condividono e non vogliono (come dimostrano i quasi seicento Disegni di legge di iniziativa popolare - corredati ognuno di 50.000 firme di sottoscrizione - depositati nei cassetti del Parlamento e mai esaminati).

    Secondo l'Unione delle Liste civiche per l'Auto- governo, basterebbe che in un solo Comune fosse introdotto nello Statuto il Referendum legislativo come sopra indicato (come oggi è possibile in base all’art. 3, comma 3, della legge 6 agosto 1999 ed al DECRETO LEGISLATIVO 18 agosto 2000, n. 267 - Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, in G.U. n. 227 del 28-9-2000 - Suppl. Ordinario n. 162 - in vigore dal 13. 10. 2000), che i politici e gli aventi diritto al voto si renderebbero conto di due cose:

    1. - Che i rappresentati eletti nei Consigli e nel Parla-

    mento possono fare solo ciò che è condiviso e legittimato dalla maggioranza dei cittadini responsabili, altrimenti questi li delegittimano con un Referendum relativo a specifici FATTI, oppure li mandano a casa per il loro insoddisfacente operato;



    2.- che conviene a tutti andare a votare in occasione delle tornate elettorali per i Referendum, perché il risultato espresso dalla maggioranza diventa Legge con qualunque numero di partecipanti al voto.



    Una volta che fosse stabilita questa regola di vera Democrazia, per la quale le decisioni dei Consigli e del Parlamento sono subordinate alle scelte della maggioranza dei cittadini- elettori- contribuenti in un solo Comune, il sistema politico italiano subirebbe un lento ma inesorabile cambiamento radicale.

    La politica non potrebbe più basarsi sul “consenso” nel solo giorno delle elezioni, ma dovrebbe avere come fine la “partecipazione” democratica degli aventi diritto al voto alle “scelte sui fatti” che riguardano la vita della comunità.

    Una delle conseguenze di questa semplice riforma sa-

    rebbe di rendere evidente per tutti la convenienza a far rimanere nel Comune la maggior parte delle tasse pagate, per finanziare direttamente i servizi che il Comune è in grado di fornire ai cittadini nel modo da essi accettato e condiviso.

    Oltre a ciò, bisogna osservare che è a livello locale che è possibile effettuare un decisivo ed efficace controllo sui grandi gruppi di interessi che oggi si nascondono dietro le quinte dei partiti e determinano gran parte dell’azione della politica volgendola a loro favore.

    La Chiesa, con la sua millenaria esperienza sociale, con papa Pio XI, aveva indicato nel Principio di sussidiarietà, la via del federalismo, come già aveva fatto sotto papa Gregorio VII nel primo secolo dopo l'anno mille.

    La civiltà comunale ed il Rinascimento furono il prodotto di questa scelta di immensa portata sociale che oggi anche la stessa Chiesa tende a dimenticare.

    Contro questo regime di incompetenti e di corrotti, pronti a falsificare ogni evidente verità per il tornaconto politico ed elettorale, si battono oggi pochi uomini riuniti attorno all'idea di Autogoverno, nella convinzione che solo i popoli dei Comuni, con gli strumenti della democrazia, abbiano il potere di abbattere il sistema di tirannia, di corruzione e di privilegio oggi instaurato.

    La storia è dalla loro parte; il potere costituito gli è contro!



    I nostri politici, infatti, temendo di perdere il potere che i partiti gli possono garantire, non si stancano mai di predicare l’UNITÀ' e l’INDIVISIBILITÀ dello Stato.

    Tutti sanno che i politici, in maggioranza, sono dei disinvolti chiacchieroni ed è per questo logico cercare di scoprire le vere cause delle loro prediche sull’Unità e sull’Indivisibilità.

    Essi sanno che ogni cittadino, in politica, guarda a se stesso come alla proiezione di un immenso Essere collettivo superiore: il Popolo.

    Il concetto di Popolo sembra fatto per confermare in tutti la convinzione della sua indivisibilità ed unità.

    L’ideale del popolo appare così essere l’unità, l’indivisibilità e l’identità, che in politica è facile tradurre in accentramento.

    In queste condizioni i nostri politici, attraverso la disponibilità della televisione, della radio e dei giornali, possono indurre facilmente il popolo a soddisfare il bisogno di unità mascherando il loro vero scopo, che è l’accentramento che garantisce i loro partiti e gli interessi dei loro manovratori.

    Nell'accentramento si nasconde il veleno mortale per ogni comunità: l’uniformità, che si dimostra favorevole ai partiti e ai grandi gruppi finanziari ed economici, ma non al popolo, che per questa via diventa suddito, non importa se di un regime autoritario o di un regime falsamente democratico.

    Anche se sa di racchiudere in sé tutta l’autorità e tutto il

    diritto dello Stato, in Italia il popolo è stato convinto con l'inganno che l’unità è coerente con l'accentra- mento e l’indivisione e che pertanto unità ed indivisione sono utili al benessere, alla libertà ed alla crescita civile.

    Leggi eguali, stessa burocrazia, proliferazione della regolamentazione, moltiplicazione delle tasse e delle imposte, inefficienza, privilegi e spreco, diventano così l’anima della politica dei partiti basata sull’accentra- mento, mascherato dall’idea di unità.

    Il potere delle oligarchie monopoliste della grande finanza, dell'economia e della politica, ha facile gioco con lo Stato accentrato, dove compromessi, corruzio- ne ed immoralità sono i cardini del governo.

    Nei Comuni, diversamente, il potere ha difficoltà a resistere ai cittadini, se possono controllarlo e regolarlo a proprio vantaggio con gli strumenti della Democrazia diretta o Autogoverno prevalente sulla Democrazia rappresentativa

    L'idea contrattuale o federale, è l'opposto dell'idea accentrata dello Stato, ma dimostra la sua superiorità sociale in quanto è coerente con l'unità nella diversità.

    E' molto difficile far comprendere al popolo che il bisogno di unità si può soddisfare in modo migliore attraverso il rigoroso rispetto delle diversità, come prevede il federalismo, anziché attraverso la tendenza all'uniformità, propria dello Stato accentrato.

    Tuttavia basta guardare agli Stati federali, come l'America, la Svizzera ed altri per rendersi conto che la coerenza del federalismo- contrattualismo con il rispetto dell'unità nella diversità, esalta la libertà e l'iniziativa degli individui e dei governi locali e determina le migliori condizioni del benessere individuale e collettivo.

    Oltre a ciò è noto che il federalismo riduce al minimo l'azione del governo centrale e di conseguenza il numero delle leggi:; l'Italia ha circa centocinquanta- mila leggi; la Svizzera appena 600 (seicento).

    Lì tutto funziona; qui tutto è maledettamente burocra- izzato, complicato, lento e costoso.

    Quando lo Stato è accentrato ed indiviso, come in Italia, le conseguenze si fanno presto sentire: “il cittadino ed il Comune sono privati di tutta la loro dignità, le interferenze dello Stato si moltiplicano e gli oneri del contribuente crescono in proporzione. Non è più il governo che è fatto per il popolo, è il popolo che è fatto per il governo. Il Potere invade tutto, si occupa di tutto, si arroga tutto, in perpetuo, per l’eternità, per sempre. E’ così che il sistema di centralizzazione, di imperialismo, di comunismo, di assolutismo- tutti questi termini sono sinonimi- scaturisce dall’idealismo popolare; è così che nel patto sociale, concepito alla maniera di Rousseau e dei giacobini, il cittadino si dimette dalla sua sovranità ed il comune, e sopra al comune il dipartimento e la provincia, assorbiti nell’autorità centrale, non sono altro che agenzie sotto la direzione immediata del ministero. (P.J. Proudhon, Del Principio federativo).

    Parole profetiche, quelle sopra riportate, scritte quasi un secolo e mezzo fa, e di estrema attualità.

    Queste sono le vere ragioni per le quali i cittadini sono tenuti all’oscuro del carattere, del significato e delle conseguenze del federalismo- contrattualismo, che permette di realizzare le Istituzioni con una logica diversa da quella della falsa unità che vuole l’accentramento dello Stato per difendere gli interessi dei clan di potere che lo hanno occupato.

    Se oggi lo Stato, in nome della sua unità e indivisibilità, può imporre ai lavoratori di pagare il 75% del salario prodotto e può lasciare le Istituzioni nell’inefficienza, nello spreco e nel privilegio, con lo Stato contrattuale essi sono in grado di impedire tutto ciò, perché dispongono dello strumento fondamentale del Contratto politico, che consiste nell’Autogoverno, cioè nel potere che discende dal Diritto naturale degli aventi diritto al voto di deliberare le leggi, quando i rappresentanti non le fanno conformi alla volontà della maggioranza degli individui che compongono la Comunità.

    Questa è l’unica ragione per cui si batte l’Unione delle liste civiche per l’Autogoverno; ricorda:

    "Una lunga marcia comincia con un solo passo ".

    •   Alt 

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    Predefinito

    Il sito dell'autogoverno, secondo me, è un pò involuto a livello di linguaggi e contenuti. Se vogliamo comunicare (perchè ciò che noi pensiamo è ciò che gli altri comprendono) cosa significa oggi la battaglia autonomista, è necessario sottolineare questi semplici punti:
    - Lo Stato è legittimo se deriva da un "foedus" fra le diverse comunità che lo compongono, ossia se sorge dal "basso".
    - Le comunità sono il primario luogo d'incontro e confronto fra individui che, in tal modo, diventano persone e cittadini. L'individuo è innanzitutto legato, fisicamente e culturalmente, alla comunità locale d'appartenenza, e non si può definire pienamente libero e sovrano se non lo è tale comunità con la quale mantiene una relazione destinante.
    - Le comunità, in una prospettiva federalista, si autogovernano democraticamente, essendo composte da persone libere ed eguali come libere ed eguali sono le comunità stesse nei confronti dello Stato. Essendo sovrane, non possono prescindere da un'organizzazione di tipo statuale, che preveda potere esecutivo, potere legislativo e POTERE GIUDIZIARIO, nonchè la possibilità di esercitare, attraverso forze preposte, la propria dimensione "coercitiva".
    - Il "foedus" fra le comunità si ispira al principio di sussidiarietà, per cui comuni e regioni (comunque quest'ultime siano intese), devolvono solo ciò che non ritengono opportuno gestire direttamente. Lo stesso regime fiscale si informa a tale principio.
    - Lo Stato federalista non può prescindere dalla rappresentanza dei soggetti federati, che hanno diritto in quanto tali ad una propria camera dotata di poteri legislativi.

    I vantaggi concreti del federalismo sono, grossomodo, i seguenti:
    A) Politica di prossimità: i rappresentanti eletti sono, fisicamente e culturalmente, vicini al cittadino che li elegge, al punto che diventa impossibile sottrarre la politica a un confronto serrato con la società civile nelle sue diverse espressioni sociali ed economiche.
    B) Pluralismo: diverse scelte in merito a problemi similari, capaci di convivere all'interno di uno stesso Stato, garantiscono un principio di competitività e una ricerca sperimentale di soluzioni idonee a risolvere i problemi dei cittadini.
    C) Aderenza ai problemi del territorio: ogni territorio manifesta proprie diversità a cui la legislazione deve mantenersi aderente. Uno Stato centrale non può farlo stante l'uniformità della legge che emana.
    D) Identità: ogni territorio ha una propria identità culturale che deve essere preservata come risorsa socio-economica della comunità e come forma di resistenza alle "mono-culture" che tradiscono la natura incommensurabilmente diversficata del pianeta Terra, minacciando le bio-diversità e limitando la libertà di pensiero e di scelta.
    E) Riduzione di complessità: i problemi affrontati su scala locale conferiscono un punto di vista migliore e semplificato rispetto alla scala "nazionale", dove aumentano vertiginosamente numeri e variabili sociali. L'autonomismo si avvicina quindi al principio epistemologico secondo cui conoscenza e azione sono legate alla capacità di scegliere il punto d'osservazione migliore.
    F) Razionalizzazione fiscale e burocratica: uno Stato nazionale, tradendo la natura sussidiaria della realtà, non ispira ad essa la propria pressione fiscale, generando irrazionalità e cercando di farvi fronte con il ricorso a strutture burocratiche costose, inefficienti e impolitiche. La comunità non ha vocazione, interesse e possibilità di dotarsi di una complessa trama burocratica che, venendo meno la possibilità di ricorrere ad un'economia di scala, le costerebbe troppo e tradirebbe la natura propensione alla "resistenza fiscale" del cittadino. L'intervento solidaristico deve seguire quindi strade diverse, in cui la sfera pubblica non umili la natura sociale della persona, come scriveva Tocqueville, ma la incentivi, la responsabilizzi e la supporti.
    G) Incremento del senso civico: nonostante la genericità del termine, risulta probabile che, una volta ricondotta la dimensione della statualità, della sovranità, dell'identità da un livello intangibile a uno "locale", il cosiddetto "senso civico" attraverso cui le risorse umane e materiali (ambientali e artistiche) mantengono fra loro un rapporto di armonia, ne risulterà maggiorato.

  3. #3
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    Una domanda chiarimento per Zena, giusto per intenderci: all'interno del quadro statuale che hai configurato, come si pone il diritto di secessione? Dal tuo punto di vista è legittima e prevista la rescissione dal foedus oppure ritieni, come certi "federalisti" comunitaristi di destra, che le comunità, pur godendo di un amplissimo margine di autonomia( a tutti i livelli), non possano sfuggire al legame con la macro-struttura , cioè lo stato, all'interno della quale sono collocate? E per quanto riguarda la secessione individuale?

  4. #4
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    In origine postato da aran banjo
    Una domanda chiarimento per Zena, giusto per intenderci: all'interno del quadro statuale che hai configurato, come si pone il diritto di secessione? Dal tuo punto di vista è legittima e prevista la rescissione dal foedus oppure ritieni, come certi "federalisti" comunitaristi di destra, che le comunità, pur godendo di un amplissimo margine di autonomia( a tutti i livelli), non possano sfuggire al legame con la macro-struttura , cioè lo stato, all'interno della quale sono collocate? E per quanto riguarda la secessione individuale?

    Qui ti posso dire la mia, in una italia ipoteticamente federata a livelli di federalismo reale,(tipo svizzera ) e con la popolazione che con il tempo si sia (civilizata ) penso e so di non sbagliare visto la esperienza vissuta da popoli che già (beati loro) sono federalisti da centinaia di anni , NON CI SAREBBE NESSUNA VOGLIA DI ...SECEDERE, IN QUANTO I VANTAGGI SAREBBERO TUTTO A FAVORE DELLA FEDERAZIONE. Questo è quanto io mi immagino a essere federato consenziente,con altri popoli che la (pensano pari pari ) poi visto che il mondo non è perfetto.....

  5. #5
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    In origine postato da aran banjo
    Una domanda chiarimento per Zena, giusto per intenderci: all'interno del quadro statuale che hai configurato, come si pone il diritto di secessione? Dal tuo punto di vista è legittima e prevista la rescissione dal foedus oppure ritieni, come certi "federalisti" comunitaristi di destra, che le comunità, pur godendo di un amplissimo margine di autonomia( a tutti i livelli), non possano sfuggire al legame con la macro-struttura , cioè lo stato, all'interno della quale sono collocate? E per quanto riguarda la secessione individuale?
    Alla secessione individuale, ovvero di persone fisiche, non credo né la ritengo seria. Per quanto riguarda la secessione di "comunità" territorialmete radicate, invece, credo si possa giungere ad elaborare un diritto "ad hoc", che in ultima istanza deve essere sancito referendariamente dai richiedenti il "divorzio", gestito sotto l'apposito intervento di "rogatorie" internazionali. Un piccolo comune dovrebbe, in sintesi, avere il diritto all'indipendenza, ma è chiaro che dovrebbe altresì assumersene i costi relativi e correre il rischio dell' "isolamento" in caso la sua legislazione violi interessi e valori degli Stati confinanti.
    In ogni caso ribadisco il concetto per cui il federalismo ha senso all'interno di una sfera pubblica pre-costituita, e che in ogni caso non può dirsi prassi compiuta se non concerne la sfera economica e quindi una "municipalizzazione" del territorio e delle sue risorse.
    L'autonomia non deve servire, dal mio punto di vista, a creare condizioni migliori per i capitali privati, favorendo magari la loro vocazione speculativa, ma a marcare un "limes" fra le libertà sostanziali dei cittadini e, per l'appunto, la grande industria, il sistema bancario, la finanza internazionale oltrechè, di riflesso, la sfera statuale che se ne fa lacchè.

 

 

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