Il mondialismo segna la fine della storia delle civiltà. La società multietnica è l’ultimo capitolo della storia dell’uomo come individuo e come cittadino. Si è in una fase finale, l’omologazione impedisce il confronto tra le diverse culture da cui deriva un continuo, reciproco arricchimento; esse saranno sepolte da una società amorfa e inerte, isolata dal resto, sospesa nel nulla, ricurva sulla propria sostanza materiale, in perenne contrapposizione con tutto.
Il trattato di Maastricht è una pietra fondamentale del tritatutto delle culture esistenti in Europa; nonostante questo desolato panorama crepuscolare vi è ancora chi riesce a conservare la capacità di discernere, per restituire al discorso politico temi davvero centrali come quello della difesa del patrimonio culturale, la cui perdita ha sempre determinato la morte del sapere.
Si deve combattere l’omologazione dei caratteri europei imposta dalle ricette di Maastricht attraverso l’uniformità del pensiero, ma si deve salvaguardare la velocità degli scambi e l’annullamento delle distanze, vantaggi divenuti irrinunciabili. In Europa il mondialismo induce al suicidio etnico anche costruendo un senso di colpa per l’appartenenza alla razza bianca.
Questa diabolica falsa concezione ha certamente influenzato l’azzeramento della natalità nelle comunità etniche della Penisola. Congiuntamente a questo funesto fenomeno si ha l’accelerazione dei mutamenti economici, tra i quali si inserisce l’ingordo desiderio di materie prime e di forza-lavoro a basso costo.
L’Ue, così come è voluta dalle multinazionali, ha deciso di porre fine all’esistenza delle nostre identità culturali, ha deciso che nel futuro non debbano più esistere culture etniche, ovvero culture dei popoli. Ci si avvia al trionfo del proletariato internazionale il cui avvento fu profetizzato da Carlo Marx e si avvera, paradossalmente, dopo il plateale fallimento di questa forma di dittatura in ogni parte del mondo.
Gli adoratori del vitello d’oro sognano un unico centro finanziario internazionale, ufficialmente per risolvere i problemi di squilibrio dei mercati, ma con il vero fine di controllare tutte le risorse economiche mondiali.
Questo processo distruttivo è irreversibile o al contrario è possibile arrestarlo e riconvertirlo in un processo unitario, utile ai singoli popoli nell’ottica di un comune interesse?
No al mercato globale, al villaggio globale, alla società multietnica, alla mentalità materialistica, a cui non è estraneo il mondo cristiano modernista, ossessionato dal sincretismo e dall’accoglienza senza limiti, sì a un Federalismo equo e solidale.
Il Federalismo è lo strumento per opporsi al trionfo della barbarie e per salvaguardare le identità dei popoli, che in una democrazia compiuta restano artefici del loro destino e padroni in casa propria.
Il valore di un popolo non lo si misura solo in termini economici, ma in termini di libertà e capacità di autodeterminarsi.
L’ingresso della Turchia nell’Ue crea geopoliticamente l’Eurasia, ed è fortemente sostenuto da un Paese dominato dalle multinazionali. Se si realizzerà porrà fine all’esistenza delle nostre identità culturali, consegnerà tutto, ovvero noi stessi all’Islam, percorrendo in termini di civiltà, un salto indietro di molti secoli; non è escluso, anzi è probabile che il nostro patrimonio artistico sarà distrutto perché blasfemo secondo il Corano. Il vero pericolo è, e sarebbe fatale, che i cittadini europei subiscano l’euforia dei naufraghi come disse Evola; sarebbe doppiamente letale perché non solo li ridurrebbe a corpo meccanico, strumento esistenziale, senza storia, senza biografia, senza differenziazione, senza memoria di passato, né slancio verso il futuro, ma li renderebbe ciechi e incapaci di considerare in termini concreti il risveglio di antiche civiltà che dopo un sopore di millenni, si ripropongono prepotentemente sulla scena mondiale e con le quali dovremo concordare e collaborare.
Un’Europa infettata e avvelenata dall’Islam non sarà in grado di avviare con le stesse una sana collaborazione e competizione.
Un segno di questo? Lo tsunami ha devastato vaste zone del Sud-Est asiatico creando ulteriore povertà e pericoli, il mondo si è lanciato in una nobile gara di solidarietà. L’India, uno dei Paesi colpiti, ha ringraziato per l’offerta di aiuto, ma lo ha rifiutato non solo affermando di potercela fare da sola, ma offrendosi anche per soccorre gli altri popoli colpiti. Orgoglio smisurato o grande saggezza?
L’India non è un Paese che vanta un elevato reddito individuale, ma ha dei cittadini che, forti di un’antica tradizione culturale, si sono impadroniti delle moderne tecniche informatiche, fornendo al mondo intero gli specialisti del settore. È solo un esempio. L’India ha probabilmente considerato che l’accettazione degli aiuti poteva segnare, come spesso è accaduto, una cessione di sovranità e che l’ingresso di forze economiche mondialiste poteva, sia pur marginalmente, compromettere la libertà di essere padroni in casa propria, faticosamente riconquistata.
La saggezza ha portato il popolo indiano ha percorrere la “via del sale”; questa gente ricorda “quanto sa di sale lo pane altrui”. È un segnale forte di rigore e integrità morale che dovrebbe scuotere l’animo dei cultori della dottrina del “magna, magna”. I quattro o più miliardi di dollari raccolti per soccorrere le popolazioni colpite dal maremoto, potrebbero essere lo strumento per dominare, surrettiziamente, l’economia di quei Paesi. È accaduto, accade.
L’altro gigante che, dopo un più che millenario sonno, mostra un deciso risveglio è la Cina. Ma il discorso è diverso: riguarda un miliardo e 300 milioni di esseri umani che si stanno lentamente liberando da una nefasta droga politica, il Comunismo e certamente il ritorno di Hong Kong alla Cina impone nuove molteplici considerazioni in termini economici e geopolitici.
Marcello Ricci




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