La sentenza del giudice di pace di Torino: nel suo paese rischiava il carcere. Applicato l'articolo 19 della legge Bossi-Fini
Un senegalese evita espulsione
"E' omosessuale, resti in Italia"
TORINO - Un giovane senegalese, irregolare in
Italia, ha potuto evitare l'espulsione, intimata dalla questura, perché omosessuale. Lo ha stabilito una sentenza del giudice di pace di Torino, che ha sottolineato come nel paese di origine dell'immigrato l'omosessualità sia perseguita con il carcere. La vicenda risale allo scorso dicembre ma è stata resa nota oggi nel corso di una conferenza stampa organizzata nella sede dei Verdi, a Torino, dall'attivista per i diritti civili gay, Paolo Hutter, e dal legale del giovane, l'avvocato Maurizio Cossa.
Il ragazzo, clandestino, che ha circa 25 anni, era stato fermato durante un controllo di polizia, e gli era stato intimata l'espulsione. Ma l'articolo 19 della legge Bossi-Fini sull'immigrazione prevede che "in nessun caso può disporsi l'espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua, cittadinanza, religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali, ovvero possa richiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione".
Nonostante le incertezze iniziali, il giovane si è detto disposto a dichiarare la propria omosessualità e a discutere, dunque, con il giudice di pace Giuliana Bologna le ragioni per cui non doveva essere espulso. Il dispositivo afferma che "si ritiene che la condizione di omosessualità del soggetto costituisca oggetto di persecuzione per ragioni personali e rappresenti dunque una condizione di inespellibilità ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo n.286/98", cioè del testo unico sull' immigrazione di cui fa parte anche la legge Bossi-Fini.
"La nuova frontiera - ha detto Hutter - è il rapporto tra primo e terzo mondo, la globalizzazione dei diritti. Faccio appello al movimento gay cui appartengo, alle associazioni e agli enti locali, affinché si attrezzino a far conoscere agli immigrati questo loro fondamentale diritto a non esser respinti nei paesi che criminalizzano e discriminano l'omosessualità, e li aiutino a chiedere l'asilo costituzionale o a ricorrere contro l'espulsione".
"Una decisione inedita, un segnale incoraggiante - commenta il presidente nazionale di Arcigay, Sergio Lo Giudice - le istituzioni devono riconoscere che le persone omosessuali sono spesso perseguite dalla legge, talvolta anche attraverso pena di morte e incarcerazioni, in molti paesi del mondo. E' dovere di tutti i paesi liberi e civili accogliere e proteggere chi fugge dalla repressione razzista e chiede ospitalità".
In quattro paesi islamici gli omosessuali sono tutt'oggi sottoposti alla pena di morte: Iran, Arabia Saudita, Mauritania e Sudan. Altri venti paesi musulmani puniscono, comunque duramente, gli atti omosessuali. I rapporti omosessuali rimangono reato in altri settanta paesi, tra cui la Cina. Una risoluzione, per la difesa dei diritti umani delle persone omosessuali, è stata proposta all'Onu l'anno scorso da parte del Brasile, che ha dovuto però ritirarla, di fronte all'opposizione del Vaticano e di molti paesi islamici.
(3 febbraio 2005)![]()
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