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    Predefinito Voto in Iraq: l'opposizione si spacca

    Fini: «Una parte della sinistra fuori dalla logica unitaria della Ue»
    Voto in Iraq: l'opposizione si spacca
    Bertinotti: «Presenteri una mozione per il ritiro delle truppe». Prodi: «Un grande giorno per la democrazia»

    Fausto Bertinotti (Lapresse)
    ROMA - Gli iracheni hanno votato ma la polemica politica in Italia non si ferma. Ed è la sinistra che sembra uscire spaccata su il significato da dare al voto di domenica in Iraq.

    BERTINOTTI: RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE - «Questo lo decideranno i gruppi parlamentari, ma certamente io lo farei». Così Fausto Bertinotti risponde a chi gli chiede se il centrosinistra, quando il Senato discuterà della proroga dela missione italiana in Iraq, dovrà presentare una mozione per il ritiro immediato delle truppe italiane. «Penso davvero - continua il leader del Prc - che ogni giorno in cui continuiamo la guerra è un giorno in più di insulto alla coscienza di quel Paese e un giorno perso per costruire la pace».

    NON E' UN VOTO LIBERO - «Ogni volta che si mettono dei cittadini in condizione di votare - continua Bertinotti - è naturalmente un elemento positivo. Però c'è il fatto incancellabile che se tu voti in un Paese dove ci sono la guerra e il terrorismo il tuo voto non è libero. Sia che tu abbia paura dell'uno, sia che tu abbia paura dell'altra». «E se vai a votare - spiega il leader di Rifondazione comunista - il condizionamento è del tutto evidente. Per cui, se una lezione va tratta, è quella di finire la guerra e, per quello che riguarda gli italiani, anche quella di ritirare le truppe subito». Bertinotti risponde anche a Silvio Berlusconi, il quale sostiene che l'atteggiamento del centrosinistra sull'Iraq ha danneggiato l'immagine del Paese: «L'Italia di Berlusconi ha fatto un disastro, schierano il Paese in guerra accanto ai fautori della guerra preventiva. Con un danno per l'Italia che purtroppo non finirà neanche a breve, e che ha portato lutti agli iracheni e anche in Italia». «È una pagina davvero nera - conclude - quella che ancora stiamo vivendo con la quotidiana lacerazione della Costituzione italiana, che per fortuna ripudia la guerra. L'unica cosa da fare, ripeto, sarebbe ritirare le nostre truppe».

    PRODI: UN GRANDE GIORNO PER LA DEMOCRAZIA - Il leader della Gad, Romano Prodi, accoglie con «grande soddisfazione per l’elevato numero di voti» l’esito delle elezioni in Iraq. «E’ una grande prova di democrazia anche se naturalmente, la marcia verso la democrazia non è finita - scrive il Professore in una nota - Ora Al Sistani avrà il difficilissimo compito di tenere uniti gli sciiti, divisi tra posizioni moderate e intransigenti e dovrà porre ogni sforzo per associare i sunniti alla costruzione del nuovo Iraq». «La nostra contrarietà alla guerra e la forte spinta per ottenere la democrazia in Iraq non sono mai state in contraddizione tra di loro e non lo sono nemmeno ora. Noi tutti - continua Prodi - abbiamo voluto e vogliamo la democrazia in Iraq. Noi tutti sappiamo però che il prezzo pagato con la guerra dal popolo iraqeno è stato enorme e sarà grande anche in futuro. Dobbiamo contribuire perciò alla costruzione di una democrazia operante in Iraq, una democrazia che vi sarà soltanto quando il popolo iraqeno sarà messo in grado di gestire il proprio futuro. Ricordiamoci infatti che né gli sciti, né i sunniti accettano di essere governati da forze straniere».

    FINI, UNA PARTE DELLA SINISTRA FUORI DALLA UE - A rileggere le conclusioni adottate «all'unanimità» dai ministri degli esteri dei 25 sulle elezioni irachene viene da chiedersi come queste vengano giudicate in Italia in particolare da chi «dice che bisogna ritirare subito le truppe o che le elezioni in Iraq sono false». «In Italia c'e una componente della sinistra più radicale che è fuori dal qualsiasi logica unitaria di tipo europeo», ha detto Fini.
    Il ministro degli Esteri ha sottolineato come le conclusioni dei ministri degli Esteri Ue siano state sottoscritte da Spagna, Francia e Germania e cioè «paesi che non hanno la posizione del governo italiano o del governo britannico». Fini ha spiegato che il testo sottoposto all'esame dei ministri è stato accolto velocemente e «nessuno ha chiesto di modificarlo». «È difficile non giudicare espressione di massima soddisfazione questo documento» perchè, ha osservato Fini, il documento unitario adottato dall'Unione sull'Iraq contiene «termini non enfantici, ma analoghi a quelli usati dal governo italiano». «Per quale motivo ministri degli esteri di paesi che fino al giorno prima del voto avevano un giudizio assai diverso rispetto al nostro, oggi sottoscrivono convintamente questo documento? - si è chiesto il titolare della Farnesina -. Evidentemente perchè quello che è stato detto circa l'enorme significato del voto non è propaganda, è verità. Altrimenti anch'io avrei difficoltà a spiegarmi perché oggi c'è piena condivisione». «È cambiato davvero molto con quel voto e onestà intellettuale di molti paesi fa sì che oggi si dica», ha osservato Fini sottolineando che «oggi un'exit strategy è chiarissima. Se, come molti dicevano, era difficile cominciare quello chè è successo dimostra che ci si è riusciti. Si è dato vita ad un momento importante».
    31 gennaio 2005

  2. #2
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    Pace e guerra, riflessioni dopo la svolta
    Bagdad, il voto che cambia tutto

    Non c’è bisogno di cambiare idea sulla guerra per lavorare ora alla pace. Non è necessario approvare l’intervento in Iraq contro Saddam Hussein, per gioire con i milioni di coraggiosi cittadini e cittadine che han votato, da Bagdad, al Kurdistan, alle aree sciite, perfino tra le trincee fumanti di Falluja. Comunque abbiano giudicato l’assalto a Bagdad, le coscienze si emozionano davanti a milioni di polpastrelli colorati di indaco, conferma del primo voto libero di un popolo sfortunato. Così, ieri, quotidiani già ostili alla guerra hanno registrato con enfasi la straordinaria domenica di libertà acerba, dal parigino Le Monde che parla di «vittoria di Bush» e «primo passo» verso la democrazia, al New York Times persuaso che «i coraggiosi iracheni abbiano votato al di là delle più ottimistiche previsioni» e che sia «l’ora di gioire».
    Né Le Monde , né il New York Times , hanno mutato le loro, negative, opinioni sul presidente George W. Bush. Ammettono però, con pragmatismo, che non si possono abbandonare gli iracheni. Di converso, il giornale dei falchi irriducibili, il Wall Street Journal , converge al centro, chiamando gli Usa «alla diplomazia... e al compromesso politico». Davanti alle code intrepide degli iracheni ai seggi, le polemiche furiose di due anni fa si rivelano caduche, inadatte a comporre un dramma storico, aperto d’un tratto alla speranza. Chi avesse ancora dubbi sulla strategia dei ribelli, legga il manifesto del capo terrorista Abu Musab al Zarkawi: «Guerra senza quartiere contro i princìpi della democrazia e tutti coloro che li difendono». Altro che «scontro delle civiltà», Occidente contro Oriente! Per al Zarkawi, noi occidentali e gli elettori iracheni siamo alleati, e insieme dobbiamo essere puniti.

    E’ quanto hanno compreso le voci libere decise a sostenere, senza reticenze, la lenta emancipazione dell’Iraq, dai filosofi Ignatieff e Walzer, ai saggisti Hitchens e Berman, ai premi Nobel per la Pace Wiesel e Ramos-Horta, al fondatore di «Medici senza Frontiere» Kouchner, perfino al Dalai Lama. E’ ora che anche i leader riformisti della sinistra italiana si pronuncino, in concreto, sui passi per costruire un Iraq libero e stabile. Certo, molti nodi restano avviluppati, dal rapporto degli sciiti di Al Sistani con la teocrazia, al ruolo dei sunniti, all’indipendenza curda, il petrolio e le basi americane: ma sono problemi da risolvere, come tanti prima, dall’Irlanda del Nord a Timor Est, con trattative e dialogo. Rassegnarsi all’immobilismo, sulla falsariga di Parigi e Berlino, gioverà poco al consenso del centrosinistra, e nulla alla sua ambizione di rappresentarsi come erede degli ideali di libertà e giustizia.
    Non c’è bisogno di acrobatici revisionismi, né sono richiesti tortuosi atti di autocritica per riconoscere che in Iraq s’è voltato pagina, partecipando, con realismo, alla ricostruzione, materiale e politica, a partire dalla missione di peace-keeping di Nassiriya. Il compito di far chiarezza riguarda i leader realisti che vogliono raccogliersi intorno all’ex presidente europeo Prodi, ed è Piero Fassino a disporre, per primo, di una tribuna propizia, il congresso dei Ds, per chiamare i tanti che, in buona fede, sventolarono le bandiere arcobaleno della pace a un nuovo, e non meno nobile, impegno: costruire la pace, schierandosi, «senza se e senza ma», dalla parte degli iracheni in umile coda per votare e contro i boia che complottano nell’ombra. Domenica a Bagdad un ragazzo che ha perduto le gambe in un attacco terrorista, ha atteso a lungo per votare e poi ha detto a un cronista: «Non sarei mancato a nessun costo, avessi dovuto strisciare fin qui». Si può restare indifferenti davanti a gente così?
    griotta@corriere.it
    01 febbraio 2005

  3. #3
    Il vero è un momento del falso
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    concordo con Bertinotti:ritiro delle truppe di occupazione e ritorno ad una piena sovranità del popolo Iracheno.

  4. #4
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    E soprattutto basta con le elezioni farsa da supermarket delle cifre...

  5. #5
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    Arrow Il voto in Iraq apre la rivoluzione nella sinistra, è propio il D-Day

    Fini: «Una parte della sinistra fuori dalla logica unitaria della Ue»
    Voto in Iraq: l'opposizione si spacca
    Bertinotti: «Presenteri una mozione per il ritiro delle truppe». Prodi: «Un grande giorno per la democrazia»


    ROMA - Gli iracheni hanno votato ma la polemica politica in Italia non si ferma. Ed è la sinistra che sembra uscire spaccata su il significato da dare al voto di domenica in Iraq.

    BERTINOTTI: RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE - «Questo lo decideranno i gruppi parlamentari, ma certamente io lo farei». Così Fausto Bertinotti risponde a chi gli chiede se il centrosinistra, quando il Senato discuterà della proroga dela missione italiana in Iraq, dovrà presentare una mozione per il ritiro immediato delle truppe italiane. «Penso davvero - continua il leader del Prc - che ogni giorno in cui continuiamo la guerra è un giorno in più di insulto alla coscienza di quel Paese e un giorno perso per costruire la pace».

    NON E' UN VOTO LIBERO - «Ogni volta che si mettono dei cittadini in condizione di votare - continua Bertinotti - è naturalmente un elemento positivo. Però c'è il fatto incancellabile che se tu voti in un Paese dove ci sono la guerra e il terrorismo il tuo voto non è libero. Sia che tu abbia paura dell'uno, sia che tu abbia paura dell'altra». «E se vai a votare - spiega il leader di Rifondazione comunista - il condizionamento è del tutto evidente. Per cui, se una lezione va tratta, è quella di finire la guerra e, per quello che riguarda gli italiani, anche quella di ritirare le truppe subito». Bertinotti risponde anche a Silvio Berlusconi, il quale sostiene che l'atteggiamento del centrosinistra sull'Iraq ha danneggiato l'immagine del Paese: «L'Italia di Berlusconi ha fatto un disastro, schierano il Paese in guerra accanto ai fautori della guerra preventiva. Con un danno per l'Italia che purtroppo non finirà neanche a breve, e che ha portato lutti agli iracheni e anche in Italia». «È una pagina davvero nera - conclude - quella che ancora stiamo vivendo con la quotidiana lacerazione della Costituzione italiana, che per fortuna ripudia la guerra. L'unica cosa da fare, ripeto, sarebbe ritirare le nostre truppe».

    PRODI: UN GRANDE GIORNO PER LA DEMOCRAZIA - Il leader della Gad, Romano Prodi, accoglie con «grande soddisfazione per l’elevato numero di voti» l’esito delle elezioni in Iraq. «E’ una grande prova di democrazia anche se naturalmente, la marcia verso la democrazia non è finita - scrive il Professore in una nota - Ora Al Sistani avrà il difficilissimo compito di tenere uniti gli sciiti, divisi tra posizioni moderate e intransigenti e dovrà porre ogni sforzo per associare i sunniti alla costruzione del nuovo Iraq». «La nostra contrarietà alla guerra e la forte spinta per ottenere la democrazia in Iraq non sono mai state in contraddizione tra di loro e non lo sono nemmeno ora. Noi tutti - continua Prodi - abbiamo voluto e vogliamo la democrazia in Iraq. Noi tutti sappiamo però che il prezzo pagato con la guerra dal popolo iraqeno è stato enorme e sarà grande anche in futuro. Dobbiamo contribuire perciò alla costruzione di una democrazia operante in Iraq, una democrazia che vi sarà soltanto quando il popolo iraqeno sarà messo in grado di gestire il proprio futuro. Ricordiamoci infatti che né gli sciti, né i sunniti accettano di essere governati da forze straniere».

    FINI, UNA PARTE DELLA SINISTRA FUORI DALLA UE - A rileggere le conclusioni adottate «all'unanimità» dai ministri degli esteri dei 25 sulle elezioni irachene viene da chiedersi come queste vengano giudicate in Italia in particolare da chi «dice che bisogna ritirare subito le truppe o che le elezioni in Iraq sono false». «In Italia c'e una componente della sinistra più radicale che è fuori dal qualsiasi logica unitaria di tipo europeo», ha detto Fini.
    Il ministro degli Esteri ha sottolineato come le conclusioni dei ministri degli Esteri Ue siano state sottoscritte da Spagna, Francia e Germania e cioè «paesi che non hanno la posizione del governo italiano o del governo britannico». Fini ha spiegato che il testo sottoposto all'esame dei ministri è stato accolto velocemente e «nessuno ha chiesto di modificarlo». «È difficile non giudicare espressione di massima soddisfazione questo documento» perchè, ha osservato Fini, il documento unitario adottato dall'Unione sull'Iraq contiene «termini non enfantici, ma analoghi a quelli usati dal governo italiano». «Per quale motivo ministri degli esteri di paesi che fino al giorno prima del voto avevano un giudizio assai diverso rispetto al nostro, oggi sottoscrivono convintamente questo documento? - si è chiesto il titolare della Farnesina -. Evidentemente perchè quello che è stato detto circa l'enorme significato del voto non è propaganda, è verità. Altrimenti anch'io avrei difficoltà a spiegarmi perché oggi c'è piena condivisione». «È cambiato davvero molto con quel voto e onestà intellettuale di molti paesi fa sì che oggi si dica», ha osservato Fini sottolineando che «oggi un'exit strategy è chiarissima. Se, come molti dicevano, era difficile cominciare quello chè è successo dimostra che ci si è riusciti. Si è dato vita ad un momento importante».

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    Arrèt?Guagliò,é vast...

  7. #7
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  8. #8
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    In Origine Postato da Djaspher
    http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=145329

    Non me ero accorto, visto che questo 3D
    giustamente verrà accorpato ne apro un altro ancora più esplicito sul D-daay del voto iracheno che sconvolge la sinistra

  9. #9
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    In Origine Postato da multietnico
    la guerra in irak non fa parte del programma per governare l'italia.
    comunque ,a sx ci si divide democraticamente.
    la cdl invece basta che ubbidisca al padrone......
    Avete due politiche estere, l'una il contrario dell'altra.
    Siete più di là che di qua.

  10. #10
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    MARINI (MARGHERITA) "AVEVA RAGIONE BUSH"


    Marini: Bush, Blair e i governi alleati avevano ragione


    ROMA - «Bush e Blair avevano ragione...». Se n’era convinto già domenica sera, guardando in televisione le lunghe file di cittadini iracheni davanti ai seggi elettorali. A Franco Marini era parso subito chiaro che quell’evento «di portata storica» avrebbe prodotto delle ripercussioni anche nella politica interna, e che l’Alleanza sarebbe entrata in fibrillazione. Ma ieri mattina - appena giunto nella sede della Margherita - aveva lasciato per un attimo da parte i problemi della coalizione, confidando la propria emozione ad alcuni dirigenti del partito: «L’affluenza alle urne dimostra che è stato compiuto un passo importante per la costruzione della democrazia in quel Paese. Bisogna ammetterlo, Bush e Blair avevano ragione». L’ex leader del Ppi non aveva fino ad allora pronunciato il nome di Silvio Berlusconi, però leggendo le dichiarazioni di alcuni alleati che minimizzavano la portata dell’evento, è sbottato al punto da esplicitare il suo pensiero: «Come si fa a non capire che questa è una vittoria degli americani e dei governi suoi alleati? Spero l’abbiano capito tutti nel centrosinistra. E che d’ora in avanti non si accampino scuse. Che ci serva da lezione, perché non possiamo muoverci con leggerezza in politica estera». Marini sa che la materia, nella Fed, è competenza di Romano Prodi, e attende di capire in che modo il Professore riuscirà a trovare un compromesso tra la posizione di Francesco Rutelli e quella dei Ds, e poi tra l’Ulivo e Rifondazione.
    Già ora si appalesa una profonda spaccatura, e già ieri mattina il dirigente dei Dl aveva messo nel conto che «a qualcuno dei nostri alleati verrà la bella idea di chiedere il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. E magari proporrà anche una mozione parlamentare. In tanti ne sarebbero capaci, solo che stavolta li prenderemmo a pernacchie». Chissà se Marini dirà la stessa cosa ora che Fausto Bertinotti ha lasciato intuire la mossa del Prc. Il fatto è che non ne può più di «sentir dire certe fregnacce», provenienti anche da un’area del suo partito: «Me lo ricordo cosa dicevano i pacifisti. Ricordo che secondo costoro non si sarebbe andati da nessuna parte. Ecco la risposta, i risultati in Iraq ci sono stati, eccome».
    Il dirigente della Margherita è consapevole che nel centrosinistra erano in molti a ritenere impossibile l’esportazione della democrazia. Non è che sia diventato all’improvviso un sostenitore della guerra in Iraq, ma «dopo quello che è accaduto domenica, vogliamo ragionare?». Per farlo, bisogna prima riconoscere che «Bush, Blair e i loro alleati hanno vinto». Il nome di Berlusconi continuerà a evitarlo, però sa benissimo che quel nome va inserito nella lista dei vincitori. D’ora in poi, vorrebbe che la coalizione di centrosinistra non rimanesse estranea alla lista. Anche perché - tradizione diccì insegna - in politica estera bisogna essere rigorosi, mentre sull’altare dell’alleanza con il Prc il famoso «Triciclo» prima delle Europee del 2004 accettò di votare insieme a Bertinotti una mozione per il ritiro delle truppe, pur di non mostrarsi divisa alla vigilia delle elezioni.
    Allora Marini, insieme a Gerardo Bianco e Antonio Maccanico, si pose alla testa di un piccolo gruppo di parlamentari che dissentì dalla decisione di votare contro il rifinanziamento della missione italiana: «In politica estera - spiegò l’ex segretario del Ppi - non siamo né carne né pesce, e continuiamo a ondeggiare. La verità è che si sta discutendo su una materia delicata in modo approssimativo e superficiale. Dopo le Europee bisognerà approfondire la questione, perché non si può andare avanti così. E comunque una cosa è chiara: in Iraq dobbiamo restarci e ci resteremo». Dopo le Europee la vicenda irachena finì nel sottoscala della politica nazionale, e ora che torna in primo piano si approssimano le Regionali: l’Alleanza avrà voglia di «approfondire» il tema?
    Per certi versi sarà costretta a farlo, visto che l’argomento rischia di «rovinare» il congresso dei Ds a Piero Fassino, e visto che la prossima settimana il centrosinistra dovrà decidere quale posizione assumere al Senato sul decreto che finanzia nuovamente la missione italiana in Iraq. «Dopo quello che è accaduto domenica, possiamo avere dei dubbi?», si chiedeva ieri Marini. Già nella scorsa primavera, quella mozione per il ritiro venne giudicata «un errore» anche per lo strappo che produsse con il Quirinale. Non a caso Maccanico rivelò qualche giorno dopo che Ciampi gli aveva fatto sapere di «aver apprezzato la mia scelta». Marini non farà mai il nome di Berlusconi, non l’ha fatto ieri neppure commentando la commessa per i futuri elicotteri del presidente americano, vinta dall’azienda italiana Agusta: «Sì, qualcuno gli ha dato una mano d’aiuto. Ci sarà di mezzo la Cia...».

    Francesco Verderami
    E' questo l'idolo no global????

 

 
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