Percorrendo distrattamente la strada di tutti i giorni, a volte l’occhio si ferma sulle scritte e sui murales che mani fantasiose riescono a raffigurare su quei vecchi muri di fabbriche abbandonate, e tra quelle scritte una colpisce l’attenzione più delle altre: “Tizio uno di noi”.
Un’altra mattina poi al solito bar, mentre tenti di aprire con fare acrobatico la bustina dello zucchero dando un’occhiata a questo giornale, quella frase ti riappare tra le colonne stampate: “Caio uno di noi”.
Allora, mentre lo sguardo segue lentamente il vortice di schiuma tracciato dal cucchiaino nel caffelatte, la mente comincia ad accendersi con un interrogativo: “Uno di noi, si. Ma noi chi?”.
Quella domanda comincia a tormentarti senza riuscire e trovare una pronta risposta; pensi ai neuroni ancora assopiti, al bicchiere di troppo della sera precedente o più semplicemente, all’età che in qualche modo un trentenne dovrà pur cominciare ad accusare. Niente risposta.
Ti potrebbe aiutare un’ispirazione; in fondo quella frase riguarda un plurale, e ammesso di sentirti uno di quelli, forse ancora troppo giovane per poter filosofeggiare coscientemente sulla tua posizione, cerchi gli “altri noi”.
Da osservatore esterno forse riusciresti a trovare in loro quella risposta che non riesci a trovare dentro te stesso.
Diventa l’obiettivo del giorno: guardare, scrutare e osservare la gente che ti circonda; quello che fanno e dicono dovrebbe permetterti di trovare in qualcuno la soluzione del tuo perchè.
Il traffico mattutino diventa il tuo primo campo di ricerca, hai tutto il tempo necessario per osservare gli altri conducenti; come diligenti formichine ognuno aspetta pazientemente il proprio turno per alzare di poco la frizione e permettere all’auto di percorrere quei soliti tre, quattro metri. Le formiche devono essere più veloci e non creano ingorghi: forse la loro viabilità è migliore, o forse non hanno i tuoi stessi amministratori.
A destra, alla guida di un’argentea tedesca stellata, ti affianca una bella signora impellicciata sui cinquant’anni, o meglio la pelle dimostra quell’età; forse i suoi documenti non sarebbero d’accordo a giudicare dalle mani poggiate sul volante di pelle. Non è una “noi”.
Volgi lo sguardo a sinistra e ti sbatte in faccia il profilo di un'union jack grande come il tettino dell’auto. Non guardi dentro; “fighetto” escluso.
La fila di latta ha un sussulto ed improvvisamente ti ritrovi con tutto il pedale della frizione alzato: senza accorgertene infili quasi un giro di pista: alla nuova sosta ti ritrovi quasi affiancato ad un furgoncino che deve aver visto giorni migliori; la tua utilitaria quasi gonfia il petto. Dentro il mezzo, dotato da quel che vedi e odori di tubi di scarico modello etneo, intravedi parecchie persone; non riesci a contarle, ma intuisci che forse non sono tuoi connazionali. I loro occhi non parlano di libertà, non vedono quello che gli fu raccontato nel loro paese; i sogni sono diventati incubi ed hanno capito che la nostra solidarietà nella loro terra si chiama schiavitù. Non hai bisogno di vedere la brutta faccia del tuo connazionale alla guida; lui con “noi” non c’entra niente.
Qualche cambio di corsia e davanti si apre un varco, ti c'infili ed avanzi un poco, scambiando qualche occhiataccia con il pneumatico di un tir. Alzi lo sguardo e nella cabina di guida noti l’autista con lo sguardo oltre il finestrino, perso tra le scatolette immobili al piano inferiore. Assorto nei pensieri; buon segno. Cambi lato e capisci a cosa puntava quello sguardo: un paio di gambe con la pelle a fare scopa con quella del sedile; alzi la mira e incroci due occhi azzurri persi in una cascata di capelli lisci color dell’oro. Ti senti osservato con sufficienza; del resto la tua utilitaria non può competere con la sua bassa macchina sportiva. Il suo sguardo sembra dire che tu, misero, non potrai mai fartela con una come lei; il tuo dice invece che mentalmente il modo come fartela lo hai già immaginato, e lei lo sa. Scartata; si specchia troppo e non te la dà per partito preso. Scartato pure l’autista del tir in overdose di libidine.
Finalmente, dopo altre file senza fine e ricerche senza esito arrivi al tuo posto di lavoro. Qui hai poco da osservare; lo fai ormai da parecchio tempo per aspettarti che i tuoi colleghi possano in qualche modo sorprenderti, ma tenti lo stesso.
Entri lasciando cadere tra l’indifferenza generale il solito “buongiorno” e raggiungi la postazione osservando il perfetto disordine che regna sulla tua scrivania. Ti riprometti che prima di andare in pensione riuscirai a dare una sistemata; poi pensi che alla pensione non ci arriverai mai e concludi che forse quel caos ti “caratterizza”.
Le pause caffé, il pranzo e qualche sigaretta scandiscono il passare delle ore di una giornata molto simile alle altre, forse troppo. Concludi soltanto che tra le persone intorno a te non hai trovato alcun “noi”; non può esserlo chi con fare quasi isterico si lamenta delle condizioni meteo per la sua prossima domenica su una spiaggia coperta di nuvole o in montagna su piste di neve “sfarinata” e “non compatta”; non può esserlo chi un giorno discerne sul colore della giacca adatto a richiamare la sfumatura del tailleur, un altro giorno sul tipo di acconciatura più alla moda, e via così perpetuando; nè può esserlo chi scandisce il calendario con l’aumento della velocità dei processori, chi con le giornate di campionato, e chi con l’inizio e la fine del reality show di turno.
Ancor meno lo è chi ha avuto con te un qualche contatto andato oltre la facile ironia da ufficio, e al quale hai mostrato speranzoso il tuo essere reale, quello che ti fa stare dalla parte dei “noi”; dal “simpatico” sei passato velocemente al “diverso”, per finire infine al “fanatico” da evitare.
Pazzo tra i sani, asociale tra gli estroversi, antipatico tra i simpatici, difficile tra i faciloni. In poche parole “snob(sic!) e pure stronzo”; il tuo identikit, la tua condanna senza appello.
Del resto non ti aspetti niente di diverso; ti presenti con un giornale dai titoli come martellate su mani ghiacciate, ascolti musiche che conosci solo tu, hai una sola faccia per tutte le occasioni, dai alla parola data più valore di mille firme, per ogni problematica hai un soluzione diversa da tutte le altre, e in ogni discussione porti avanti tesi solitarie difendendole all’arma bianca.
Mai allineato al pensiero comune, mai politicamente corretto, sempre controcorrente; salmone solitario in un fiume di trote ammaestrate.
Pensieri che accompagnano il tuo ritorno a casa, mentre le luci della notte illuminano il tuo volto riflesso dal revisore; ti guardi negli occhi e trovi quello che stai cercando: “Uno di Noi”. Il cd mastica le note di una di quelle canzoni “alternative”:
“non siam né eroi né santi, portiam la nostra croce….
con la rabbia in mezzo ai denti sembriamo senza cuore….”.
Quel “Uno di Noi” non è un modo di dire; c’è ancora chi crede nei sogni, chi non si è fatto rubare gli anni imparando a dire no, chi cerca la verità tra le pieghe di una storia negata. Esistono ancora fiori nei prati di rovine, ancora uomini che aspettano l’alba del nuovo giorno, il sorgere del sole che dissipi l’oscura mediocrità che ti circonda.
Squilla il telefono, rispondi, sorridi: un altro come te ti cerca per quel comunicato da stilare o quel presidio da organizzare, impegni della vita di tutti i giorni dove metti la tua passione e sete di giustizia.
Sai di non essere solo.
E mentre apri la porta di casa sorridendo alla tua famiglia, ti torna in mente un‘altra di quelle canzoni:
“Noi pochi, Noi felici pochi,
Noi manipolo di fratelli”.


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