Dal Riformista:
ANALISI. DOVE È FINITO L’ASSE DEL NORD DI OSCAR GIANNINO
Le famiglie italiane non hanno fiducia e dal blocco si sfilano impresa ed editoria
Non sarà come alle regionali del 2000 e il premier non si dimetterà. Ma nella Casa delle libertà la linea del «è successo solo perché Berlusconi non era in campo lui» sarebbe suicida. Le regionali di ieri sono per la maggioranza una secca lezione. E' un voto politico nazionale. Gli elettori bocciano sonoramente la lunga verifica seguita alla sconfitta delle provinciali a Roma nella primavera 2003. La sua lenta e travagliata composizione dal luglio all'autunno scorso era traguardata non alle politiche ma alle elezioni regionali del 2005. E l'operazione è fallita.
Negli anni alle nostre spalle i dati e le interpretazioni sull'affermazione elettorale del centrodestra nel 2001 non hanno trovato coerente e organico riscontro nell'azione di governo. Se in Gianni Letta Berlusconi ha un ottimo Mazarino, capace di districarlo alle brutte dalla Fronda, e di alleviargli con esperienza e misura l'istruzione delle decisioni e delle relazioni di potere, gli è mancato per molte ragioni un Karl Rove. Qualcuno che ogni giorno avesse potere e mandato di concentrare il fuoco su ciò che davvero aveva portato alla vittoria, per incrementarlo alla prossima tornata.
E' l'irrisolta natura della coalizione, ad aver pesato. Un'alleanza tra distinti ma condivisa davvero al di là del suo fondatore e capo attuale, avrebbe potuto avviarsi sulla strada di una riunificazione di tre delle sue componenti in una sezione italiana del Partito popolare europeo, con la sola Lega a restarne fuori. Ma l'ipotesi è esistita solo sulla carta. Storace e altri esponenti di An riposero l'arma della scissione solo una volta chiaro che sarebbe stato definitivamente abbandonato il progetto della sezione italiana del Ppe, che avrebbe comportato la scomparsa o una forte attenuazione identitaria di An. Abbandonato il modello "tedesco", di un'alleanza a tre tra un troncone maggioritario a forte ispirazione cristiana e un secondo pilastro minoritario ma a forte radicamento territoriale come la Lega, la stabilizzazione pluridentitaria dell'alleanza moderata è rimasta senza risposta.
Allo stesso modo, l'azione di governo in coerenza al mandato ottenuto nel 2001 è stata monca. Forza Italia e Lega avevano proposto un'offerta politica fortemente orientata a incrociare la protesta contro lo Stato, contro i partiti tradizionali e contro il pubblico, espressa da una parte dei ceti medi autonomi e dai piccoli imprenditori diffusi soprattutto nel Nord. Di qui temi come la riduzione e qualificazione dell'intervento pubblico, l'alleggerimento della pressione fiscale, la liberalizzazione del mercato, la flessibilità del lavoro. Ma i consensi ottenuti presentavano esiti contrastanti al messaggio prevalente. Il centrodestra vinceva tra le casalinghe, il centrosinistra tra gli studenti e i dirigenti, anche privati. Il voto dei pensionati era equilibrato, anche se leggermente spostato a favore del centrosinistra. Il voto degli operai si riequilibrava rispetto al passato, ma lievemente a favore del centrodestra. I ceti medi privati e la borghesia medioalta urbana si allineava a maggioranza col centrodestra, i ceti medi pubblici sulle posizioni del centrosinistra.
Semplificando brutalmente, la Lega ha dato all'alleanza un solo obiettivo prioritario: la modifica della Costituzione. Ha saputo mantenere fissa la barra affrontando un anno di terribile eclisse del suo leader per causa di forza maggiore. E alle regionali riprende localmente a crescere. Ora sul compimento della doppia lettura costituzionale della riforma entro la legislatura, ciò a cui tiene più di tutto, si abbatte l'incognita se davvero per lei valga la pena, restare alleata a "questa" Casa delle libertà alle politiche. Quanto ad An, resta ancorata a un livello complessivo di consensi che mostra l'insufficienza del proprio ancoraggio. Il partito guidato da Fini in questi anni ha fatto una scelta in qualche misura precisa. Con tutti i limiti delle generalizzazioni, il messaggio prevalente di An si dirige al milione di occupati nell'agricoltura (il settore grazie al cui traino - paradossalmente per essere noi un paese avanzato - il Pil nel 2004 è cresciuto sia pur solo dell'1 per cento, di fronte alla crisi di industria e servizi) e ai 4 milioni e 700 mila che compongono l'universo del pubblico impiego. Non stava e non sta ancora nel Dna di An ergersi a campione di una visione fortemente concorrenziale e aperta al mercato. Così non cresce, per limiti sociologici può solo "tenere". Ed è problema che non riguarda il due per cento raccolto nel Lazio dalla Mussolini.
I colpi più gravi sono quelli incassati sull'area centrale che segnò il successo del 2001. Sulla somma di tre componenti eterogenee. Una componente è sociale e prescinde dai redditi: le famiglie italiane non hanno fiducia. Malgrado i dati ufficiali Bankitalia sui redditi disponibili e sulla ricchezza patrimoniale dei nuclei familiari smentiscano la vulgata dell'impoverimento, la sfiducia delle famiglie è la radice della possibile futura sconfitta interclassista dell'alleanza moderata in Italia. Diverso sarebbe stato sul sentiment delle famiglie l'impatto di una generale attenuazione delle aliquote sul reddito personale concentrato nei cento giorni dopo il voto 2001 o comunque non oltre la finanziaria approvata a fine 2002. Aver diluito il taglio non ha causato né l'effetto ripresa a breve sul complesso dell'economia dovuto a maggior domanda, né tanto meno incentivi alla ripresa della produttività sul lato dell'offerta. La promessa, alle prossime politiche, di due sole aliquote per tutti, 22 e 33 per cento, ha il fortissimo rischio di non essere creduta.
Una seconda componente è quella in cui la crisi di rappresentanza si è manifestata in questi anni nella maniera più netta: l'impresa privata. La presidenza di D'Amato in Confindustria nasceva dalla premessa del no alla deflazione indotta dalle imposte dell'Ulivo. L'attuale presidenza Montezemolo ripudia il centrodestra che ha fatto poco per l'impresa. I poteri bancari ed editoriali non daranno una mano a Berlusconi, in questo quadro. E l'avviso europeo venuto ieri sui conti italiani vincola il governo a non fare proposte di abrogazione totale dell'Irap, che potrebbero costituire una base di ripresa del rapporto con l'impresa.
La terza componente è territoriale: c'è un problema di rappresentanza del ceto medio produttivo privato, ed è una partita decisiva soprattutto nel Nord, l'area che alla Casa delle libertà ha riservato ieri sonore bocciature, sia dove ha perso sia dove ha rivinto vedendo però decrescere e di molto i propri voti. Non è problema che si risolva più solo con la Lega e la sua componente di elettorato. Da Torino a Venezia, le 500 piccole e medie imprese di punta italiane da far crescere come nuovo motore dell'Italia stanno quasi tutte su quell'asse, e come unico interlocutore hanno fondazioni bancarie determinanti negli assetti di controllo degli istituti dal cui credito le imprese dipendono: fondazioni che non a caso hanno ripreso in questi anni a guardare ancor più a sinistra.
Una sfida frontale a Berlusconi come quella lanciata dal Corriere della sera di Mieli nasce dalla consapevolezza che questi tre fronti di crisi aprono sotto i piedi dei moderati liberali del centrodestra un fossato crescente. Mieli, tattico e abile com'è, col suo no se si vuole anche eccessivamente gridato a una riforma costituzionale che non ha tutti quei difetti tali da associarla credibilmente all'8 settembre - pur avendone di seri - usa consapevolmente un'arma acuminata per candidarsi a daziere degli smobilizzi moderati rispetto al magnate-premier. Ed è esattamente la sfida che tocca a tutti, nel centrodestra, all'indomani delle regionali. Lasciare la risposta alla sola dimensione carismatica del leader, significherebbe aver decretato che la Casa delle libertà nasce e muore con Silvio Berlusconi.




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