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    Predefinito Il Voto In Irak Cambia Tutto, Ma Non Come Volevano In Usa

    Robert Fisk, grande giornalista, arabista e inviato speciale dell’Independent in Irak, non crede che Bush potrà esultare, né dichiarare, dopo il voto iracheno, “missione compiuta”. Gli americani, nella loro propagandistica “esportazione della democrazia”, hanno avuto “troppo” successo. Un successo che si può volgere contro di loro.
    Sono state elezioni per modo di dire: la gente ha votato candidati di cui non era stato reso noto il nome (per la loro incolumità), in uno stato d’emergenza che rende risibile parlare di voto “regolare”. Ma, come nota il commentatore americano Juan Cole, non è stata elezione, ma è stato un referendum. Il che non sminuisce, ma anzi esalta la potenza dell’evento. Prima che una elezione per questo o quel partito politico è stato un referendum pro o contro la democrazia: e gli iracheni, a maggioranza, hanno detto sì. E’ stata l’irruzione della sovranità popolare, e del suo quasi miracoloso potere legittimante.
    “Legittimità” è un concetto difficile da spiegare. Ma, in Irak, da domenica è facile capire che la galassia terrorista la sua legittimità l’ha persa. I tikriti e baathisti hanno condotto con spietata efficacia militare una guerriglia che, fino a ieri, potevano definire come lotta nazionale di liberazione contro l’occupante. Oggi questa legittimazione è scomparsa. I tikriti hanno commesso l’errore di sparare e terrorizzare il loro stesso popolo, i sunniti, per impedire loro di votare. E’ un errore, peggio che un crimine. Si sono confusi con le azioni dell’ambiguo sedicente “Al Zarkawi”, uno straniero che è anche, molto probabilmente, un “terrorista sintetico”, un’invenzione di centri interessati ad una strategia della tensione senza fine che porti allo smembramento dell’Irak per linee etnico-religiose. Non a caso “Al Zarkawi” ha esordito con bombe e proclami anti-sciiti (politica demenziale, in un Paese sciita in maggioranza); domenica ha finito anche lui per esercitare il suo terrore soprattutto contro i “fratelli” sunniti.
    La forza legittimante del voto iracheno legittima persino, a posteriori, l’invasione americana. La prima giustificazione dell’intervento infatti (“Saddam possiede armi di distruzione di massa”) si è rivelata menzognera e ormai inutilizzabile. Restava “l’esportazione della democrazia”: motivazione propagandistica e secondaria, sulla cui onestà fanno dubitare le azioni americane. Prima, hanno cercato di consegnare il potere a un dittatore di loro scelta, Chalabi. Poi hanno messo un loro vicerè, Paul Bremer, a comandare su un popolo privato della sovranità, come MacArthur nel Giappone occupato. Varrà la pena di ricordare che il 15 novembre del 2003, Bremer annunciò una forma addomesticata di democrazia, con “elezioni” fissate per il maggio 2004. I protagonisti di tali “elezioni libere” dovevano essere i consigli municipali e provinciali, riempiti di notabili scelti dagli Usa in base al loro collaborazionismo. Sostanzialmente, l’elettorato – nei piani di Bremer – doveva essere ridotto a questo notabilato filo-americano. Il contrario del principio “un uomo-un voto”
    Ma accadde un fatto inaudito. L’ayatollah Al Sistani emise una fatwa per condannare questo piano di votazioni addomesticate, e reclamare invece elezioni libere secondo il mandato dell’Onu: che, va notato, Al-Sistani evocò esplicitamente, come fonte da lui riconosciuta della legittimità internazionale. Bush si disse “estremamente offeso” dalla richiesta di Al Sistani. Seguì un braccio di ferro di Bremer con l’ayatollah, senza esclusione di colpi: dalle più feroci stragi di “Al Zarkawi” contro fedeli sciiti nelle moschee, fino alla rumorosa agitazione del piccolo ayatollah Moktada al Sadr (implicitamente avverso a Sistani). Bremer arrivò a meschinità incredibili: come quella di non riconoscere, come documento d’identità valido per il voto, le tessere Onu per le razioni alimentari.
    Il sogno Usa era evidentemente la conferma in “libere elezioni” del primo ministro ad interim scelto da loro, Allawi, ex agente della Cia ed ex massacratore baathista. Il voto, invece, ha dato la vittoria ad Al Sistani: sagace, prudente e silenzioso (magari avessimo un Papa altrettanto laconico di quell’ayatollah) unificatore della galassia sciita irachena. Ora è questa la protagonista: per la prima volta nella storia, mai sperimentata, carica di incognite. Gli americani paventano il saldarsi della “mezzaluna scita” in tutta l’area: dall’Iran alla Siria (dove è sciita la componente del dittatore alawita) fino alle minoranze oppresse in Arabia Saudita e negli Emirati, e agli sciiti del Libano.
    E’ un rischio che forse non si concreterà. Al Sistani ha imparato la lezione iraniana, non vuole un governo dei mullah, una teocrazia con le mani in pasta che finirebbe, come a Teheran, nel discredito e nella corruzione ipocrita. E sembra non simpatizzi con il clero dell’Iran: fino ad oggi, e nonostante gli sforzi di “Al Zarkawi” per innescare la guerra civile in Irak, gli iracheni, anche sciiti, si sono comportati fondamentalmente come una nazione. Gli sciiti hanno fatto più di un passo per far partecipare al potere la componente sunnita, e questo in nome della nazione. Il nazionalsocialismo di Saddam, ed otto anni di guerra contro l’Iran, hanno apparentemente fatto dell’Irak una nazione non troppo fragile. D’altra parte oggi Al Sistani deve la sua legittimità non tanto ad Allah, quanto al voto della maggioranza: e questo cambia molte cose. L’Irak riconferma, anche nella situazione tragica, la sua relativa modernità e laicità.
    Ancor più le cose cambiano per gli americani. Dopo il voto iracheno non possono più comportarsi come occupanti. Solo negli ultimi quattro mesi i suoi soldati hanno ammazzato 600 civili sparando a casaccio ai posti di blocco; qualcosa come 20 miliardi di dollari di proprietà dell’Irak sono spariti nelle ruberie dell’invasore; gli Usa stanno costruendo 16 basi militari permanenti in Irak. Tutto ciò – tutto questo arraffare, torturare, ammazzare e occupare senza rendiconto – non è più legittimo. E lo diventa sempre meno, ogni giorno d’occupazione in più. Non c’è più la massa anonima e senza diritti che gli Usa trattavano come Sharon tratta i palestinesi; c’è un popolo che ha espresso col voto la sua sovranità.

    Naturalmente, tutto può andare tragicamente a monte. L’indecifrabile violenza – meramente criminale – scatenata in Irak può rendersi più cruda. La componente criminale che esiste in ogni guerriglia partigiana può sopravvivere per decenni all’esaurirsi delle proprie motivazioni politiche (come le FARC in Colombia, riciclatesi da comunisti a narcos) e impedire l’esercizio pacifico della sovranità. Il sintetico “Al Zarkawi” può ricevere l’incarico di impazzare dalle sue centrali di comando, che sono sicuramente più ad Ovest di Baghdad, se non a Washington, magari a Tel Aviv. I regimi circostanti hanno meno giustificazioni di ieri per negare il voto ai loro popoli in nome della “stabilità” e del “pericolo fondamentalista”, e possono avere l’interesse di aggravare il caos. Vedremo chi si assumerà la responsabilità di frodare un popolo del suo diritto; sarà magari il più forte, ma sarà illegittimo. E la responsabilità ultima del disastro cadrà sugli Stati Uniti, portatori di democrazia armata. Varrà per loro quel che Benjamin Constant scrisse in De l’Esprit de la Conquète (1813) contro Napoleone e la sua esportazione armata degli “immortali principi“: “esseri umani sono sacrificati ad astrazioni, un olocausto di invididui è offerto al ‘Popolo’”.



    di Maurizio Blondet
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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    Cosa salta in mente a Blondet?
    Agli americani interessano i rubinetti del petrolio e, Al Sistani o no, non se ne andranno certo da lì pacificamente, grazie alla volontà di un governo legittimo democraticamente eletto.
    Solo con le armi si possono cacciare e questo è quanto cercano di fare i gruppi della guerriglia sunnita, avendo contro sciiti e curdi.
    Che faranno Al Sistani e gli altri? Andranno dagli americani e diranno loro: "grazie di tutto, ora però andatevene, che il petrolio ce lo gestiamo noi come vogliamo e che le basi americane in Iraq ci danno fastidio."?
    Figuriamoci se quelli sono disposti ad aver perso 1500 uomini (finora) per togliere Saddam e mettere altri che, come lui, vogliono farsi i cavoli loro e non gli interessi statunitensi.

 

 

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