Al di là della grancassa mediatica, è successo ciò che era più prevedibile: sciiti e curdi hanno votato in massa, i sunniti hanno disertato le elezioni e sono scoppiate molte bombe.
L'affluenza massiccia di sciiti e curdi non deve affatto stupire: non si tratta dell'adesione di colpo a un ideale democratico, né di una conversione sulla via di Damasco ai valori occidentali, ma di un mero atto politico: hanno occasione di farsi sentire e sfruttano il mezzo elettorale, trovandeselo a disposizione.
Le conseguenze in prospettiva sono ancor più prevedibili: guerra civile. Avremo un governo (o meglio, per ora una costituente) che esprime la volontà solo di una parte del paese contro tutta un'altra parte, non maggioritaria in assoluto ma fondamentale, che occupa il centro dell'Iraq, che ha scelto come mezzo di interlocuzione politica la guerriglia, snobbando senza tentennamenti questo rito democratico imposto.
Ciò significa anche che ci vorrà ancora molto tempo prima che gli americani se ne possano andare e che forse, quando andranno via, dovranno farlo da perdenti, rinunciando a mettere in ordine le cose, che tradotto in un linguaggio più reale significa aver creato un potere centrale stabile in grado di garantire l'afflusso del petrolio e il suo controllo di fatto agli americani stessi e aver prevenuto o represso il formarsi di entità politiche o militari ostili ad essi nell'interno dell'Iraq.




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