Davos e/o Porto Alegre
di Carlo Stagnaro
Davos e/o Porto Alegre. I due eventi che oggi prendono il via appaiono l’uno l’antitesi dell’altro.
In Svizzera si svolge il Forum Mondiale sull’Economia: 2250 delegati provenienti da 96 paesi discuteranno dei temi che rendono calda l’attualità, dalla tumultuosa crescita cinese al futuro dell’Iraq. Il filo rosso che lega i vari argomenti è l’esortazione ai potenti a assumersi “La responsabilità di scelte difficili”.
La cittadina brasiliana, dove si celebra il Forum Sociale Mondiale, appare meno colorata di due anni fa. Il presidente Ignacio Lula da Silva, allora accolto come campione no global, adesso rivolgerà ai presenti un saluto formale prima di volare a Davos. Il suo appeal è molto calato, specie da quando ha sottolineato il rischio che la kermesse diventi “un bazar di prodotti ideologici dove ognuno vende e compra ciò che vuole”. Una sorta di gigantesco festino i cui commensali sono uniti da nulla se non un confuso rigetto della globalizzazione e l’odio per i leader politici espressi da forze di destra, primo tra tutti naturalmente George W. Bush.
I due forum hanno molto in comune. Il viaggio di Lula dall’uno all’altro esprime simbolicamente un fiume carsico che bagna entrambe le cittadine. Se la riunione di Porto Alegre si propone di elaborare armi politiche per avversare la globalizzazione, quella di Davos intende sviluppare una governance mondiale, cioè: trovare una sorta di “terza via” tra l’ormai inefficiente struttura dello Stato nazionale e l’esplosione degli scambi mondiali.
La libertà economica non è mai andata a genio a chi detiene il potere: una società libera è autonoma, difficilmente controllabile. Non accetta che sia il governo a prendersi cura di lei, non vuole che le sue ricchezze le siano strappate per alimentare un esercito di politici arroganti e burocrati scansafatiche.
Un tempo, lo Stato nazionale era in grado di tenere sotto controllo il popolo. Le parate militari ne facevano balenare la violenza latente, ma le armi più micidiali erano carte bollate e codicilli scritti in piccolo sulla Gazzetta Ufficiale. Oggi, il progresso tecnologico e il collasso dei sistemi socialisti hanno aperto la finestra su un mondo nuovo, la globalizzazione appunto. Una terribile minaccia per il potere politico: se ne rendono conto i leader riuniti a Davos e, su un piano diverso, ne hanno paura i nostalgici dell’economia pianificata che banchettano a Porto Alegre.
La quadra può venire da quello che in Italia è stato definito “colbertismo mite”: la versione buonista del protezionismo, l’idea che la competizione non riguardi le imprese ma i Paesi. Da qui, i nuovi ruggiti della politica industriale. Eppure, è di un’evidenza palmare il fatto che i settori economicamente vitali, quelli che generano benessere diffuso, sono quelli liberi dall’interventismo pubblico.
Davos e Porto Alegre combattono, in un certo senso, ma lo fanno su un terreno ideologico indiscusso, il primato dello Stato sull’individuo. La libertà di tutti è in pericolo quando certi consessi sono riuniti.
(Da L'Indipendente, 27 gennaio 2005)


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