Roma. Vittorio Messori ha costruito sul Corriere della Sera di domenica una pagina intera attorno al presunto miracolo della madonnina di Civitavecchia. Una statua come altre arrivata da Medjugorje alla parrocchia di S. Agostino – contrada Pantano –che dieci anni fa pianse sangue umano, prima davanti a una bambina di cinque anni e un mese dopo tra le mani del vescovo locale, monsignor Girolamo Grillo.
Messori, che ha avuto accesso al dossier inedito della diocesi di Civitavecchia, ha calibrato la sua anteprima giornalistica sulle conclusioni dei presuli locali, secondo i quali il fenomeno ha dato vita a pellegrinaggi che non conoscono flessioni e anzi producono “consolanti frutti di conversione e spiritualità”.
Da questo traguardo s’irraggia un resoconto che Messori ha largamente identificato con lo sfondo emotivo del dossier. Insomma un racconto svolto sotto il segno dell’eccesso.
Dall’eccesso di significato di una statua che si mette a lacrimare sangue all’eccesso della vicenda di fede e di dubbio razionale che da questo mistero ha preso forma.
Fino all’esagerazione, probabilmente di righe e certamente di aggettivi, nella narrazione dei contenuti di quel dossier.
Lì dove l’insieme è “impressionante”.
Il diario privato del monsignore, dapprima scettico poi choccato, è inevitabilmente “drammatico”.
Il verdetto del padre mariologo Stefano De Fiores, che rinvia all’epifania divina, è “denso di teologia” mentre il pellegrinaggio a Civitavecchia è “incessante” e le litanie sono “senza posa”. Perfino la scienza fa la sua figura bella, quando appare senza lasciare traccia perché, in nome della verità, gli esperti di medicina legale hanno sconsigliato di procedere all’esame del Dna di quel sangue inatteso. E così via, tra allusioni non sempre sorvegliate che diventano quasi certezza di trovarsi al cospetto del Soprannaturale (sul Corriere scritto maiuscolo).
O più esplicitamente di fronte al “dito di Dio”, secondo l’impegnativa citazione evangelica spesa sull’argomento dal prete mariologo.
La cautela del Vaticano
Tutto ciò – ammetteva ieri lo stesso Corriere – mentre il Vaticano, più cauto di Messori e meno coinvolto emotivamente della diocesi di Civitavecchia, tace in pubblico e nega di fatto il riconoscimento all’ipotetico miracolo. E per di più in privato, attraverso la parola del cardinale Joseph Ratzinger, invita intanto a soprassedere.
E’ dunque più forte il dubbio della Chiesa che la comprensibile tentazione e il legittimo smarrimento d’una diocesi abbagliata. E magari va così perché non è nel dettaglio del mistero, ma piuttosto nella pretesa di svelarlo all’ingrosso che si nasconde la pietra d’inciampo.
Infatti si fatica a comprendere il modo speciale con cui il Corriere si è accostato alla faccenda.
Con l’enfasi indotta dal dossier che viene replicata senza distacco.
Con la drammatizzazione sudamericana sopraggiunta nell’esposizione delle ulteriori visioni della bambina che inaugurò la vicenda; e ancora oggi è convinta che perfino la copia di quella statua che staziona nel soggiorno della sua casa trasudi essenze profumate (in origine solo nei giorni di festa, ora più spesso).
L’impressione che se ne ricava è di qualcosa sospeso a metà tra il modernariato spirituale e il new age. Un fenomeno da magic shop, da bottega dello spirito in cui una madonna misteriosa e vestita d’attesa diventa il pretesto per un colpo di sole spirituale collettivo.
Qualcosa che richiama alla lontana la storia del giovane tibetano di cui scrisse la teosofa Alexandra David-Neel negli anni Venti del secolo scorso. La storia di un giovanotto partito per un lungo e infruttuoso viaggio in cerca di reliquie sante. E che, non volendo sfigurare al ritorno, spacciò per denti di un degnissimo asceta alcuni molari strappati dalla mascella di un cane morto.
Con il risultato che i compaesani presero in parola il ragazzo e dall’adorazione di quei denti vollero far discendere autentici prodigi.
E’ un caso diversissimo, questo, in cui s’affaccia tuttavia la medesima apertura al sacro, il bisogno tutto umano d’una trascendenza cui rivolgere la sincerità della fede mortale.
Che poi è forse il vero miracolo e non è confinabile nella contabilità delle anime scosse da una lacrimazione sanguigna.
A meno di volere che una Chiesa altrimenti rinunciataria, oggi, possa racchiudere con leggerezza il suo messaggio di presenza nella secrezione di una statua accolta come indiscutibile segnale di Dio. Come se la Chiesa possa davvero farlo senza che si avverta il riflesso tardivo di un’idolatria strapaesana. In un’operazione in fondo resa più grande di quello che si può credere, anche perché riplasmata sul palcoscenico editoriale di un grande quotidiano milanese attraversato da un illuminismo intermittente. Come quello delle luci colorate che adornano il capo delle tante madonne di plastica vendute a 5 euro sulle bancarelle ai lati della parrocchia di S. Agostino a Civitavecchia.
Da Il Foglio del 25 gennaio
saluti




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