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Discussione: La bottega della fede

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    Predefinito La bottega della fede

    Roma. Vittorio Messori ha costruito sul Corriere della Sera di domenica una pagina intera attorno al presunto miracolo della madonnina di Civitavecchia. Una statua come altre arrivata da Medjugorje alla parrocchia di S. Agostino – contrada Pantano –che dieci anni fa pianse sangue umano, prima davanti a una bambina di cinque anni e un mese dopo tra le mani del vescovo locale, monsignor Girolamo Grillo.
    Messori, che ha avuto accesso al dossier inedito della diocesi di Civitavecchia, ha calibrato la sua anteprima giornalistica sulle conclusioni dei presuli locali, secondo i quali il fenomeno ha dato vita a pellegrinaggi che non conoscono flessioni e anzi producono “consolanti frutti di conversione e spiritualità”.
    Da questo traguardo s’irraggia un resoconto che Messori ha largamente identificato con lo sfondo emotivo del dossier. Insomma un racconto svolto sotto il segno dell’eccesso.
    Dall’eccesso di significato di una statua che si mette a lacrimare sangue all’eccesso della vicenda di fede e di dubbio razionale che da questo mistero ha preso forma.
    Fino all’esagerazione, probabilmente di righe e certamente di aggettivi, nella narrazione dei contenuti di quel dossier.
    Lì dove l’insieme è “impressionante”.
    Il diario privato del monsignore, dapprima scettico poi choccato, è inevitabilmente “drammatico”.
    Il verdetto del padre mariologo Stefano De Fiores, che rinvia all’epifania divina, è “denso di teologia” mentre il pellegrinaggio a Civitavecchia è “incessante” e le litanie sono “senza posa”. Perfino la scienza fa la sua figura bella, quando appare senza lasciare traccia perché, in nome della verità, gli esperti di medicina legale hanno sconsigliato di procedere all’esame del Dna di quel sangue inatteso. E così via, tra allusioni non sempre sorvegliate che diventano quasi certezza di trovarsi al cospetto del Soprannaturale (sul Corriere scritto maiuscolo).
    O più esplicitamente di fronte al “dito di Dio”, secondo l’impegnativa citazione evangelica spesa sull’argomento dal prete mariologo.

    La cautela del Vaticano
    Tutto ciò – ammetteva ieri lo stesso Corriere – mentre il Vaticano, più cauto di Messori e meno coinvolto emotivamente della diocesi di Civitavecchia, tace in pubblico e nega di fatto il riconoscimento all’ipotetico miracolo. E per di più in privato, attraverso la parola del cardinale Joseph Ratzinger, invita intanto a soprassedere.
    E’ dunque più forte il dubbio della Chiesa che la comprensibile tentazione e il legittimo smarrimento d’una diocesi abbagliata. E magari va così perché non è nel dettaglio del mistero, ma piuttosto nella pretesa di svelarlo all’ingrosso che si nasconde la pietra d’inciampo.
    Infatti si fatica a comprendere il modo speciale con cui il Corriere si è accostato alla faccenda.
    Con l’enfasi indotta dal dossier che viene replicata senza distacco.
    Con la drammatizzazione sudamericana sopraggiunta nell’esposizione delle ulteriori visioni della bambina che inaugurò la vicenda; e ancora oggi è convinta che perfino la copia di quella statua che staziona nel soggiorno della sua casa trasudi essenze profumate (in origine solo nei giorni di festa, ora più spesso).
    L’impressione che se ne ricava è di qualcosa sospeso a metà tra il modernariato spirituale e il new age. Un fenomeno da magic shop, da bottega dello spirito in cui una madonna misteriosa e vestita d’attesa diventa il pretesto per un colpo di sole spirituale collettivo.
    Qualcosa che richiama alla lontana la storia del giovane tibetano di cui scrisse la teosofa Alexandra David-Neel negli anni Venti del secolo scorso. La storia di un giovanotto partito per un lungo e infruttuoso viaggio in cerca di reliquie sante. E che, non volendo sfigurare al ritorno, spacciò per denti di un degnissimo asceta alcuni molari strappati dalla mascella di un cane morto.
    Con il risultato che i compaesani presero in parola il ragazzo e dall’adorazione di quei denti vollero far discendere autentici prodigi.
    E’ un caso diversissimo, questo, in cui s’affaccia tuttavia la medesima apertura al sacro, il bisogno tutto umano d’una trascendenza cui rivolgere la sincerità della fede mortale.
    Che poi è forse il vero miracolo e non è confinabile nella contabilità delle anime scosse da una lacrimazione sanguigna.
    A meno di volere che una Chiesa altrimenti rinunciataria, oggi, possa racchiudere con leggerezza il suo messaggio di presenza nella secrezione di una statua accolta come indiscutibile segnale di Dio. Come se la Chiesa possa davvero farlo senza che si avverta il riflesso tardivo di un’idolatria strapaesana. In un’operazione in fondo resa più grande di quello che si può credere, anche perché riplasmata sul palcoscenico editoriale di un grande quotidiano milanese attraversato da un illuminismo intermittente. Come quello delle luci colorate che adornano il capo delle tante madonne di plastica vendute a 5 euro sulle bancarelle ai lati della parrocchia di S. Agostino a Civitavecchia.

    Da Il Foglio del 25 gennaio

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  2. #2
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    Predefinito Miracoli promessi

    Roma. Miracoli promessi. “Libertà di vivere. Di poter guarire. Di poter cercare una cura per sé e per quelli nelle sue condizioni e per tanti, troppi ancora”.
    Quando al centro dell’attenzione c’è Luca Coscioni, con il suo “corpo immobile eppure contundente” usato eroicamente come arma in battaglia, succede spesso che il giornalismo si faccia preghiera, omelia, invocazione, anatema, scomunica e santificazione.
    L’amen sarà senz’altro assicurato da officianti fervorosi, toccati dalla grazia. E non ci sarà contraddittorio, altrimenti che messa sarebbe?
    Ci saranno invece chierichetti rispettosi e compresi nel ruolo, come Cesare Fiumi sul Magazine del Corriere della Sera, per esempio, che a Coscioni, definito “l’uomo della libertà di ricerca scientifica”, ha dedicato la copertina venerdì scorso.
    Profeta massimo di questo vangelo è naturalmente Marco Pannella. E il corpo sofferente di Luca Coscioni, malato-coraggio degno d’ammirazione anche da parte di chi non la penserà mai come lui, diventa la statua della Madonna portata in processione, l’icona del martire che indica la via della salvezza, lo struggente messia che proclama la verità di fede dell’onnipotenza della scienza e della tecnica, che annuncia che il paradiso della cura è qui, a un passo, interdetto solo da forze di tenebra, diaboliche, stoltamente reazionarie, che rispettano l’embrione e non rispettano i malati.
    Nessuno che, nel recitare con fervore quella preghiera, nel celebrare la fiducia devozionale in una scienza negata e osteggiata da vecchi oscurantismi e nuovi medioevi, una scienza che già oggi, se solo le fosse concesso, darebbe infallibili risposte di cura ai tanti che soffrono, nessuno, insomma, che ricordi che la fede religiosa nei poteri di cura delle staminali embrionali è, allo stato attuale dei fatti e dei risultati della scienza, nient’altro che una credenza senza dimostrazioni pratiche: una disponibilità ai miracoli, insomma.
    In nessuna parte del mondo, nemmeno là dove la ricerca sulle staminali embrionali si fa senza alcuna restrizione, è stato raggiunto il minimo risultato terapeutico, né si è superato l’ostacolo fondamentale della sostanziale ingovernabilità di quelle cellule, proprio perché toti-potenti (evolvono in modo versatile verso ogni tipo di tessuto).
    Lo sono talmente tanto che, sul modello animale, insieme con i tessuti di cui si vuole la riproduzione creano anche neoplasie.
    Le staminali embrionali sono, allo stato attuale dei fatti, inutilizzabili.
    A loro fa capo, tutt’al più, una speranza remota e assai meno certa, nelle sue eventuali applicazioni terapeutiche, di quanto non rappresentino già, da oggi, le staminali adulte.
    Ricordava sabato scorso su questo giornale Angelo L. Vescovi, ricercatore di fama mondiale in materia, che “non esistono terapie, nemmeno sperimentali, che implichino l’impiego di cellule staminali embrionali”, e che “non è attualmente possibile prevedere se e quando questo diverrà possibile data la scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano l’attività di queste cellule, che ci impediscono di produrre le cellule mature necessarie per i trapianti, e data la intrinseca tendenza delle staminali embrionali a produrre tumori”.

    Il responso e l’illusione
    Questo è, per ora, il responso della scienza, confermato sostanzialmente anche dalla famosa Commissione Dulbecco sull’ “utilizzo delle staminali con finalità terapeutiche”, voluta dall’allora ministro della sanità Umberto Veronesi.
    Nelle sue conclusioni finali, e nulla è cambiato da allora, essa indicava, tra le terapie già in uso, come “molto promettenti” quelle basate su staminali prelevate da cordone ombelicale, dal midollo osseo e cutanee.
    Ma il richiamo ai dati di realtà non c’entra con il fervore assolutamente e squisitamente superstizioso che circonda la fede nei poteri delle staminali embrionali.
    Che cosa, se non un atteggiamento fideistico e poco informato (ma la fede non chiede fatti, chiede volontà di credere), può far così presentare dall’editore Donzelli un libro di prossima uscita dedicato dalla senatrice diessina Vittoria Franco alle “Politiche della vita”: “La condanna della clonazione riproduttiva può impedire anche la clonazione terapeutica che è utile per curare molte malattie degenerative?”.
    “E’ utile”, sentenzia la senatrice, e poco importa del fatto che nessuno scienziato sottoscriva quell’asserzione.
    Quella della senatrice Franco non è certamente malafede: è fede.
    E mentre il pontefice Pannella promette indulgenze e voti a chi, tra i due poli, a quella fede dimostrerà di aderire veramente, i laici, quelli che si fidano più di Vescovi che di Scalfari, sordi a ogni richiamo, a ogni rimbrotto e a ogni scomunica, continuano ad aspettare che il Magazine del Corriere dedichi una copertina ad Angelo Loris Brunetta, talassemico grave contento di vivere, felice di esserci nonostante la malattia.
    Ma forse è chiedere troppo.
    Dilaga una fede invincibile, con un papa battagliero, un’icona in carne ossa e dolore, una immensa disponibilità di santini, di sillabi e di magazine.

    Il Foglio del 25 gennaio

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  3. #3
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    Predefinito La bottega della memoria

    Roma. Nell’expò mondiale della giornata della memoria, passerella globale che dovrebbe rammentare l’orrore assoluto della Shoah, si moltiplicano le ambiguità, le ipocrisie, i distinguo, gli imbarazzi, di pari passo con gli sgomitamenti per apparire, esserci, intervenire, possibilmente nelle prime file.
    Hanno voluto esserci le Nazioni Unite, impegnate per la prima volta nella commemorazione dell’Olocausto, visto che la cifra piena dell’anniversario, sessant’anni dopo la liberazione di Auschwitz, non lasciava troppo scampo.
    Ma Elie Wiesel e Kofi Annan hanno parlato a un’aula quasi vuota, disertata in massa dai paesi arabi che però avevano incassato il via libera del segretario generale alla risoluzione contro la barriera difensiva eretta da Israele contro gli attentati.
    E non è andata nemmeno tanto male, in fondo, visto che quattro anni fa la kermesse onusiana di Durban sul razzismo e la xenofobia si era svolta all’insegna della condanna di Israele, sostanzialmente colpevole di esistere, mentre nei corridoi si vendevano a man bassa copie dei Protocolli dei Savi di Sion.
    Ha voluto esserci, nel suo piccolo, anche Domenico Gramazio (An) che dal museo israeliano della Shoah ha dichiarato arditamente che “l’Italia fascista non condivise le leggi razziali”.
    Piatto ricco mi ci ficco, per i molti (moltissimi, innumerevoli) che hanno avuto buon gioco nel rintuzzare le “vergognose dichiarazioni”.
    E per esserci anche loro, pronti a chiamare in causa il ministro degli Esteri Fini e a rinfacciargli, come il diessino Carlo Leoni “che la famosa svolta di Fiuggi non fu altro che un’opportunistica mascherata che lasciò intatta la subcultura totalitaria e nostalgica del vecchio Msi”.
    Nell’expò mondiale della giornata della memoria è toccato esserci anche al premier tedesco, Gerhard Schröder, che ha cercato di rimediare con un discorso di alto profilo, pronunciato ieri durante una solenne cerimonia al Deutsches Theater, alla gazzarra del parlamento della Sassonia, dove il 21 gennaio scorso i deputati del Partito nazionalista avevano abbandonato l’aula per non osservare il minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’Olocausto.
    In Gran Bretagna c’è stata la presa di posizione del Consiglio musulmano inglese, contrario a celebrare alcunché, che ha trovato entusiastici apprezzamenti anche da noi, dal cancellatore di crocefissi Adel Smith ad Hamza Piccardo, potente segretario dell’Ucoii.
    Quest’ultimo ci ha tenuto, ieri, a uniformarsi alla fatwa dello sceicco Yusuf Al-Qaradawi: “Non è possibile dialogare con gli ebrei che sostengono la politica dello Stato di Israele”, e quindi non è nemmeno possibile accettare che vengano ricordati sei milioni di ebrei, morti nei campi. Tante storie attorno all’Olocausto per giustificare il sionismo? Non contate su di noi.
    “Il giorno della memoria è solo propaganda ebraica”, sentenzia Nabil Bayoumi, direttore del Centro culturale islamico di Bologna (posizione condivisa, con sfumature, da quasi tutti i musulmani italiani, a parte il mite e solitario Mario Scialoja e pochi altri).

    Una messinscena pericolante
    Anche al Parlamento europeo c’è chi ha remato contro la rassicurante messinscena dell’unanimità sulla lettura della Shoah.
    Messinscena pericolante, nonostante la diffusa voglia di esserci.
    I deputati polacchi, segnatamente quelli del Ppe, non volevano che nemmeno per sbaglio si adombrasse, nel documento di commemorazione della liberazione di Auschwitz, una possibile corresponsabilità di loro conterranei nello sterminio.
    Nella stesura finale del documento si parla di “campo di morte dei nazisti di Hitler ad Auschwitz-Birkenau” (nazisti di Hitler, non tedeschi o polacchi).
    E mentre la presidenza di turno lussemburghese annunciava la proposta di una giornata della memoria europea, da celebrarsi ogni anno il 27 gennaio, come già avviene in Italia per merito di Furio Colombo (e del verde Athos De Luca: già che c’era lo ha ricordato ieri alle agenzie, mentre attaccava Gramazio), la stessa presidenza di turno glissava, invece, sulla pensata del commissario Franco Frattini.
    Anche lui c’è, e ha lanciato l’idea di una messa al bando europea tutti i simboli nazisti (fatto salvo, per gli indiani, l’uso della svastica, “simbolo della loro storia”).
    Già che c’era, Frattini ha censurato anche il saluto romano di Di Canio durante il derby romano, ma ha dovuto incassare a sorpresa il sopracciglio alzato dell’Economist: “Il divieto per i simboli nazisti condurrebbe inevitabilmente a richieste analoghe: perché non un divieto per la falce e martello sovietica o per i simboli fascisti?”.
    Ogni paese fa storia a sé, obietta l’Economist, che liquida la proposta di Frattini come poco praticabile.
    Ma forse è l’ultimo dei problemi, in un’Europa che ha nascosto per mesi un rapporto nel quale si accusavano gruppi islamici e di estrema sinistra di attività antisemite: non bisogna pretendere troppo dall’expò globale della memoria.

    Il Foglio del 26 gennaio

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  4. #4
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    Predefinito Il "giorno" secondo Lerner

    Roma. Il giorno della memoria si celebra all’Onu che così si emenda dell’antisemitismo di Durban.
    Si celebra al Parlamento europeo, dove scoppia la polemica sul ruolo dei polacchi e a Bruxelles, dove il vicepresidente della Commissione europea chiede la messa al bando dei simboli nazisti.
    In molti casi prevalgono vanità, mistificazione, ambiguità.
    Perché è tanto difficile celebrare la memoria della Shoah con sobrietà?
    “Evidentemente, risponde Gad Lerner, è una ferita ancora aperta, come dimostrano la vistosa assenza dal Palazzo di Vetro dell’Arabia Saudita, già alleata del Sudan, o le dichiarazioni di cattivo gusto dell’onorevole Domenico Gramazio a Yad Vashem”.
    Lo scandalo però riguarda l’Europa e l’opinione sensibile alle vittime dello sterminio.
    “Il fatto è che è molto faticoso confrontare le proprie memorie. La memoria della Shoah è stata elaborata lentamente. Si è passato da una fase d’imbarazzo e rimozione al racconto da parte dei sopravvissuti e quindi a un culto della memoria. Questa costruzione ha suscitato sospetti, rendendo difficile il confronto rispettoso della memoria degli uni e degli altri, come scrive Guido Crainz nel suo saggio sull’Istria (“Il dolore e l’esilio”, Donzelli editore)”.
    Sta dicendo che un ebreo dovrebbe rispettare la memoria di un nazista?
    “Ci mancherebbe. Non si dovrebbe fare nemmeno un paragone tra le sofferenze subite da un profugo tedesco e quelle inflitte alle vittime dello sterminio. Chi guarda con fastidio il 60° anniversario della liberazione di Auschwitz, uno degli ultimi che celebreremo coi sopravvissuti, non dovrebbe fare propria la misura delle sofferenze degli uni e degli altri”.
    A chi allude?
    “Alla spiacevole polemica che ho avuto con Sergio Romano. La memoria dell’Olocausto, diceva Romano, viene brandita minacciosamente per lasciare mano libera ai governanti di Israele. La cosa mi è talmente dispiaciuta che ho paragonato il suo discorso a quello del premier della Malesia alla Conferenza dei paesi islamici: ‘Gli europei, disse Mahathir Mohamad, hanno ucciso sei milioni di ebrei su dodici, oggi però gli ebrei comandano il mondo per procura, e mandano gli altri a combattere e morire per conto loro. Una piccola comunità è diventata una potenza mondiale’. Non è negazionismo, che pure è diffuso nel mondo islamico, ma insofferenza verso l’arguzia diabolica con cui gli ebrei avrebbero usato la memoria per egemonizzare le potenze occidentali e rivoltarle contro il mondo islamico”.
    Romano non ha molto apprezzato.
    “Lo capisco. Ma temo che anche il giorno della memoria inneschi domande antipatiche. Perché mai tutto questo proliferare di film, romanzi e saggi sulla Shoah? Com’è possibile che allontanandoci dalla tragedia le riflessioni su di essa aumentino invece di diminuire? E c’è chi dà una risposta complottistica, immaginando che ciò derivi dal fatto che gli ebrei hanno le leve dei mass media, del cinema di Hollywood, e usano la loro influenza per ricattare il mondo”.
    Così ricadiamo nell’antisemitismo.
    “E’ una risposta grossolana e da sprovveduti, come spiega Alain Finkielkraut quando osserva che il moltiplicarsi di saggi, film, romanzi sulla Shoah dipende dal fatto che abbiamo ancora bisogno di trovare una spiegazione di ciò che è accaduto nel cuore progressista del nostro continente, e quanto più ce ne allontaniamo tanto più abbiamo bisogno di capire perché è accaduto”.

    La Shoah non è una religione
    Ha detto il Nobel Imre Kertész che il problema non è la memoria, e nemmeno l’oblio, ma il semplice fatto che la Shoah c’è stata e non possiamo farci niente.
    “C’è il pericolo della retorica sull’unicità della Shoah. E’ vero che sul piano numerico lo sterminio degli ebrei non ha paragone storico recente. Ma trasformarlo in una religione o in un’ideologia impedirebbe di soddisfare il bisogno di cui parla Finkielkraut, che esige comparazione storica. Perché l’Onu ha esitato tanto a utilizzare la categoria di genocidio? E una volta riconosciutala, ha esitato tanto ad applicarla alla Cambogia, al Ruanda, alla Jugoslavia, al Kurdistan? Il fatto è che mentre noi Europei elaboravamo il nostro ‘mai più’, come spiegano Michael Ignatieff e Michael Walzer e vari teorici dei diritti dell’uomo, il genocidio razziale continuava. E’ per questo, credo, che non ci debba spaventare il fatto che le nostre biblioteche continuino a riempirsi di libri sulla Shoah. Se Roman Polanski arriva in età matura a elaborare il suo bisogno di memoria con un film come ‘Il Pianista’, non è un complotto. Il problema nostro è sfuggire alle teorie dell’unicità, sfuggire a un uso inquisitorio della memoria. Non mi piace chi dà patente di fedeltà al rispetto delle vittime, ma il vero problema è quello di paragonare la lezione della Shoah alla realtà contemporanea e ripetitiva del genocidio su basi etnica.
    E il fatto che il mondo, sessant’anni dopo la liberazione di Auschwitz, non senta di dover riflettere sullo sterminio degli ebrei, ma di rimuoverlo come strumento filoisraeliano ci dice quanto siamo indietro”.

    Su Il Foglio del 26 gennaio

    Il mondo, come dovrebbe fare secondo Lerner, ha e seguita a riflettere sullo sterminio degli ebrei, ma questo non significa farne una “malattia psichica”.
    Cosa vogliono gli ebrei alla Lerner? Che quando passa uno di loro la gente si “scansi” o si inginocchi riverente e contrita colpendosi a sangue il petto?
    Che quando uno di “loro” dice cavolate o peggio, fa cavolate, si faccia finta di niente e si applauda con riverenza?
    Se io preferisco ricordare la “liberazione della Germania” invece che quella di Auschwitz (la seconda è conseguenza della prima) sono un razzista antiebreo?
    Il mondo riflette, eccome, checchè ne dica Lerner, sulla inumana fine degli ebrei in Germania, ma anche molti degli ebrei che vivono fuori Israele dovrebbero riflettere sul fatto che “il troppo storpia”.


    saluti

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    Al direttore - La tesi di fondo dell’articolo “La bottega della fede”, pubblicato il 25 gennaio, è che i radicali hanno deciso – per ragioni oscure, probabilmente per sadismo contro gli embrioni – di fare un atto di fede alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. In nome di tale atto di fede hanno costruito madonne come Luca Coscioni (ma cominciano a diventare tante, queste statuette malate che, invece di piangere sangue, raccolgono firme e fanno politica) e santuari, come il Congresso di Milano dell’Associazione Coscioni appena concluso.
    La prova provata, definitiva, del nostro atteggiamento fideistico, l’avrebbe data al Foglio il professor Vescovi: non esistono terapie a base di embrioni, esiste solo la speranza di trovarle un giorno.
    La nostra religione, come tutte le fedi irrazionali, non si lascia smontare con così poco.
    Non solo perché riteniamo di conoscere la differenza tra fede e speranza, ma anche perché, sulla parte scientifica, siamo d’accordo con Vescovi: non esiste oggi il flaconcino a base di embrioni che fa passare il cancro.
    Fate una ricerca, spulciate nei nostri Vangeli, e non troverete nulla di simile.
    Troverete invece la stessa parola usata da Vescovi: speranza.
    La ricerca sulle cellule staminali embrionali costituisce una speranza di cura per malattie che colpiscono 10 milioni di persone solo in Italia. Che non si tratti di una speranza remota, lo dicono non solo i 78 premi Nobel (adepti?) che hanno sottoscritto l’appello di Luca Coscioni, ma anche i risultati di laboratorio: la letteratura scientifica è piena zeppa di passi avanti concreti e positivi grazie alla ricerca sulle staminali embrionali. Non si tratta ancora di medicinali belli e pronti, ma si tratta di “conoscenza”, fondamentale anche per la ricerca sulle staminali adulte alla quale la nostra religione non è (sorprendentemente?) contraria, anzi: vorremmo che fosse finanziata con qualcosa di più dei micragnosi fondi pubblici che la Commissione nazionale cellule staminali assegna, con criteri oscuri, perloppiù ai membri della Commissione stessa.
    A questo punto le nostre strade (religioni?) divergono. La “vostra” dice: siccome l’embrione è una persona, questa speranza la blocchiamo (da esagitato dico: la uccidiamo) arrestando il ricercatore. La nostra dice: rischiare di salvare la vita (oggi o tra vent’anni, cambia poco) di molte persone malate in carne e ossa (a parte Coscioni che, come noto, è una statua in processione) è cosa che va fatta, subito.
    Oggi, la vostra religione è diventata legge (la legge 40), impedendo a quei ricercatori che (sadici come noi, e anche masochisti, perché preferiscono fallire) vorrebbero ricercare sulle cellule staminali embrionali di farlo, pena il carcere; la nostra strana religione – che lascerebbe liberi i ricercatori di ricercare o non ricercare su quelle cellule – per risolvere lo scontro non invoca miracoli, ma un confronto vero, nelle urne referendarie.

    Marco Cappato su Il Foglio del 27 gennaio

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    Predefinito Ferrara risponde

    Scriverò un pamphlet alla Ann Coulter intitolato “Come parlare con un radicale (se proprio sei costretto a farlo)”.
    Ricordargli senza convenevoli che non sono gli unici al mondo a voler curare la gente, e che non bisogna parlare in pubblico dei
    propri acciacchi “perché gli altri hanno i loro” (è una legge civile fissata da Alberto Ronchey, che dovrebbe valere per tutti).
    Spiegargli senza tante premesse che buttare in politica il dolore privato e la sua mostrificazione suggestiva non è così diverso dal lancio di feti da parte degli antiabortisti o dal Costanzo Show, che la loro posizione è bigotta e miracolistica perché parte dalla funzione salvifica del dolore e dalla sua ostentazione.
    Rintuzzare le loro insopportabili lezioncine pro life spiegandogli
    laicamente che la tua posizione sulla manipolazione degli embrioni è pro choice: non voglio, perché lo decide o lo sceglie la mia ragione, costruire in laboratorio un essere umano e poi farne un mezzo per guarirne un altro, propongo un divieto dove c’è un’autorizzazione (sono scelte libere diverse, non battaglie degli Illuminaticontro gli Oscurantisti).
    Chiedergli a brutto muso di parlare anche degli altri aspetti della fecondazione artificiale, quelli che offendono la dignità della donna
    facendone un veicolo di pura tecnica e di desiderio indotto.
    E che si degnino di dare un’occhiata alla questione eugenetica,
    visto che lì si va a finire.
    Eugenetica più eutanasia, con il viatico della legge: brutta fine.

    Il Foglio

    saluti

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    Predefinito Cappato insiste

    Al direttore - Le propongo di leggere una notizia Ansa delle 17,22 di ieri. “Cellule embrionali umane sono state trasformate nelle cellule nervose che controllano il movimento (chiamate motoneuroni).
    Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology, è stato ottenuto negli Stati Uniti, nell’università del Wisconsin a Madison, dal gruppo coordinato da Su-Chun Zhang e Xuejun Li.
    Da anni i ricercatori inseguivano questo traguardo, difficile da raggiungere anche utilizzando cellule semplici da manipolare,
    come le staminali embrionali di topo”.
    Ecco dunque una buona notizia.
    Non è la prima: facendo una ricerca sulle agenzie degli ultimi
    anni ne troviamo a decine, molte che riguardano le cellule staminali adulte e la ricerca contro alcune malattie, altre che riguardano quelle embrionali e la ricerca contro altre malattie
    (solitamente diverse dalle prime).
    Tutte buone notizie, no?
    Forse gli amici del Wisconsin avrebbero potuto fare in altro modo, utilizzando gli scimpanzé o le staminali adulte. Ma probabilmente
    no. Forse hanno ceduto alla mercificazione della scienza, ma anche i laboratori che ricercano su cellule adulte e scimpanzé non vivono d’aria.
    Nel frattempo, 30.000 embrioni sovrannumerari giacciono nei frigoriferi italiani: non saranno mai impiantati in utero, sia perché
    molti non sono nemmeno impiantabili (come ci ha spiegato il prof. Cossu), sia perché nessuna li vuole impiantare (e la legge 40 vieta la fantascientifica “adozione” proposta da Socci… eh già: chiamasi eterologa!); nemmeno saranno utilizzati per quella ricerca sulle cellule staminali embrionali che, dove è consentita, ottiene risultati concreti, già utili oggi in termini di conoscenza
    e per studiare farmaci, forse utili domani per i trapianti.
    Qui inizia il discorso dei malati.
    E se Luca Coscioni vi piace poco, potreste parlare del “malato ignoto”.

    Marco Cappato su Il Foglio del 1 febbraio

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    Predefinito Ferrara

    Luca Coscioni ci piace molto, il trattamento della sua storia ci sembra ambiguo, e lo dimostra il titolo malandrino del Corriere
    della Sera, perfettamente in tono con la copertina del magazine Sette.
    La risposta è in prima pagina.

    ed ecco la risposta

    Bioillusioni

    Roma. Disinformazione, faciloneria, semina a man bassa di speranze remote spacciate per realtà a portata di mano. Tutto fa
    brodo, pur di sostenere che le cellule staminali embrionali umane non hanno alternative come oggetto di ricerca e come fonte di
    future terapie.
    Può bastare un titolo: “Usa, da cellule staminali di embrioni umani la via per curare la paralisi”, titolava ieri il Corriere della Sera, e
    spiegava che alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin
    “hanno identificato l’anello mancante per ridare speranza a tutte quelle persone che a causa di un incidente (lesioni spinali) o di una malattia neurodegenerativa perdono il movimento, perdono la connessione nervosa (i neuroni motori spinali) tra livelli centrali e muscoli vari”.
    Tutto questo, grazie alle cellule staminali embrionali, of course, e peccato che Christopher Reeve non ci sia più per poter sperare di guarire.
    Non è solo scettico, è addirittura arrabbiato per come quella notizia è stata presentata, il professor Angelo Luigi Vescovi, co-direttore dell’Istituto per la ricerca sulle cellule staminali Dibit dell’ospedale San Raffaele di Milano, intervenuto proprio ieri al convegno “Procreazione assistita. Problemi e prospettive”, all’Accademia dei Lincei.
    Vescovi dice al Foglio che
    “siamo alle solite. In un campo così delicato, e con tante persone
    appese anche alla minima speranza, si fanno titoli a sensazione. E so già che in tanti telefoneranno al nostro istituto per sapere se è vero, se veramente possono sperare di tornare a camminare grazie alle staminali embrionali”.
    Non è così. Quel titolo del Corriere è fuorviante, secondo lui, “per molti motivi, di merito e di metodo.
    Il più importante e decisivo è che non sono affatto i motoneuroni, di cui parla l’articolo, le cellule che vengono distrutte nelle lesioni del midollo spinale, ma vari e numerosi altri tipi di cellule che discendono dalle parti superiori del cervello. La paralisi è provocata dal danneggiamento di queste cellule, e per riparare
    la lesione spinale è di queste cellule e delle loro connessioni che dobbiamo occuparci: sono queste che dobbiamo provare a
    rigenerare, non i motoneuroni.
    I quali, invece, sono cellule molto più periferiche, e forse le meno rilevanti, se non addirittura del tutto irrilevanti, in quel tipo di lesioni.
    In breve: non sono i motoneuroni i responsabili della paralisi.
    Già solo questo rende abbastanza assurdo quel titolo”.

    Trionfalismi senza senso
    A leggere (molto) tra le righe la nota del Corriere, si scopre che gli autori della ricerca, dal canto loro, correttamente affermano qualcosa di assai meno trionfalistico.
    Dicono, cioè, che “c’è ancora molta strada da fare, ma nel frattempo i motoneuroni ottenuti potrebbero essere utilizzati per testare farmaci contro le stesse cause che li danneggiano”.
    Va benissimo, “ma un conto è testare farmaci, un conto è spacciare quel risultato come via per curare la paralisi”, che, ripete
    Vescovi, con i motoneuroni non c’entra.
    E lamenta il fatto che “ancora una volta quella delle staminali embrionali umane venga presentata come una strada obbligata,
    mentre nulla, fino a oggi, conferma questo assunto.
    E’ vero proprio il contrario. Le staminali embrionali sono state scoperte nel 1970 e ancora non hanno prodotto nulla di
    utilizzabile dal punto di vista terapeutico.
    Le staminali somatiche le hanno scoperte nel 1992, e si moltiplicano di anno in anno le loro applicazioni terapeutiche e le informazioni ottenute dalla ricerca che le riguarda.
    Una delle partite più importanti che si stanno giocando in questo campo riguarda le malattie neurodegenerative, ma anche in
    questo caso le staminali embrionali non garantiscono (ripeto: fino a oggi) nemmeno lontanamente i risultati di ricerca (visto che di
    terapie non si può ancora parlare) di cui hanno dato prova le staminali adulte, in particolare le staminali cerebrali prelevate da
    aborti spontanei”.
    Vescovi ricorda una buona notizia di pochi giorni fa.
    Un gruppo guidato da una giovane ricercatrice italiana che lavora negli Stati Uniti, Paola Arlotta, ha identificato, partendo da staminali somatiche di topo, alcuni dei geni che controllano il processo di sviluppo di uno dei due neuroni responsabili
    della sclerosi laterale amiotrofica.
    Della ricerca ha dato conto ampiamente il Sole 24 Ore del 21 gennaio scorso, che scriveva: “In futuro, i geni identificati in questo studio potrebbero essere utili per istruire una cellula
    staminale affinché diventi uno specifico tipo di neurone, tra i numerosissimi che costituiscono il sistema nervoso centrale”.
    Un risultato importante, sia secondo Vescovi sia a giudizio di Raffaele Goretti, presidente della Federazione associazioni italiane paraplegici (Faip), che terrà a Verona, dal 10 al 12
    marzo, il suo prossimo convegno.
    Goretti dice al Foglio che “dobbiamo sempre più abituarci a distinguere tra false speranze e seria ricerca.
    Non sempre è facile.
    E chiamare in causa Christopher Reeve a proposito della ricerca del Winsconsin non è appropriato, e non abbiamo bisogno di confusione”.

    Il Foglio del 1 febbraio

    saluti

 

 

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