«L’Africa mi annoia, aiuti poco efficaci»

Bob Geldof: la povertà è una piaga, ma il cambiamento è troppo lento. Lì si comportano da complici, come i nostri politici


Occuparsi di aiuti all’Africa non è sempre un’iniezione di adrenalina. Anzi. Sir Bob Geldof, pioniere negli Anni Ottanta dei concerti oceanici contro la fame, dice che spesso pagherebbe per non dover andare nel continente. «Mi annoia profondamente - ha sostenuto in un’intervista -. Il passo del cambiamento è di gran lunga troppo lento e gli africani giustificano la loro stessa complicità (con le cose che non funzionano, ndr ) esattamente nel modo in cui lo fanno i nostri politici». L’ex cantante dei Boomtown Rats e organizzatore di Band Aid e Live Aid sente insomma di essere finito in una posizione che non sempre gli piace: lui vorrebbe essere un musicista ma, dice, i media hanno confuso i ruoli tra celebrità e politici e invece di parlare con «il presidente del Niger cercano Geldof». Due giorni dopo la conclusione del Forum di Davos - dove celebrità come Sharon Stone, Angiolina Jolie, Richard Gere, Bono degli U2 sono stati protagonisti di appelli alla lotta contro la povertà e le mallatie in Africa al fianco di Tony Blair, Jacques Chirac, Gerhard Schröder, Bill Gates - una delle star si stacca dalla costellazione e rompe l’atmosfera di concordia nella bontà che attraversa il mondo dai giorni dello tsunami in Asia. A Davos, sabato scorso, Bono aveva detto di essere pronto a dedicare la sua vita alla lotta contro la povertà in Africa: Geldof, che a fine 2004 è stato scelto dagli inglesi come il personaggio che vorrebbero vedere nominato «Lord del popolo», si è chiesto se «Bono prefersice davvero fare questo o essere uno degli U2».
A molti l’uscita di Geldof non è piaciuta. Dal Sudafrica l’hanno accusato di razzismo. «Ecco Tarzan sul trapezio che attraversa il continente per salvarlo con le sue opere buone», ha per esempio commentato Francis Kornegay, del Centro di Studi Politici di Johannesburg. Il fatto è che l’ex cantante ha messo i piedi nel piatto: non solo solleva dubbi sul ruolo dello star-system nella lotta alla povertà; mette soprattutto in evidenza la lentezza di progressi in Africa nonostante gli aiuti. Qualcosa che parecchi politici ed economisti condividono ma che, nel clima di bontà di queste settimane, faticano ad affermare in pubblico. «L’interesse per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo è ciclico e questo è uno dei picchi del ciclo - dice Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, oggi all’università di Harvard -. Ma credo che anche questa volta non si raggiungeranno grandi risultati, nonostante il G8 (il gruppo dei Paesi ricchi, ndr ) sia coinvolto in un ruolo guida. Sarà già qualcosa se queste iniziative non avranno effetti controproducenti. Non si è mai visto al mondo che un Paese si sviluppi grazie agli aiuti: ogni crescita economica deve avere basi proprie nazionali».
Nessuno, ovviamente, è contrario a costruire ospedali in Africa, a comprare milioni di zanzariere per combattere la malaria, a scavare pozzi per l’acqua, a mettere a disposizione medicinali contro l’Aids. Quello che però molti sostengono è che puntare troppo sugli aiuti sposta il problema su un terreno pericoloso: fa dimenticare che il miglioramento delle condizioni di vita deve avere radici in un’economia vera. Ngozi Okonjo-Iweala, la signora ministro delle Finanze della Nigeria, per esempio sostiene che non servono gli aiuti se un Paese non ha una gestione assolutamente responsabile del proprio bilancio, condizione necessaria per battere la corruzione, una delle cause del disastro africano.
«Ma ci immaginiamo un concerto delle "rock-star per la responsabilità di bilancio"? - dice Rogoff -. Impensabile e poco politicamente corretto. Più facili le cause generiche, anche se ottengono spesso risultati controproducenti, anche se sopprimono la crescita. Certi aiuti, per esempio, alzano i prezzi dei beni e creano ancora più povertà nei villaggi; oppure alzano artificiosamente i salari e mettono fuori mercato le piccole imprese locali. Queste sono cose che sanno quasi tutti ma oggi non le si vogliono sentire: anche al Forum di Davos, che era considerato la cattedrale del capitalismo, i critici di questo tipo di aiuti all’Africa sono stati tenuti in disparte. E’ un dibattito che al momento manca di onestà».
William Easterly, professore alla New York University, sostiene che gli aiuti funzionano solo se hanno obiettivi modesti, se «non cercano di essere catalizzatori di trasformazioni dell’intera società»: in quel caso, allontanano nel tempo la crescita e finiscono quasi certamente in corruzione. Ancora una volta, forse, Sir Bob ha visto bene.

Danilo Taino