Le 4 elezioni vinte da Bush
Il giorno dopo le elezioni irachene il quotidiano londinese Independent ha commentato:
“Sul lungo periodo è possibile che il voto in Iraq sia considerato come l’inizio di un grande cambiamento in tutta la regione”.
Inutile dirlo, subito dopo aggiungeva:
“Sarebbe completamente sbagliato, ora o in futuro, se il presidente, George W. Bush, o il primo ministro inglese, Tony Blair, pretendessero che le elezioni hanno dato ragione all’invasione dell’Iraq”.
Ma è la prima affermazione quella che conta e colpisce di più, perché è stata fatta da un giornale schierato contro la guerra e contro Bush e perché è innegabilmente vera.
Lasciamo perdere i due recenti discorsi del presidente americano e le polemiche dottrinali che hanno suscitato e concentriamoci su ciò che è concretamente accaduto nel corso dell’ultimo anno. Primo: le elezioni in Afghanistan in ottobre.
Nonostante le più catastrofiche previsioni, otto milioni di afghani hanno votato per la prima volta nella loro vita, dilaniata dalle guerre. Le donne, che soltanto tre anni prima erano le più oppresse del mondo, hanno potuto votare come cittadine a pieno titolo. Come ha detto un afghano al New York Times: “In tutta la storia dell’Aghanistan, questa è la prima volta che possiamo scegliere i nostri leader attraverso un processo democratico e libero. Mi sento molto orgoglioso e felice”. (…)
Poi a dicembre c’è stata la crisi in Ucraina, sfociata nel trionfo della democrazia. Il risultato delle prime elezioni – costruito da un governo corrotto con la connivenza di Vladimir Putin, presidente russo – è stato rovesciato da un’imponente esibizione del “potere del popolo” nelle strade di Kiev e di altre città ucraine. Una nuova tornata di elezioni ha riportato alle urne circa 27 milioni di ucraini (quasi tre quarti dei registrati al voto) in quella che passerà alla storia come la “rivoluzione orange”. “Questa è la vittoria del popolo – ha dichiarato un uomo al giornalista del Washington Post – Finalmente l’Ucraina otterrà ciò che voleva quando si è resa indipendente dall’Unione Sovietica. La democrazia regnerà in questo paese. Non succederà nel giro di una notte, ma il processo è cominciato”.
Un mese fa, il popolo palestinese si è recato alle urne per eleggere un nuovo primo ministro, il primo in nove anni. Anche in questo caso l’affluenza è stata altissima e il nuovo primo ministro palestinese, Abu Mazen, ha ottenuto una maggioranza schiacciante. Un autorevole leader di al Fatah ha detto al Washington Post: “Questo per noi è un voto di portata storica. La cosa importante non è chi ha vinto, ma la consapevolezza che il popolo palestinese si è impegnato in difesa del principio della democrazia”. Questo impegno ha aumentato le possibilità di una pace fra israeliani e palestinesi. Israele ha avviato le operazioni di ritiro dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza e ha liberato centinaia di prigionieri palestinesi. Abu Mazen sembra intenzionato a prendere seri provvedimenti per porre fine agli attacchi contro Israele (…). Bush aveva sempre detto che non ci sarebbe stato alcun progresso finché Yasser Arafat rimaneva al potere: un passo verso la pace sarebbe stato possibile soltanto come conseguenza di elezioni democratiche in Palestina. Il presidente è stato criticato in Europa, e anche da qualcuno negli Stati Uniti, per queste sue posizioni. Ora si è scoperto che aveva ragione.
Infine, ci sono state le elezioni in Iraq. Non c’è bisogno di dilungarsi su storie che gli americani conoscono già perfettamente e che raccontano di milioni di iracheni pronti a rischiare la vita per dare il proprio voto, sfidando i terroristi che avevano minacciato di ucciderli (e che in qualche caso ci sono riusciti). E’ invece necessario esaminare se, come suggerisce l’Independent, le elezioni irachene segnino davvero “l’inizio di un grande mutamento in tutta la regione”.
Le “fantasie infantili” dell’Amministrazione
Non molto tempo fa, anzi fino al giorno stesso delle elezioni, una tesi di questo tipo era considerata illusoria. La vasta maggioranza dell’establishment americano (democratici e repubblicani, sinistra, destra e centro) hanno deriso l’idea che la “democrazia” debba essere l’obiettivo dell’America in Iraq, per non parlare di tutto il medio oriente e il mondo musulmano. Persino la comunità degli “esperti” della democrazia ha biasimato le “fantasie infantili” dell’Amministrazione Bush. Larry Diamond, probabilmente il decano di questa comunità, ha dichiarato che le elezioni “avrebbero fatto scivolare il paese nella guerra civile”. Anzi, quando milioni di iracheni si stavano recando alle urne, Newsweek, New Republic e molte altre riviste scrivevano che il loro voto non aveva alcun significato. Sarebbero state elette le persone “sbagliate”, perché gli iracheni non erano abbastanza onesti e “liberal” per scegliere le persone giuste.
“Le elezioni non sono la democrazia!”, ci veniva ricordato. Vero.
E’ altrettanto vero che un’elezione non garantisce il “liberalismo”.
Ma la verità è che non ci può essere democrazia o liberalismo senza elezioni.
C’è poi un punto molto semplice: con quale diritto chi vive in una fiorente democrazia può dire al popolo iracheno che non dovrebbe votare per i propri leader, che non è “pronto” per la democrazia?
Il presidente Bush è talvolta accusato di arroganza, ma la vera arroganza è quella di dire al popolo iracheno che non è capace di eleggere le persone giuste. Siamo forse così impauriti che gli sciiti (che rappresentano circa il 60 per cento della popolazione irachena) o i curdi (circa il 20 per cento) ottengano la parte che gli spetta in libere elezioni? Siamo davvero pronti a negare a questo popolo il diritto di scegliere i propri rappresentanti?
Fortunatamente il presidente Bush non ha mai accettato l’idea che gli iracheni, gli arabi o i musulmani non siano “pronti” per la democrazia. E la conseguenza è stata che oggi milioni di iracheni e di afghani hanno avuto la possibilità di votare.
Che effetto avrà questo straordinario esempio di democrazia sul resto del mondo arabo e musulmano?
Noi continuiamo a essere fiduciosi sul fatto che il progresso verso la democrazia in Iraq aumenterà le possibilità che altri governi del medio oriente si aprano al processo democratico e che le loro popolazioni esigano il riconoscimento dei loro diritti.
Queste possibilità aumentano ogni volta che il presidente punta il dito su paesi come l’Egitto, l’Arabia Saudita, l’Iran o la Siria, come ha fatto nel discorso sullo Stato dell’Unione.
Le parole contano, soprattutto sullo sfondo delle imprese compiute in Afghanistan e in Iraq.
Quest’estate, per esempio, ci saranno elezioni in Libano, dove una vittoria dell’opposizione potrebbe significare la fine del dominio imperiale esercitato dalla Siria su questo paese.
Quanto all’Egitto, alla Giordania e all’Arabia Saudita, non c’è bisogno che vi fidiate delle nostre parole.
Il re di Giordania Abdallah l’ha detto nel modo più chiaro possibile: “La gente si sta svegliando.
I leader arabi comprendono che bisogna avviare e proseguire sino in fondo il processo di riforme, e non credo che ci sia alcuna possibilità di tornare indietro”.
La reazione faziosa dei democratici
Negli Stati Uniti la faziosa reazione scatenata da questi recenti successi è stata davvero stupefacente. Mai così tante persone si sono sentite così depresse di fronte a notizie così buone.
Gli esperti del medio oriente che avevano previsto catastrofi non hanno avuto il coraggio di ammettere che non ce ne sono state. Al contrario, hanno rinviato la previsione, oppure hanno falsamente affermato che gli sciiti iracheni, guidati dall’ayatollah Sistani, sono gli strumenti dell’Iran.
Gli esperti della democrazia sono stati altrettanto eloquenti.
Il loro odio per Bush ha forse reso impossibile provare la minima gioia di fronte allo spettacolo di elezioni democratiche?
Dobbiamo anche riconoscere di essere rimasti delusi dalla reazione dei democratici.
Non siamo così ingenui da aspettarci un atteggiamento bipartisan. Ricordiamo perfettamente quanti repubblicani si sono rifiutati di dare a Bill Clinton il giusto merito per gli interventi in Bosnia e Kosovo. E non c’è nulla di cui stupirsi nella monotona nenia di Ted Kennedy: nel suo mondo, come in quello di John F. Kerry, il sogno non morirà mai e la guerra del Vietnam continuerà per sempre. Ma dove sono gli altri democratici, anche se pochi, capaci di alzarsi e applaudire alle conquiste della democrazia in tutto il mondo? (…)
I prossimi passi da fare in Iraq saranno naturalmente ancora difficili.
I coraggiosi elettori iracheni si meritano l’impegno degli Stati Uniti a rimanere determinati nella battaglia contro il terrorismo.
E anche se la sicurezza del paese aumenta, come noi crediamo, il processo politico resterà caotico. Nessuno si deve aspettare miracoli. Ma rimane il fatto che oggi ci sono molte più probabilità per un futuro di autentica trasformazione per il medio oriente e il mondo musulmano.
Di tutto questo bisogna rendere merito a Bush.
Robert Kagan e William Kristol
© Weekly Standard (traduzione di Aldo Piccato) su Il Foglio
saluti