Pace e bene, fratello”, va dicendo Marco Pannella a chi lo avvicina in cerca di lumi sul futuro dei radicali. Sulla trattativa in corso per ricevere ospitalità dall’uno o dall’altro polo in vista delle regionali e magari anche per le politiche dell’anno prossimo.
Pace e bene, dice Pannella, un po’ indispettito dalla febbre del Cav., sopraggiunta inopportuna a rallentare il tentativo di convincere Umberto Bossi a mandar giù l’accordo con i radicali.
“Se fosse vero che Bossi è contrario – borbotta Pannella – perché la fatica di organizzare una cena con Berlusconi? Basterebbe prolungare la malattia del premier altri due giorni e addio intesa per mancanza di tempo”.
E il tempo, assieme al denaro, è ciò che manca ai radicali per presentare le loro liste senza aggrapparsi a una delle metà del mondo bipolare; senza dover dichiarare bancarotta tra pochi mesi. Di qui l’operazione ospitalità, ultima creazione di un partito sospeso tra la bella morte solitaria e l’asta pubblica di chi cerca compagnia sebbene controvoglia.
“Stavolta l’accordo lo vuole davvero”, giurano i radicali. L’accordo magari lo fa, Pannella. Perché malgrado i mugugni sparpagliati dei centristi questo suo offrirsi e sottrarsi ha sedotto sia il Cav. sia Prodi.
Entrambi sollecitati da Pannella ad attivare i sondaggisti di famiglia per capire quanto male farebbero a lasciarselo scappare.
Entrambi ipnotizzati, probabilmente, anche dalla magia illusionistica di chi è riuscito a trasformare una trattativa politica in ultima spiaggia morale.
C’è infatti questo tratto costante, insinuato dall’arte combinatoria di Pannella: chi si priva dei radicali non solo rischia di perdere consensi, ma rifiuta la dote ideale, legalitaria, disinteressata al limite dell’autolesionismo di cui i pannelliani sono portatori sani e sinceri.
Lì dove l’eventuale rifiuto è al contempo un assist per l’avversario e un’implicita autocondanna morale.
Da qui il saprofitismo elettorale (Edmondo Berselli) dei radicali, un parassitismo vestito di nobili principi con cui questa minoranza etnica del maggioritario, orgogliosamente anomala, più pura ma anche più meticciata di ogni altra realtà politica, si presenta anzitutto come minoranza etica da salvaguardare.
Poco importa che i cinici sottolineino il primo paradosso dei radicali: sostenitori del maggioritario all’americana costretti oggi a speculare sui due, tre punti percentuali che possono sottrarre a chi li tiene lontani.
Neanche fossero dei Mastella qualsiasi.
Poco importa, poiché le ragioni di sopravvivenza e i principi in nome dei quali mendicarla, in questo mercato allestito da Pannella, sono talmente visibili da disinnescare ogni tentazione autenticamente maliziosa.
E’ forse qui il capolavoro di Pannella.
Quelli – tutti quelli che non appartengano al mondo radicale – truccano da grande politica il loro mercanteggiare sul potere.
Lui fa grosso modo lo stesso, aggiungendo un’efficacissima dose di suggestioni apocalittiche.
Però accade che un minuto dopo confessi le ragioni prosaiche e alimentari della faccenda.
E’ uno che potrebbe aver chiesto al Cav. dieci milioni di euro, come si dice in giro, con la faccia da pokerista più trasparente del mondo. Insomma gli altri peccano e lui pecca fortiter, più forte e più sfacciato, e così facendo trasforma il successo del suo peccato in grazia meritata.
Quasi fosse un fachiro luterano, avvezzo a usare il proprio corpo come un arco teso tra il possibile e il reale, e l’inestinguibile favella come strumento per addomesticare il battito cardiaco della politica, conquistare anime e corpi e poi svelare il trucco ghignando il proprio “ho famiglia”.
La famiglia è il piccolo mondo radicale su cui regna girando la ruota dei sempre potenziali successori: ogni raggio è la donna o l’uomo nelle cui mani sembra voler depositare l’eredità della setta.
Lui intanto resta al centro, inamovibile. E qualunque cosa dica si finisce a credergli per sfinimento, oppure come si accoglie, più che un articolo di fede, lo stato d’animo vibrante creato dalla sua ripetizione solenne e stregonesca.
(ag) su Il Foglio
saluti




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