08/feb/2005
Intervento dell’On. Luciana Sbarbati - Segretario Nazionale Movimento Repubblicani Europei per la conferenza europea
"From theory to practice: women and men in equal partnership in politics" Atene 3, 4, 5 Febbraio 2005
Premettetemi prima di tutto di ringraziare gli organizzatori del convegno che mi hanno permesso, pur non potendo partecipare all’incontro, di inviare un contributo scritto. Un grazie di cuore alla collega Rodi Kratsa-Tsagaropoulou che ho avuto modo di conoscere e apprezzare già dalla scorsa legislatura al Parlamento europeo, che mi ha invitato. Un saluto doveroso lo rivolgo alle autorità presenti, ai relatori e a quanti partecipano alla manifestazione. A tutti il mio più sentito augurio perché il dibattito si riveli costruttivo e perché il convegno abbia successo.
Ho accolto con piacere l’invito ad argomentare di parità e di pari opportunità perché sono convinta che questo tema meriti un approfondimento vero al di là della demagogia.
E’ molto facile incorrere nella retorica parlando di cosa occorrerebbe per una reale parità o quantomeno una parità di opportunità per le donne in tutti i campi.
Sovente ci si limita ad elencare tutte le “debolezze” delle donne, i ritardi, le diversità di attitudine fra i sessi e si finisce per parlare del 50% della popolazione mondiale come di una specie in estinzione o da proteggere, piuttosto che di una risorsa o di una potenzialità.
Credo, invece, sia arrivato il momento di dimostrare – se si desidera una vera inversione di tendenza - che le donne credono nelle donne, che le donne hanno un valore aggiunto in molti ambiti, che le donne cominciano a reagire. Reagiscono agli stereotipi della regina del focolare, del sesso debole, della vittima di provocazioni, etc.
La mia personale esperienza dimostra che se una donna ha volontà e capacità, lottando, impegnandosi, ottiene anche quelle opportunità (fuori quota) che invece, spesso, le politiche al femminile contingentano.
Ho una famiglia, ho insegnato all´Università e poi diretto un istituto con 1500 alunni, sono stata Vice Presidente dell’Associazione Nazionale dei Presidi, amministratore locale e poi deputato per nove anni al Parlamento italiano prima di divenire, nel 1999, deputato europeo. Nessuno mi ha spianato la strada, anzi, spesso sono stata osteggiata. A volte sono stata l’unica donna a partecipare a riunioni politiche, come oggi sono l’unico segretario nazionale donna di un partito nel mio paese: l´Italia
E’ chiaro anche che molto si deve sacrificare e che la famiglia é chiamata a condividere e collaborare, ma il peso morale e materiale é sulle nostre spalle e spesso é troppo grande. La parità non è chiesta in termini di mera visibilità o potere, ma per opportunità vere per fare esperienze che superano l’io e che possono essere utili ad altri. Così si ottiene una reale crescita: se ciò che si fa é condiviso dalla famiglia. Fin dal 1979, al Parlamento europeo si era costituita una commissione ad hoc per i diritti della donna che produsse dopo 14 mesi di lavoro una risoluzione con 59 punti che sottolineavano tutte le inuguaglianze di cui erano vittime le donne e quindi le discriminazioni per le quali si auspicava l’adozione di provvedimenti atti a ridurle.
Fra le priorità si annoveravano il diritto al lavoro, quale garanzia di indipendenza (sotto retribuito rispetto agli uomini) e quello alla dignità di essere umano (controllo delle nascite, l’interruzione volontaria di gravidanza, lotta alla violenza morale e sessuale); ritardo delle donne nel campo dell’istruzione, uno status giuridico debole, la sottorappresentatività in tutti i consessi con poteri decisionali, di governo, nelle organizzazioni, ecc.
Sono trascorsi quasi 25 anni e le priorità restano più o meno le stesse, anche se sono lievemente diverse le percentuali che determinano il divario fra i sessi.
Il tempo non è passato invano, ma vorrei che si cominciasse a parlare di donne in quanto soggetti attivi, in evoluzione, con capacità critica e in grado di decidere come cittadine europee. L’Europa ha visto le donne emanciparsi, conciliare famiglia e lavoro. Una buona percentuale di donne oggi è laureata, molte sono divenute imprenditrici; ci sono donne impegnate nel sociale, nel sindacato che hanno dimestichezza con le nuove tecnologie. Tuttavia la percezione della parità di genere resta legata alle percentuali anche se sarebbe opportuno non fosse ridotta a mero calcolo matematico. Le donne che fanno carriera, poche, sono quelle che hanno più capacità, che hanno avuto la forza e il merito di lottare per affermarsi in un mondo tradizionalmente maschile.
Sono quelle che non hanno mollato. Sono quelle che hanno creduto nelle loro potenzialità e che hanno capito che la supremazia maschile è un mito che si sta sgretolando. E’ un falso storico.
L’art. 119 del Trattato di Roma per primo affermò che doveva essere garantita la parità di trattamento economico fra i sessi. Oggi almeno 6 direttive e un numero piuttosto alto di raccomandazioni, programmi d’azione e un’ampia giurisprudenza della Corte di Giustizia, affrontano lo stesso tema.
Moltissime Risoluzioni del Parlamento hanno esaminato le tematiche della parità e delle pari opportunità non solo nel campo lavorativo ma in ogni altra sfera, dalla famiglia, alla politica, nel sociale, ecc.
Dal 1985 viene organizzata a cadenza quinquennale o decennale, itinerante, la Conferenza mondiale delle donne alla fine della quale viene pubblicato un documento di auspici e di impegni sottoscritto dai rappresentanti dei Governi partecipanti e che fotografa la situazione – nei settori più disparati e in tutti i continenti – in cui vive la popolazione femminile. Inutile aggiungere che in allegato si trova sempre un elenco di proposte e iniziative da realizzare.
Il 25 gennaio in Parlamento a Bruxelles si è svolta un’audizione pubblica sulla revisione a medio termine dell’Agenda di Lisbona in materia di parità di genere.
La commissione donne da anni assicura una lettura critica di tutti i documenti della Commissione e lavora costantemente al fine di verificare che le risoluzioni del Parlamento contengano sempre riferimenti alla parità di genere. Sono stati anche finanziati programmi di cui hanno beneficiato gruppi bersaglio. Per donne in difficoltà e minori e sono stati organizzati corsi di formazione e azioni per promuovere le pari opportunità in tutti i campi.
I commissari che si sono succeduti agli affari sociali hanno sempre assicurato cura e impegno su questo delicato tema. Da quest’anno la Commissione lavoro e affari sociali ha aggiunto “e per le pari opportunità” nella sua dicitura ufficiale.
Il 17 luglio del 1979, Louise Weiss nel suo discorso da decano del Parlamento, subito prima dell’elezione di Simone Veil a Presidente disse: “proclamare il diritto non è un obbligo, ma proclamarlo pretendendo di imporlo mentre lo si tradisce, è un crimine”.
Forse, questa affermazione sintetizza ciò che accade oggi in Europa. Le donne hanno condotto battaglie, i Governi hanno prodotto leggi per garantirle, l’UE infila la parità di genere in tutte le sue Risoluzioni ma nella realtà poco o nulla è cambiato nella quotidianità della maggior parte delle donne, tant’è che noi siamo qui a parlarne più o meno negli stessi termini di allora.
Louise Weiss fece ancora un riferimento che resta di grande attualità: “identità, natalità, legalità, l’Europa non ritroverà il suo splendore se non riaccendendo questi fari, i fari della coscienza, della vita e del diritto” (...).
Nel suo intervento si soffermò a spiegare che identità non doveva essere intesa come similitudine ma come percezione profonda di sé. “Impossibile creare l’Europa senza gli europei”. (...) “Meno male che i giovani, girando con il sacco in spalla, già ignorano le frontiere” e proseguì con un auspicio: “la creazione di un’Università europea, non in uno o più edifici per giovani sradicati, ma che fosse ovunque e multiforme”. Si soffermò moltissimo sul problema dell’invecchiamento della popolazione e sulla flessione delle nascite. “Nessuno degli acquisti di bambini ai quali i nostri governi sgomenti si apprestano, con sussidi e sgravi d’altra parte troppo pesanti da sopportare per i loro bilanci, piegherà il destino iscritto. Il denaro non rimpiazza l’amore e la speranza. Se le donne occidentali non vogliono più bambini, è perché li giudicano inutili, addirittura nocivi al loro lavoro come ai loro divertimenti. (...) Il bambino collettivizzato non è di utilità alla famiglia ed è di grande fastidio in una società di penuria. Di più. Non sarà la psicologia dell’assistenza accordata alle donne europee per le loro maternità eventuali che modificherà i loro sentimenti. Questa psicologia sottintende il bambino come un onere, come un rischio – perfino come una calamità – mai come un investimento. (...) Perché le donne feconde una volta erano benedette? Primo, il figlio collaborava al lavoro familiare, o lo integrava. Secondo, il figlio prendeva a carico i suoi vecchi. Terzo, il figlio trasmetteva il patrimonio. Oggi il bambino nasce. Primo, impazienti, preoccupati i genitori si chiedono che cosa faranno di lui. Secondo, non contano sul suo aiuto perché lo Stato li prende a carico nella loro vecchiaia. Terzo, quanto ai patrimoni, questi non si trasmettono più, perché si volatilizzano, come ognuno sa”.
A queste affermazioni pronunciate nel ’79 oggi si può solo aggiungere che sono oltre che di estrema attualità, una fotografia del nostro quotidiano. E introducono una verità: le politiche di genere non possono prescindere dal contesto in cui si applicano.
Non ha senso, infatti, immaginare un intervento volto a incrementare il numero degli asili aziendali se le donne – in Europa - non si sposano o non fanno figli perché ciò impedisce loro di fare carriera.
Come non è proficuo introdurre le quote rosa nelle leggi elettorali se poi le donne che vengono candidate hanno il solo scopo di fare da riempitivo e si penalizzano quelle con capacità e meriti.
Ed è inutile pensare ad una parità di opportunità nel lavoro se il datore di lavoro fa sottoscrivere una lettera di impegni alla donna da assumere che prevede che questa non resti incinta pena il licenziamento. Non è utilizzabile una politica di agevolazioni fiscali per l’acquisto della prima casa pensata per le giovani coppie se il reddito familiare (dimezzato dall’introduzione dell’Euro) non consente l’acquisizione di un mutuo per pagarla, visto che il mercato del lavoro offre opportunità solo temporanee o contratti a progetto.
Come è inefficace rispetto al reiterarsi del reato, penalizzare la violenza sessuale e le molestie se nella coscienza dell’uomo non si modifica la percezione della donna.
“La donna non gode solo della tutela del marito, ma anche di quella di ogni uomo dabbene” affermò una collega tedesca durante il dibattito che presentava il lavoro della commissione ad hoc.
Occorre quindi una coscienza della parità supportata da una legislazione contestualizzata e non fine a se stessa e rigida. Come è necessaria una percezione della parità che superi i pregiudizi, parimenti occorrerebbe da parte delle donne più determinazione nel chiedere – non tanto garanzie e tutele – quanto l’applicazione e il rispetto di tutte le norme esistenti che, se rispettate, basterebbero a realizzare la parità di genere.
In ´Italia é stata introdotta nella Costituzione e nelle leggi elettorali la norma sulla parità nella rappresentanza politica, ma troppo spesso é disattesa. Ad oggi almeno il 30% delle liste dei partiti deve essere composto di donne, ma si punta al 50%. In tutta sincerità va però detto che quando é il momento i partiti non riescono a trovare così tante donne per riempire le liste secondo la legge. Perché? Perché fare politica costa troppo alle donne, perché il tempo della politica é maschile, perché i partiti al loro interno debbono rieducarsi al rispetto e alla promozione di tutti, donne e uomini, per fare emergere i migliori nell´interesse della comunità. Molto abbiamo fatto, ma la strada é ancora lunga. Il pericolo é che in un momento di recessione il cammino abbia una battuta di arresto che non possiamo permetterci, sia per non tornare alle ingiustizie sociali che abbiamo subito, sia perché la politica ha bisogno di noi donne, della nostra intelligenza, pulizia, generosità, passione.




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