Raccolte in un libro le riflessioni sulla «Recherche» che l’autore polacco tenne durante la sua reclusione nel campo di Griazowietz
ammucchiati sotto i ritratti di Marx, Engels e Lenin, sfiniti dopo una giornata di lavoro al freddo, con temperature che raggiungevano i quarantacinque gradi sotto lo zero».
CORRIERE DELLA SERA
Via dall’inferno del gulag. Con Proust
Parigi 1924. Joseph Czapski, ventottenne rampollo di una famiglia aristocratica polacca, arriva nella capitale francese con un piccolo gruppo di amici artisti per dedicarsi allo studio delle belle arti. Vuole restarci qualche mese per imparare lo stile del Ventesimo secolo, ma Parigi lo tratterrà per sette anni. La letteratura lo interessa non meno della pittura. C’è un nuovo stile moderno francese fatto di frasi brevi, spezzate e di temi all’ordine del giorno. Poco dopo il suo arrivo però gli capita tra le mani uno dei volumi della smisurata opera di un francese morto due anni prima, Marcel Proust. Sulle prime quelle pagine lo meravigliano e non sa come maneggiarle intellettualmente: gli sembrano del tutto in antitesi con quello che percepisce essere lo spirito del tempo; il cubismo e il futurismo impongono la loro pedagogia trasgressiva quanto intransigente, tutto ciò che non è attuale non esiste. Ma poco dopo Czapski, durante una malattia, riprende in mano quei volumi fitti di frasi che sembra non debbano mai finire. Ora Proust lo colpisce al cuore, lo legge e lo rilegge anche se, mentre insegue lo stendardo della modernità in pittura che vuole riversare nel proprio Paese, ancora non sa bene a cosa gli servirà quell’opera sconcertante e come fuori dal tempo.
Griazowietz, Unione Sovietica, 1941. Un gruppo di quattrocento militari polacchi - soldati e ufficiali - è detenuto in un campo di prigionia sovietico. È quanto resta di un contingente molto più vasto, almeno quindicimila uomini, che nell’aprile del ’40 i russi hanno deportato verso Nord dai campi di Starobielsk, Kozielsk e Ostaszkow; molti dei dispersi giacciono assassinati dall’Armata rossa nelle fosse di Katyn. Joseph Czapski è uno dei prigionieri del campo.
Rientrato in patria dopo il soggiorno parigino è stato il fervido animatore della battaglia per la modernizzazione dell’arte polacca contro il passatismo e l’inerzia della tradizione; adesso però deve combattere contro altri nemici, il gelo, la fame, le malattie, gli interrogatori, la terribile promiscuità, le cimici delle brande dell’ex convento trasformato in campo d’internamento. È tanto tempo che i volumi di Proust non li ha più tra le mani, ma non li ha mai dimenticati e ora, nell’isolamento nella paura e nel degrado, capisce davvero a cosa gli possono servire. La sera, dopo i lavori imposti ai prigionieri, riunisce nell’ex refettorio i suoi compagni e inventa per loro una imprevedibile serie di conferenze.
Mentre lui parla, con le mani intirizzite qualcuno appunta ciò che dice: molti anni dopo la guerra le conferenze vedranno la luce con un titolo che ne spiega l'esistenza: Proust contro il degrado . «Questo non è un saggio letterario nel vero senso della parola - scriveva Czapski nell’introduzione - si tratta piuttosto di ricordi su un’opera alla quale dovevo molto e che non ero sicuro di rivedere ancora nella mia vita».
In effetti, ora che le conferenze di Griazowietz sono state pubblicate in italiano da una piccola e originale casa editrice napoletana, L’Ancora del Mediterraneo, non come un saggio letterario appare quel lontano discorso pronunciato nel gelo della prigionia, ma come la singolare testimonianza di un atto di eroismo intellettuale e come un racconto dimenticato di resistenza al male, la cui trama, oltre alle considerazioni su Proust, è disegnata dai testi che le accompagnano e che ricostruiscono la storia umana e politica dell’autore.
In particolare un ricordo di Czapski a opera del compatriota Gustaw Herling, a lui legato dalla comune esperienza vissuta: come Herling anche Czapski, dopo la prigionia nel gulag, si era unito all’armata polacca del generale Anders combattendo insieme agli inglesi contro i nazisti in Africa e in Italia e, come Herling in Un mondo a parte , anche Czapski aveva raccontato in un breve testo intitolato Terra inumana la tragica sorte degli ufficiali polacchi imprigionati e scomparsi in territorio sovietico prima che la Germania con l’Operazione Barbarossa rompesse il patto con l’Urss. Ma parlare di Proust e del suo mondo per l’ enfant terrible - come lo definisce Herling - pittore, critico d’arte e grande lettore, non era stata solo una delle scelte possibili all’interno di un vasto repertorio di competenze intellettuali.
La Ricerca del tempo perduto nel tempo senza tempo del campo di prigionia diventa per Czapski una guida alla libertà possibile e insieme una ricognizione della forza spirituale contro l’orrore della storia. Di Proust gli interessa il movimento incessante tra i vivi e i morti e tra spazi e tempi diversi a fronte dell’immobilità cui il campo costringe e lo scrittore gli appare come il campione della sensibilità e dell’ampiezza della creazione umana in un mondo votato all’insensibilità e alla distruzione degli uomini. L’artista polacco ne racconta la malattia, l’isolamento e soprattutto l’energia interiore contro la morte: «La morte gli era divenuta indifferente» si legge nelle ultime righe delle conferenze (da cui il titolo dell’edizione italiana del libro: La morte indifferente. Proust nel gulag ).
In stretta sintonia con quanto il suo autore del cuore aveva scritto su quell’«atto psichico originale chiamato lettura» nella prefazione del 1905 alla traduzione di Sesamo e gigli di Ruskin, Czapski, grazie al libro evocato dalla memoria nello spazio angusto del campo, ritrova la possibilità di muoversi in un tempo e in un mondo perduto, che soltanto non cedendo alle condizioni del presente disumano avrebbe potuto ridiventare il mondo futuro. Con lui la sorte fu clemente: dopo la guerra e il servizio nell’esercito di Anders riuscì a sottrarsi alla Polonia sovietizzata e si trasferì di nuovo nell’amata Parigi. Riprese a dipingere e scrivere, ma fu anche tra gli organizzatori della rivista Kultura , uno dei principali organi della dissidenza polacca in Francia. Per non dimenticare i campi dell’orrore e i compagni di prigionia che, con una disperata e insieme fiduciosa partecipazione, ascoltavano le sue chiacchierate serali sul Faubourg Saint-Germain «ammucchiati sotto i ritratti di Marx, Engels e Lenin, sfiniti dopo una giornata di lavoro al freddo, con temperature che raggiungevano i quarantacinque gradi sotto lo zero».
Elisabetta Rasy
Cultura




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