L'arte e il disagio vanno a braccetto; questa visione, che viene bollata come romantica e ottocentesca, nasce in realtà nel quattrocento e ha dei precedenti ancora più antichi. Come mai l'idea dell'artista tormentato e disadattato è sempre così viva nell'immaginazione collettiva? È ancora questa la visione dell'arte dalla quale siamo influenzati?
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Vincent Van Gogh - autoritratto
A ben vedere, è il contrario. Siamo ormai influenzati da una visione (nella quale siamo immersi senza neanche rendercene conto) che vorrebbe negare la sensibilità "singolare" dell'artista.
Oggi il mercato vuole che l'artista sia un affarista, e che produca gadget carini, perché questo rende tutto più semplice, più mercificabile.
La visione cosiddetta "romantica" dell'artista, dà fastidio. È disarmante e ingestibile.
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Keith Haring's trip to Milan in 1984
Eppure, ancora oggi, è quella più calzante; quella più vicina alla realtà.
Ma stanno/stiamo facendo di tutto per demolirla.
Oggi un artista che si arrovella, trascinando la propria esistenza confusamente, non è più un "genio sregolato", ma semplicemente un "patetico fallito".
Oggi bisogna essere vincenti, non se ne può proprio fare a meno; a costo di negare l'evidenza, di negare l'arte e le ragioni della creazione.
Che piaccia o meno, spesso l'artista, del passato e del presente, ha una sensibilità ipertrofica, che rende la sua vita travagliata; non si tratta di romanticismo, ma di un dato di fatto.
Il fatto stesso che spesso la sua esistenza sia totalmente votata alla creazione, preda di una monomaniacalità che di normale ha ben poco, la dice lunga.
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Francis Bacon
Study for a Self-Portrait, 1963
La produzione di Michelangelo è sterminata; persino in età avanzata lavorava giorno e notte, con un'energia e una velocità che neanche un gruppo di giovani e robusti cavatori sarebbe riuscito ad eguagliare.
Beethoven si concedeva solo un paio d'ore di sonno tra una sessione e l'altra di composizione.
Georges Simenon è stato un infaticabile operaio della parola; riuscì a scrivere ben quarantuno romanzi in un solo anno, il 1929.
La lista degli instancabili continua con le corpose produzioni di Balzac, Rubens, Rodin, Delacroix, Bach, Mozart, Flaubert, Leonardo, Hugo, Picasso...
Quanto alle stranezze ed agli acciacchi di varia natura, c'è solo l'imbarazzo della scelta:
Le crisi allucinatorie di Rimbaud.
Le allucinazioni auditive di Schumann.
L'anoressia di Kafka, affetto anche da dismorfobia, disgustato dalla sessualità, terrorizzato dalle malattie e vittima delle sue stesse regole, che lo sottoponevano a docce gelate e prove fisiche al limite della sopportazione.
La dislessia di Dickens.
L'isolamento morboso di Glenn Gould, afflitto da fobie, e forse dalla Sindrome di Asperger (una forma di autismo), che lo portarono a non toccare più nulla con le mani, a dormire pochissimo e a nutrirsi di un unico, frugale, pasto al giorno.
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L'Urlo di Munch
La criminale violenza del Caravaggio e di Benvenuto Cellini, quest'ultimo addirittura pluriomicida.
L'asocialità di Newton, che a 51 anni cominciò a dare segni di follia.
La depressione di Monet, Baudelaire, Goethe e De Chirico.
Il valetudinario Marcel Proust, che si confinò in una stanza tappezzata di sughero, vivendo solo di notte ma senza muoversi dal letto.
L'alcolismo di Hemingway, Poe e Modigliani.
Le eccentricità del Pontormo, solitario e in balia delle fobie.
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Caravaggio: Giuditta che decapita Oloferne
Il masochismo di Rousseau.
Le tendenze pedofile di Carroll e Schiele.
Le manie di persecuzione di Schopenhauer, che si paragonava a Gesù.
Il metodo critico paranoico di Dalì, esibizionista e istrionico, il quale fieramente sosteneva: "L'unica differenza tra me e un folle è che io non sono folle".
I problemi mentali di esseri come Edvard Munch, Vincent van Gogh e tanti altri farebbe pensare che a furia di praticare i confini della follia, si finisca per cadere dal precipizio.
Alberi cresciuti storti, ma dai succulenti frutti.
Eppure, forse per loro non si può parlare di vera e propria malattia; infatti, tutti gli esperti che hanno tentato di definire il rapporto tra genialità e disagio, si sono trovati di fronte a qualcosa di troppo grande e indefinibile, rimanendo così nell'ambito delle ipotesi, se non delle supposizioni.
Perché forse più che ad una forma di malattia, l'arte porta ad estrema differenza, non appartenenza.
Una sanità semplicemente diversa da quella della "normalità", e per questo vista come malattia.
Come nel bellissimo racconto di Richard Matheson "Io sono leggenda", dove il solitario protagonista combatte un mondo di vampiri, rendendosi infine conto che ai loro occhi il vero mostro è lui, così l'artista si muove in un mondo di feroce normalità, che finisce per isolarlo nella sua diversità.
Relegandolo al rassicurante ruolo di scherzo della natura.
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Egon Schiele-autoritratto
Testo tratto da SuperEva.it




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