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Discussione: letture riformiste

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    "Liberal-socialisti. Il futuro di una tradizione", a cura di Nadia Urbinati e Monique Canto-Sperber, Marsilio, pp. 216, euro 9.90

    Ogni libro ci parla di un mondo. Ma il mondo dei liberal-socialisti è anche il mio; per cui un’emozione insolita mi ha accompagnato nella lettura di questo saggio, curato da Nadia Urbinati e Monique Canto-Sperber e scritto anche da Steven Lukes, Otto Kallscheuer e Mitchell Cohen, che hanno analizzato il contributo dei liberal-socialisti nelle varie realtà nazionali. Socialismo libertario, liberalismo sociale, social-liberalismo, liberal-socialismo, socialismo liberale, socialismo etico, socialismo umanitario, socialismo delle libertà sono nomi diversi che indicano un medesimo sforzo: coniugare libertà e giustizia, promuovere l’eguaglianza nel rispetto delle differenze, permettere a ciascuno di realizzare il proprio progetto di vita. Cambia il punto di partenza: se Carlo Rosselli, ad esempio, è un socialista che fa propri i metodi e le istanze del liberalismo, Guido Calogero è un liberale che non vede contraddizione fra lotta per la giustizia e lotta per la libertà. Leggendo il libro, comunque, ho trovato conferma a un mio vecchio convincimento: non esiste il liberal-socialismo; esistono i liberal-socialisti, con i loro sforzi, le loro proposte, i loro limiti: dall’anarchico Francesco Saverio Merlino al liberale John Stuart Mill fino al socialdemocratico Eduard Bernstein. Di certo il saggio mostra con eloquenza quanto falsa sia la distinzione, appresa a scuola, fra socialismo “scientifico” (quello di Marx ed Engels) e socialismo “utopistico”. Anzi: spesso i liberal-socialisti considerano utopiche proprio le idee e le previsioni di Marx: si pensi a quella sulla scomparsa dei ceti medi, quando invece essi hanno conosciuto nel secolo scorso uno sviluppo formidabile e hanno avuto un ruolo decisivo nella vita degli stessi partiti socialisti. Il marxismo, in realtà, è solo uno dei filoni del socialismo: uno dei principali, certo. Ma il socialismo non nasce con Marx né muore col marxismo, anche se con esso deve inevitabilmente fare i conti. Già nel 26, del resto, il liberal-socialista francese Henri de Man scrisse “Au-delà du marxisme”. E poi, per dirla con Durkheim, il socialismo “non è una scienza, una sociologia in miniatura, è un grido di dolore e, a volte, di collera, lanciato da uomini che percepiscono con maggiore forza il nostro malessere collettivo”. Un’idea forza dei liberal-socialisti è da sempre quella federalista: dare spazio alle comunità locali, decentrare, federare, dar vita agli Stati Uniti d’Europa, promuovere un Arbitrato internazionale per risolvere i conflitti. In ciò c’è anche l’eco di Kant, considerato da Hermann Cohen addirittura “il vero iniziatore del socialismo tedesco”. E il “socialismo neokantiano” è un altro mio amore giovanile: sì, perché considero la seconda formula dell’ imperativo categorico (“agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine mai come mezzo”) alla base dell’idea moderna di democrazia. Per dirla con Cohen, “l’essere fine a se stesso produce e determina il concetto di persona, il concetto fondante dell’etica. Mero mezzo è la cosa che in quanto cosa è una merce del commercio economico. L’operaio non può quindi mai essere calcolato in quanto pura merce, nemmeno per i più alti fini della cosiddetta ricchezza nazionale, deve essere sempre considerato e trattato allo stesso tempo come fine”. Un filo rosso, del resto, lega la Riforma protestante, le rivoluzioni inglesi, la rivoluzione americana, quella francese e il socialismo liberale: si tratta del principio dell’autodeterminazione dell’individuo, della conquista della libertà e della sua traduzione in concreta capacità d’azione. Friedrich Naumann, pastore protestante social-liberale, colse l’esigenza, in particolare, di realizzare una sintesi dialettica fra il liberalismo democratico di Rousseau, in base al quale “tutti devono governare lo Stato”, e quello degli americani, in base al quale “tutti hanno lo stesso diritto di essere lasciati in pace dallo Stato”. Quanto hanno inciso i liberal-socialisti nella storia dei loro paesi e del movimento operaio? In Inghilterra le loro idee hanno influenzato grandemente la sinistra e, a mio parere, sono alla base dell’esperienza del New Labour. Non così la pensano gli autori del libro, assai critici verso il nuovo corso britannico. Il loro atteggiamento è espressione, credo, di un liberal-socialismo “d’accademia”, non sempre capace di cogliere le dinamiche profonde della società, esposto al rischio del conservatorismo. Eppure il liberal-socialismo, pur animato spesso da intellettuali e accademici, non nasce come un socialismo “d’accademia”: è anzi spesso espressione delle forze più vitali della società. In Italia, caso unico al mondo, una forza politica, il Partito d’Azione, scelse il liberal-socialismo come ideologia “ufficiale”; e, come ha scritto Massimo Salvadori, il suo deludente risultato elettorale, nonostante tutte le spiegazioni che si possono addurre, resta un enigma storico. In Germania, dietro la formula adottata dalla Spd nel 59 a Bad Godesberg, “mercato quanto possibile, pianificazione quanto necessario”, è evidente l’eco del pensiero social-liberale. Quanto alla Francia, condivido l’attenzione che il saggio riserva alle elaborazioni di Michel Rocard, esponente socialista (assai diverso da Mitterrand) che ho sempre ammirato. Egli al Congresso di Nantes del 77 proponeva una cultura di sinistra “liberatrice, che si tratti di maggioranze dipendenti come le donne, o di minoranze male accolte nel corpo sociale: giovani, immigrati, handicappati. Questa cultura diffida dei regolamenti e dell’amministrazione, preferisce l’autonomia delle collettività di base e la sperimentazione”. Trovo superficiale e sbrigativo, invece, il modo con cui nel libro viene liquidato il Congresso di Epinay del 71, grazie al quale nacque l’attuale Psf: l’incontro di forze diverse – socialisti, repubblicani, cristiano-sociali, radicali – fu tutt’altro che un passaggio strumentale; diede anzi voce a istanze e fermenti vivi della società civile. Il testo, infine, mostra come il tentativo “di attribuire una connotazione sociale ai valori liberali” e “una sfumatura liberale a quelli socialisti” abbia “incoraggiato la nascita di varie controcorrenti intellettuali negli Stati Uniti”. E, grazie al contributo dei liberal-socialisti, “nel confuso panorama politico americano se non altro la superficialità è diventata una merce un po’ più

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    “Ripensare La Terza Via”
    A cura di Matt Browne e Patrick Diamone
    Marsilio, pp. 253, euro 12.00

    “Tu non sei solo/a”! può essere il messaggio forte dei socialdemocratici dinanzi alle ansie e alle inquietudini dell’uomo e della donna del ventunesimo secolo. Il timore di non trovare lavoro o di perderlo, la minaccia del terrorismo e della criminalità, l’insicurezza suscitata da flussi migratori che sembrano inarrestabili, la difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, il degrado urbano e ambientale generano spesso sfiducia e disincanto verso la politica e verso la sinistra. E la risposta della parte più coraggiosa della sinistra, sintetizzata nella formula della Terza Via, volta a coniugare mercato e pari opportunità, benessere collettivo e centralità dell’individuo, appare oggi insufficiente. Di qui l’urgenza di ripensarla. Le parole più usate dagli autori del libro già offrono ipotesi e spunti di riflessione: “sfida”, “visione”, “speranza”, “dilemma”, “responsabilità”, “comunità”, “locale”, “individuale”. Un termine, usato quasi come sinonimo di socialdemocratici, mi lascia perplesso: progressisti. Crediamo ancora di interpretare, da persone di sinistra, “le magnifiche sorti e progressive” dell’umanità? La storia ha una direzione e un verso? C’è una freccia del tempo? La sinistra è davvero la levatrice della storia? Sarebbe comunque difficile trovare un altro sostantivo/aggettivo altrettanto efficace nell’indicare quelle forze democratiche che, accanto ai diritti civili e politici, guardino non fugacemente ai diritti sociali e ai bisogni collettivi. Già: la tensione fra giustizia e libertà e quella fra individuo e società restano alla base delle discussioni e delle argomentazioni dei pensatori e dei politici di sinistra. Così se Laurent Fabius, con tutte le sue aperture, resta ancorato ai principi e alle espressioni della tradizione socialista, Patrick Diamond parla ad esempio di “una nuova razza di ‘liberi lavoratori’” che “si sta formando in tutto il mondo industrializzato” e Dan Corry assegna un ruolo nella coproduzione-distribuzione dei servizi pubblici persino ai singoli. E in caso di conflitto fra istanze diverse? Risponde Hubertus Heil, citando Willy Brandt: “In caso di dubbio, il nostro valore fondamentale è la libertà”! In nome della democrazia e della libertà, poi, sono da rivedere concetti tradizionali come la non ingerenza negli affari interni degli altri paesi; ma a una condizione: che ci siano regole chiare e condivise. Ricardo Lagos, da parte sua, mostra il nesso forte che lega libertà, sviluppo e condivisione delle responsabilità al fine di ridurre drasticamente la povertà nel sud del mondo. Per non dire del protezionismo, che di fatto taglia fuori le nazioni più povere, come quelle africane, dal mercato mondiale. Se il dirigismo e lo statalismo hanno a lungo caratterizzato la cultura politica dei socialdemocratici, oggi la parola d’ordine sembra essere “decentramento”. Sì: decentrare, federare, devolvere, responsabilizzare le comunità locali e i quartieri appaiono il modo per colmare la distanza fra l’erogazione dei servizi e i bisogni dei cittadini. C’è di più: dinanzi alla frattura fra la politica e la vita della gente e al conseguente fascino troppo spesso esercitato dal populismo della destra c’è chi, come René Cuperus, propone una sorta di populismo di sinistra; intendendo per populismo “soluzioni derivate dal senso comune in modo da essere comprese da tutti”. E qui si apre il tema decisivo dell’efficacia della comunicazione politica. Il New Labour, per superare il muro di una stampa ostile, ha spesso fatto eccessivo ricorso alle semplificazioni e agli slogan. Oggi invece occorre “condividere il potere” con i cittadini a partire da ciò che Peter Mandelson definisce “una cultura di sincerità attorno alle affermazioni del governo”. Troppe volte, in definitiva, gli individui si sentono realizzati come persone, nella sfera più intima e privata della propria esistenza, ma non come cittadini, protagonisti di una comunità e di un progetto condiviso. La Terza Via non è riuscita a colmare la frattura: sta a noi andare oltre.

 

 

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