Esultano gli occupanti imperialisti
Elezioni farsa in Iraq per gli Ulema sono "illegittime".Dubbi sul numero dei votanti
Ritirare subito le truppe di occupazione, cominciando dalle italiane
Le elezioni del 30 gennaio per nominare i 275 componenti del parlamento che dovrà scrivere la nuova costituzione dell'Iraq si presentavano come una farsa inscenata dagli occupanti imperialisti e dal governo fantoccio di Allawi per dimostrare l'avanzamento del falso processo di "democratizzazione" del paese. E così è stato. A cominciare dal ridicolo balletto da Washington a Baghdad sul numero dei votanti che è passato in poche ore da un 72% a un circa il 60%; altre fonti non governative stimavano un dato attorno al 50%. Senza dimenticare che comunque i tempi del voto e il meccanismo elettorale sono stati imposti all'Iraq dagli occupanti con l'avallo della risoluzione 1546 approvata l'8 giugno scorso dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, che il voto in un paese sotto controllo militare straniero è tutt'altro che "libero".
Per le elezioni farsa hanno esultato soprattutto gli occupanti imperialisti, impegnati ad accreditarle come una "svolta" determinante per il futuro del paese, sotto il loro controllo. Impegnati a dimostrare che il boicottaggio del voto dichiarato dalla comunità sunnita e da organizzazioni della resistenza sarebbe fallito. Impegnati anche a contare altri soldati caduti sotto il tiro della resistenza, dai 30 marines americani sull'elicottero caduto il 26 gennaio presso il confine con la Giordania agli almeno 10 soldati inglesi sull'aereo abbattuto da un missile terra-aria a pochi chilometri da Baghdad.
I risultati ufficiali del voto per il parlamento, per i consigli regionali delle 18 province e per l'Assemblea nazionale del Kurdistan nelle tre province curde del nord, dovrebbero essere resi noti entro il 10 febbraio. Il parlamento eletto, denominato Assemblea nazionale di transizione, sceglierà fra i suoi componenti i tre membri del Consiglio presidenziale cui spetterà il compito di nominare il governo. Secondo la scaletta predisposta dalla risoluzione Onu il compito principale del nuovo parlamento è quello di redigere entro la metà di agosto il testo della Costituzione che dovrà essere ratificata da un referendum entro i due mesi successivi. La carta costituzionale sostituirà quella provvisoria varata un anno fa sotto la giurisdizione del proconsole americano Paul Bremer. Entro il 15 dicembre si terranno nuove elezioni politiche.
Il primo passaggio è stata la farsa prevista. Quando mancavano ancora due ore alla chiusura dei seggi il Comitato elettorale iracheno annunciava una partecipazione al voto del 72%, quella auspicata una settimana prima da Bush. Un dato incontrollabile che ha comunque dato la stura agli entusiastici giudizi sul successo delle elezioni; un dato inizialmente accreditato anche dalla settantina di osservatori internazionali, che hanno ratificato la regolarità del voto presidiando solo i pochi seggi loro assegnati dagli occupanti, in seguito corretto con un 55%. A urne chiuse il portavoce della Commissione affermava che il 72% era solo un'ipotesi, il dato "più probabile è quello di 8 milioni di voti su oltre 14 milioni di elettori, quindi il 60%". Non è dato sapere la differenza tra quanti siano effettivamente gli elettori aventi diritto e quanti si siano registrati nelle liste per andare a votare, sui quali vengono fatti i calcoli della partecipazione al voto non riferiti quindi all'intero corpo elettorale. Ma anche stando al numero di voti e elettori annunciati dal portavoce della Commisione elettorale, il dato dei votanti sarebbe attorno al 55% e non al 60%; se si contano anche gli iracheni residenti all'estero, circa 1,2 milioni, la percentuale dei votanti scenderebbe a quasi il 50%. Da notare che degli 1,2 milioni di iracheni aventi diritto al voto e residenti all'estero si sono registrati per votare solo 280 mila. Lo sbandierato dato del 94% dei votanti fra gli iracheni all'estero è quindi in realtà poco più di un 20% del corpo elettorale.
Le cifre fornite dal governo fantoccio sono state contestate dal consiglio degli Ulema sunniti che ha definito "illegittime" le elezioni. Il portavoce del consiglio, lo sceicco Omar, ha affermato che "il tasso di partecipazione non è stato così alto come si pretende e l'immagine data dai giornalisti non è reale perché i rappresentanti della stampa hanno avuto accesso solo a cinque seggi". "Le elezioni non possono risolvere i problemi dell'Iraq - ha aggiunto il portavoce - poiché questi dipendono dalla presenza di un potere che ci occupa e che si rifiuta persino di fissare un calendario per il ritiro". Gli Ulema chiedono la fine dell'occupazione del paese.
La farsa del voto del 30 gennaio ha dato il via al percorso deciso dagli occupanti imperialisti che comunque resteranno in Iraq a tempo indeterminato, ovvero finché "non finiremo il lavoro" ha ribadito il nuovo segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Per la Rice, dalle urne "è emersa in Iraq la voce della libertà" come se il parziale esercizio del voto di una parte di iracheni fosse di per sé un'espressione di libertà a prescindere dalle condizioni di paese occupato nelle quali è l'Iraq. Questa è la "libertà" dell'imperialismo. Infatti concordi con le valutazioni degli Usa sono stati gli alleati nell'occupazione del paese, a partire da Gran Bretagna e Italia, ma anche i paesi imperialisti contrari alla guerra all'Iraq quali Francia, Germania e Russia, con l'aggiunta della Spagna di Zapatero. Tutti ansiosi di dare una mano per poter partecipare al processo di "ricostruzione e di democratizzazione" dell'Iraq, ovvero a partecipare alla spartizione della torta.
Occorre invece che le truppe di occupazione dell'Iraq siano immediatamente ritirate, a cominciare da quelle italiane. Di tutt'altro avviso il governo Berlusconi, con il ministro degli Esteri Fini che ripete la formuletta ipocrita "l'Italia ritirerà le truppe non appena lo chiederà il governo legittimato dalle elezioni"; come non ricordare che il primo atto del governo fantoccio Allawi insediato dagli occupanti imperialisti a Baghdad fu la richiesta del mantenimento delle truppe straniere per garantire la "sicurezza" del governo. Anche la "sinistra" borghese italiana concorda a partire da Romano Prodi che ha definito la farsa elettorale "una grande prova di democrazia" e ha ribadito che "dobbiamo contribuire alla costruzione di una democrazia operante in Iraq, fino a che il popolo iracheno non sarà messo in grado di gestire il proprio futuro". Per chiudere con Fausto Bertinotti che chiede il ritiro delle truppe dopo aver affermato, in sintonia con la Rice, che "ogni volta che un popolo riesce a votare è un'esperienza che va apprezzata" (sic).
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