Sono laureando in giurisprudenza. Nella mia carriera universitaria ho avuto modo di conoscere i principi costituzionali del nostro ordinamento, intangibili perni su cui fonda il nostro stato di diritto.
E' quindi con un certo stupore che ho constato che l'ordine degli avvocati ha stabilito che il libero accesso alla professione forense, subordinato ad un esame d'idoneità, dovesse invece essere limitato nel numero, al fine di garantire una concorrenza tollerabile. Inoltre, pare dimostrato che in questo, già di per sè anticostituzionale, concorso venga attuato in modo da violare gli interessi legittimi dei partecipanti; la commissione verbalizza tempi di correzione inferiori alle possibilità umane, come sentenzia un provvedimento del TAR, il che significa in pratica che non correggono tutti i compiti, ma solo quelli sufficienti ad abilitare idonei bastevoli alla soddisfazione del numero richiesto. Ergo non passano i migliori, ma coloro i quali sono tanto "fortunati" da essere esaminati cronologicamente per primi.
La situazione è ampiamente tollerata, in ultima analisi, dai tribunali amministrativi.
Questa situazione, ben presente al Nord, è stata recentemente diffusa anche al Sud, per impedire che vi ci si recasse per sostenere l'esame d'ammissione secondo legalità costituzionale.
E' in questi momenti in studio una riforma che avrebbe dovuto garantire l'accesso alla professione sulla semplice frequentazione obbligatoria di una scuola costosa. Ad essa sono seguite numerose proteste, anche da parte degli stessi praticanti, che tanto ne limiteranno la portata da renderla inutile.
Avendo, per ampliare il discorso, assistito a qualche udienza secondo il rito del lavoro, ho notato quanto segue: all'UNICA udienza nessuno tra gli avvocati e il giudice è sufficientemente a conoscenza della causa, e quindi tutti si preoccupano di renviarla a quella successiva (Chiarovenda 'nculet). Quella successiva, se proprio occorresse, dovrebbe essere fissata dopo tempi brevissimi, credo dieci giorni, però viene fissata dopo sei mesi.
La discussione della causa si sostanzia in un accordo economico di natura palesemente contrattuale "2000! no 1000! facciamo 1500" (questo è il "tentativo di conciliazione"). Se il tentativo di conciliazione non riesce ciascuna parte rimane sulle sue posizioni iniziali e il giudice decide in base a criteri che più che giuridici sono umanitari o di compromesso.
La giustizia penale è amministrata in modo tale che per i reati minori la galera non esiste, per quelli maggiori il giudizio si basa sull'opinione pubblica prevalente.
Da quanto detto emerge che il diritto è privo di utilità pratica, se non nei limiti in cui è dannoso per l'abilità di scovare "falle" nell'ordinamento, che a causa di queste non aderisce più alla realtà, col risultato di dare ragione a chi ha torto.
Da queste pagine propongo, quindi, un'abolizione totale di ogni norma scritta, affidando la giustizia al buon senso dei giudici e al potere delle lobbies professionali: è vero che, in tal modo, la situazione complessiva migliorerebbe soltanto di poco, ma la facoltà di giurisprudenza risulterebbe assai più abbordabile.
Saluti.




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