GIUDIZIO SUL VITTORIANO
«Il monumento a re Vittorio? Un pisciatoio di lusso»



GIOVANNI PAPINI*
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Da moltissimi anni io provo per Roma, per la nostra cara e grande metropoli, una repulsione che in certi momenti arriva quasi all'odio (se ne vada!). Non per Roma città, intendiamoci, che ha parti e cose bellissime, ma per quello che Roma rappresenta nel pensiero, nella storia, in Italia (baccano giornalistico). Più d'una volta ho espresso pubblicamente questa profonda antipatia per l'urbe di tutte le rettoriche, ma oggi provo uno speciale compiacimento, una singolare voluttà nel poter dire alcune cose proprio qui, nel cuore della città sacra a tutti i ciceroni, e a tutti i professori (incrocio di ingiurie).
Roma è, per usare il vocabolario di Marinetti, il simbolo eterno e maggiore di quel passatismo ed archeologismo storico, letterario e politico che ha sempre annacquato e acciaccato la vita più originale d'Italia. Per passatismo storico abbiamo avuto in casa il vescovo supremo del cristianesimo che tanti guai ha dato all'Italia, non compensati davvero né dal fasto della corte, né dalle chiese grosse o pompose, né dai pellegrinaggi d'oltralpe (proteste). Per passatismo ci siamo ostinati a voler la capitale a Roma, in mezzo a un deserto, lontana dalle provincie più ricche ed attive del paese, troppo distante dalle altre capitali europee, in mezzo a una popolazione che per vanità di ricordi e malgoverno di preti trattava gl'italiani di piemontesi e non aveva nessuna voglia d'ingegnarsi né di lavorare, abituata come era a vivere di benefici ecclesiastici e di minestre di frati (vociferazioni indecifrabili). Per passatismo i nostri antichi, da Dante a Mazzini, ossessionati dalla visione dell'impero universale, hanno sempre mirato a Roma come faro e segnacolo di italianità, mentre dai romani veri e propri - né antichi né moderni - non è venuto mai fuori uno di quei geni che hanno incarnato lo spirito della nostra razza e costituita la grande cultura italiana (fracasso generale).
Non vi paia bestemmia senza fondamento questa semplice constatazione di esatta verità. Roma è stata grande colle armi e coll’amministrazione e mai colle arti e col pensiero. Essa è stata una grande città, un centro di bellezza ma sempre a spese dei vicini e dei lontani. Gli etruschi le dettero i primi rudimenti di civiltà; i greci la istruirono e le dettero l'arte; la religione di cui è sede più accreditata le venne dall'Asia Minore e dall'Egitto; nel Medioevo fu una borgata feudale senza civiltà propria; nel Rinascimento fu abbellita e arricchita da pittori, architetti e scultori venuti dalla Toscana, dall'Umbria, dal Veneto, attirati qui da quei papi che ricavavano i quattrini pel mecenatismo dalla Francia e dalla Germania (grugniti fragorosi). Perfino colui che impresse il carattere definitivo a Roma, nel Seicento, il Bernini, non è romano ma nato a Napoli da padre fiorentino! (basta! basta!). Quale è il grand'artista, il grande poeta che qui sia veramente nato e fiorito? lo non trovo, cercando bene, che il dolce Metastasio, lo spiritoso Belli, il sonante Cossa - tutta gente di second'ordine, e tutti e tre, meno il secondo, più letterati che poeti (ragli formidabili). La famosa "scuola romana" di pittura fu fondata da un umbro e non fu, nei continuatori, che una decadenza compassionevole di virtuosi decoratori (rumori infernali. Colluttazioni in platea).
Oggi, dopo quarantatre anni di ripulitura, non hanno saputo fare di questo santuario cattolico e nazionale una grande e vera città moderna. Oggi l'Italia di Cavour venuta a Roma non ha saputo far altro che rizzare in Piazza Venezia quel pasticcio classico e barocco del monumento a Re Vittorio (si sa! Basta!), questo bianco ed enorme pisciatoio di lusso che abbraccia dentro i suoi colonnati un pompiere indorato e una moltitudine di statue banali fino all'imbecillità; oppure ha piantato presso al Tevere quel palazzo di Giustizia in cui è stata grande soltanto l'abile rapacità degli appaltatori (bene!).
Chi mi darà torto se io dichiaro che Roma è stata sempre, intellettualmente parlando, una mantenuta? (Esplosione generale. Schiamazzo enorme).
Questa città ch’è tutto passato nelle sue rovine, nelle sue piazze, nelle sue chiese; questa città brigantesca e saccheggiatrice che attira come una puttana e attacca ai suoi amanti la sifilide dell’archeologismo cronico, è il simbolo sfacciato e pericoloso di tutto quello che ostacola in Italia il sorgere di una mentalità nuova, originale, rivolta innanzi e non sempre indietro (basta!). Qui a Roma si raccolgono come nel loro fungaio naturale tutte le accademie di tutti i paesi; qui son venuti a ispirarsi coloro che non sanno vedere altra bellezza al di fuori dei ruderi e dei capolavori da galleria; quaggiù guardano tutti i restauratori di qualche cosa, dell'impero o della chiesa, del classicismo e delle regole. Roma s'identifica perciò, nel pensiero degl'intelligenti, con questo eterno tentativo di rinculare verso il passato, di ristabilire le vecchie leggi, di imbavagliare cogli stoppacci dei grandi principi tutti quelli che vogliono esser se stessi, liberi e soli (proteste feroci. Confusione di voci forsennate).
* da “Discorso di Roma. Contro Roma e contro Benedetto Croce”, Biblioteca di Via Senato, Milano, 2004
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[Data pubblicazione: 18/02/2005]