User Tag List

Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 11
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Per non dimenticare

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    I retroscena di un tragico episodio che si svolse tra il 13 e
    il 15 febbraio 1945, a sorti belliche ormai segnate
    Dresda: un massacro cancellato
    Gli aerei alleati sganciarono migliaia di tonnellate di bombe
    sulla città. Oltre 150mila i morti

    di Massimiliano Ferrari

    Ordinare il bombardamento terroristico di Dresda, una città dichiarata "città ospedale", e provocare secondo alcune fonti il massacro di 500.000 civili (donne, bambini e anziani) è un crimine di guerra o no? Se la risposta è positiva, allora non resta che ammettere che Winston Churchill, lo statista inglese, è classificabile come criminale di guerra e perciò, anche ammesso che Jorg Haider abbia avuto veramente il coraggio di ricordarlo, nessuno può sentirsi in diritto di smentirlo. Ma, affinché ognuno sia libero di giudicare, è opportuno ricordare cosa successe nei giorni tra il 13 e il 15 febbraio 1945. A quel tempo il destino della guerra era ormai segnato, con le truppe tedesche in rotta e i russi che avanzavano velocemente da est provocando l’esodo dei civili terrorizzati. Si diceva che i russi mangiavano i bambini e allora via, si raccoglieva quel che si poteva e si scappava verso occidente; verso gli angloamericani che erano sì nemici, ma non avrebbero osato infierire su donne e bambini. Così almeno pensarono tutti coloro che dalla Pomerania, dalla Slesia e dalla Prussia Orientale si misero in marcia verso Dresda, il rifugio sicuro. Secondo un accordo non scritto, infatti, i tedeschi si erano impegnati a non bombardare Oxford e gli Alleati avevano promesso di risparmiare Dresda, città a cavallo del fiume Elba così bella e artisticamente ricca da essere conosciuta come la "Firenze tedesca". In virtù di questo patto la città diventò dunque il punto di raccolta di tutti i profughi che lì avrebbero atteso l’ufficializzazione della fine del conflitto. Oltre ai 500.000 abitanti si contavano dunque più di mezzo milione di profughi accampati nei parchi, nelle stazioni e nelle piazze barocche di quella che fu la capitale di Sassonia. A strapparli alla vita pensò Sir Arthur Harris comandante dell’aviazione inglese e inventore del "carpet terrorist bombing", il bombardamento a tappeto terroristico che prevedeva la distruzione dei centri abitati e degli ospedali allo scopo di creare il panico e demoralizzare la popolazione civile nemica. Una tattica sporchissima che suscitò il ribrezzo di molti suoi colleghi, ma che piacque a Churchill e poi agli americani che la utilizzarono a partire dal 1943. Così anziché colpire obiettivi militari, fabbriche di armamenti e depositi di carburante gli aerei inglesi distrussero i centri di Colonia, Essen, Amburgo e Lubecca. Poi, la notte del 13 febbraio, accadde quello che tutti gli esperti militari e gli storici giudicano un episodio puramente criminale, senza giustificazioni dal punto di vista tattico-strategico: alle 22 in punto 300 aerei britannici si presentarono su Dresda, sguarnita di contraerea, e sganciarono 2.000 tonnellate di bombe allo scopo di incendiare e illuminare la città in vista di un secondo attacco. Attacco che, cinicamente, arrivò soltanto 4 ore più tardi. Dopo la guerra, infatti, Harris si vantò dicendo che in tal modo fu possibile eliminare anche i pompieri e gli uomini della Croce Rossa che nel frattempo erano accorsi dalle città vicine. E, in effetti, la seconda ondata fu micidiale: 600 aerei scaricarono decine di migliaia di bombe sul centro storico. L’aria fresca delle campagne circostanti fu attirata dalle altissime temperature causate dalle bombe incendiarie al napalm e al fosforo e si riversò sulla città dando origine a una reazione a catena che i tedeschi definirono "Feurstorm", tempesta di fuoco. Non ci fu possibilità di fuga: i metalli si fusero e chi era nei rifugi sotterranei morì carbonizzato o asfissiato. Chi era sulle strade fu inghiottito da onde di fuoco animate dai solventi chimici e da un vento innaturale. Sulla piazza del mercato gruppi di persone avvinghiate in un ultimo abbraccio ardevano come torce e i loro resti si mischiavano all’asfalto fuso. A completare l’opera ci pensarono 300 aerei americani che nei pomeriggi del 14 e 15 febbraio, a città ormai annientata, sganciarono altre 2.000 tonnellate di bombe. Alla fine si contarono sicuramente 150.000 morti, ma le stesse fonti sopracitate parlano di 300.000 vittime e 200.000 "dispersi", il doppio delle vittime di Hiroshima e Nagasaki che nel complesso furono 150.000. I pochi superstiti salutarono i loro morti organizzando grandi roghi funerari nella piazza centrale e cumuli di cenere umana alti oltre due metri rimasero brevemente a ricordo dell’inutile follia anglo-americana. Poi l’oblio. Al contrario Arthur Harris, colui che insieme a Churchill pianificò e ordinò la strage, fu nominato baronetto e ancor oggi la sua statua si erge vicino al palazzo reale di Londra. Oggi pochi ricordano, ma si accaniscono con Haider.

    http://old.lapadania.com/2000/febbra...22000p12a2.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    I crimini dei vincitori

    di Giorgio Pisanò

    Anche ammesso che le "verità" imposte sui crimini di guerra attribuiti ai tedeschi,a cominciare dal genocidio degli ebrei, siano tutte indiscutibili, sta di fatto che i crimini compiuti dai vincitori durante e dopo il conflitto furono molto più numerosi e spaventosi: eccone un primo elenco

    E' trascorso mezzo secolo dalla fine del secondo conflitto mondiale: mezzo secolo dominato dalla implacabile, martellante, quasi totalmente incontrastata valanga quotidiana di celebrazioni, rievocazioni, memoriali, ricostruzioni storiche e pseudostoriche degli eventi che dal 1939 al 1945 insanguinarono il mondo intero, ma soprattutto l'Europa e l'Asia.

    Una valanga ampliata e moltiplicata dalla forza dirompente del mezzo televisivo che ha finito col plagiare i cervelli di almeno tre generazioni sulla base di un motivo dominante: vale a dire la barbarie, la ferocia disumana, la criminalità senza limiti dei vinti, responsabili di ogni nefandezza. Una barbarie sconfitta grazie al valore, alla disinteressata bontà, alla sconfinata umanità degli eroi belli, vendicatori e liberatori che, indossando le divise degli eserciti vincitori, seppero restituire ai popoli oppressi la possibilità di vivere in un mondo giusto e felice, sconfiggendo la delinquenza organizzata italo-tedesco-nipponica. E a dimostrazione e conferma di questa edificante favola, si riproducono ossessivamente, da cinquanta anni, soprattutto le immagini filmate dagli americani al loro arrivo in alcuni campi di concentramento tedeschi nei giorni conclusivi del conflitto.

    Montagne di cadaveri, masse cenciose di agonizzanti, cumuli di occhiali, di capelli, di denti già appartenuti a uomini e donne spietatamente eliminati in nome di un'ideologia aberrante e dell'odio di razza. Forni crematori. Camere a gas. Tutto vero, certamente, fino a prova contraria. Che nessuno può azzardarsi ad avanzare perché, in Germania, è addirittura reato dubitare della totale autenticità di queste documentazioni prodotte e imposte, dal 1945 in poi, dai vincitori.

    Ma nonostante la ferrea, quasi invalicabile barriera protettiva eretta dai vincitori a difesa della favola bella dei "liberatori" che sconfissero il Male con le armi della giustizia e della umanità, larghe crepe cominciano ormai a prodursi in questa muraglia, e l'opinione pubblica inizia a capire che la "verità protetta" imposta dai vincitori è cosa diversa dai fatti così come si svolsero e, soprattutto, inizia a comprendere che, dietro a quella "verità", nascosta da quella "verità", ce n'è un'altra, che affiora sconvolgente e atroce: la verità sui crimini dei vincitori. Inizia a capire, in poche parole, che i crimini dei vinti (e ne sono stati commessi, così come se ne commettono in tutte le guerre) sono stati moltipllcati, esasperati, deliberatamente gonfiati, anche inventati di sana pianta, al solo scopo di nascondere, o di fare dimenticare, ben altri, spaventosi crimini: i crimini, appunto, dei vincitori. Siamo così di fronte ad una materia esplosiva, che va portata alla luce dopo essere rimasta sepolta per mezzo secolo. Una materia che allinea centinaia di migliaia di episodi, di portata singola e collettiva, e che coinvolge la storia, finora sconosciuta, di popoli interi. Noi ci sforzeremo, nei prossimi numeri di questa pubblicazione, di documentare, per ora, i grandi episodi di criminalità di cui i vincitori si sono resi responsabili, e invitiamo i lettori che ne siano a conoscenza a collaborare con questa nostra opera di documentazione, segnalandoci fatti, situazioni, protagonisti e testimoni. Cominceremo così a creare un archivio da lasciare a coloro che, dopo di noi, vorranno fare luce completa su questa terrificante pagina di storia che offende l'intera umanità. Ecco, intanto, un primo elenco di crimini dei vincitori.

    I BOMBARDAMENTI TERRORISTICI ANGLO AMERICANI SULLE CITTÀ ITALIANE DOPO LA RESA DELL'8 SETTEMBRE 1943

    Furono migliaia. Solo nel 1944, gli angloamericani effettuarono sull'Italia centro-settentrionale, territorio della Repubblica Sociale Italiana, 4.541 incursioni, uccidendo 22.000 civili e ferendone oltre 36.000. Da ricordare, inoltre, nel 1943, proprio durante i quarantacinque giorni di Badoglio, i bombardamenti terroristici su Milano, Torino, Genova e, l'1 settembre, la distruzione di Pescara, città completamente senza difesa contro le incursioni aeree, e il bombardamento di Frascati, rasa al suolo con migliaia di morti, solo perché ai comandi alleati era giunta notizia che in quella cittadina laziale aveva sede il comando del Maresciallo Kesselring. Altro selvaggio crimine da ricordare è il bombardamento di Treviso che, il giorno di Venerdì Santo del 1944, venne distrutta da un feroce attacco aereo, senza che nella città avessero sede basi militari o comandi italo-tedeschi. Solo a guerra finita si seppe che l'incursione era stata decisa dopo che un'informazione, proveniente da fonte antifascista clandestina, aveva comunicato che quel giorno Mussolini e Hitler dovevano incontrarsi a Treviso. L'informazione era sbagliata. Quel giorno i due Capi di Stato si incontrarono sì, ma al confine di Tarvisio. La spia antifascista scambiò TREVISO per TARVISIO e quell'errore costò la vita a quattromila abitanti della città veneta.

    LE "MAROCCHINATE" DI ESPERIA

    Il crimine venne compiuto dalle truppe marocchine che, al comando del generale francese Juin, avevano combattuto a Cassino. Quale premio venne concesso loro il diritto di rapina e la libertà di disporre delle donne italiane. Fu così che duemila donne di Esperia, cittadina laziale ad ovest di Cassino, vennero selvaggiamente aggredite, stuprate, violentate dai soldati di colore. Tutte: dai dieci agli ottantatrè anni. L'episodio diede origine a un film famoso, interpretato da Sofia Loren, "La Ciociara", che però non diede assolutamente la misura dell'entità del crimine.

    IL MARTIRIO DELLE DONNE DELLA SLESIA

    Ma se duemila furono le donne italiane stuprate dai marocchini ad Esperia, di ben maggiore e apocalittica dimensione, fu la tragedia che si abbattè sulle donne tedesche della Slesia, dove vennero considerate "bottino di guerra" dalle truppe sovietiche conquistatrici, che ne violentarono, stuprarono e massacrarono oltre quattro milioni. E' una pagina, questa, sulla quale i vincitori hanno imposto per decenni il più totale silenzio. La tragedia iniziò quando la Slesia, regione orientale di confine della Germania, venne raggiunta e invasa dalle truppe dell'Armata Rossa che avanzavano verso occidente. In quelle terre martoriate non ci fu più legge umana né trattato internazionale che potesse valere, ma solo la legge della giungla e del terrore imposta dalle orde bolsceviche. Quattro milioni di donne violentate: quattro milioni di storie agghiaccianti che è vietato ricordare, delle quali esiste memoria scritta grazie alle autorità cattoliche della Germania Orientale che, nel dopoguerra, riuscirono a raccogliere testimonianze e documenti. Sull'argomento vennero infatti pubblicati, negli anni '50, alcuni "libri bianchi" a cura di monsignor Josef Perche, già vescovo di Breslavia al momento dell'occupazione sovietica. Alcuni di questi libri giunsero, agli inizi degli Anni '60, anche in nostre mani, e fu così che venimmo a conoscenza di questa terrificante pagina di storia, che cercammo di rendere nota dedicandovi " alcuni articoli sul settimanale "Candido". Ma la verità intera potrà diventare di pubblico dominio solo quando i tedeschi della Germania unificata si scrolleranno di dosso quel complesso di inferiorità che grava su di loro dai giorni della sconfitta e si decideranno a rivedere la loro storia, nel bene e nel male, documentando finalmente la verità per quanto riguarda non solo l' "olocausto" degli ebrei nei loro lager, ma anche l'olocausto della loro gente per mano di nemici spietati e criminali.

    IL MASSACRO DEGLI INNOCENTI

    Erano bambini tedeschi, ancora abbastanza piccoli e leggeri da poter essere presi per i piedi, roteati in aria e scagliati con la testa a fracassarsi contro le ruote dei carri che li trasportavano. Questa fu la sorte spaventosa di migliaia di bambini tedeschi, in fuga con le loro famiglie dalle terre orientali della Germania verso occidente in lunghe colonne di carri trainati da buoi. Decine di migliaia di carri, centinaia di migliaia di donne e bambini terrorizzati, mentre gli uomini continuavano a combattere e a morire nell'illusione di contenere l'avanzata sovietica. Ma la marcia di queste colonne venne quasi sempre bloccata dai comunisti polacchi che controllavano ormai, in quelle ultime settimane di guerra, gran parte del territorio già occupato dai tedeschi nel 1939. A quei posti di blocco furono compiute atrocità inimmaginabili. Fucilazioni in massa dei profughi, stupri e violenze sulle donne indifese e, soprattutto, l'eliminazione sistematica dei bambini tedeschi perché si spegnesse il "seme del popolo germanico". Anche su questa allucinante pagina di storia è d'obbligo il silenzio da cinquantanni. Un silenzio rotto solamente una decina di anni or sono da un documentato libro di Picene Chiodo, edito dalla Mursia, intitolato "E malediranno l'ora in cui partorirono", ma sul quale la pseudo_cultura antifascista ha fatto scendere un sudario tombale.

    LE FOSSE DI KATYN

    Le scoprirono i tedeschi, per caso, nel 1943 nel territorio polacco già occupato dai sovietici nel 1939: oltre 14.000 cadaveri mummificati in fosse di circa 30 metri per 16. Erano i cadaveri degli ufficiali polacchi catturati dai russi nel 1939. Indossavano tutti le loro divise. Avevano tutti le mani legate dietro alla schiena e presentavano, ognuno, un foro di proiettile alla nuca. I tedeschi denunciarono al mondo, con ampia documentazione, la spaventosa realtà e la fecero analizzare da una commissione della Croce Rossa internazionale. La conclusione fu che lo spaventoso massacro era stato deciso ed attuato dai sovietici che avevano voluto così eliminare spietatamente la classe borghese, vale a dire la classe dirigente polacca, interamente cattolica e anticomunista. La commissione della Croce Rossa giunse anche ad accertare che il massacro era stato attuato da speciali reparti della "Ghepeù" (la polizia segreta sovietica) nelle prime settimane del 1940, poco dopo la resa dell'Armata polacca. Ma i russi gridarono subito che la slrage di Kalyn l'avevano compiute i tedeschi: i loro alleali liberalcapitalisli, nonostante conoscessero perfettamente la verità, si adeguarono al loro volere. Così, per decenni, i 14.000 assassinati di Katyn furono attribuiti ai tedeschi. Invece erano stati i comunisti, per ordine di Stalin. Oggi la verità si è fatta strada, anche perché i polacchi hanno trasformato la foreste di Kalyn in una selva di croci e di lapidi commemorative, molte ferocemente anticomunisle. Ma c'è ancora qualcuno, qui in Italia, imbevuto di quella subcultura "sessantonina" che discende dal pianeta delle scimmie, il quale osa sostenere che le fosse di Katyn le hanno fatte i tedeschi per darne poi la colpa ai sovietici.

    SIR ARTHUR HARRIS, IL MACELLAIO DI DRESDA E AMBURGO

    Sir Harris fu il capo dei bombardieri inglesi che distrassero le città tedesche, massacrando oltre cinque milioni di civili. Fu lui ad inventare la "feuerslurm", vale a dire la "tempeste di fuoco", che si otteneva con l'infernale alternanza di bombe incendiarie e bombe dirompenti. E fu lui ad essere soprannominalo, dai suoi stessi uomini, "il macellaio". La sua impresa più "epica" resta il bombardamento di Dresda la notte del 13 febbraio 1945, quando la guerra slava per finire. La spaventosa notte di Dresda fu realizzala lanciando sulla città che, completamente priva di difesa antiaerea, contava 600.000 abitanti e ospitava 650.000 profughi dalle terre orientali già occupate dai russi, tre ondate successive di 244, 529 e 450 bombardieri quadrimotori. Dresda, gioiello dell'arte e della cultura germanica, divampò come un braciere. Tra le fiamme morirono dai 135.000 (secondo le storico inglese Irving) ai 270.000 civili (secondo la Croce Rossa Internazionale). Ma la notte di Dresda era già stata preceduta, tra il 25 luglio e il 3 agosto del 1943, da un primo, spaventoso esperimento di "tempeste di fuoco": vale a dire il bombardamento di Amburgo. Cinque notti di incursioni continue condotte da 3.095 bombardieri che avevano sgancialo 9.000 tonnellate di bombe, massacrando 55.000 civili. A sir Arthur Harris, "il macellaio", gli inglesi hanno recentemente dedicalo un monumento. Ma i tedeschi stanno facendo di Dresda il simbolo dell'olocausto tedesco. Uri olocausto terribilmente autentico.

    L'ELIMINAZIONE PER FAME DI UN MILIONE DI PRIGIONIERI TEDESCHI

    Fu Ike Eisenhower, il comandante in capo dei "liberatori", a volerlo: fece morire di fame, di stenti e di malattie un milione di soldati tedeschi, prigionieri di guerra e rinchiusi nei campi di concentramento americani in Europa. Lo ha documentato, in un recente libro edito dalla Mursia e intitolato "Gli altri lager", lo scrittore canadese James Baque.

    LE FOIBE

    Adesso finalmente si comincia a parlarne. Ma per oltre quarant'anni, solo noi giornalisti e scrittori liberi da ogni condizionamento antifascista, ne abbiamo documentato l'esistenza. Ottenendo l'unico risultato di vedere inventare un "campo di sterminio", mai esistito, nella ex Risiera di San Sabba a Trieste: inventato negli anni '60 e costruito con cento milioni stanziati dal Comune di Trieste al solo scopo di far dimenticare, con la storia fasulla di quattromila "martiri antifascisti" altrettanto fasulli, la verità vera delle foibe carsiche e dei 10.000 italiani che vi furono scaraventati dentro.

    Ma c'è ancora tanto da scoprire sui campi di sterminio jugoslavi dove i comunisti titini, a guerra finita, hanno massacrato altre migliaia di italiani.

    L'OLOCAUSTO DEI FASCISTI REPUBBLICANI

    Aprile - maggio 1945: oltre cinquantamila assassinati in pochi giorni nelle strade e nelle piazze dell'Italia del Nord. Ma gli italiani ancora non sanno che cosa accadde veramente in quella primavera di sangue. Bisogna intensificare gli sforzi perché tutti, un giorno,possano sapere tutto. E giudicare.

    LE BOMBE ATOMICHE DI HIROSHIMA E NAGASAKI

    Cercano di non parlarne mai. E quando sono costretti a parlarne, gli americani sostengono che quelle bombe le sganciarono con le lacrime agli occhi, ma solo per fare finire presto la guerra. Balle. Le sganciarono perché le avevano costruite e perché vollero usarle. E una realtà è certa: anche ammesso, ma non concesso, che i tedeschi abbiano commesso tutti i crimini loro attribuiti, sta dì fatto che solo gli americani sono riusciti a massacrare quasi duecentomila innocenti in soli due secondi.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Quei liberatori assassini
    Sicilia 1943: gli eccidi dimenticati - Le atrocità targate USA
    Durante la conquista dell'isola, le truppe anglo-americane si resero responsabili di alcuni crimini contro la popolazione civile e contro prigionieri italiani inermi. Su queste stragi, del tutto ingiustificate sul piano militare, per anni è scesa una cortina di silenzio. In alcuni casi i colpevoli non furono neppure cercati, mentre l'unica condanna all'ergastolo che fu comminata si risolse in una detenzione di pochi mesi

    di Ezio Costanzo*


    C'è una parte di storia ancora tutta da scrivere, rimasta sommersa da ragioni in qualche modo intuìbili ma ancora da indagare, interpretare e comprendere. È la pagina oscura delle stragi di civili e di prigionieri compiute non solo dai soldati tedeschi in Italia dopo l'8 settembre, ma anche dai soldati americani del generale Patton durante l'occupazione della Sicilia nell'estate del 1943. In questo estremo lembo dell'Italia fascista, il 10 luglio 1943 misero piede 160 mila uomini angloamericani. Si portarono dietro 600 carri armati, 1.800 cannoni e 14 mila automezzi. La supremazia alleata era evidente, ma non sufficiente a sgominare in pochi giorni, così come previsto nei piani del maresciallo Montgomery, comandante delI'VIII armata britannica, la difesa italo-tedesca dì presidio nell'isola. Occorsero 38 giorni di dure battaglie per occupare totalmente questo piccolo lembo di terra e per raggiungere Messina, tappa finale della campagna siciliana. Senza dubbio una vittoria amara, che fece registrare agli Alleati più di 4 mila morti e 13 mila feriti.

    I cinegiornali dell'epoca mostrano i boy americani che marciano sorridenti in mezzo alla gente che sventola fazzoletti, pezzi di stoffa bianca e grida «liberatori». Una folla che accoglie festosa quei ragazzi alti un metro e ottanta e che masticano chewing gum. Nell'iconografia che illustra quelle giornate di avanzata tra città e paesi dell'isola, ricorre l'immagine di parecchi siciliani che s'incamminano trionfalmente accanto ai baldanzosi militari statunitensi, mostrando sorrisi soddisfatti conditi solo raramente di sorniona acquiescenza. Quei soldati sbarcano in Sicilia portando la libertà soppiantata per anni dal regime fascista. Arrivano con in tasca la democrazia e i diritti inalienabili dell'uomo, primo fra tutti quello della vita umana. Eppure, quei giorni sono giorni di eccidi.

    Solo da poco tempo e grazie ad alcune testimonianze di sopravvissuti e a documenti degli archivi americani, tornano a galla verità rimaste celate per oltre mezzo secolo. Fatti che andrebbero approfonditi non solo dal punto di vista storico, ma anche in sede giudiziaria, per fare chiarezza, definire responsabilità e rendere giustizia alle vittime.

    Solo nel luglio scorso, per iniziativa della procura militare di Padova e a distanza di 61 anni, è stata aperta un'inchiesta sull'orrenda vicenda dell'eccidio di civili nelle campagne di Piano Stella, vicino l'aeroporto di Biscari (oggi Acate, a sud di Caltagirone) e di 73 prigionieri italiani, sempre nei pressi di Biscari, compiuto dai soldati a stelle e strisce.1

    L'eccidio di piano Stella

    Il piccolo aeroporto di Santo Pietro (o di Biscari) non era altro che una corta pista per il decollo e l'atter-raggio degli Stukas tedeschi, situato tra Caltagirone e Vittoria. Costruito nel 1941, a ridosso del borgo di Piano Stella, era uno dei tanti poderi assegnati da Mussolini ai coloni locali a partire dal 1938, poderi di circa 10 ettari ciascuno, con una casa colonica in mezzo composta da due stanze, una cucina e una stalla, dove trovavano malamente posto le due mucche a famiglia assegnate anch'esse dallo Stato per arare la terra e per il latte. Nei 38 poderi di contrada Piano Stella si coltivavano fave, orzo, avena e, in certi casi, anche uva per ricavare vino in piccole quantità. I contadini chiamavano questi poderi «orti-celli di guerra», dato che servivano soltanto per il fabbisogno della famiglia concessionaria e non per una produzione destinata al mercato. A una ventina di chilometri in linea d'aria, verso est, vi era l'aeroporto di Comiso, meglio attrezzato per il transito dei bombardieri che puntavano su Malta.

    A ovest si trovava l'altro aeroporto, quello di Ponte Olivo (Gela), che per la sua collocazione geografica era ritenuto dalle forze alleate il principale obiettivo da raggiungere subito dopo lo sbarco.

    La corta pista di Santo Pietro, per la sua posizione centrale rispetto agli altri due, era un punto strategico per l'aviazione tedesca, logisticamente adatto in caso di perdita degli altri due maggiori aeroporti. Rappresentava senza dubbio un'ulteriore linea di difesa della divisione Hermann Goering di stanza a Caltagirone. La vicinanza del campo di aviazione aveva trasformato quei poderi in bersagli dei bombardieri americani che ogni giorno sganciavano quintali di ordigni. Prima dello sbarco per i contadini del borgo di Piano Stella erano notti di paura e di ansia.

    Giuseppe Ciriacono, allora tredicenne, viveva insieme ai genitori nella casa del podere 26. Il giorno in cui i soldati della 45° divisione americana di fanteria arrivarono nei pressi della piccola abitazione di campagna, il piccolo Giuseppe era con il padre, Peppino, e altri quattro uomini: due della famiglia Curciullo (padre e figlio di 16 anni), Salvatore Sentina e Giuseppe Alba. I soldati li scovarono tremanti dentro un rifugio di fortuna scavato poco distante dalla casa. Era il pomeriggio del 13 luglio 1943.

    A raccontare cosa accadde quel giorno è lo stesso Giuseppe Ciriacono, oggi 73enne, unico sopravvissuto. «Verso il pomeriggio tardi sentimmo qualcuno che chiamava dall'esterno del rifugio: "uscite fuori, uscite fuori", la voce gridava. Così uscimmo fuori e trovammo un soldato che parlava bene l'italiano e ci chiese di entrare a casa per vedere se vi erano soldati tedeschi. Mio padre si apprestò a fare perlustrare la casa, ma quando arrivammo davanti alla porta ci accorgemmo che già i soldati avevano sfondato la porta ed erano entrati. Dopo qualche ora arrivarono altri soldati... ormai era all'imbrunire. Ci fecero segno di uscire, ma nessuno parlava italiano. Eravamo in sei persone e ci fecero segno di seguirli verso Acate. Il nostro podere confinava con il territorio della provincia di Ragusa e, dopo avere camminato un po', giungemmo presso una casa che apparteneva a un certo Puzzo...Gli americani ci portarono in questa casetta, il terreno circostante era piantato a vigneto e lì ci fecero segno di sederci... Poi i soldati imbracciarono delle armi, dei fucili mitragliatori, e si misero ad angolo, uno da un lato e l'altro dall'altro. Ricordo che quando assunsero questa posizione il signor Curciullo, che era accanto a me, disse: "cumpari Pippinu haiu 'mprissioni che ci vogliono uccidere". A questo punto, mentre parlavano, mi sentii prendere da qualcuno per il bavero della camicia e tirarmi su...allora ero ragazzine, andavo ancora alle elementari e sentivo i racconti dei fratelli Bandiera e cose del genere e pensai che il primo a essere ucciso sarei stato proprio io. Quando mi sentii tirare per il bavero, girandomi vidi questo americano che aveva il fucile abbrancato, con la mano sinistra teneva un'anguria e con la destra mi tirava. Appena mi girai a guardarlo disse delle frasi che a mio parere volevano dire di allontanarmi. Non appena mi allontanai 20, 30 passi circa sentii una raffica di mitra e le urla di mio padre, del mio amico e degli altri. Li avevano uccisi. Subito dopo fui preso in consegna da questo soldato che mi portò da un suo superiore, lo nel frattempo cercai di ribellarmi gridando: "Là hanno sparato a mio padre" e volevo raccontare quello che era successo. Invece il superiore mise la mano in tasca e cercò di darmi dei cioccolatini, che io rifiutai e glieli scagliai in faccia. Dopo un po' arrivarono altri due soldati e fui dato in consegna a questi. Come a dire: portatevelo con voi. Ormai era sera tarda e sentivo le cannonate provenienti dalla zona di Caltagirone. C'erano tanti soldati americani e due di loro mi portarono nella campagna degli Scrofani di Vittoria, all'epoca tutto uliveto. Sotto una pianta di ulivo distante circa cinquanta metri dalla strada provinciale Vittoria-Caltagirone, scavarono una trincea. Verso l'una di notte, uno di questi soldati mi abbracciò come un padre, l'altro, invece, si comportò come se io non esistessi. Poi mi lasciarono tutto solo. La stanchezza mi prese e mi addormentai dentro la trincea. Qualche ora più tardi mi sentii spingere con il piede da un soldato. Mi fece segno di andarmene indicandomi la strada per Acate. lo volevo andare dall'altra parte, verso Santo Pietro dove c'era la mia casa e mia madre...ma il soldato mi fece capire che se avessi preso quella direzione mi avrebbe sparato». 2

    Il piccolo Giuseppe girovagò ancora un giorno e una notte prima di ritrovare sua madre, che non sapeva ancora nulla di quanto era accaduto. Insieme tornarono sul luogo dell'uccisione dove ritrovarono i corpi dei cinque contadini in stato di decomposizione. Giunsero appena in tempo per assistere a una frettolosa sepoltura da parte degli stessi soldati americani in una fossa comune ricavata facendo esplodere una bomba. Giuseppe venne anche a conoscenza che qualche ora prima dì uccidergli il padre, i soldati americani erano stati in un altro podere, quello della famiglia Smirlo, dove avevano ammazzato un ragazzo, Francesco Mercinò, e un altro contadino, Nicolo Noto. Giuseppe Ciriacono non ha mai voluto raccontare questa storia a nessuno, se non al nipote, Gianfranco, che qualche anno fa ne ha fatto oggetto di una tesi di laurea. Di recente l'ha voluta rendere pubblica con un libretto stampato a proprie spese e nel giugno scorso si è spinto oltre, scrivendo al presidente della Repubblica per chiedere l'apertura delle indagini e un regolare processo che facesse luce su quanto accaduto 61 anni fa. Non solo sull'eccidio di cui è stato testimone suo nonno Giuseppe, ma anche sul massacro di 73 prigionieri italiani, compiuto l'indomani, il 14 luglio, dagli stessi soldati americani proprio a pochi chilometri dal podere 26.

    Il massacro di Biascari (Agate)

    La mattina del 14 luglio, il giorno dopo i fatti accaduti a Piano Stella, i soldati della 45° divisione americana raggiunsero le campagne circostanti l'aeroporto di Bi-scari, nei pressi di Acate. Al 180° reggimento di fanteria della divisione toccò il compito di conquistare il campo di aviazione, difeso dalla divisione tedesca Hermann Goering e da un gruppo di cecchini italiani ben appostati lungo la strada n. 115. Lo scontro, in quella strada soprannominata dagli stessi americani «il viale di Adolph», fu durissi-mo e la forte resistenza italo-tedesca impegnò parecchio gli inesperti soldati americani (per la 45° divisione la campagna di Sicilia rappresentò il battesimo del fuoco). Intorno a mezzogiorno un gruppo di 36 soldati italiani, alcuni dei quali in abiti civili, si arrese (sul fatto che fossero tutti soldati vi sono a tutt'oggi dubbi, anche se questa ipotesi appare la più verosimile, visto che si parla di combattimenti). Il comandante della compagnia C, il capitano John T. Compton, senza pensarci due volte, ordinò di uccidere subito i prigionieri. Gli italiani vennero schierati lungo la strada e fucilati all'istante. Nella stessa giornata, poco distante dal luogo dove era avvenuta l'esecuzione, un'altra compagnia, la A, catturò 45 soldati italiani e tre tedeschi. Uno dei sottufficiali, il sergente Horace T. West, aveva ricevuto l'ordine di scortare 37 di loro (gli altri pare fossero feriti), tutti italiani, nelle retrovie per farli interrogare dal servizio informazioni del reggimento. West, insieme a un caporale e un gruppetto di suoi soldati, prese in consegna i prigionieri e si avviò lungo la strada provinciale in direzione di Acate. Dopo avere percorso un paio di chilometri bloccò la marcia dei 37 prigionieri, facendoli disporre lungo un fosso, ai margini della carreggiata. Gridando che avrebbe ucciso quei «figli di una cagna», aprì il fuoco. Ne uccise 36.

    Uno dei progionieri tentò la fuga, ma venne colpito alla schiena dal caporale americano al quale il sergente West aveva ordinato a sua volta di sparare. Il massacro venne portato a conoscenza del comandante del II corpo d'armata. Ornar Bradley, il quale a sua volta informò il generale Patton. Quest'ultimo cercò in qualche modo di minimizzare l'accaduto, suggerendo a Bradley di dire che «gli uomini uccisi erano cecchini o che avevano tentato la fuga», aggiungendo che, «d'altra parte, ormai sono morti e non c'è più niente da fare». Bradley fece esattamente il contrario, deferendo i due uomini alla corte marziale con l'accusa di omicidio premeditato di 73 prigionieri di guerra. La corte marziale americana si riunì il 30 agosto per dibattere il caso. West aveva 34 anni ed era nato nell'Oklaoma. L'imputazione era chiara: violazione dell'art. 92 del codice di guerra per avere «fucilato con premeditata cattiveria, volontariamente, illegalmente e con crudeltà 37 prigionieri di guerra». Gli atti che riportano l'interrogatorio del sergente West e di altri testimoni della vicenda fanno emergere l'inaudita violenza dell'eccidio. West, dopo avere sparato una prima raffica di mitra contro i prigionieri, caricò nuovamente l'arma e fece ancora fuoco su coloro che ancora non erano morti. Il cappellano militare William E. King, nella sua testimonianza, racconta di essersi imbattuto in quei corpi senza vita il giorno dopo, mentre viaggiava lungo la strada che conduce all'aeroporto di Biscari. Si accorse subito che tutti quei cadaveri, disposti in linea, l'uno di fianco all'altro, con la faccia in su, non potevano essere stati trasportati lì per la sepoltura e che qualcuno li aveva uccisi in quel luogo. King testimoniò di avere notato subito che alcuni corpi avevano sulla schiena un foro di proiettile calibro 90, mentre altri presentavano un foro di pistola nella testa.

    A sua difesa, sergente West sostenne di avere eseguito gli ordini del generale Patton. Questi avrebbe detto ai suoi soldati che durante i combattimenti non bisognava prendere prigionieri. Alla fine, la corte stabilì che West aveva compreso male le parole del suo generale e che Patton avrebbe semplicemente affermato che non bisognava fare prigionieri durante i combattimenti e non dopo che il nemico si fosse arreso. Per la commissione medica che doveva pronunciarsi sullo stato di salute mentale dell'imputato. West era sano di mente quando compì la feroce esecuzione. La corte marziale condannò West all'ergastolo, senza però l'aggravante della degradazione. Venne mandato nella prigione di Lewi-sburg in Pensilvania, dove però scontò solo pochi mesi di pena. Riguardo all'eccidio compiuto dal capitano Compton, la Corte marziale dichiarò quest'ultimo prosciolto dall'accusa. Delle 73 vittime non si conosce nulla. Non si conoscono i nomi né se fossero tutti militari. Si sa soltanto che furono seppelliti in una fossa comune sul luogo dell'eccidio. Probabilmente la notizia della loro morte, a guerra finita, è giunta ai parenti con l'amara motivazione di «caduto in combattimento». •

    Note

    Dell'eccidio americano di Biscari ne ha parlato per primo lo storico americano Carlo D'Este, nel suo libro io sbarco in Sicilia, Mondadori, 1990. L'argomento è stato ripreso per primo da Ezio Costanze in Sicilia 1943, Le Nove Muse, marzo 2003 e, successivamente, da Gianfranco Ciriacono nel suo contributo al volume Arrivano..., edizione a cura del Comune di Vittoria, luglio 2003 e nel volume Le stragi dimenticate, edito dalla Provincia regionale di Catania, settembre 2003. Recentemente, Alfio Caruso ha riproposto i fatti, citando come fonte Ezio Costanze, nel suo Arrivano i nostri, Longanesi, aprile 2004.
    Testimonianza tratta da: Gianfranco Ciriacono Le stragi dimenticate, edizione Provincia regionale di Catania, settembre 2003.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  7. #7
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    07 May 2009
    Località
    INSUBRIA, next to the Ticino river
    Messaggi
    6,738
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Le vittime furono circa 200 mila -La PADANIA-16feb2005

    Ricorre in questi giorni il 60° anniversario del bombardamento alleato sulla città tedesca
    APOCALISSE SU DRESDA
    Le vittime furono circa 200 mila

    Il centro fu raso al suolo con tutte le sue straordinarie bellezze artistiche
    ALBERTO LOMBARDO
    --------------------------------------------------------------------------------
    Febbraio 1945. La Seconda Guerra Mondiale volge al termine: il calor bianco del conflitto ha già trascinato nel suo vortice distruttivo milioni di uomini, combattenti e non. Tra i flutti degli oceani, nel gelo delle immense pianure ucraine, su isole, montagne e valli dall’Africa all’Asia all’Europa i morti giacciono ammassati, spesso insepolti. In realtà le sorti della guerra sono decise ormai da tempo, eppure l’Asse e il Giappone continuano a opporre una strenua resistenza ai loro nemici. In Europa Russi e Alleati pretendono l’inconditional surrender della Germania: il mondo, di lì a poco, verrà distribuito tra le potenze vincitrici, che si sono già accordate nel dettaglio nel corso della recente conferenza di Yalta. In questi ultimi, concitati mesi di guerra si ripeteranno ancora tragici episodi, atti ignobili ed eroismi, molti dei quali hanno finito per essere quasi del tutto dimenticati ai giorni nostri.
    Il 13 febbraio, tra le ore 22 e 9 e fino alle 22 e 35 l’aviazione britannica scatenò sul centro storico della città tedesca di Dresda un bombardamento senza eguali. Prendeva inizio l’operazione Thunderclap (‘colpo di tuono’), fortemente voluta da Churchill e dal comandante del Bomber Command della RAF, sir Arthur “Bomber” Harris, con l’obiettivo dichiarato di radere al suolo una delle più belle città rinascimentali d’Europa.
    In quei giorni la capitale della Sassonia era la meta della disperata fuga verso Occidente di tanti tedeschi che abitavano nelle regioni orientali. L’avanzata russa si presentava in tutta la sua drammatica realtà: la truppa comunista veniva incitata dagli stessi ufficiali e dagli onnipresenti commissari del partito a commettere stupri, saccheggi, violenze e sevizie di ogni genere ai danni dei civili. Le memorie di quei giorni d’inferno ci rendono immagini da girone dantesco. Molti preferivano togliersi la vita da soli sapendo ciò che li attendeva all’arrivo dei Russi (nel migliore dei casi, la riduzione in schiavitù e la deportazione).
    Così a Dresda, che in tempo di pace contava circa 630.000 abitanti, in pochi mesi la popolazione arrivò a un numero compreso tra 1.200.000 e 1.400.000. I tedeschi confidavano che la città non sarebbe stata bombardata per due ragioni. Da una parte le bellezze architettoniche e i tesori artistici facevano ritenere che sarebbe stata risparmiata dalla distruzione; e dall’altra l’assenza quasi totale di industrie che lavorassero per la guerra toglieva ogni utilità strategico-militare a eventuali bombardamenti. Nei mesi precedenti, d’altra parte, vi era stati due soli attacchi aerei, che avevano provocato complessivamente meno di mille morti. Ben poca cosa, rispetto a ciò che avevano subito altri grossi centri abitati tedeschi. Oltretutto, dislocati in alcuni campi nei dintorni della città, vi erano radunati oltre 25.000 prigionieri di guerra, per lo più inglesi. La situazione non faceva insomma presagire la possibilità di attacchi: conseguentemente in città non vi erano validi sistemi di contraerea Flak, né adeguati rifugi antiaerei.
    L’ATTACCO IMPROVVISO
    L’attacco della RAF giunse dunque inatteso alle 22 e 9 del 13 febbraio. Durò 26 minuti: sulla città furono sganciate circa 3.000 bombe dirompenti e 400.000 incendiarie (le dirompenti pesavano normalmente tra i 1.800 e i 3.600 chilogrammi).
    Il secondo attacco fu sferrato all’1 e 22 del 14 febbraio e durò 32 minuti. Questa volta vennero sganciate circa 4.500 bombe dirompenti e 170.000 incendiarie. Complessivamente, nelle due operazioni vennero utilizzati 1.400 bombardieri, con 6.000 aviatori. L’intervallo di 3 ore tra i due attacchi aveva lo scopo di colpire anche le strutture antincendio e di protezione civile che nel frattempo fossero affluite a Dresda e sorprendere la popolazione fuori dai rifugi. Al termine del secondo attacco la città era un gigantesco incendio visibile nel buio della notte a centinaia di chilometri di distanza. Il denso fumo nero che si alzava era causato dalla combustione delle abitazioni e di migliaia di corpi di civili.
    La tremenda sorte della città era segnata. In pieno giorno, il 14 febbraio, iniziò il terzo attacco. Questa volta vennero riversate su Dresda 1.500 bombe dirompenti e 50.000 incendiarie. Il quarto attacco su una città che continuava ad ardere avvenne il 15 febbraio, durò circa 40 minuti in pieno giorno, e riversò sulla città 900 dirompenti e 50.000 incendiarie. Questi ultimi due attacchi furono condotti dall’aviazione americana. A distanza di poco più di due settimane, il 2 marzo, 1.200 bombardieri completarono la distruzione di quel poco che era rimasto in piedi della città.
    In città si scatenò un vento a 300 chilometri all’ora, che trascinava nella fornace ogni cosa, persona, animale. Persino vagoni ferroviari, distanti più di tre chilometri, vengono rovesciati. Racconta il pilota di un Lancaster rimasto indietro: «C’era un mare di fuoco che secondo i miei calcoli copriva almeno un centinaio di chilometri quadrati. Il calore era tale che si sentiva fin nella carlinga; eravamo come soggiogati di fronte al terrificante incendio, pensando all’orrore che c’era là sotto». Il bagliore della colonna di fuoco di Dresda era visibile a oltre trecento chilometri. I morti accertati furono 135.000, ma il conto più accreditato fa salire a circa 200.000 il numero delle vittime.
    Ad ogni evidenza, l’obbiettivo di questa cupio dissolvi era la popolazione civile. Ciò è dimostrato non soltanto dalla scelta di bombardare le zone centrali della città, ma anche l’uso massiccio di bombe incendiarie e dei Mosquitos, cacciabombardieri che mitragliavano, passando appena sopra i tetti delle case, tutto ciò che si muoveva. Le strutture ferroviarie riportarono danni minimi: dopo soli tre giorni i Tedeschi furono in grado di far circolare di nuovo i treni. Invece nella stazione centrale erano stati trovati migliaia di corpi privi di vita a causa delle altissime temperature (fino a 1.000 gradi) e dei gas venefici respirati. Non fu neanche attaccato l’aeroporto civile e militare di Dresda-Klotrch, nonostante il sovraffollamento di velivoli. Anche l’area industriale fu poco danneggiata.
    LE OPINIONI DEGLI STORICI
    Che ragioni spinsero Churchill e Harris a disporre e attuare quel bombardamento terroristico? Risposte razionali, a distanza di tanti anni, non si riescono a trovare. Né si possono trovare in tanti casi analoghi, come quello della scuola elementare di Gorla, distrutta nell’ottobre del ‘44, o della distruzione di Hiroshima e Nagasaki voluta da Truman. Quale causa, per quanto nobile, può giustificare simili bassezze e un tale spregio del nemico? Come si possono trovare ragioni valide per dei bombardamenti condotti col solo scopo di uccidere il massimo numero possibile di civili?
    Oggigiorno la maggior parte degli storici, nonostante continuino a considerare la Germania quale unica responsabile della Seconda Guerra Mondiale, tendono a condannare simili episodi. Persino nella stessa Germania, ove il “senso di colpa storica” è stato talmente radicato e diffuso da portare spesso a vere e proprie schizofrenie, si considerano oggi quegli indiscriminati bombardamenti come vero e proprio terrorismo, fuori da ogni regola convenzionale e tradizionale.
    Lo scorso anno ha avuto grande successo di vendite un libro di Jörg Friedrich intitolato Der Brand, e recentemente tradotto nella nostra lingua col titolo La Germania bombardata. Si tratta di un saggio che ricostruisce la storia e le tecniche con cui gli alleati attuarono la loro sistematica distruzione delle città tedesche durante la guerra, lasciando un cumulo di macerie. Esso ha avuto l’effetto di un sasso lanciato in uno stagno lasciato stare da lungo tempo: in tutto il paese si è aperto un serrato dibattito su quei tragici episodi, e per la prima volta dopo tanti decenni larga parte della popolazione ha iniziato a percepire l’idea che i Tedeschi siano stati non solo dei brutali carnefici guerrafondai, ma anche le vittime dell’altrui condotta di guerra.
    I pochi storici che ancor oggi considerino con favore e giustifichino quei fatti si trovano per lo più in Inghilterra. Uno di questi è un collaboratore del Times, Robin Neillands. Nel suo saggio The bomber war sostiene l’utilità dei bombardamenti indiscriminati e dipinge come un geniale stratega il comandante britannico Arthur Harris. Nelle oltre trecento pagine del saggio non si trova una sola volta espresso il dubbio che questi bombardamenti, a parte la loro distruttività in termini di vite umane e di città storiche, avessero o meno un’effettiva utilità per gli Alleati. Essi sono in pratica giustificati in quanto “la guerra è guerra” e, a quanto pare, in guerra il rispetto di ogni norma si possono bellamente dimenticare. Piuttosto, una ragione per spiegare il bombardamento di Dresda e altri consimili viene individuata nel tentativo di incrinare il fronte interno tedesco attraverso azioni terroristiche in grande stile. È risaputo come invece questi “gesti simbolici” degli Alleati spinsero la popolazione a cementarsi intorno al regime, a resistere sino all’ultimo sapendo di cosa sarebbero stati capaci di fare i nemici, a guerra vinta, contro la popolazione civile. Per lo storico revisionista David Irving, che al bombardamento di Dresda ha dedicato un libro tradotto (Apocalisse), esso potrebbe essere qualificato come il primo episodio della “Guerra fredda” piuttosto che uno degli ultimi episodi della II guerra mondiale. Similmente ai bombardamenti nucleari sul Giappone, esso avrebbe avuto infatti lo scopo di mostrare ai Russi di quale potenza gli Alleati disponessero, intimidendoli.


    [Data pubblicazione: 16/02/2005]

  8. #8
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    07 May 2009
    Località
    INSUBRIA, next to the Ticino river
    Messaggi
    6,738
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Red face Dresda padane:BADILE UN 'ALTRA INUTILE STRAGE ,oltre a Gorla

    Il raid americano contro una corriera causò 78 morti innocenti. A ricordarli, solo un crocifisso posto sul luogo dal figlio di uno di essi
    Badile, gennaio 1945: un’altra inutile strage


    FABIO BROCHETTI
    --------------------------------------------------------------------------------
    L’inverno del '45 viene ricordato come uno dei più duri del secolo scorso, il ghiaccio e la neve contribuirono a minare ulteriormente la popolazione già stremata dalla fame e dai bombardamenti. In quei mesi gli alleati erano bloccati dai tedeschi in prossimità della Linea Gotica e speravano con incursioni aeree di indebolire la resistenza della R.S.I. e dell'alleato germanico; la popolazione civile continuava però a subire le sanguinarie incursioni aeree che si abbattevano inesorabilmente su scuole, ospedali, trasporti pubblici e fabbriche. Anche nella zona sud di Milano i bombardamenti erano numerosi da Motta Visconti a Binasco ma nonostante questo, la Società Lombarda continuava ad assicurare i collegamenti fra Milano e Pavia percorrendo la Statale Dei Giovi, triste teatro nella frazione di Badile (Zibido san Giacomo) dell'eccidio che racconteremo.
    Martedì 30 gennaio l'autocorriera della suddetta società era partita alle 6.50 da Milano diretta a Pavia con un carico di quasi duecento persone per lo più operai, studenti e casalinghe, purtroppo per molti di loro sarebbe stato un viaggio di sola andata. Il viaggio non era cominciato nel migliore dei modi, appena fuori da Milano il mezzo si era dovuto fermare per riparare una gomma forata ma tolto questo inconveniente il viaggio procedette nel migliore dei modi fino alle fermata di Badile; una breve sosta per consegnare la posta al portalettere rurale che salutando il conducente Enzo Testa, lo rassicurò sull'assenza di apparecchi nemici e così l'autista constatando l'assenza di rumori di aeroplano, riprese il viaggio nella fitta nebbia che copriva Badile.
    Dopo poche decine di metri, erano da poco passate le otto, il Testa uscì dal banco di nebbia e vide una cinquantina di metri davanti a sé un camioncino fermo con le persone a bordo che scappavano diretti ai margini della strada verso i ricoveri antischeggia. L'autista si rese subito conto del pericolo fermò il mezzo e urlò: "Giù che ci sono gli apparecchi!"; il bigliettaio Erminio Bonizzoni, aprì le porte e scese, proprio nel momento in cui era partita la prima raffica, in seguito riuscì anch'esso a salvarsi portandosi con l' autista in una buca antischeggia. Quattro aerei americani, probabilmente in "caccia libera" (che consisteva nel sparare a qualsiasi mezzo in movimento, da una corriera ad un carretto trainato da buoi) mitragliavano il tetto della corriera sia in senso orizzontale che in verticale, sia girando intorno che colpendo la corriera ai fianchi, persino i civili ricoveratisi nei fossi non furono risparmiati. Tutto ciò avvenne con ferocia inaudita per ben sei volte, con accanimento: se la prima volta il mezzo poteva essere scambiato per militare, le altre cinque volte, non hanno nessuna giustificazione, solo sadismo e cattiveria da parte degli aviatori americani! Quando il mitragliamento cessò, la corriera era ribaltata e sforacchiata da centinaia di proiettili, nell'interno fra sedili squarciati macchiati di sangue e brandelli di carne, dominava l' orrore... I passeggeri rimasti incolumi uscirono da quell'ammasso di feriti e morti, la campagna circostante imbiancata di candida neve, era diventata rosso sangue.
    Il bigliettaio, spense servendosi proprio della neve, un principio d'incendio ed incaricò un passante di avvisare i soccorsi tramite il telefono della Società Lombarda posto in frazione Moirago. Accorsero sul posto i contadini e gli operai della cascina Badile di proprietà del podestà di Zibido san Giacomo, in seguito arrivarono la Brigata Nera, la G.N.R. la Croce Rossa e la G.D.F. I feriti, circa un centinaio, furono portati negli ospedali di Pavia, Castrate Primo e Milano, mentre i 78 morti furono allineati sotto un portico della cascina. Dal 1946 è celebrata la ricorrenza con una processione sul luogo dell' eccidio dove "un figlio" che aveva perduto entrambi i genitori, fece subito erigere un grande crocifisso; ancor oggi, ogni 30 gennaio, chi da Binasco percorre la Stata dei Giovi in direzione Rozzano, può vedere un centinaio di metri prima di Badile sulla destra, il crocifisso con una grossa corona d'alloro in memoria dei morti innocenti causati dai cosiddetti "liberatori".
    Il mezzo, che serviva la linea Milano-Pavia, fu mitragliato senza pietà


    [Data pubblicazione: 16/02/2005]

  9. #9
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    07 May 2009
    Località
    INSUBRIA, next to the Ticino river
    Messaggi
    6,738
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Dresda Padane:MORTI DI SERIA E MORTI DI SERIE B secondo l'itaglia

    QUANDO LO STATO DIMENTICA
    La rimozione della memoria


    LEO SIEGEL
    --------------------------------------------------------------------------------
    Di fronte a queste stragi dimenticate, ci pervade un senso di vergogna. Perché la rimozione della memoria storica comunque indegna di un paese civile, lo è doppiamente quando l’oblio è stato e continua ad essere un calcolato atto di servilismo esterofilo. Se c’è da correre in soccorso del vincitore, da prostrarsi ai suoi piedi, il primo posto sul podio non ce lo toglie nessuno.
    Quella di Zibido San Giacomo, frazione Badile, borgo agricolo sulla strada del Naviglio che conduce a Pavia, è la seconda tappa di un viaggio nel dolore iniziato a Gorla dove fu strage di bambini.
    Qualcuno scrollando le spalle se l’è sempre cavata con una battuta banale: «Cosa volete, è la guerra...». Nossignori, questa non è stata la guerra, ma ferocia allo stato puro contro gente inerme e pacifica. Terrorismo degno di quello tanto deprecato e condannato in altri angoli del mondo, e che giornalmente ormai il video ci scarica tra le mura domestiche.
    A Gorla il monumento in piazza Piccoli Martiri fu eretto per volontà, duramente contrastata, del comitato di sopravvissuti e parenti delle vittime.
    A Zibido San Giacomo, addirittura, la croce è sorta per iniziativa del figlio di un caduto. E le istituzioni? E lo Stato? E la Chiesa?
    Allora è proprio vero che in questa Italia esistono, oltre ai vivi, anche i morti di serie A e di serie B? I caduti politicamente corretti, da commemorare in pompa magna, e quelli scorretti da censurare?
    Non si accorgono, il presidente dei presidenti e la sua corte di reggicoda, che l’omissione di atti moralmente e civilmente d’ufficio quali la diserzione dagli anniversari di tutti i Gorla e gli Zibido della Padania (per guardare almeno in casa nostra) sono la prova provata dell’ipocrisia e della pretestuosità di tutti i teatrini tricoloriti e mamelizzati che vengono propinati altrove? Le lacrime sono credibili solo se vengono versate ovunque e comunque, per un moto dell’anima e non per opportunismo. Nel nostro piccolo, ma sincero, ci adoperiamo affinché i 20 ottobre di Gorla, i 30 gennaio di Zibido, e gli altri anniversari dimenticati, vengano riportati alla luce.


    [Data pubblicazione: 16/02/2005]

  10. #10
    stanziale
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Terra di Ezzelino
    Messaggi
    3,177
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    questa mattina mi sono divertito nel
    sentire il dir. Cainarca che commentava
    a denti stretti e pugni chiusi
    l'articolo di Alberto Lombardo su laPadania
    "sempre colpa degli americani".....alla fine è esploso

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Dresda 14/2/1944 - 14/2/2004: per non dimenticare
    Di Padanik (POL) nel forum Padania!
    Risposte: 9
    Ultimo Messaggio: 28-01-04, 15:42
  2. Dresda 14/2/1944 - 14/2/2004: per non dimenticare
    Di Padanik (POL) nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 25-01-04, 16:33
  3. Dresda 14/2/1944 - 14/2/2004: per non dimenticare
    Di Padanik (POL) nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 24-01-04, 18:32
  4. Dresda 14/2/1944 - 14/2/2004: per non dimenticare
    Di Padanik (POL) nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 23-01-04, 23:53
  5. Dresda 14/2/1944 - 14/2/2004: per non dimenticare
    Di Padanik (POL) nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 23-01-04, 23:49

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226