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    Predefinito La piccola patria è etno-liberista

    ECONOMIA & POLITICA I dogmi delle nuove destre iniziano a prendere le forme di una piattaforma unica europea

    La piccola patria è etno-liberista

    L' austriaco Haider, lo svizzero Blocher, il fiammingo Dewinter, il norvegese Hagen hanno programmi estremi e comuni: meno tasse, federalismo su base etnica, meno Stato, forti contributi alle famiglie con molti figli
    Sullo sfondo, l' insofferenza verso la grande industria e i burocrati di Bruxelles



    L' ombrello spiega tutto: un parapioggia blu su cui spicca lo stemma della Carinzia governata da Joerg Haider. Il portafortuna con cui un mese fa l' astro nascente del Vlaams Blok fiammingo, Filip Dewinter, si recò al seggio per le elezioni amministrative, dove il suo partito indipendentista avrebbe sfondato - nella metà olandese del Belgio - il 15 per cento dei voti, dice più cose: che la nuova destra delle «piccole patrie» è un fenomeno ormai europeo, dalla Padania alla Norvegia, e non solo subalpino come molti credevano; e che non si fonda sulle sole ansie d' identità provocate dall' integrazione europea, ma su temi sociali ed economici capaci di «bucare» trasversalmente lo spettro politico. Sui capisaldi sociali dei partiti liberal-populisti tutto si sa: barriere all' ingresso d' immigrati, mano dura contro il crimine, insofferenza verso Bruxelles. Ma i temi dell' economia sono tuttora trascurati, pur contribuendo non poco a forgiare il consenso delle nuove destre. E sono temi comuni dal Nord Italia alla Scandinavia, passando per Austria, Svizzera e Fiandre: privatizzazioni a tappeto, disimpegno dello Stato dai settori produttivi, riduzione dei dipendenti pubblici, alleggerimento dello Stato sociale, abbattimento delle tasse e della progressività delle aliquote, federalismo economico su base etnica, forti contributi alle famiglie numerose per arginare il calo demografico. Nasce così il fenomeno dell' etno-liberismo. Temi liberisti e nazionalisti dosati e mescolati a piene mani, sorretti da un linguaggio iper-semplificato capace di rendere i partiti e i loro leader campioni, al tempo stesso, della retorica e dell' anti-retorica: messaggi come «l' Austria innanzitutto», «le Fiandre ai fiamminghi», spot in cui un mafioso russo strappa la bandiera svizzera, si mescolano a una chiara ostilità all' immigrazione e all' Europa, temi «politicamente scorretti» quanto suadenti per più strati di popolazione. La destra delle piccole patrie ha il volto dell' «economia di libero mercato, corretta in modo socialmente ed ecologicamente responsabile», come recita il programma del Vlaams Blok fiammingo. Suppergiù la stessa «economia di mercato sociale» propugnata da Joerg Haider, per il quale «non esiste imprenditore peggiore dello Stato». «Meno tasse, meno interferenza statale, meno stranieri», sintetizza il «cugino» svizzero Cristoph Blocher. «Mandiamo in pensione lo Stato mamma», gli fa eco da Oslo Carl Hagen. Tutti a capo di movimenti mordaci, rampanti, abili a solleticare gli umori dell' imprenditore che si sente vessato dal fisco e dell' operaio che guarda in cagnesco l' extracomunitario sottopagato in nero. Non è un caso che in Austria il Fpoe di Haider (26,9 per cento alle elezioni dello scorso anno) sia stato votato da un imprenditore su tre e quasi da un operaio su due: è la saldatura destra-sinistra, che rende i partiti delle «piccole patrie» sfuggenti a un' identificazione tradizionale (a dispetto delle polemiche sulle loro origini cripto-naziste) e attribuisce al loro messaggio camaleontico una presa elettorale a 360 gradi. In Austria Haider propugna l' eutanasia della Sozialpartnerschaft, il modello di concertazione sociale «divenuto lottizzazione legalizzata». Da qui l' ostilità all' intervento dello Stato e al potere dei funzionari, «quelli delle grandi industrie e quelli di Bruxelles»; da qui la ricetta di una cura da cavallo per l' economia, con un' aliquota fiscale unica al 23 per cento. Cura mitigata dall' intesa di governo con i popolari del cancelliere Wolf gang Schuessel: nel programma vi sono le privatizzazioni degli aeroporti e dei telefoni, i tagli alla spesa e a novemila posti di lavoro statali, l' innalzamento di 18 mesi dell' età pensionabile, ma pure un incremento delle imposte indirette. Ed è stato proprio l' aumento di bollo auto, pedaggi autostradali, tariffe elettriche e ticket sanitari, secondo molti analisti, a provocare il calo di consensi di Haider nelle recenti elezioni in Stiria. La Svizzera è vicina, ma è altra musica. Una complessa architettura costituzionale costringe di fatto da sempre i quattro partiti principali a coabitare al governo. Tuttavia il successo del ricco imprenditore chimico Cristoph Blocher, la cui Svp s' è arrampicata lo scorso anno fino al 23 per cento, è stato ugualmente un terremoto. «Lontano da Bruxelles», tuona ripetutamente Blocher, facendo leva su una situazione economica non più idilliaca: le privatizzazioni (specie di poste e ferrovie) hanno fatto perdere decine di migliaia di posti di lavoro, facendo toccare nel ' 97 il record di una disoccupazione al 9 per cento, oggi solo lievemente diminuita. Da qui la richiesta di Blocher di una diminuzione addirittura del dieci per cento del carico fiscale. In Belgio le proposte del Vlaams Blok s' incentrano tutte sulla divisione «cecoslovacca» dello Stato, fiamminghi olandesi da una parte e valloni francofoni dall' altra. Gli uni a produttività dinamica basata sulla piccola impresa, gli altri a economia consolidata sulla grande industria. «Ogni anno tra i cinque e i dieci miliardi di euro vanno da noi a loro - ripete Dewinder - e non deve più accadere». La richiesta d' indipendenza contempla l' usuale menu liberista (riduzione del costo del lavoro e dell' Iva), accompagnato da provvedimenti di «garanzia etnica» come la tutela dei piccoli negozi e il «salario dell' educatore», un contributo destinato al genitore che sceglie di dedicarsi all' educazione dei figli. La cultura della piccola patria attecchisce persino nel Nord delle garanzie sociali. In Norvegia il Partito del progresso di Carl Hagen miete consensi con la ricetta «haideriana»: riduzione delle tasse e degli aiuti al Terzo Mondo, stop all' immigrazione e drastici tagli al bilancio dello Stato. È la versione attualizzata del ricorrente isolazionismo scandinavo. Non scioglie, al pari dei partiti «cugini», la contraddizione tra liberismo economico e protezionismo etnico. Ma dimostra che nell' Europa integrata le «piccole patrie» affiorano ben più in là dell' angoscia subalpina. Roberto Morelli

    La piccola patria è etno-liberista


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 14-11-09 alle 19:11

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    Predefinito Rif: La piccola patria è etno-liberista

    è un articolo interessante: in questi ultimi anni mi sono molto ricreduto sulla Lega: prima lo ritenevo un fenomeno "rozzo". Non amo i dialetti, ho passato la mia vita a studiare l'italiano e diverse lingue straniere e spesso il dialetto era una barriera campanilistica che sbarrava le porte a tutti coloro che non erano integrati nel territorio.

    Bossi si è molto moderato, la malattia e la permanenza a Roma lo hanno reso misurato e saggio nonchè affidabile nella battaglia condotta dal centrodestra tutto per il federalismo

    Le nuove generazioni leghiste lasciano ben sperare: il sindaco di Verona Tosi lo vedrei benissimo al posto di Galan come governatore del Veneto e poi come ministro, magari all'Interno

    Il taglio degli sprechi, le insofferenze verso quel pozzo di San Patrizio che sta a Roma che succhia ricchezze distribuendone poco e male, la necessità di avere un governo centrale che faccia solo poche cose: esteri, difesa, il resto puo' essere delegato alle regioni, le regioni povere del sud possono avere fondi di solidarietà per aiutarle a raggiungere il pareggio di bilancio

    Tutte cose auspicabili per il nostro futuro

    Un consiglio: andate nella bella e ordinata Klagenfurt in Austria e vedrete i frutti di 10 anni di governo di Haider: il seme da lui piantato è fiorente, al di là delle squallide illazioni sulla sua vita sessuale che hanno cercato di infangarlo.
    Io ci ho fatto un giro qualche mese fa
    Ultima modifica di FrancoAntonio; 14-11-09 alle 11:59

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    Predefinito Rif: La piccola patria è etno-liberista

    Chi era davvero Jörg Haider



    L'avanzata della destra in Austria, a leggere i giornali italiani, fa temere il peggio. In realtà il governatore della Carinzia, già alleato di democristiani e socialisti, è un accorto amministratore che unisce modernità e valori tradizionali.


    Quando la destra avanza a valanga fa paura. Retaggi del passato, cattiva informazione, incapacità di comprendere i mutamenti delle società sempre più globali e sempre meno tranquille. Leggendo molti quotidiani italiani di ieri, ad andare in Austria di questi tempi ci sarebbe da aver paura. Crollano i partiti “buoni”, socialisti e democristiani; cresce la destra, votata oramai da un austriaco su tre. Soprattutto dai giovani, moltissimo dalle donne. E se la destra nell’Europa continentale lascia sempre un certo timore, quando parla tedesco può diventare addirittura “un incubo”.

    E per dare allo spettro della destra pericolosa un volto, cosa c’è di meglio che utilizzare quello noto di Jörg Haider, l’unico politico europeo democraticamente eletto contro cui l’Unione nell’ormai lontano 2000 decise di imporre sanzioni che si rivelarono una assurda ed inconcepibile macchinazione in stile totalitario. Che però lasciarono in eredità all’Austria e al mondo l’icona dell’uomo nero mitteleuropeo una costruzione politico-mediatica utile a molti partiti socialisti europei, in quegli anni al potere in mezza Europa (e alla Commissione europea) per impedire a vari e non comparabili movimenti di destra di andare al governo in vari paesi d’Europa. Un progetto che partiva dall’Austria ma che serviva in buona parte per correre in soccorso dei socialisti francesi e del centro sinistra italiano arginando le rispettive destre: Le Pen in Francia, Berlusconi, Bossi e Fini in Italia. Un piano folle, che oggi nessuno avrebbe il coraggio di riproporre e che, in piccola parte, è stata una delle cause del declino nella fiducia nelle istituzioni europee in molti paesi dell’Unione.

    Nel frattempo Jörg Haider è sopravvissuto alle sanzioni e ha fatto parecchia strada. I tre saggi cui l’Unione europea affidò il compito di monitorare la democrazia in Austria dopo la vittoria di Haider del 1999 furono costretti a concludere che sulle rive del Danubio blu non esistevano partiti non democratici, che la democrazia non era in pericolo e che le sanzioni andavano rimosse. Un'incredibile retromarcia per uscire dallo stallo senza compromettere la reputazione dell'Unione Europea: Bruxelles e Vienna, per salvare la faccia, chiesero a Jörg Haider di fare un passo indietro, non entrando personalmente nel governo. Il suo partito l’FPO, poté così formare il governo a Vienna assieme ai democristiani, governando per quattro anni senza che vi fosse alcunché di preoccupante per la democrazia austriaca.

    Anzi, Haider colse l’occasione di aver portato la destra austriaca per la prima volta al governo per tentare una resa dei conti con l’ala nazionalista del suo partito con cui aveva dovuto tenere faticose mediazioni e che non era favorevole all’alleanza con i democristiani.

    na resa dei conti che lo vide perdente e lo costrinse nel 2005 ad abbandonare l’FPO ricominciando politicamente da zero, fondando un nuovo partito: il BZO, conservatore e laico, liberale in economia, attento al sociale e soprattutto all’identità territoriale. Con questo partito ha governato la Carinzia per due mandati consecutivi arrivando al 40% dei consensi ed alleandosi a più riprese e senza scandali, con il partito socialista. Nonostante le etichette è andato al governo con i democristiani a Vienna e con i socialisti in Carinzia, mentre non ha coltivato rapporti con i vari partitini e gruppuscoli di estrema destra presenti in Europa, che pure lo inseguivano confusi dal caos creato dai media internazionali che indicava Haider come il papà di tutti i nazionalisti.

    In realtà il politico austriaco è pacifista e antimilitarista, contrario a che l’Austria abbandoni la neutralità, rafforzi l’esercito ed aderisca alla NATO. Nel 2003 girava con la bandierina arcobaleno della pace al bavero per protestare contro la guerra in Iraq. E’ stato l’unico governatore carinziano che dal 1945 ad oggi è riuscito a mettere all’ordine del giorno i problemi posti dalla minoranza slovena, circa il 2% della popolazione della Carinzia, a cui neanche i governatori socialisti precedenti all’ascesa di Haider al potere in regione avevano osato dare risposte. Negli anni Settanta il governatore socialista Sima si dovette dimettere per le proteste del suo elettorato in quanto non riusciva a far applicare una legge che imponeva l’uso di cartelli stradali bilingui tedesco-sloveno.

    Nonostante la sua figura mediatica si presti come bersaglio ideale per i nazionalisti sloveni e per gli attivisti della minoranza, il governatore della Carinzia ha provato a sviluppare una politica regionale di tutela culturale e linguistica per quelli che, nel suo stile, chiama “i miei sloveni”, venendo parzialmente incontro alle richieste - in continuo aumento - della minoranza. Seppur a fatica (e contro la volontà della popolazione, memore dei tentativi del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni prima e della Jugoslavia poi di annettere la Carinzia dopo la fine delle due guerre mondiali) è riuscito a far registrare qualche passo in avanti in tale senso. Con oltre trent’anni di ritardo è stata l’unico governatore a completare l’applicazione dei cartelli bilingui previsti in una legge statale del 1976 disattesa fino al 2006.

    A livello internazionale ha sviluppato qualche rapporto politico di un certo spessore in Italia con la Lega e Forza Italia, ma anche con la sinistra quando Illy governava il Friuli-Venezia Giulia. Più che al colore politico di tali relazioni ha dato molta importanza, pragmaticamente, alla collaborazione transfrontaliera in un ottica di Euroregione. Ha sviluppato buoni rapporti con la Croazia e in particolare con i regionalisti istriani della Dieta, un partito di area social-democratica.

    Alle ultime elezioni, nonostante lo scontro interno alla destra austriaca e l’ascesa della vecchia FPO alla sua destra, il BZO ha triplicato i suoi consensi, sfondando al centro tra gli elettorati di popolari e socialisti raggiungendo l’11%. Una parte dei media austriaci, tutti storicamente contrari ad Haider, da qualche tempo ha moderato i toni verso di lui riconoscendogli esperienza e maturità politica. E’ un peccato che i media italiani commentando le elezioni austriache non abbiano colto queste evoluzioni.

    Si poteva fare uno sforzo in più, come qualche anno fa fece il bravo giornalista di Liberazione Fabio Giovannini che, in un libro del 2000 sul leader della destra austriaca, sostenne che Haider non è un nostalgico del passato e del nazismo, bensì il primo di una nuova schiera di politici di destra post-ideologica, capace di unire posizioni liberal–conservatrici con una destra moderna, abile con i media, proiettata nel futuro, interclassista e con una spiccata vocazione sociale. Bastava rileggere le interviste di Simon Wiesenthal del ’97, il famoso ebreo di origine austriaca cacciatore di nazisti, che già allora suggeriva ai media internazionali di non demonizzare la figura di Haider in quanto non è né un neo-nazista né si è mai abbandonato ad espressioni anti-semite o anti-israeliane.

    Domenica scorsa Haider ha vinto per questo: non ha guardato al passato ma ha saputo conciliare liberismo e tutela della famiglia; identità, tradizione e modernità. Scrivere oggi articoli su Haider da Vienna o da Berlino – come hanno fatto molti quotidiani italiani - è un po come fare un reportage sulla Lega da Palermo o da Madrid. E soprattutto continuare ad etichettare il nuovo movimento di Haider come destra radicale è un’operazione politicamente scorretta e scientificamente inesatta. Gli studiosi più attenti già un decennio fa avevano dovuto inventare nuove categorie politiche per tentare di spiegare l’ascesa di nuovi fenomeni politici e sociali per i quali le vecchie etichette non bastavano più.

    La più interessante di esse è indubbiamente quella di “populismo alpino” una categoria che accomunerebbe il movimento di Haider con i cristiano-sociali bavaresi di Stoiber, la Lega Nord italiana e l’Unione Democratica di Centro dello Svizzero Christoph Blocher. Teoria affascinante ma piuttosto ardita. Sia come sia, il fenomeno Haider resta tuttora qualcosa di difficile definizione, spesso in mutazione e soprattutto di difficile comparabilità. Nella descrizione degli andamenti politici del BZO sarebbe allora più opportuno aderire ai fatti concreti per raccontare l’azione politica del movimento, che ha lasciato importanti e visibili tracce di governo democratico in due mandati consecutivi di Presidenza della Regione Carinzia.

    Limes - rivista italiana di geopolitica Chi è davvero Jörg Haider


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 14-11-09 alle 12:12

  4. #4
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    Predefinito Rif: La piccola patria è etno-liberista

    Sicuramente la Piccola Patria è il destino se ci si vuole salvare in calcio d'angolo sotto gli attacchi del mondialismo e della globalizzazione, tornando ad essere più Europa e meno America-Occidente.

    Bisogna capire però cosa si vuole davvero. Io credo che l'Europa divisa in mille staterelli separati, porterebbe più rivalità e caos della situazione attuale - a vantaggio dagli Usa, che continuerebbero la loro strategia del "dividi et impera".

    Viceversa uno Stato europeo - poggiante su valori, idee e politiche diverse dall'Unione Europea - che affondi le sue radici sui popoli d'Europa (e per popoli intendo regioni e macroregioni con la propria cultura, le proprie tradizioni e quindi la propria identità) potrebbe fare al caso nostro - seguendo le orme della struttura della Federazione Russa.

    Come ho già detto in una discussione nel forum del Carroccio, mi lascia un pò perplesso il fattore economico (anche se si tratta di un nazional-liberismo con una sensibilità "sociale").
    Ultima modifica di Lucio Vero; 18-11-09 alle 14:37

 

 

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