Questi i contenuti da me estrapolati da un lavoro di Guido Barbina.
Che ne pensate?
L’uomo come essere sociale
L’uomo è certamente uno degli esseri più deboli sottoposti ai pericoli della natura: mancanza di cibo, malattie, climi ostili, animali pericolosi, etc.
In questa lotta deve la sua sopravvivenza alle proprie capacità intellettive grazie alle quali riesce a risolvere i problemi che gli si presentano.
La prima fatica dell’uomo sulla terra è quella di organizzarsi con i suoi simili, suddividendo i vari compiti, infatti l’uomo riesce a sopravvivere come forza collettiva.
Ovviamente bisogna tenere conto dell’ambiente e del territorio in cui si muove un determinato gruppo sociale. La geografia della popolazione, spesso confusa con la demografia, deve occuparsi proprio di questo: del rapporto che esiste tra gli aspetti demografici e la continua variazione dell’organizzazione territoriale (crescita delle città, trasformazione delle campagne, evoluzione delle periferie, etc.).
· Una corrente migratoria, per fare un es., può essere considerata nel suo aspetto quantitativo (quanta popolazione si è spostata da A a B), il geografo deve analizzare le cause di questa migrazione, gli aspetti sociali, economici, culturali.
· Il declino del tasso di fertilità nell’europa occidentale, è misurabile confrontando i dati di una serie di censimenti, ma per comprenderne le cause bisogna analizzare molti elementi di diversa natura che hanno caratterizzato l’evoluzione del rapporto uomo/territorio.
Attualmente le nuovi correnti della geografia umana tendono a recuperare la geografia della popolazione, come parte integrante della geografia umana.
Il rilevamento demografico
La preoccupazione di ogni gruppo umano è la misurazione della propria consistenza numerica, da questa quantità un popolo è in grado di valutare la sua potenza, la possibilità di compiere azioni, la dimensione di certe necessità, la previsione dei bisogni collettivi, la misura dello sforzo complessivo, finanziario e operativo, che è in grado di programmare l’intensità di certe espressioni sociali e culturali che si manifestano all’interno del gruppo.
Il risultato di questa azione di organizzazione è correlato alla qualità e quantità del gruppo umano che agisce in quello spazio e alle sue attività.
Il primo problema che la geografia della popolazione si pone è quello di sapere quante persone siano presenti in un determinato territorio (censimento). Inizialmente i motivi per cui veniva effettuato un censimento erano di natura fiscale (la distribuzione delle tasse). Oggi effettuare un censimento non è operazione facile anche perché le informazioni richieste prevedono di far conoscere il luogo in cui si abita, il tipo di abitazione, la composizione del nucleo familiare, le caratteristiche sociali, etc… tutto quanto è statisticamente necessario per programmare sia l’economia sia l’amministrazione dei servizi.
Il movimento naturale della popolazione
La prima serie di variazioni che possono avvenire all’interno di una popolazione è composta dalla natalità e dalla mortalità (movimento naturale), mentre la seconda serie è composta da emigrazioni e immigrazioni (movimento migratorio).
Quello che importa considerare a proposito della prima serie di variazioni è il tasso di natalità. Esso varia nel tempo e nello spazio ed è inoltre possibile osservare una differenza nell’atteggiamento verso la natalità a seconda del livello economico dei diversi gruppi sociali: le classi sociali più abbienti tendono ad avere meno figli, mentre quelle meno abbienti di più; allo stesso modo in generale i paesi ricchi rispetto a quelli poveri, questo perché i meno abbienti considerano una fonte aggiuntiva di redditi l’avere più figli.
Anche il modello abitativo ha la sua influenza: vivere in una grande città, ma in un appartamento angusto e limitato, per esempio, disincentiva dall’avere molti figli… il contrario avviene per le abitazioni di campagna.
Anche il tipo di economia dominante ha la sua importanza: per esempio, in un contesto lavorativo in cui i posti disponibili sono contati il numero degli individui tende a crescere poco.
Le caratteristiche culturali della coppia rivestono anch’esse un ruolo importante, infatti, se ci limitiamo a considerare la sola religione, ci accorgiamo che esistono religioni come quella induista e islamica che incoraggiano le madri ad avere più figli.
La natalità e la pianificazione familiare
Considerati gli aspetti sopra descritti è possibile in teoria avere un’idea del tasso di natalità di intere regioni tenendo rapportandola alle risorse disponibili. Thomas Robert Malthus (1766-1834), a tal proposito, pubblicò uno studio in cui dimostrava la relazione tra miseria e crescita demografica.
L’azione politica dello Stato intesa a modificare il tasso di natalità (ridurlo se c’è sovrappopolazione o incentivarlo in caso contrario) si chiama pianificazione familiare. Le modalità con cui viene effettuata sono varie.
Di solito i regimi autoritari (come l’Italia fascista) tendono ad incentivare le nascite secondo il principio che “il numero è potenza”.
Il controllo delle nascite viene esercitato in quelle parti del mondo in cui la natalità è eccessiva e provoca grossi problemi sociali come in India e in Cina. Di solito si agisce proponendo l’uso di incentivi o disincentivi economici a fare meno figlio o ad diffondere molto l’uso dei contraccettivi.
Questi provvedimenti, però, implicano certe considerazioni di ordine filosofico sui diritti individuali.
A tal proposito le posizioni che sono emerse nell’ambito della Conferenza mondiale della popolazione e dello sviluppo organizzata dall’ONU al Cairo nel 1994 erano le seguenti:
1) l’introduzione di politiche di pianificazione familiare indiscriminatamente in tutte le aree povere è un errore perché può avere conseguenze peggiorative;
2) le politiche per la denatalità non servono a molto e poi così si rischia uno scontro tra lo Stato e le credenze religiose per cui la natalità è importante.
Più efficaci sembrano le politiche indirette, che tendono a rimuovere le cause sociali e ambientali di una natalità troppo elevata (miglioramento dello stile di vita).
La mortalità
Anche l’andamento della mortalità e vario e dipende da cause diversificate: mancanza di igiene, arretratezza delle strutture mediche e sanitarie, fame e carestie, epidemie (come quella della peste in Europa o del vaiolo, della lebbra e del colera).
Quello che interessa particolarmente è la mortalità infantile che si presuppone fornisca il quadro della situazione sanitaria e alimentare di una determinata area.
Tale mortalità si è ridotta con l’introduzione di norme igieniche e con i progressi dell’agricoltura; invece è ancora oggi elevata nei paesi sottosviluppati (in Asia, Africa e America Latina).
La crescita demografica
La crescita demografica dipende dal rapporto fra la natalità e la mortalità. Quando tale rapporto viene alterato, cioè diminuisce la mortalità, la natalità non si adegua subito e rimane alta e allora la velocità di crescita di una popolazione subisce un’impennata e si verifica quella che viene definita esplosione demografica che dura fino a quando il tasso di natalità non si riduce a sua volta nel tempo (regime demografico di transizione).
Ne corso di questi avvenimenti demografici si verificano profonde trasformazioni sociali, economiche e ambientali che modificano il quadro geografico: aumento dei servizio scolastici, delle strutture predisposte e delle abitazioni, spostamenti di masse di persone, richiesta di nuovi posti di lavoro, etc.
Quanto duri in media il periodo di transizione non è ancora stato definito con esattezza. Nel caso dell’Italia ci sono voluti bel 70 anni, più difficile dire quanto ci possa volere nel caso della Cina o dell’India.
La struttura demografica per sesso e classi di età
La composizione per sesso dipende dal rapporto (sex ratio) fra maschi e femmine. In media tale rapporto è alla nascita circa 106 maschi su 100 femmine, ma poi varia nel tempo.
In paesi in cui la donna è relegata a ruoli inferiori la percentuale di femmine è più bassa, mentre nella società moderna benestante le donne tendo ad essere di più a causa della loro aspettativa di vita generalmente un po’ più lunga rispetto agli uomini.
Il grafico che ci dà un’idea immediata della struttura per sesso e per classi d’età è la cosiddetta piramide demografica in cui a destra sono indicati i maschi e a sinistra le femmine:
Un simile grafico in cui la base è larga mentre va a stringersi in cima indica alta natalità, ma poca aspettativa di vita (tipico dei paesi poveri e sottosviluppati); mentre un grafico in cui la base è stretta mentre la cima si allarga indica poca natalità, ma buona aspettativa di vita (tipico dei paesi ricchi ad economia avanzata); invece un grafico in cui le barre delle statistiche sono più o meno allineate indica un sostanziale equilibrio tra nascite e morti.
La diversità di numero tra giovani ed anziani influenza la tipologia dei servizi, del lavoro, etc. È ovvio che un numero maggiore di giovani consuma un determinato tipo di prodotto che gli anziani non consumano e di questo devono tenerne conto i produttori. Un numero maggiore di anziani, per esempio, può creare problemi nella produttività dal punto di vista dell’efficienza.
L’Italia prima della II Guerra mondiale era un paese tendenzialmente povero con alta natalità, strutture sanitarie e sociali inadeguate e con una media di vita più bassa di quella attuale. Oggi, invece, le cose si sono invertite: gli anziani sono numerosissimi e le famiglie tendono ad avere sempre meno figli di conseguenza si rischia l’invecchiamento della popolazione.
Struttura della popolazione per classi occupazionali
La popolazione attiva può essere classificata a seconda dei settori: primario (agricoltura, caccia, pesca, raccolta, sfruttamento di boschi e foreste, etc.), secondario (estrazione dei materiali e loro lavorazione) e terziario (servizi).
La distribuzione della popolazione nei diversi settori occupazionali dipende da vari motivi (culturali, storici, tecnologici…) e ci da informazioni sul tipo di società. Ad esempio: una società elementare si caratterizza da una elevata occupazione sul settore primario, ma in società più evolute si passa ad una maggiore occupazione negli altri due settori. Una società particolarmente evoluta e moderna è piuttosto complessa e questo determina una enorme occupazione sul settore terziario. Il terziario avanzato, però, tende a ridurre col tempo il numero degli occupati in quanto i servizi tendono ad essere sempre più raffinati ed efficienti e non necessitano dell’intervento di molti addetti. E forse questo aspetto che tende produrre nuove disoccupazioni e quindi nuove povertà, ed è uno dei grandi problemi che in futuro dovranno affrontare le società moderne.
La composizione demografica per reddito, etnia e religione
La distribuzione della ricchezza ci permette di comprendere l’efficacia della politica economica messa in atto e il grado di giustizia sociale che è stato realizzato. Se la ricchezza è concentrata nella mani di pochi (latifondismo) si rischiano frequenti tensioni sociali e inoltre tale società tende a rimanere arretrata perché chi detiene il potere economico, di solito, è contrario alle innovazioni e alla modernizzazione.
La composizione etnica (v. etnia) fornisce un quadro essenziale per comprendere l’omogeneità di cultura, di comportamento, di sistema di vita di un paese. In certi casi l’esistenza all’interno dello stesso Stato di due o più etnie differenti comporta una difficile opera di mediazione che non sempre riesce e la differenziazione etnica può arrivare a tentativi di separazione e di secessione.
Ancora più difficile è la situazione di quei paesi in cui differenti comunità religiose non riescono a trovare un modo per convivere: specie se le religioni praticate sono molto diverse e molto radicate nei costumi e nei comportamenti della gente, gli scontri possono assumere aspetti disastrosi.
La distribuzione dell’uomo sulla terra
L’uomo è dotato di una straordinaria capacità di adattamento che lo ha portato a colonizzare, in parte, perfino i deserti e le regioni polari.
L’insieme regioni delle regioni abitate più o meno permanentemente dall’uomo sono dette, con una espressione greca, ecumene.
Oltre al vestiario, l’uomo, nel corso di lunghissimi periodi di tempo, è stato in grado di variare, in parte, il proprio corpo per adattarsi ai vari ambienti che è andato a colonizzare, ambienti con caldo, freddo e umido costanti; basti pensare agli inuit della Groenlandia e del Canada che vivono in ambienti freddissimi, agli amerindi delle foreste tropicali del sud America che vivono in climi estremamente caldo-umidi, i pastori del Kenya che popolano zone estremamente aride, o agli abitanti delle grandi metropoli costretti a vivere in una atmosfera molto inquinata.
Ovviamente non tutte le regioni che appaiono simili sono davvero tali, infatti la varietà degli ambienti e, soprattutto, della disponibilità di cibo e la sua reperibilità varia tantissimo; basti pensare alle isole del Pacifico dove il mare è estremamente pescoso e i frutti tropicali si raccolgono con grande facilità in confronto a certe zone dell’Asia in cui è necessario lavorare sodo per preparare le risaie, seminare, raccogliere e immagazzinare.
La differenza delle condizioni ambientali è la prima elementare spiegazione del perché l’ecumene non è popolato uniformemente. La densità indica proprio il rapporto tra popolazione e unità di misura della superficie.
Per comprendere le cause di questa distribuzione delle densità bisogna considerare diversi fattori che, di norma, agiscono correlativamente:
1) la vicinanza al mare che favorisce un clima di solito più caldo e risorse alimentari a base di pesce costanti;
2) l’altitudine che, con l’aumentare, determina una minore distribuzione di ossigeno, ma in certe aree tropicali molto calde e insalubri modifica tale ambiente rendendo più favorevole all’uomo;
3) i climi che si suddividono in cinque gruppi: tropicali umidi, aridi, umidi temperati caldi, boreali e nivali. I climi più favorevoli alle attività umane sono quelli temperati.
4) la qualità dei suoli determina una maggiore o minore idoneità della terra all’agricoltura. Suoli fertili e facilmente coltivabili hanno da sempre attirato i coltivatori, basti pensare alla valle del Nilo, alla “Mezzaluna fertile” della Mesopotamia, ai grandi fiumi asiatici delle zone monsoniche, etc. Però dobbiamo anche tenere conto del fatto che determinati atteggiamenti culturali di ciascuna civiltà nella tecnica di produzione e nella scelta degli alimenti possono influire sul popolamento insieme o in contrasto con i fattori fisici. La coltivazione del riso, per esempio è di per se stessa un fattore di alta densità in quando il prodotto delle risaie è quasi sempre abbondante e il lavoro è notevole e, quindi, le famiglie dei coltivatori tendono ad aumentare di numero. Ma un’alta densità in condizioni di carenza alimentare fa si che tutta la popolazione sia prossima alla soglia della fame. Al contrario le aree abitate da popolazioni dedite alla caccia sono caratterizzate da scarsa densità.
La densità di popolazione può dipendere anche da motivi storici e le vicende che hanno portato ad un popolamento intenso possono essere iniziate in tempi ormai remoti o in epoca storica recente, mentre lunghi periodi di insicurezza sociale possono aver ritardato o impedito l’affermarsi di un insediamento stabile e numeroso.
I vari tipi di movimento migratorio
La mobilità può essere limitata all’interno del territorio della stessa regione o nazione (ad esempio le migrazioni dei meridionali verso il Nord Italia negli anni ‘60). Può essere di breve durata o di lunga durata e può provocare determinati effetti sulla popolazione ospite dovuti all’incontro delle rispettive caratteristiche economiche e culturali.
Considerare le cause e le motivazioni che innescano un processo migratorio è molto importante. Generalmente essere sono dovute al desiderio di trovare un territorio o un ambiente che offre migliori condizioni di vita oppure possono manifestarsi come necessità di alleggerire un territorio sovrappopolato in cui le risorse non sono più sufficienti per tutti. Distingueremo dunque le cause ripulsive (cioè quelle che costringono ad emigrare da un determinato territorio) e quelle attrattive (cioè che invitano ad immigrare in un determinato territorio). Possiamo già distinguere in teoria migrazioni stagionali e migrazioni definitive.
Di norma la famiglia emigrata, una volta stabilitasi altrove, richiama presso di se un certo numero di familiari. Questo fenomeno “a catena” è detto appunto catena migratoria e può avere una durata molto lunga. Può avvenire che i lavoratori emigrati inviino denaro nella terra d’origine oppure che non lo facciano più perché hanno allentato i legami coi parenti rimasti in patria oppure semplicemente perché tutta la componete valida degli emigranti si è stabilita definitivamente nella terra ospite lasciando alla terra d’origine solamente i vecchi e gli invalidi, accelerandone così il declino sociale ed economico.
Lo spostamento definitivo di interi nuclei familiari in nuovi territori può avvenire in conseguenza di un’azione pianificata di colonizzazione di aree poco o nulla abitate e che si vuole trasformare economicamente.
Le cosiddette migrazioni di colonizzazione sono ormai cessate in quanto sulla Terra non esistono più regioni di vaste dimensioni disabitate o poco sfruttate. Ricordiamo quella degli italiani in Africa orientale, quelle dei francesi in Algeria o degli inglesi in Kenya.
Vi sono anche le migrazioni di popolamento, destinate a soddisfare la domanda di manodopera di una regione in espansione economica con l’offerta di forza lavoro nuova, basti pensare al massiccio spostamento di europei verso le Americhe e, oggi, il notevole spostamento di persone dall’Asia e dall’Africa verso l’Europa.
Le migrazioni religiose non sono mai state di grande consistenza, comunque vale la pena di ricordare quella dei Padri pellegrini, i puritani e i quaccheri di religione calvinista che nel XVII secolo dall’Inghilterra colonizzarono il Nord America (i futuri Stati Uniti); o la migrazione degli ebrei verso la Palestina, o lo spostamento di milioni di musulmani dall’India verso il Pakistan.
Esistono anche migrazioni provocate da motivi politici, mentre le migrazioni coatte sono vere e proprie deportazioni, basti pensare a quella dei negri trasferiti dall’Africa nelle Americhe, o le deportazioni degli ebrei durante la II Guerra mondiale. Di solito questo fenomeno è provocato da odio etnico e da atteggiamenti razzistici.
Le migrazioni culturali sono tra le meno appariscenti perché le persone che si spostano alla ricerca di un ambiente più consono alle loro aspettative culturali non sono mai in quantità rilevanti; tuttavia esse rappresentano un fenomeno importante a causa dell’impoverimento culturale (e alla fine anche economico) che esse causano nella terra da cui partono e, inversamente, si traducono in un arricchimento in quella in cui entrano.
u Il processo con cui gli immigrati definitivi superano la situazione di inferiorità in cui vengono a trovarsi passa per tre fasi:
1) adattamento: l’immigrato deve adattarsi alla nuova lingua, al nuovo clima, alle nuove condizioni di lavoro e di vita della società che lo ospita, modificando in parte il proprio comportamento;
2) integrazione (che è esattamente il contrario di segregazione): l’immigrato ha imparato la lingua, conosce le leggi e i comportamenti locali, si è adeguato al modello di vita della società che lo ospita, partecipa alle attività politiche e sociali, ma ancora utilizza all’interno del nucleo familiare la propria lingua d’origine e mantiene i contatti con la terra da cui è partito, conserva le abitudini e le tradizioni (comprese quelle religiose) della propria terra;
3) assimilazione: già dopo una o due generazioni i figli e i nipoti degli immigrati parlano abitualmente la lingua locale (anche se conservano qualche elemento culturale della propria etnia), partecipano a tutti gli effetti alle vicende e alle espressioni della società in cui essi sono nati e dove sono stati educati.
Col susseguirsi dei tre momenti descritti sopra, anche i legami con la terra d’origine si riducono: nella prima fase la catena migratoria alimenta un flusso continuo che va man mano a diminuire, con la seconda i contatti sono determinati dall’esigenza di mantenere ancora contatti col paese d’origine e con la terza i viaggi in patria sono fatti solo per motivi sentimentali, alla riscoperta delle proprie radici etniche.
I paesi di forte immigrazione, come gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia o la Germania in Europa, traggono consistenti benefici dall’apporto di gente nuova, disposta a lavorare, ricca di peculiari caratteristiche culturali; tuttavia devono anche affrontare il problema di amalgamare queste entità differenti in un sistema coerente e il più possibile compatto, allo scopo di evitare un sempre, purtroppo, più frequente scontro fra immigrati di diversa provenienza e fra la gente locale. A tal proposito quelli che presentano particolari problemi di integrazione sono gli immigrati di fede musulmana il cui stile di vita spesso è in contrasto con gli ideali di una società moderna di ispirazione illuministica.
Per ottenere tale amalgama, che non da tutti è condivisa, occorrono politiche idonee in grado di conciliare l’esigenza di identità dei vari gruppi etnici fra di loro e nei confronti del popolo ospitante. Negli Stati Uniti è stata privilegiata l’idea del melting pot, cioè del “crogiolo” che dovrebbe fondere le diverse componenti etniche degli immigrati in un unico soggetto che sia compatibile con gli elementi propri della cultura americana. In realtà tale processo di fusione ha funzionato poco e male e comunque non sempre è cosa giusta uniformare indiscriminatamente le varie etnie che, comunque, hanno diritto ad essere rispettati per quello che sono nella loro diversità che, in ultima analisi, è questa la vera ricchezza del genere umano. Per questo motivo è meglio parlare di multiculturalismo ovvero il riconoscimento da parte dello stato di tutte le espressioni etniche della gente che vi entra. Altri stati, invece, praticalo l’acculturazione obbligata non riconoscendo in alcun modo le culture d’origine degli immigrati.
Alcuni paesi attuano un controllo dell’immigrazione con quote d’ingresso annuali o tramite una selezione di tipo etnico. La politica del controllo restrittivo finisce sempre per produrre il fenomeno della immigrazione illegale o clandestina e, comunque, non si può certo pensare di lasciare incustodite le frontiere trascurando la possibilità dell’introduzione di elementi stranieri criminali.




2010:
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