Giovanni FORMICOLA
La strategia gramsciana e la via italiana al comunismo
relazione tenuta il 29 marzo 1999
Occuparsi oggi del PCI, per chi "fa politica", soprattutto se si tratta di studiarne la teoria dell'azione, e cioè il modello operativo per conquistare il potere e per fare la Rivoluzione in Italia, può sembrare esercizio di tipo archeologico. Infatti, "il comunismo è morto, il PCI non esiste più e i suoi "eredi" sono altra cosa, vogliono altro e lo perseguono con altre modalità". Invero, tutte queste proposizioni sono meno scontate di quanto possa sembrare, e comunque sono discutibili siccome tutt'al più vere solo di una verità relativa. Ma anche a volerle prendere per buone, ugualmente si deve ritenere l'attualità di un'indagine che invece parrebbe, ad un primo superficiale esame, inattuale e perciò inutile. E ciò per una serie di ragioni che sembrano buone a chi scrive.
a. Se è vero che, come sosteneva il primo storico marxista russo, Mihail N. Pokrovskij, "la storia è politica rivolta al passato" (1), e se è vero, come sostiene il reggente nazionale di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni, che "chi sbaglia storia, sbaglia politica", allora tutt'altro che inutile è l'attenzione ad una storia, quella del PCI, che per quanto recente e molto prossima alla cronaca, è politicamente assai significativa.
b. Nessuno può negare che il presente ed il futuro hanno radici nel passato. Quindi scrutare nel passato recente della nostra storia il ruolo che vi ha svolto un soggetto come il PCI, certo di non scarsa rilevanza, può aiutare a comprendere meglio, da un lato, l'azione dei suoi "eredi" - che, per esempio, se hanno rinunciato a molto dal punto di vista dottrinale, non hanno rinunciato al relativismo ed alle sue conseguenze operative, che con un eufemismo possono essere sinteticamente descritte come "spregiudicatezza" nell'agire -, e dall'altro può essere utile per meglio decifrare la nostra condizione storica, di cui il PCI è stato uno dei principali artefici.
c. Nemmeno è indifferente, per prendere posizione nei confronti di soggetti politici come oggi i Democratici di Sinistra (DS), e ieri il Partito Democratico della Sinistra (PDS), sapere come si comportasse ieri l'al-tro il loro papà, il PCI, ed a quale scuola si siano formati i loro dirigenti, tutti provenienti da quel partito.
d. Infine, non è forse inopportuno percorrere piste storiografiche che contribuiscano a prevenire una ricostruzione agiografica del proprio passato, onde nobilitarsi "ripulendo" le proprie ascendenze, da parte di chi, oggi (settembre 1999), detiene il potere e controlla i ministeri culturali.
E' ovvio che scopi così ambiziosi non possono essere perseguiti, per non dire conseguiti, con un lavoro modesto come il presente. Esso però, spero non temerariamente, vuole essere una piccola indagine utile ai fini divulgativi affinché l'attenzione al tema rimanga ben desta. Per tali motivi, non può che essere una ricostruzione sintetica, e quindi che si avvale soprattutto di materiale fornito dalla parte "indagata", sicché l'essenziale apparato critico è formato per lo più, ma non solo, da documenti e scritti provenienti e divulgati da parte comunista, e cioè da autori, come Pietro Di Loreto, Giuseppe Carlo Marino e Miriam Mafai, molto vicini al vecchio PCI ed oggi ai suoi "eredi", pertanto al di sopra di ogni sospetto (2).
Ma prima di entrare in argomento, e non senza aver affidato il lavoro alla Santissima Vergine del Rosario affinché purifichi le intenzioni che lo ispirano e ne amministri l'eventuale frutto, mi sembra utile provare almeno ad impostare il tentativo di sfatare un luogo comune diffuso e tuttora condiviso, quello della "serietà" del PCI e quindi dei suoi "eredi", che determina complessi di inferiorità negli avversari, e troppo spesso ne condiziona, se non ne paralizza, l'azione.
Il mito della "serietà" del PCI.
"Serio" diventa sinonimo di "buono", "rispettabile", "affidabile": "si può dissentire su qualche punto, anche su molti punti, ma non v'è nulla da temere realmente, il PCI (e poi il PDS, ed ora i DS) è "serio" e quindi non deve far paura, anzi ha fatto tanto bene all'Italia". Questo il luogo comune corrente, anche in ambienti anticomunisti.
Vediamo se è vero. Seppure si può convenire sulla "serietà" del PCI e dei suoi "aventi causa", non si può non notare che anche la mafia, per esempio, è da considerare "seria", molto seria. Non sto paragonando il PCI alla mafia, per il semplice motivo che il PCI è molto peggio della mafia. Questa, infatti, ha una vocazione territoriale limitata - o almeno fino a poco tempo fa così era - e limitati sono anche i suoi scopi. Essa si propone di prelevare forzosamente soltanto una parte dei beni prodotti nel territorio che controlla o che cerca di controllare. Il suo fine di potere e arricchimento per quanto odioso è limitato: non vuole tutto, né delle ricchezze (cioè dei beni materiali), né delle coscienze (cioè dei beni morali). Pretende "solo" omertà e soggezione rispetto ai propri affari, ma non di trasformare la mentalità ed il modo stesso dell'esistenza di tutta la comunità nazionale, anzi di tutto il mondo, mediante l'espropriazione e la gestione centralistica di tutti i beni materiali per meglio controllare le coscienze. Quest'ultimo, invece, lo scopo del comunismo, e quindi del PCI come componente del movimento comunista internazionale. "I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo" (3), trasformazione che consiste nel "mutare la correlazione di forze politiche mediante il soggiogamento o lo sterminio di alcune classi della società" (4), e quindi, ultimamente, in un rifiuto della natura umana ed in un tentativo, espressione di una smisurata volontà di potenza, di modificarla radicalmente, in vista dell'uomo nuovo, "superuomo" che non abbia più bisogno di Dio, della patria, della famiglia, della proprietà: con l'Ottobre, "l'uomo si era levato, per la prima volta nella storia, non contro le circostanze sociali, ma contro se stesso, contro la propria natura"5. Il PCI, che ha sempre presentato il regime nato da quella Rivoluzione come il laboratorio di un mondo nuovo e migliore e come luogo iniziale di esso, non ha mai dato alla sua azione politica una prospettiva minore. Infatti, l'URSS staliniana è stata proposta come autentica metafora del paradiso in terra: "La parola "Stalin" e, l'altra, "URSS" - che ne definiva le realizzazioni storiche (la vittoria sul nazifascismo, l'edificazione in concreto del migliore dei mondi possibili) - ben al di là della bonaria immaginazione di un grand'uomo del popolo con i baffi alla quale si riferivano, valevano come una metafora laica del paradiso cattolico: esprimevano unitariamente l'ideale di una felicità assoluta, sintesi di moralità e benessere, in alternativa alle promesse inquietanti e corruttrici del capitalismo americanista"6. Cominciamo così a verificare se davvero "serio" equivale, con riferimento al PCI, a "buono", "affidabile", "rispettabile": come la mafia, e più della mafia, il PCI mette la "serietà" al servizio di scopi e propositi da temere e contrastare tanto di più, quanto più "seriamente" perseguiti.
Ma il mito del "Grande Partito Comunista" di Gramsci, Togliatti, Berlinguer (Enrico Berlinguer, 1922-1984) etc., va sfatato anche in riferimento alla sua "serietà", se con questo attributo gli si vuol riconoscere almeno una certa quale superiorità etica e politica. Eticamente superiori certo non possono essere considerati coloro che fin dall'inizio hanno falsificato la propria storia, facendola iniziare da Antonio Gramsci (1891-1937) e Palmiro Togliatti (1893-1964), cancellando con perfetta ed orwelliana costumanza "terzinternazionalista" il vero fondatore del PCd'I al tempo della scissione di Livorno, quell'Amedeo Bordiga (1889-1970) - che non trasformo certo qui in eroe -, caduto in disgrazia siccome ritenuto trotzchista (o qualificato trotzchista per farlo cadere in disgrazia) - come non trasformo in eroe Trockij (Lev Davydovic Bronstein, 1879-1940), il quale ha semplicemente subito il trattamento che avrebbe riservato agli altri se a prevalere nella lotta all'interno del partito fosse stato lui. Né eticamente superiori sono mai stati quei dirigenti che hanno prima isolato i Gramsci ed i Terracini (Umberto Elia Terracini, 1895-1983) in mano al nemico fascista (salvo poi "riabilitarli" secondo convenienza), e poi pronunciato il famoso appello ai "fratelli in camicia nera" ("Per la salvezza dell'Italia riconciliazione del popolo italiano!")7 all'epoca della proclamazione dell' Impero sui colli fatali di Roma; che hanno ingoiato il "patto Molotov-Ribbentrop", dimenticando subito il loro antifascismo e la solidarietà internazionalistica con la Polonia aggredita8; che in Spagna hanno provveduto - e fra essi anche il "buono" Giuseppe Di Vittorio (1892-1957) - prima alla "liquidazione" di militanti ed organizzazioni di parte repubblicana che non fossero di stretta obbedienza comunista e "cominternista"9 e poi eventualmente a combattere contro gli insorgenti "nazionali", in perfetto stile, non tanto stalinista, quanto leninista (primo: dominare il partito, fino al punto di costruirsene uno "proprio", di scissione in scissione, selezionando tra i militanti i seguaci più fedeli al capo ed alla sua linea; secondo: conquistare al partito la leadership assoluta sul movimento rivoluzionario); che non hanno esitato a collaborare ad analoghe operazioni nei confronti del Comitato Centrale del Partito polacco (10), o addirittura di esuli antifascisti e comunisti di ogni nazionalità, e quindi anche italiani, rifugiatisi nella "patria dei lavoratori" (11); che hanno ritenuto la morte nei campi di concentramento sovietici di migliaia di prigionieri italiani "espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia" (12), e che ancora alla fine degli anni '40 si sono opposti presso i sovietici al rimpatrio dei prigionieri superstiti (13); che hanno utilizzato la guerra civile in Italia tra il 1943 ed il 1945, detta "Resistenza", per crescere organizzativamente, eliminare possibili avversari, ed affermarsi come forza egemone (14); che quando "non pochi elementi partigiani (...) diedero vita alla tragica catena delle uccisioni nei confronti di ex fascisti, (...) di avversari politici, possidenti e soprattutto preti" (15), non hanno lesinato "appoggio e simpatia per questi (...) gruppi armati" (16), fino a giustificarne pubblicamente l'operato, con riferimento al cosiddetto "Triangolo della morte": "Sarebbero zone dove, sì, sono morti parecchi traditori della patria e ben sono morti, pagando con la vita i loro delitti ed il loro tradimento" (17); che agli inizi della "guerra fredda" hanno svolto con piena consapevolezza il ruolo di "quinta colonna" in Italia del potere sovietico (18), compiendo vere e proprie azioni di spionaggio (19) e di tradimento della patria, cospirando affinché Trieste fosse lasciata a Tito (Josip Broz, 1892-1980) (20), ovvero dando informazioni ai sovietici sulla forza militare e sull' economia nazionali, nonché sui nostri rappresentanti diplomatici nell' URSS e nei suoi Stati satelliti (21), pure appartenenti ad un'alleanza politico-militare nemica; che hanno progettato l'eliminazione ("affidandola" ai compagni d'oltrecortina) della moglie ebrea e polacca di Eugenio Reale, già viceministro degli esteri nei governi "ciellenistici" e poi ambasciatore d'Italia in Polonia, ritenendola colpevole del "raffreddamento" rivoluzionario del loro autorevole compagno (22); che hanno organizzato boicottaggi e linciaggi morali - oltre a tenerlo sotto "osservazione" per conto del KGB, in vista di una possibile decisione di eliminarlo - del professor Vincenzo Palmieri, accademico napoletano, "colpevole" di aver speso la sua autorevolezza di medico legale in una perizia collegiale che rivelava la responsabilità sovietica del massacro di Katyn (23); che hanno preso, fino alla implosione dell'URSS, e per il tramite di quell'organizzazione criminale che era il KGB, danari che possono essere definiti senza retorica lordi del sangue e segnati dalla fame delle popolazioni vittime del comunismo (24); che hanno assistito alla edificazione del Muro ed alla sua esistenza senza fiatare, o addirittura esaltandone la funzione, e continuando fino all'ultimo ad avere relazioni più che amichevoli con i suoi custodi e gestori (dalla presenza degli stand della DDR ai festival de l'Unità, agli scambi politico-commer-ciali, al contributo di Ehrich Honecker alla celebrazione del compagno Berlinguer in un volume a lui dedicato dopo la sua morte (25). E se questo - ma molto altro in realtà - si può dire sulla "serietà" morale dei comunisti italiani, si deve rilevare altresì come anche dal punto di vista più strettamente ideologico e politico, per dirla con Di Pietro, non ne abbiano azzeccata una, secondo le loro stesse ammissioni. Ci avevano detto, infatti, che senza Dio e senza Chiesa l'umanità sarebbe stata libera e felice, ed ora che non possono dirlo più (semplicemente perché si è rivelato manifestamente falso), pur pensandolo ancora, da un lato cercano di strumentalizzare il Papa ed il suo magistero, dall'altro sperano di risolvere la questione trasformando la religione "religiosa" - cioè la religione che crede in Dio - in una religione umanitaria, salvo essere pronti a far scattare una bella persecuzione amministrativa e culturale, contro l'"illegalità" e l'"intolleranza", che caratterizzano l'attività e la predicazione delle chiese. Volevano l'Ita-lia fuori della NATO ed esclusa dal "Piano Marshall" e avevano fatto una bandiera di queste posizioni, in nome della pace e dell'indipendenza nazionale: esse si commentano da sole. Applaudirono ai carri che invadevano Budapest, e a tutte le rivoluzioni comuniste e terzomondiste: applaudivano al terremoto che avrebbe lasciato dietro di sé solo lutti e rovine. Proponevano un'economia socializzata e statalizzata, ed oggi riconoscono che non funziona. "Loro" dicono di voler "rivedere" - non potendole più difendere propagandisticamente - quelle riforme di struttura, da "loro" stessi volute (26), che hanno ingessato ed ingessano la vita sociale: dallo Statuto dei lavoratori alla riforma sanitaria statalista, dal sistema pensionistico "retributivo" al monopolio pubblico delle comunicazioni e delle fonti energetiche, dalla fiscalità persecutoria fino a tutti gli altri lacci e lacciuoli che impediscono la crescita economica. Senza il "loro" decisivo contributo, almeno dall'inizio degli anni Settanta, non sarebbero state possibili le politiche di bilancio che hanno generato il mostruoso debito pubblico che grava sulle presenti e sulle future generazioni italiane. E si potrebbe continuare a lungo. Insomma, tutto quello che proponevano o che hanno realizzato si è rivelato tragicamente dannoso, e nessuna delle loro previsioni storiche e politiche si è realizzata. Quel che importa, comunque, è che nessuno sia più succubo del mito della "serietà" del PCI e dei suoi eredi - sia nel senso dell'affidabilità e rispettabilità, sia nel senso dell'integrità morale, sia nel senso del valore delle scelte e delle prospettive politiche -, liberandosi così da ogni complesso d'inferiorità nei loro confronti.
La teoria dell'azione comunista: il leninismo.
Nella prospettiva di trasformare il mondo, il movimento comunista trova in Lenin (Vladimir Il'ic Ul'janov, 1870-1924) un organizzatore ed un teorico dell'azione formidabile. La sua forza è nell'essere assolutamente coerente con la dottrina: come questa dissolve nella dialettica ogni verità "data", così l'agire comunista, secondo Lenin e da Lenin in poi, si concede la massima libertà immaginabile, concepisce le proprie mani come assolutamente libere, anche dalla dottrina stessa. È precisamente nella libertà di essere incoerenti rispetto all'ideologia che consiste la coerenza con essa, dato il suo carattere dialettico, cioè integralmente relativista (27): "vero", "giusto" non hanno senso se non come traduzioni, per un mondo e per degli uomini che ancora non possono rinunciare a simili parole, del concetto di efficace, con riferimento alla capacità dell'azione di essere Rivoluzionaria, cioè di determinare cambiamenti effettivi nella storia (28). Ed il primo cambiamento, condizione di tutti gli altri, cioè della Rivoluzione, è la conquista del potere da parte del partito Rivoluzionario, cioè del partito comunista. Se la teoria dell'azione ponesse degli ostacoli a tale conquista del potere, non sarebbe Rivoluzionaria: ed allora non solo la vecchia morale borghese, ma anche una pseudo morale rivoluzionaria vanno superate. Così "morale", sempre per usare una parola "vecchia" ma per il momento non ancora sostituibile, è solo ciò che consente la conquista ed il mantenimento del potere da parte del partito Rivoluzionario per fare la Rivoluzione. Quindi, in questa coerenza dialettica, che sussiste proprio nella continua contraddizione, si combinano - ciò che appare all'osservatore "aristotelico" inconciliabile - la fede nelle leggi ferree della storia, e quindi una sua concezione deterministica, e la fede nell'onnipotenza dell'azione Rivoluzionaria, svincolata da ogni limite, quanto alla scelta dei mezzi e dei gesti da compiere, che non sia la valutazione delle probabilità di successo. "La fede nell'onnipotenza dell'azione e l'idea delle leggi della storia (...): al culto della volontà (...) Lenin aggiunge le certezze della scienza tratte dal Capitale. La rivoluzione recupera nel suo arsenale ideologico quel surrogato di religione (...). E combinando, a disprezzo della logica questi due modernissimi elisir, prepara una pozione tanto forte da inebriare generazioni di militanti" (29). "Con Lenin, il rivoluzionario si trasforma da levatrice della storia, da "personificazione" come il capitalista di categorie economiche oggettive, che gli dettano modi e tempi del suo agire, in una sorta di superuomo, che assume su di sé il compito di deviare il fiume della storia dal suo corso, di sottometterlo, costi quel che costi, alla propria demiurgica volontà di potenza" (30).
Applicando questo criterio, Lenin trascura le "fasi naturali dello svol-gimento storico", destinate a succedersi secondo leggi operanti "con bronzea necessità", non attende che "si siano sviluppate tutte le forze produttive, che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali" per il passaggio a "nuovi e superiori rapporti di produzione", cioè al socialismo. Egli non aspetta e passa all'azione. Sfruttando una storica opportunità, la Prima Guerra Mondiale, sceglie la via "giusta" per fare la Rivoluzione in Russia, misurata sul panorama storico che ne costituisce l'orizzonte concreto. In un paese poco articolato socialmente, in cui la struttura del potere politico è rigida e fortemente accentrata, Lenin, che ha formato il partito (31) come élite di Rivoluzionari di professione - "coorte di ferro" gerarchicamente ordinata, retta da una disciplina severissima, poco disponibile ad accogliere le istanze di democrazia interna -, che si prepara all'insurrezione armata per conquistare il "Palazzo", non appena se ne presenta l'occasione, lo conquista. Questo è luogo non solo simbolico del potere, che vi è realmente concentrato nella sua maggior parte. Però, la via militare, rivelatasi efficace in Russia, tanto che la Rivoluzione è in realtà un golpe, presto mostra la sua inadeguatezza per l'Europa occidentale, dove vivono i "popoli dominanti", secondo l'espressione marxiana. Una alla volta falliscono o si esauriscono le insurrezioni armate, i golpe attuati o tentati sul modello di quello bolscevico, dalla Germania (Berlino, Monaco) all'Ungheria, ed anche in Italia. Episodio determinante che costringe il mondo comunista a convincersi che non il paradigma di Lenin - "mani libere" nell'azione, primato del volontarismo Rivoluzionario e del costruttivismo sul rispetto formale delle leggi della storia -, ma la sua scelta concreta, la via "militare", non è quella "giusta" per la Rivoluzione in Occidente, è il cosiddetto ""miracolo della Vistola" - la battaglia in cui, il 15 agosto 1920, l'esercito dello Stato polacco "risuscitato" sotto la guida del maresciallo Jòzef Pilsudski, fermò davanti a Varsavia l'Armata Rossa in marcia verso il cuore dell'Europa per sostenere manu militari i moti spartachisti tedeschi" (32). Tale episodio, insieme con tutti gli altri fallimenti, sollecita una riflessione, che parte dallo stesso Lenin, e che trova nell'italiano Antonio Gramsci uno dei suoi maggiori protagonisti, insieme con l'ungherese György Lukács (33) (1885-1971), sulle "difficoltà della Rivoluzione nei paesi a grande articolazione sociale, cioè nei cosiddetti "punti alti" del capitalismo" (34), che porterà alla elaborazione di una strategia per la quale "l'egemonia culturale ha il primato su quella politica" (35): il "gramscismo", o per dir meglio il "marxismo-leninismo-gramscismo".
La teoria dell'azione comunista in Italia: il "marxismo-leninismo-gramscismo".
"Chi afferrò subito il vero significato dell'Ottobre fu Antonio Gramsci, che salutò l'exploit di Lenin come "la rivoluzione contro il Capitale" di Carlo Marx. E al giovane socialista rivoluzionario italiano si deve l'avere acutamente compreso perché quella falsificazione era in realtà anche un inveramento: bastava leggere (...) la dottrina marxiana del crollo del capitalismo non quale scienza, come pretendeva di essere, bensì quale mito: "Giovan Battista Vico ha detto prima di Marx che anche la credenza nella divina provvidenza ha operato beneficamente nella storia, diventando stimolo dell'azione consapevole": cosa impedisce che "anche la credenza nel 'determinismo' [possa] avere avuto la stessa efficacia in Russia per Lenin e altrove per altri?". Detto altrimenti: cosa impedisce che la credenza di avere dalla propria parte le leggi bronzee dell'economia, anche se ciò non è vero, abbia sui rivoluzionari - purchè fortemente convinti, e, soprattutto, purché riescano ad infondere quella fede fanatica nei loro seguaci - la stessa forza di spingerli a tutto osare, che ha avuto sui cristiani la credenza nella Divina Provvidenza, indipendentemente dall'esistenza o inesistenza di Dio? E, si badi, (...) Gramsci - che intendeva riferirsi in particolare all'Italia e in generale ai Paesi occidentali - chiariva come la scorciatoia del volontarismo e del mito, il primato della coscienza sull'essere, della politica sull'economia, del potere sulle leggi spontanee di sviluppo della società, della fede sulla scienza (...) si rendeva indispensabile" (36). E sin qui siamo ancora nell'ambito "volontarista" del paradigma leniniano. In più, rispetto ad una concezione positivista del materialismo - potremmo dire "engelsiana" - nell'italiano Gramsci prevale quella dialettica, per la quale le basi materiali dell'esistenza ("l'essere") sono condizionate, se non determinate, dalle idee, dal pensiero, dalla cultura ("la coscienza") (37). Perciò, secondo il suo pensiero, in quei paesi sviluppati e civilizzati socialmente e politicamente, in cui la "via militare", golpistica, non è quella giusta, o almeno non basta, si pone l'esi-genza di conquistare l'anima della società prima ancora del suo corpo.
In mondi ricchi di storia, di articolazione e stratificazione sociale e culturale, dunque, la conquista del potere politico non basta, e men che meno è possibile mirarvi attraverso tecniche golpistiche e/o insurrezionali: la società ha una sua soggettività che la rende capace di reazione e resistenza tali da poter infliggere alla Rivoluzione una storica sconfitta. Occorre allora pazientemente conquistarla dal di dentro: se in Russia la Rivoluzione "dall'alto" - dal Palazzo alla società civile - era stata possibile, anzi era l'unica possibile, "altrove" la Rivoluzione deve procedere "dal basso", anche accettando sul piano politico un lungo periodo di "guerra di posizione" (38). Gramsci, riecheggiando tematiche tipiche di un certo pensiero che potremmo definire reazionario (39), distingue tra "società politica" ("paese legale", il Palazzo, i luoghi del potere politico-burocratico-amministrati-vo), e "società civile" ("paese reale", corpi sociali intermedi, i luoghi dell'autorità e delle gerarchie spontanee o naturali). Si deve conquistare l'egemonia su quest'ultima per essere in condizione di cogliere finalmente il potere politico come un frutto maturo, senza dover poi temere alcun sussulto reattivo (40): ed intanto, altro vantaggio di questa strategia, la Rivoluzione è già in corso nel profondo della vita sociale, e la successiva conquista anche del potere politico serve a proteggerla nelle sue realizzazioni, a consolidarle e ad accelerarne il processo.
La scelta insurrezionale, dunque, per il PCI, diventa una subordinata eventuale, e non per ragioni di principio o etiche - bandite per definizione - ma perché giudicata inadeguata alla realtà italiana (41), e cioè perdente (42). E se qualcuno se ne dimentica o non lo comprende, lo stesso Stalin (Josif Vissarianovic Dzugašvili, 1879-1953) ("che temeva in particolare una rivoluzione prematura" (43) provvede a ricordarglielo: "Il 26 marzo [1948] Molotov telegrafò a Kostylev la risposta del Comitato Centrale sovietico per Togliatti: (...) "per quanto riguarda la presa del potere attraverso una insurrezione armata consideriamo che il PCI in questo momento non può attuarla in nessun modo"" (44). La cosiddetta "svolta di Salerno", e cioè la decisione di collaborare con la monarchia e con il governo di Pietro Badoglio (1871-1956) accettando di farne parte, comunicata da Togliatti ai suoi allorché rientra in Italia dopo quasi venti anni di assenza nel marzo '44, con la quale spegne ogni velleità insurrezionale ("trasformare la guerra civile - la cosiddetta Resistenza - in guerra Rivoluzionaria") è voluta da Stalin stesso, e comunicata ad un Togliatti che ancora pensava all'insurre-zione nel corso di un colloquio al quale è presente Georgi Dimitrov (1882-1949), il potente segretario del Comintern, che lo attesta nei suoi diari: "L'interpretazione della svolta come un atto di indipendenza da parte di Togliatti nei confronti della (...) linea politica di Stalin si dimostra soltanto un mito politico" (45). Tuttavia, il Partito conserva quell'apparato clandestino illegale ed armato (46) la cui esistenza ed organizzazione era condizione di adesione alla Terza Internazionale (47): in occasione della riunione costitutiva del Cominform a Szklarska Poreba il 22-27 settembre 1947, "Longo con dignità e una certa fierezza, "Vi assicuro" dice fra l'altro "che il nostro partito dispone di un apparato clandestino di speciali squadre che sono dotate, per il momento in cui sarà necessario, di ottimi comandanti e di adeguato armamento"" (48). E tutto questo è reso possibile anche da una certa benevolenza complice della polizia, che nel 1946, come Togliatti riferisce all'ambasciatore sovietico a Roma, "lascia in pace le forze di sinistra e nello stesso tempo dimostra il suo attivismo nel perseguire e liquidare l'attività dei fascisti e dei monarchici. Se la polizia di Roma avesse voluto in questi giorni dare un'occhiata a cosa succede in certe sezioni dei partiti di sinistra avrebbe scoperto alcuni seri mezzi di difesa" (49) (non è da escludere che "l'apparato", come i comunisti chiamavano la loro organizzazione armata clandestina (50), "inabissatosi", sia poi riemerso all'epoca del terrorismo prima gruppuscolare e poi professionalmente organizzato (51)). Ma, lo si ripete, la prospettiva insurrezionale e l'azione violenta rimangono una subordinata, utile comunque la seconda, e quindi da agitare periodicamente, per intimorire il "nemico di classe".
L'egemonia di cui parla Gramsci non si caratterizza come direzione esplicita ovvero come infiltrazione: la sua essenza è l'influenza, la penetrazione "radioattiva" nella società per informarne la mentalità, il costume, la cultura. Ma è anche modalità di condizionamento dei centri di decisione e delle polarità di potere attraverso la sapiente creazione di un clima ostile, ovvero favorevole a determinati orientamenti: il partito, moderno principe che organizza i suoi intellettuali organici, cioè coloro che preparano la giustificazione ai suoi gesti, si trasforma in gigantesco agente d'influenza, senza tuttavia trascurare il compito di conquistare, là dove è possibile, le "casematte del potere borghese". Tipico, da questo punto di vista, è il coordinamento tra l'opera di infiltrazione (facile perché vi si accede per concorso e quindi non è necessario conquistarsi un consenso) e la conquista dell'egemonia sul potere giudiziario: ordine senza vertice gerarchico e quindi luogo ideale di sperimentazione di un potere di fatto, di direzione o orientamento piuttosto che di dominio, a prescindere da qualsiasi titolarità formale ed istituzionale di un posto di comando. Senza che sia necessaria una qualsivoglia disposizione espressa, e spesso seguendo l'esempio di "avanguardie" costituite da veri e propri infiltrati, la magistratura italiana si allinea periodicamente a determinati orientamenti: lassisti quando si tratta di "spezzare l'apparato repressivo dello Stato" o di proteggere i "socialmente e politicamente vicini"; duri e giustizialisti quando si tratta di colpire i "nemici dell'ordine e della legalità" progressisti e i "fascisti", ovvero quando si tratta di abbattere "legalmente" un potere costituito avversato (52). Altrettanto tipico, se non di più, è il processo di conquista dell'egemonia sui centri di elaborazione e diffusione dell'istruzione, dell' educazione, dell'informazione e della cultura popolare: dall'asilo all'Uni-versità, dai mass media ad ogni forma di spettacolo, massime quello cinematografico, mentre i sedicenti anticomunisti governano, da titolari dei ministeri competenti, badando al piccolo cabotaggio di un clientelismo miserabile, il PCI orienta sempre di più e sempre meglio questi pedagoghi di massa. Né vengono trascurati, dallo sforzo di egemonizzarli, i poteri economici e sindacali, e nemmeno quello ecclesiastico, cioè quello della Chiesa-soggetto sociale, opinion-maker. Trascuro qui di esaminare il ruolo "tri-bunizio" del partito (53), che comunque sembra avere soprattutto un fine "promozionale".
Si può dire che mentre Lenin, nella sua realtà sociale, si poteva accontentare di instaurare un potere sui corpi, pretendendo, ed ottenendo con i più atroci mezzi terroristici, l'obbedienza esteriore, tale obiettivo non è consigliabile, perché difficilmente conseguibile, in società altamente sviluppate ed articolate, tanto dal punto di vista culturale che da quello socioeconomico, con una pluralità di soggetti sociali attivi, radicati e corporativamente coesi, oltre che culturalmente coscienti della propria identità. Pertanto per ottenere l'obbedienza esteriore occorre passare per quella interiore e dirigere le coscienze. Se a Lenin, almeno inizialmente, basta che "si faccia quel che lui vuole", per Gramsci è indispensabile che "si pensi come lui vuole": questo è il significato di "quel tutto è politica" (54), che elimina ogni ambito neutro e sottratto al pubblico controllo, prefigurando un totalitarismo tanto più insopportabile e tremendo, quanto più sottile, "democratico" ed esteriormente inavvertito: il soggetto non reagisce non perché imprigionato, ma perché persuaso a rimanere immobile; non viene ucciso, ma si uccide; non viene censurato, ma si auto-censura.
La lotta per l'egemonia interna.
Ma poiché nemo dat quod non habet, se il partito vuole conquistare l'egemonia sulla società, esso deve innanzitutto "egemonizzare" se stesso, cioè ottenere al proprio interno il controllo del modo di pensare e di essere dei militanti: "Il PCI (...) è l'avanguardia organizzata e cosciente della classe operaia (...) comprende i migliori elementi della classe dotati di vasta esperienza, di spirito di sacrificio e di devozione illimitata (...). Il partito deve essere il cervello pensante che sa dove, come e quando muoversi e in quale direzione, senza tuttavia perdere mai il collegamento con le masse, senza essere cioè troppo innanzi ad esse" (55). Ma questo è un obiettivo, piuttosto che una realtà di fatto, allorché il partito passa dalle poche migliaia di iscritti (circa tremila) degli anni trenta, ai due milioni del 1948: come perseguirlo?
La modalità organizzativa non rinuncia al paradigma leninista: la coorte di ferro, ben disciplinata e gerarchicamente costituita, sebbene adattata ai tempi (non v'è più la clandestinità che favorisce una struttura rigida), ed ai luoghi (l'Italia, ça va sans dire, non è la Russia). La formazione del militante, la sua fedeltà alla linea, la sua capacità di essere un rivoluzionario di professione, ancorché alla ricerca dell'egemonia piuttosto che dell'insurrezione armata, sono esigenze irrinunciabili da soddisfare inderogabilmente.
Si distingue, però, di fronte al carattere di massa assunto dal partito, tra "dirigenti" - i veri rivoluzionari di professione - e compagni di base, dai quali si pretende di meno (in ogni caso, sempre tantissimo a fronte di quanto si è preteso - ed ottenuto - dai militanti di base degli altri partiti). La formazione degli uni e degli altri viene curata, con modalità evidentemente diverse, ma, ciascuna nel suo genere, ugualmente rigorose, allo scopo di "assicurare a tutti almeno quel tanto di marxismo-leninismo di cui non si poteva fare a meno per comprendere la linea del partito (...). C'erano almeno due ordini di problemi da risolvere: quello dell'omogeneità del sapere da trasmettere (...) e l'altro della maggiore semplificazione possibile dei processi di divulgazione (...). Chiunque avesse già posseduto una preparazione culturale (...) sarebbe stato inviato a Mosca o, almeno, all'"università" italiana del Partito, la Scuola centrale quadri A. Zdanov di Roma. Ma per la massa (...) era necessario organizzare un lavoro didattico-ideologico più diretto, rapido, capillare, essenziale ed efficace. (...) La strumentazione della didattica fu affidata a una rete (...) di "scuole" provinciali e regionali (...) che organizzavano (...) corsi e seminari di formazione politica ed ideologica. (...) le scuole di partito (...) perseguivano [il fine] di una vera e propria ristrutturazione della personalità umana e intellettuale degli allievi. Questi, distribuiti in "brigate di studio" (...) erano chiamati tra l'altro a compiere un fondamentale atto di verifica della loro conseguita maturità marxista-leninista: l'autocritica, ovvero la pubblica confessione dei loro limiti personali e degli errori ideologici o politici commessi in tempi più o meno vicini. (...) L'avvenuta nascita dell'uomo nuovo, pronto alla professione rivoluzionaria, era testimoniata dall'autobiografia nella quale venivano appuntati anche gli elementi essenziali dell'autocritica. (...) "si realizza collettivamente quell'inventario, quel conosci te stesso di cui parla Gramsci"" (56). Complessivamente, tra il 1945-50 si organizzano 2.946 corsi per 52.713 allievi; tra il 1951-54, i corsi sono 13.479, per 254.072 iscritti (57). Uno sforzo enorme per l'auto-egemonia, in modo che la linea del partito, elaborata ed imposta secondo i criteri del "centralismo democratico" (58), venisse effettivamente seguita ed attuata nel lavoro rivoluzionario quotidiano.
La "questione cattolica".
In questo sforzo, il partito oltre a dover affrontare la complessità della costituzione della società italiana, deve fare i conti con la sua identità nazionale, con la sua cultura profonda, con il suo senso comune (59), tutti inequivocabilmente cattolici.
L'ambasciatore sovietico in Italia, Kostylev, scrivendo a Molotov, sostiene che "la reazione italiana è capeggiata dal Vaticano", unica "istituzione che ha il coraggio e la sfrontatezza di (...) ignorare i nostri interessi e permettersi dichiarazioni antisovietiche in forma così aperta" (60). E Togliatti definisce il Vaticano "l'avversario più irriconciliabile e organizzato di una maggiore trasformazione democratica dell'Italia" (61). Ma se il Vaticano - nell'ottica gramsciana esso, rispetto al mondo storico presente, equivale a quel che rispetto al mondo storico futuro è il partito: intellettuale collettivo - è il nemico, come combatterlo?
L'esperienza spagnola di attacco frontale e violento era stata fallimentare, ancora una volta e semplicemente in quanto perdente (62). Occorre quindi "dialogare", al fine di coesistere in vista di uno svuotamento del cattolicesimo italiano dei suoi contenuti culturali e di una sostituzione del senso comune nazionale: "ristrutturazione" dell'identità sociale analoga a quella dell'identità personale svolta sui quadri e sui militanti. Ma "dialogare" con chi?
Togliatti distingue subito "tra la posizione della DC e di De Gasperi e quella del Vaticano, ma anche all'interno della DC tra la posizione di De Gasperi e quella degli altri dirigenti" (63), facendo propria la lezione gramsciana sulle capacità disgregatrici dell'identità e della presenza cattoliche da parte del popolarismo (64) di cui coglie tutta la vena progressista (65), conformemente alla sua natura di espressione politico-sociale del modernismo teologico (66). Egli sa che per la DC la questione della "messa fuori legge" del PCI non esiste (67). Sa, ancora con Gramsci, che il senso comune delle masse cattoliche è "arretrato", conservatore, quando non reazionario. E perciò sa, finalmente, che rompere con la DC non gli conviene, perché se essa perde il legame con il PCI può essere risucchiata a destra; ma che non conviene nemmeno trascinarla troppo a sinistra, perché allora potrebbe perdere il suo legame con la base cattolica. Egli perciò accetta sia l'estromissione dal governo del 1947 (per prevenire la seconda dannosa ipotesi), sia la sconfitta elettorale del 1948, contro ogni estremismo, sempre ritenuto leninisticamente una "malattia infantile del comunismo" (68), per prevenire la prima: non scende dal "cavallo di Troia" eletto (69).
E attraverso il dialogo permanente con la DC, anche negli anni in cui l'opposizione appare più dura, il PCI lavora per l'egemonia, cioè contro il "senso comune" nazionale: "La posizione della filosofia della prassi (70) è antitetica a quella cattolica: la filosofia della prassi non tende a mantenere i "semplici" nella loro filosofia primitiva del senso comune" (71). "Una filosofia della prassi non può che presentarsi inizialmente in atteggiamento polemico e critico, come superamento del modo di pensare precedente e del concreto pensiero esistente (o mondo culturale esistente). Quindi innanzitutto come critica del "senso comune"" (72). Si tratta come è facile capire di una "rivoluzione culturale" (73), che ha bisogno, per riuscire, di un sostanziale accordo con i rappresentanti politici del mondo cattolico, che ne smorzino la reattività e provvedano ad emanciparlo, almeno sul piano della cultura politica e cioè della dottrina sociale, dal magistero della Chiesa e dalle gerarchie ecclesiastiche, alla cui ulteriore "modernizzazione", poi, gli stessi democristiani contribuiscono per contagio attraverso il sostegno che ne ricevono in campo politico, quasi prezzo che il clero di fatto finisce col pagare, magari di buon grado per la presenza in esso di precise tendenze culturali in tal senso. Misura di tanto è l'osservazione secondo la quale "i privilegi riconosciuti dalle legislazioni scolastiche e dai concordati all'insegnamento religioso sono diventati in effetti privilegi concessi ad un insegnamento privato che si deconfessionalizza nella misura in cui la Chiesa non è più capace di formare un personale insegnante ecclesiastico", in tal modo perdendo ogni controllo, dopo averlo perso per opera dei democristiani sulle "branche cattoliche degli apparati sindacale e politico, (...) su altri apparati ideologici [come quello] scolastico" (74). In altre parole, il cattolicesimo tende a perdere ogni influenza sulla società italiana, che si allontana così dalla propria identità, mentre i cattolici "emancipati" rimangono esposti all'influenza di dottrine e filosofie laiche, materialistiche, se non addirittura marxiste, in una parola secolarizzanti. Questa Rivoluzione culturale che si compie, fa sì che il "nuovo senso comune" preconizzato da Gramsci influisca su tutte le polarità di potere esistenti in una struttura sociale ricca, articolata e stratificata qual è quella italiana, e che l'egemonia comunista diventi una realtà. Gli anni della solidarietà nazionale certificano in qualche misura, ma non in misura piena, sul piano politico, il potere culturale comunista, ed il compromesso storico (nato da una "riflessione sui fatti cileni" (75): in paesi del tipo italiano e cileno anche quando si va al governo avendone finalmente la forza - non in senso militare intesa - non si lascia la DC all'opposizione ma la si porta con sé, anzi ci si fa portare al potere da essa) avrebbe dovuto perfezionare l'operazione. Ma di quello che è successo poi, un'altra volta.
Gli esiti della strategia gramsciana in Italia.
Conformemente alla sua "vocazione", "il partito di Togliatti, con le sue estese e variegate ramificazioni sociali, riusciva a funzionare davvero, oltre che come un grande coro di slogan, come un vero e proprio "cervello collettivo""(76). Esso esercita una formidabile influenza culturale, sempre crescente, soprattutto attraverso il controllo monopolistico dei mezzi di produzione e di divulgazione del pensiero, dell'arte, dello spettacolo, dell'istruzione e dell'educazione, e quasi monopolistico dei mezzi di produzione dell'informazione - prima forma di confisca, che "gramscianamente" deve precedere quella dei mezzi di produzione dei beni materiali e del potere politico. Non tutti gli intellettuali sono progressisti - ed è difficile che tutti li diventino -, ma attraverso tale monopolio si censura ciò che non è riconosciuto "progressivo", per cui editoria ed informazione radicalmente anticomuniste, ma anche di una sinistra non allineata, sono sempre più ridotte ad una sorta di semi-clandestinità e comunque destinate a non avere eco sociale. È il partito stesso - gigantesco ed occulto editore, impresario d'arte e spettacolo, oltre che produttore cinematografico - a decidere a chi dare la "patente" di progressista (77). Accade così che si divulghi, promuova, pubblichi e pubblicizzi solo ciò che viene ritenuto dal partito conforme alla sua cultura politica e, di più, alla sua politica culturale (78), mentre l'informazione viene influenzata almeno "negativamente", spesso in forma di auto-censura, nel senso di attenuare o mettere la sordina su tutto quanto non sia gradito al moderno "principe" d'Italia.
Questo "cervello collettivo" si propone, come abbiamo visto parlando dello sforzo di "autoegemonia", "il "vero" cambiamento, ossia una ristrutturazione della società così radicale da dover essere realizzata solo dopo la conquista del potere" (79). Ma non dopo la conquista del potere politico, bensì "dopo" la conquista del potere nella società civile, per "ristrutturarla dal basso", e prepararla ad accettare il successivo ed inevitabile lavoro di "ristrutturazione dall'alto" che segue la conquista del potere anche sulla società. Ben sapendo che non può chiederle esplicitamente se vuole il comunismo, perché, come riconosce Pajetta, di fronte alla domanda "volete il comunismo o no? (...) noi non potremmo mai avere una maggioranza legale" (80).
Intanto, il potere formale, cioè la partecipazione ai governi tra il 1944 ed il 1947, viene sfruttato - nella consapevolezza che non è un punto di arrivo, ma di partenza, e che non è ancora definitivamente conquistato, mancando la premessa dell'egemonia - per "ottenere il controllo sui servizi segreti e sui "ministeri di forza", secondo il gergo bolscevico, cioè i ministeri dell'Interno, della Difesa e della Giustizia. Durante la sua permanenza al governo (...) il PCI riuscì ad avere solo quello della Giustizia, ma ebbe comunque un ministero importante come le Finanze e posizioni chiave nei ministeri degli Esteri e della Guerra" (81). La partecipazione ai governi di unità nazionale, anche dopo il 1947, non viene dunque concepita come il fine ultimo dell'azione rivoluzionaria, allo stesso modo in cui la democrazia formale viene vista fin dall'inizio come "un mezzo per avviare la prima fase di transizione ad un sistema di tipo sovietico, anche se i tempi di questo passaggio non erano definiti" (82).
Lungo il percorso non viene meno l'esigenza di agire per la "ristrutturazione" della personalità e del modo di pensare dei militanti - figli anch'essi, lo si ripete, della "vecchia Italia" cattolica, e quindi impregnati dello stesso senso comune che bisogna rimuovere sostituendolo con quello rivoluzionario (83)- non solo con attività di formazione teorica, ma anche con iniziative "pratiche". Si tratta cioè di fare ai militanti quel che si vuol fare all'intera Italia: de-cattolicizzare. "Inizia così la battaglia contro le debolezze mostrate in materia di religione. (...) Prendono corpo addirittura le controiniziative mattutine domenicali nelle campagne, in concomitanza e come alternativa alle funzioni religiose del giorno festivo (...). Così alla Messa si sostituisce l'assemblea nell'aia o nel granaio, all'officiante il capocellula, al Vangelo le "Questioni del Leninismo" o il "Breve corso di Storia del PC(b) dell'URSS" (84).
Questo lavoro produce i suoi effetti all'interno del PCI e nell'intera società italiana, che viene culturalmente trasformata nel suo ethos e nel suo modo di pensare. La Rivoluzione culturale modernizzatrice proclamata da Gramsci contro il senso comune nazionale si compie. L'egemonia è una realtà, l'Italia cambia la sua anima. Seppure non si perfeziona la socializzazione dell'economia, sebbene lo Stato non diventa totalitario more sovietico, se anche il PCI non lo conquista del tutto, tuttavia il socialismo diventa reale sul piano delle idee e del costume, nonché dell'influenza diffusa su tutte le polarità di potere esistenti. "Quell'Italia (...) era allora una ben povera Italia, ben distante dalla matura modernità industriale degli anni sessanta. (...) resisteva (...) un rapporto profondo con idee e valori di tradizione contadina (...). In quel contesto il PCI fu qualcosa di simile ad un grande laboratorio per la modernizzazione delle masse (...)" (85). "Il PCI togliattiano (...) fu (...) un'immensa centrale di educazione collettiva" (86). "Il PCI a partire dalla sua battaglia per le riforme di struttura, esercitò su tutti i processi della modernizzazione (...) una spinta costante, conquistando un'egemonia che sarebbe fazioso disconoscere" (87). "Senza la complessa dialettica di fede vigorosa e di prudente e abile arte politica (...) probabilmente non sarebbe stato possibile attuare quella grande e molecolare mediazione tra il marxismo e la tradizione cattolica (...) i cui effetti sarebbero venuti pienamente alla luce dal '68 agli anni settanta, quando poi la società italiana, dinanzi alle consultazioni referendarie sul divorzio e sull'aborto, avrebbe scoperto di essere (...) più democratica, più responsabile, più tollerante, più laica" (88).
Al di là degli aggettivi e dei sostantivi, sapientemente usati con funzione demonizzante o angelizzante, questo bilancio di decenni di elaborazione e applicazione all'Italia della strategia Rivoluzionaria gramsciana, che, lo ripetiamo, è "culturale", descrive la realizzazione forse più piena del marxismo, o "filosofia della prassi", che si possa ipotizzare. Infatti, la critica dell'esistente, cioè un giudizio di condanna del reale storico sottoposto a processo dai filosofi - ciò in cui consiste l'ideologia comunista, come abbiamo visto (89) -, muove dalla critica della religione nella prospettiva della radicale "mondanizzazione" del mondo: Marx è più qui, di quanto non sia in qualsivoglia programma di riforma socio-economica (90). La Rivoluzione culturale gramsciana, forse non da sola, ma certamente con un ruolo da protagonista se non dominante, ha portato ad una totale secolarizzazione della società italiana, e in questo esito essa invera il marxismo nella sua più autentica essenza. Le conseguenze socio-economiche dell'e-gemonia (Stato sociale, affermazione del settore dell'economia pubblica, nazionalizzazione delle fonti dell'energia, Statuto dei lavoratori, pansindacalismo, riduzione degli spazi della proprietà e della iniziativa economica private attraverso una fiscalità persecutoria), che pure hanno abbondantemente "ingessato" il corpo sociale nella stessa armatura del socialismo reale, ancorché non integralmente, sbiadiscono di fronte all'effetto secolarizzante e di allontanamento dalla tradizione nazionale. Molto ci sarebbe da dire ancora sulla penetrazione da parte del PCI nell'economia attraverso il movimento cooperativo, gigantesco imprenditore organicamente legato al partito, capace nel contempo di sostenerlo economicamente e di condizionare l'economia nazionale, per esempio con riferimento all'import-export con i Paesi del blocco comunista. Oppure sull'elefantiasi burocratica che la cultura statalista ha procurato. Ma certo quel che davvero rimane del lavorìo pluridecennale del PCI secondo la traccia gramsciana, esito cui sarà molto difficile e penoso rimediare, è lo sfiguramento dell'identità nazionale, lo sradicamento dalle nostre tradizioni cristiane, la secolarizzazione, detta modernizzazione - che oggi è in voga nella forma del "pensiero debole", giustificazione teorica di una amoralità relativistica che nega la verità e la stessa idea di poterne parlare (91) -, insomma una sorta di "radicalismo di massa" proposto come conquista di cui vantarsi e che è invece la vera causa della disperazione e dello squilibrio sociale e personale che affliggono oggi più che mai il nostro popolo.
1 Mihail Geller (1922-1997) e Aleksandr Nekric, Storia dell'URSS dal 1917 a Eltsin, Bompiani, Milano 1997, p. 5.
2 Si sono utilizzati soprattutto gli elementi documentalmente riscontrabili, onde evitare il sospetto di aver proceduto ad estrapolazioni tali da alterare il senso di ciò che viene riportato, ovvero di strumentalizzazione di scritti o dichiarazioni dal senso o dalla finalità diversi da quelli risultanti dalla citazione. Utilissime, però, per penetrare a fondo la psicologia dei protagonisti della storia del PCI e dello stesso partito, le opere dal tratto memorialistico di Massimo Caparara, particolarmente attendibili perché l'autore fu vicino al "Migliore", cioè al segretario generale del PCI, Palmiro Togliatti, quanto nessun altro tra i dirigenti di partito, quale collaboratore e fiduciario personale. Cfr Massimo Caprara, L'inchiostro verde di Togliatti, Simonelli, Milano 1996; Idem, Quando le botteghe erano oscure. 1944-1969 uomini e storie del comunismo italiano, il Saggiatore, Milano 1997; Idem, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, Bietti, Milano 1999.
3 Karl Marx (1818-1883), Tesi su Feuerbach, in Friedrich Engels (1820-1895), Feuerbach e il punto d'approccio della filosofia classica tedesca, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1972, p. 86.
4 Così si esprimeva Feliks Edmundovic Dzerzinskij (1877-1926), primo capo e organizzatore della CEKA (Crezvycajnaja Kommissija po bor'be s kontrrevoljuciej i sabotazem, "Commissione Straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio"), la polizia politica segreta istituita con decreto del SOVNARKOM (acronimo del Consiglio dei Commissari del Popolo, il governo sovietico) il 7 dicembre 1917 con lo specifico compito di reprimere con il terrore - anche preventivo - ogni possibile opposizione al potere bolscevico. Cit. in W. Bruce Lincoln, I Bianchi e i Rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano 1994, p. 119.
5 Vladimir Maksimov, Uno sguardo nell'abisso, Spirali/Vel, Milano 1992, p. 27.
6 Giuseppe Carlo Marino, Autoritratto del PCI staliniano.1946-1953, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 12.
7 Cfr. Ruggiero Zangrandi (1915-1970), Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione 1, Garzanti, Milano 1971, pp. 90-91; M. Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, cit., pp. 44-45, 134; e Aldo Agosti (storico comunista), Palmiro Togliatti, UTET, Torino 1996, pp. 205-208, e pp. 210-212 sulla "consegna del silenzio" riguardo Gramsci.
8 Cfr. Victor Zaslavsky, Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, Ideazione, Roma 1998, pp. 8-11.
9 Cfr. Stéphane Courtois e Jean-Louis Panné, L'ombra dell'NKVD in Spagna, in AA.VV., Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Mondadori, Milano 1998, pp. 312-329 (313-317), e Gabriele Ranzato, La guerra di Spagna, Giunti, Firenze 1995, pp. 61-65 e p. 106.
10 Cfr, Stéphane Courtois e Jean-Louis Panné, Il Comintern in azione, in AA.VV., Il libro nero del comunismo, cit., pp. 255-311 (281-282).
11 Cfr. Miriam Mafai, L'uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano 1984, p. 144; M. Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, cit., pp. 11-19; e A. Agosti, op. cit., pp. 214-223.
12 Palmiro Togliatti, lettera a Vincenzo Bianco del 15 febbraio 1943, cit. in Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, il Mulino, Bologna 1998, p.165.
13 Ibidem, pp. 157-176.
14 "Togliatti confidò [...] che il PCI era "chiamato a diventare il 'commissario politico collettivo' dell'Italia combattente per ripulire la resistenza dalle persone non fidate e puntare sull'insurrezione socialista" perché molti reparti erano "inquinati, con la gente arrivata lì per caso, militari fuggiti dal fronte ed elementi anarchici"". "Fin dall'inizio obiettivo prioritario era stato l'egemonia sul movimento partigiano per assumerne la guida politica" (Ibidem, pp. 88-89. La sottolineatura è mia). Cfr. anche Renzo De Felice, Rosso e nero, Baldini & Castoldi, Milano 1995, pp. 69-71.
15 Pietro Di Loreto, Togliatti e la "doppiezza". Il PCI tra democrazia e insurrezione (1944-1949), il Mulino, Bologna 1991, p. 73.
16 Miriam Mafai, op. cit., p. 47.
17 P. Togliatti, Togliatti chiama a difendere le libertà costituzionali calpestate dal governo del privilegio e dell'imperialismo straniero, in L'Unità 13 ottobre 1948 (la sottolineatura è mia).
18 "Uno dei miti più persistenti (...) è stato quello che interpreta la storia del PCI come una costante evoluzione verso una sempre maggiore autonomia da Mosca (...). Tale approccio ha portato a sottovalutare la caratteristica fondamentale di questo partito, l'appartenenza dei suoi dirigenti ad una élite rivoluzionaria guidata dall'Unione Sovietica" (E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, op. cit., p. 20), circostanza documentata dai resoconti, custoditi negli archivi di Stato e di partito a Mosca, delle centinaia di colloqui tra i dirigenti del PCI e l'ambasciatore dell'URSS a Roma, Mikhail A. Kostylev, dal quale gli italiani si recano quotidianamente "a rapporto" nella difficoltà di incontrare direttamente la leadership sovietica. "I dirigenti del PCI si sentivano in primo luogo e soprattutto rappresentanti degli interessi sovietici, anche quando rivestivano posizioni ufficiali nel governo italiano" (ibidem, p. 257).
19 "Durante gli anni della partecipazione delle sinistre al governo (...) il contenuto delle sedute (...), i problemi discussi e le decisioni prese erano spesso comunicati lo stesso giorno all'ambasciatore Kostylev da Togliatti o da altri rappresentanti comunisti del governo" (ibidem, p. 131).
20 Cfr. Ibidem, p. 149.
21 Cfr. Ibidem, pp. 131-132.
22 Cfr. Ibidem, p. 259.
23 Cfr. V. Zaslavsky, Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, cit., pp. 61-62.
24 Cfr. Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano 1999.
25 Cfr. Erich Honecker, Un uomo di pace, così voglio ricordarlo, in AA.VV., Enrico Berlinguer, Edizioni l'Unità, Roma 1985, pp. 252-254.
26 "Il PCI, a partire dalla sua battaglia per le riforme di struttura, esercitò su tutti i processi della modernizzazione una spinta costante, conquistandosi un'egemonia che sarebbe fazioso disconoscere. Non era stato, infatti, il PCI, anche se non l'unico, certo un fondamentale motore della dinamica sviluppatasi nella formazione e nella crescita dello "Stato sociale"? Come sarebbe stato possibile, altrimenti, arrivare (...) all'avvio di più coraggiosi indirizzi neocapitalistici e alle affermazioni del settore dell'economia pubblica (...), alla nazionalizzazione delle fonti di energia, (...) e allo "Statuto dei lavoratori"?" (G. C. Marino, op. cit., p. 203).
27 Nessuna descrizione migliore del carattere dissolutore di ogni verità e radicalmente relativista della filosofia hegeliana, "anima" di quella marxista, cui dà il fondamentale contributo della dialettica, possiamo trovare oltre la potente sintesi di Engels: "Per questa filosofia non vi è nulla di definito, di assoluto, di sacro; di tutte le cose e in tutte le cose essa mostra la caducità, e null'altro esiste per essa all'infuori del processo ininterrotto del divenire e del perire, dell'ascendere senza fine dal più basso al più alto, di cui essa stessa non è che il riflesso nel cervello pensante. Essa ha però anche un lato conservatore: essa giustifica determinate tappe della conoscenza e della società per il loro tempo e per le loro circostanze, ma non va più in là. Il carattere conservatore di questa concezione è relativo, il suo carattere rivoluzionario è assoluto - il solo assoluto che essa ammetta" (F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca, Edizioni Rinascita, Roma 1950, pp. 13 e ss., cit. in Idem e K. Marx, La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma 1974, Introduzione di Fausto Codino, p. 12).
28 "Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente" (F. Engels e K. Marx, Ibidem, p. 58).
29 François Furet (1927-1997), Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano 1995, p. 77.
30 Domenico Settembrini, Il fascino perverso del Diciassette, in Ideazione. I percorsi del cambiamento, anno quarto, n. 5, settembre ottobre 1997, p. 71.
31 "Una grande azienda per la demolizione e l'edificazione sociale", così Victor Serge (1890-1947), rivoluzionario poi caduto in disgrazia, definisce il partito di Lenin (V. Serge, L'Anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1991, p. 42).
32 Giovanni Cantoni, Le grandi linee politiche in Italia nel quindicennio dal 1979 al 1994 in una prospettiva contro-rivoluzionaria con qualche orientamento operativo, del 6 maggio 1994, inedito, p. 3.
33 Un ritratto umano ed intellettuale del filosofo marxista ungherese in F. Furet, op. cit., pp. 143-151.
34 G. Cantoni, op. cit., p. 3.
35 Ibidem.
36 D. Settembrini, art. cit., pp. 71-72.
37 "Gramsci condivide totalmente il punto di vista di Lenin per il quale prevale la coscienza, la direzione ideologica. (...) Il partito non rappresenta più soltanto la direzione politica, ma è anche e soprattutto la direzione culturale delle masse" (Hugues Portelli, Gramsci e la questione religiosa, Mazzotta, Milano 1977, pp. 213-214).
38 "In pratica (...) si trattava di attuare temporaneamente, senza ridurre l'intensità della lotta di classe e senza rinunziare benché minimamente alle mete finali, quel passaggio, già previsto e consigliato da Gramsci, dalla guerra manovrata alla guerra di posizione" (G. C. Marino, op. cit., p. 209, a proposito dell'azione politica del PCI).
39 Sul tema, con particolare riferimento al pensiero di Charles Maurras (1868-1952), cfr. Jean Plumyène, Le Nazioni romantiche. Storia del nazionalismo nel XIX secolo, Sansoni Editore, Firenze 1982, pp. 328-336 (334).
40 "Traendo le conseguenze del fallimento della rivoluzione in Italia, Gramsci distingue le "guerre di movimento" e le "guerre di posizione". La rivoluzione russa del 1917 è un esempio di guerra di movimento: lo Stato zarista era essenzialmente un "apparato di Stato" burocratico e militare che non si appoggiava su una potente società civile, vale a dire su un importante complesso ideologico e culturale. L'essenziale era quindi il rovesciamento dell'apparato di Stato. Al contrario, in Occidente, in cui la forza della classe dirigente risiede soprattutto nella sua egemonia culturale, con l'in-termediazione di potenti apparati ideologici, lo Stato è "solo una trincea avanzata, dietro cui sta[va] una robusta catena di fortezze e di casematte [la società civile]"" (H. Portelli, op. cit., p. 59)
41 "La "via italiana al socialismo" che Gramsci propone nei Quaderni è dunque la conseguenza della struttura particolare della società civile in Italia" (ibidem, p. 228).
42 "Esiste oggi una prospettiva immediata di insurrezione? Io ritengo che non sia giusto porre così la questione ma, certamente, un comunista non può escluderla in eterno..." (P. Togliatti, intervento alla Direzione del PCI, seduta del 10 ottobre 1947, cit. in P. Di Loreto, op. cit., p. 211).
43 E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, op. cit., p. 68.
44 Ibidem, p. 234 (la sottolineatura è mia).
45 Ibidem, p. 58 (la sottolineatura è mia).
46 "Secondo dati del ministero degli Interni tra il 1946 e il 1953 erano stati scoperti 173 cannoni, 719 mortai, 35.000 fucili mitragliatori, 37.000 pistole e rivoltelle, 250.000 bombe a mano, 309 radiotrasmittenti" (M. Mafai, op. cit., p. 128), "27.123 fucili e moschetti da guerra, 995 mitragliatrici, 5,746 quintali di esplosivo, 5.480.879 munizioni" (P. Di Loreto, op. cit. p. 320).
47 Cfr. M. Geller e A. Nekric, op. cit., p. 139.
48 M. Mafai, op. cit., p. 53.
49 Colloquio tra l'ambasciatore M. A. Kostylev e Togliatti, del 24 maggio 1946, verbalizzato, cit. in E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, op. cit., p. 242.
50 Cfr. P. Di Loreto, op. cit., p. 64.
51 Cfr. G. Cantoni, La "lezione italiana". Premesse, manovre e riflessi della politica di "compromesso storico" sulla soglia dell'Italia rossa, Cristianità, Piacenza 1980, p. 107.
52 Cfr. Carlo Bonini e Francesco Misiani, La toga rossa. Storia di un giudice, Marco Tropea Editore, Milano 1998; Romano Canosa, Storia della magistratura in Italia. Da piazza Fontana a Mani Pulite, Baldini & Castoldi, Milano 1996; e, dal punto di vista di un magistrato non progressista, Romano Ricciotti, Giudici e impegno politico, in Critica Giudiziaria, anno sesto, n. 5-6, settembre-dicembre 1981, Sansoni Editore, Firenze, pp. 17-45 (con appendice di documenti), e pp. 175-180.
53 Cfr. G. Lavau, Il Pcf, lo stato e la rivoluzione. Un'analisi delle politiche, delle comunicazioni e della cultura popolare del partito, in Il comunismo in Italia e in Francia, a cura di D.L.M. Blackmer e S. Tarrow, Etas Libri, Milano 1976, pp. 57-99 (p. 62), cit. in Pietro Ignazi, Dal PCI al PDS, il Mulino, Bologna 1992, p. 11.
54 Antonio Gramsci Quaderni dal carcere, Einaudi, Torino 1975, vol. II, p. 886.
55 G.C. Marino, op. cit., p. 15.
56 Ibidem, pp. 65-70 (le sottolineature sono mie).
57 Cfr. Piero Ignazi, op. cit., p. 38.
58 "[La maggioranza] depurata da influenze personali, assoluta e oggettiva - volontà generale e non volontà di tutti - identificava quella che correntemente veniva indicata come la "linea politica" del partito, un ideale concreto che richiamava un alcunché di trascendente e di mistico, un comando autorevole dall'alto, sostanziato di democratico consenso, ineffabile per chiunque non fosse un militante ideologicamente maturo. (...) Formalmente la linea politica (...) veniva "elaborata, discussa, stabilita, adottata dal congresso nazionale costituito dai delegati eletti (...) in pratica (...) nessuno avrebbe potuto essere eletto se non fosse stato preliminarmente riconosciuto in linea col partito"" (G.C. Marino op. cit., pp. 26-27. Le sottolineature sono mie).
59 Sul "senso comune", come compendio di verità di immediata evidenza, che non hanno bisogno di particolare dimostrazione e che sono il principio e fondamento di ogni discorso, cfr. don Antonio Livi, Filosofia del senso comune. Logica della scienza & della fede, ARES, Milano 1990; e G. Cantoni, Elogio del senso comune, in Secolo d'Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, 17/10/97.
60 Lettera del 3 marzo 1945 dell'ambasciatore M. A. Kostylev a Vjaceslav Michailovic Skriabin, detto Molotov (1890-1986), ministro degli esteri dell'URSS, cit. in E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, op. cit., p. 78.
61 P. Togliatti all'ambasciatore sovietico a Roma M. A. Kostylev, colloquio dell'11 marzo 1945, verbalizzato, cit. in ibidem, p. 79.
62 Cfr. da ultimo, M. Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, cit., specialmente pp. 73-104.
63 E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, ibidem, p. 115.
64 "Il cattolicismo democratico fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama ordina, vivifica e si suicida. (...) Perciò non fa paura ai socialisti l'avanzata impetuosa dei popolari (...). I popolari stanno ai socialisti come Kerensky a Lenin" (Antonio Gramsci, I popolari, in L'Ordine Nuovo, anno I, n. 24, 1-11-1919, in L'Ordine Nuovo. 1919-1920, Einaudi, Torino 1954, p. 286). Commento contemporaneo a questo giudizio di Gramsci è in una intervista rilasciata dall'on. Ciriaco De Mita al Corriere della Sera (23 agosto 1999), nella quale l'autorevole esponente democristiano, facendo eco quasi letterale, non so quanto consapevolmente, alla frase di un vecchio democristiano francese, Georges Bidault, ha dichiarato che "Quando gli storici si occuperanno di fatti e non solo di propaganda spiegheranno che il grande merito della DC è stato quello di avere educato un elettorato che era naturalmente su posizioni conservatrici se non reazionarie a concorrere alla crescita della democrazia. La DC prendeva i voti a destra e li trasferiva sul piano politico a sinistra".
65 "All'inizio si rivendicavano trasformazioni sociali analoghe a quelle che rivendicavamo noi, per cui era inevitabile che considerassimo possibile e persino necessaria una collaborazione di governo con questo partito" (P. Togliatti, Rapporto al VI Congresso del PCI, 4 gennaio 1948, cit. in P. Di Loreto, op. cit., p. 232)
66 "Il modernismo non ha creato "ordini religiosi" ma un partito politico, la democrazia cristiana" (A. Gramsci, Quaderni dal carcere, cit., vol. II, p. 1384), cioè, "modernismo significa politicamente democrazia cristiana" (ibidem, p. 1305).
67 "In Italia (...) non fu mai all'ordine del giorno una messa fuori-legge del Partito Comunista: e questo va a merito non solo di De Gasperi, ma anche, e più, di Togliatti" (Luciano Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica, Laterza, Bari 1989, p. 109, cit. in P. Di Loreto, op. cit., p. 240)
68 Vladimir Il'ic Lenin, L'estremismo, malattia infantile del comunismo, con una prefazione di P. Togliatti, Editori Riuniti, Roma 1974.
69 "Togliatti rilevava nel nostro paese (...) la presenza di una consistente massa contadina orientata verso la DC (...) che lo induceva a considerare questo partito l'alleato determinante (...) nonché ad insistere (...) sull'urgenza di un accordo con esso, concepito quasi come un presupposto per l'azione comunista" (P. Di Loreto, ibidem, p. 101. La sottolineatura è mia).
70 E' il nome che Gramsci dà al materialismo dialettico-storico, in una versione che accoglie coscientemente l'eredità de "la Rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la rivoluzione francese, il calvinismo e l'economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita" (A. Gramsci, Quaderni dal carcere, cit., vol. III, p. 1860).
71 A. Gramsci, Ibidem, vol. III, p. 1384.
72 Ibidem, p. 1383.
73 "Per Gramsci il marxismo non è unicamente una rivoluzione sociale e politica, esso è anche (e soprattutto) una rivoluzione culturale che riuscirà là dove il cristianesimo è fallito: formare una nuova umanità" (G. C. Marino, op. cit., p. 199. La sottolineatura è mia).
74 Hugues Portelli, op. cit., p 222.
75 Cfr. G. Cantoni, La "lezione italiana", cit..
76 G. C. Marino, op. cit., p. 72.
77 "Il partito che dirige l'opera grandiosa di costruzione di una società nuova, di una società socialista, è responsabile, in quanto organizza la parte migliore della società, anche degli indirizzi culturali e artistici" (Roderigo di Castiglia, pseudonimo di P. Togliatti, Orientamento dell'arte, in Rinascita, anno VI, n. 10, ottobre 1949, cit. in G. C. Marino, op. cit., p. 169)
78 "Il partito di Togliatti era (...) diventato l'incontestato principe dei produttori di cultura" (G. C. Marino, ibidem, p. 144).
79 E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, op. cit., p. 84 (la sottolineatura è mia).
80 Gian Carlo Pajetta intervento alla Direzione del PCI, seduta del 26 aprile 1948, cit. in P. Di Loreto, op. cit., p. 260.
81 E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, op. cit., p 83.
82 Ibidem, p 182. "Ciò che Togliatti definiva "una democrazia di tipo nuovo" (...) costituiva una chiara prospettiva di avanzamento verso il socialismo nelle forme leniniste della "rivoluzione ininterrotta per tappe"" (P. Di Loreto, op. cit., p. 26).
83 "Creare un nuovo "senso comune" significa per Gramsci creare "una nuova cultura e (...) una nuova filosofia che si radichino nella coscienza popolare con la stessa saldezza e imperatività delle credenze tradizionali"" (H. Portelli, op. cit., p. 217).
84 P. Di Loreto, op. cit., pp. 340-342.
85 G. C. Marino, op. cit., p. 11.
86 Ibidem, p. 202.
87 Ibidem, p. 203.
88 Ibidem, p. 212.
89 Cfr. nota 28.
90 "Marx si pose sin dall'inizio in un atteggiamento di critica radicale di fronte a tutto ciò che si presentasse come "stabilito": il suo intento era di fare "una critica spietata di tutto l'ordine esistente"" (Fernando Ocariz, Il marxismo ideologia della Rivoluzione, ARES, Milano 1977, p. 73), nella cui prospettiva, "La critica della religione è il presupposto di ogni critica" (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, in Idem, La questione ebraica e altri scritti giovanili, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 91).
91 "Un'influente derivazione del marxismo (...) ha la sua ispirazione principale (...) da parte dell'italiano Antonio Gramsci (...), ed è uno storicismo relativista (...). Althusser (...) non esita a qualificare il marxismo gramsciano "relativismo borghese" (...). Questa versione marxista è quella maggiormente operante politicamente in Occidente (...). E la copertura speculativa di questo materialismo borghese, ateo, occidentale, è una "filosofia post-marxista", che potrebbe riassumersi nel titolo di relativismo assoluto, il quale è (...) la negazione completa della tradizione, intesa come consegna di verità meta-storiche. (...) Ne risulta così il triste panorama attuale, quasi un circolo vizioso, in cui lo spirito borghese e lo spirito rivoluzionario si alimentano a vicenda, dando origine ad una decomposizione brutale dei livelli superiori dell'uomo e della società: religione, morale, filosofia, ideali..." (F. Ocariz, op. cit., pp. 226-227. La sottolineatura è mia).




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