b]INTERVISTA
A un secolo dalle leggi sulla separazione tra Stato e Chiesa, Giovanni Paolo II scrive ai cattolici francesi. Parla lo storico Delumeau

Parigi, 100 anni «laici»


Da Parigi Daniele Zappalà



«La Chiesa ha mostrato nei secoli una grande possibilità di rinnovamento, e ciò potrà ispirarne anche l'avanzamento futuro». Ne è convinto Jean Delumeau, storico del cristianesimo tradotto in tutto il mondo, la cui attenzione si è recentemente orientata al presente e al futuro delle Chiese cristiane. Sono tesi forti e talora controcorrente, quelle che Delumeau difende in Guetter l'aurore. Un Christianisme pour demain («Spiare l'aurora. Un cristianesimo per domani»), pubblicato da Grasset. L'opera nasce anche all'interno di un più vasto dibattito francese a cui partecipano altri autorevoli intellettuali cattolici come René Rémond. Un dibattito che trarrà ispirazione dalla lettera appena inviata dal Papa ai cattolici francesi.

Professore, in Francia si parla di un ritorno in forze del laicismo. Ha la stessa impressione?

«Sotto un pretesto di laicità, osserviamo rinascere in Francia uno spirito laicista. La laicità è la separazione della Chiesa e dello Stato e, fra parentesi, i vescovi di Francia hanno fatto sapere che non sono favorevoli a rimettere in causa la legge del 1905. Cioè il simbolo di una laicità che all'inizio si volle aggressiva verso la Chiesa cattolica e che non lo è più adesso. Ma al contempo osserviamo risorgere una mentalità improntata al laicismo, che è una filosofia antireligiosa, e il fenomeno giustamente preoccupa».

Il tentativo di espellere la dimensione religiosa dallo spazio pubblico le pare presente anche altrove in Europa?

«Il fenomeno è marcato anche in Spagna e credo debbano dolersene non solo i cristiani. Perché, anche senza aderire al cristianesimo, si può comunque ben pensare in termini di tolleranza e senza aggressività».

Come giudica la scelta di non menzionare il cristianesimo nella Costituzione europea?

«Il preambolo poteva contentarsi di essere una dichiarazione generale degli ideali e degli scopi dell'Europa in costruzione, senza riferimento al passato. Una versione possibile. Ma dal momento che il riferimento al passato c' è, è dannoso e pericoloso non menzionare l'eredità cristiana».

Di questa rimozione, pare un sintomo anche la sottovalutazione storica crescente del dramma cristiano al tempo dei totalitarismi…

«È certo che in alcuni casi, come quello della Polonia invasa dai nazisti, ciò è profondamente vero. Durante l'occupazione nazista della Polonia, è evidente e indiscutibile, gli ebrei hanno sofferto più di chiunque altro. Ma non occorre dimenticare che vi è stato, e i testi pubblicati sono consultabili, anche un'autentica persecuzione nazista della Chiesa cattolica polacca. Un quarto dei preti sono scomparsi. Ma si sottovaluta anche come il cristianesimo sia stato perseguitato in Urss. Occorre invece dirlo e sono d'accordo con Andrea Riccardi quando sostiene che il grande secolo delle persecuzioni del cristianesimo è proprio il Novecento. E non solo in Europa, se si pensa ai gruppi cristiani più o meno liquidati in America del Sud dalle dittature».

La rivalutazione dei martiri cristiani è uno degli elementi forti anche del pontificato di Giovanni Paolo II…

«Sono d'accordo. La santità cristiana non è scomparsa nel nostro tempo e ciò occorreva mostrarlo. Il martirologio cristiano non è mai stato tanto importante».

Di Papa Wojtyla lei sottolinea anche la figura di grande comunicatore. Cosa la colpisce di più in tal senso?

«Mai nella storia un uomo è stato tanto acclamato quanto Giovanni Paolo II. Ci troviamo nell'epoca della discussione e del riconoscimento delle differenze. Occorre comunicazione e insieme, a mio parere, che essa prenda sempre più la forma di dialogo».

In proposito, lo sguardo del cristianesimo subisce ancor oggi la tentazione dell'eurocentrismo?

«In Europa, mi pare, vi è ancora la tendenza a non vedere il cristianesimo che nella stessa Europa. È certo, ad esempio, che se vi è una crisi cristiana di partecipazione in alcuni Paesi europei, ciò è molto meno vero o per nulla vero negli altri continenti. All'epoca della globalizzazione ci occorre una visione mondiale del cristianesimo, che ha sempre mantenuto la propria vocazione di religione universale».

Crede che i cristiani di altre aree del mondo provino un bisogno di maggiore riconoscimento?

«Sì, e sono persuaso che Giovanni Paolo II e il governo della Chiesa in Vaticano sono coscienti dell'importanza di questo fenomeno. A mio parere, occorre che questa consapevolezza possa tradursi in nuove misure. Si tratta di impiantarsi in una cultura che non è quella europea secondo un approccio che mira alla dimensione più profonda della vita quotidiana».

Un'altra sfida da lei sottolineata è quella dell'ecumenismo…

«Sì, penso che se il cristianesimo fosse ricomposto e potesse parlare una sola voce nel mondo, essa sarebbe anche meglio ascoltata e compresa. Di conseguenza, mi auguro non l'ingresso dei protestanti e degli ortodossi all'interno della Chiesa romana, ma una ricomposizione del cristianesimo sotto la forma di una comunità di comunità».

Avvenire - 13 febbraio 2005