Sottoposto alla duplice pressione europea e statunitense, l’Iran non ha dato finora segni di cedimento, piuttosto ha lanciato il guanto di sfida dichiarando che la sospensione dell’arricchimento dell’uranio concordata con gli europei non durerà a tempo indeterminato. Ribadendo di non avere alcuna intenzione di costruire armi nucleari, Teheran ha lasciato capire di non esser disposta a rinunciare al suo programma nucleare come chiesto dagli Usa e, forte della conformità alle norme del trattato di non-proliferazione nucleare, ha chiesto alla comunità internazionale di credere alla sua buona fede e di lasciarla libera nello sviluppo del nucleare civile sotto la supervisione della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).
Pertanto ha rifiutato l’offerta presentata da Francia, Germania e Gran Bretagna in novembre a nome dell’Unione Europea -con il nulla osta degli Stati Uniti- di aiuto allo sviluppo di un nuovo reattore ad acqua leggera (gli impianti ad acqua leggera non possono essere utilizzati per produrre materiale fissile, contrariamente a quanto accade con quelli ad acqua pesante, del tipo dell’impianto in via di sviluppo ad Arak) quale compromesso con le richieste statunitensi e risoluzione della questione delle possibili implicazioni belliche del suo programma nucleare. Di fronte allo stallo delle trattative diplomatiche, Blair ha risposto che queste andranno comunque avanti, ma che mai e poi mai Londra accetterà la possibilità che l’Iran possa avere armi nucleari.
Teheran ha mostrato di non gradire il "metodo del bastone e della carota" europeo sbilanciato ("unbalanced" è l’aggettivo impiegato da Hamid Reza Assefi, portaparola del ministro degli esteri iraniano, per spiegare i motivi del rifiuto della proposta europea) a favore degli Usa. In attesa dell’evolversi degli eventi successivamente alle elezioni presidenziali americane del 2 novembre, la sua strategia è stata ed è quella di sottolineare la conformità della sua condotta alle norme del trattato Npt e di non dimostrare debolezza di fronte alla pressione di Washington. Per gli analisti iraniani l’accettazione della proposta europea avrebbe dato proprio questo segnale, incoraggiando Washington ad un’azione aggressiva. Secondo lo scienziato politico iraniano Ghadir Abyaneh, citato dalla agenzia Fars, "If we accept their [EU] demands, the United States would exert more and more pressure on us. Their [US officials’] ultimate goal is nothing but the complete destruction of the Islamic republic".
L’azione diplomatica così come è stata finora condotta dal "direttorio" europeo pare aver ottenuto l’opposto del risultato voluto, mettendo l’Iran sulla difensiva e nutrendo il meccanismo della escalation con Washington. Teheran sente il fiato sul collo e, nel timore di una nuova guerra preventiva, cerca di mostrare i muscoli con l’annuncio del perfezionamento del missile a medio raggio Shahab-3 (2000 Km di gettata, in grado di colpire Israele). Il progresso compiuto dall’Iran in campo missilistico non può che preoccupare la comunità internazionale, gettando una luce sinistra sulla natura del suo programma nucleare. E’ chiaro che un missile per rappresentare un deterrente deve esser armato di una testata, e questo rafforza le analisi di chi mette in allerta circa la volontà iraniana di dotarsi di un deterrente nucleare.
Il regime degli Ayatollah continua a rassicurare in senso contrario, ma, in considerazione dell’utilità di una capacità militare nucleare per la sua sicurezza e l’incremento del suo potere regionale, questo potrebbe non tener fede alla sua promessa. Sarebbe una scelta assolutamente razionale in considerazione dell’ambiente geostrategico in cui si trova, in quanto aumenterebbe la sua sicurezza contro le minacce circostanti -in particolare contro la minaccia di un attacco preventivo da parte di Tel Aviv- e darebbe più peso alla sua voce nei rapporti con gli Stati confinanti. Il suo uso sarebbe finalizzato alla difesa e sopravvivenza del regime, quindi è da escluderne un uso offensivo e terroristico da parte dell’Iran: ciò comporterebbe la sua distruzione da parte di Israele e degli Stati Uniti. Quest’ultimi non hanno niente da temere per la sicurezza del loro territorio nazionale –men che meno gli Usa, dato che l’Iran non dispone di missili balistici intercontinentali- purché non attacchino Teheran con l’intento di rovesciare il regime in stile Iraq 2003.
Il possibile dotarsi da parte iraniana di una capacità di deterrente nucleare, quindi, rappresenta una minaccia non per la sicurezza ma per lo status di potenza incontrasta nella regione mediorientale di Israele e Stati Uniti (è bene ricordare che la National Security Strategy del settembre 2002 afferma che gli Usa agiranno per impedire il sorgere di potenze regionali contrarie ai loro interessi). Tale evenienza complicherebbe il piano statunitense per il cambiamento di regime a Teheran e forzerebbe Tel Aviv (a portata dello Shahab-3) ad abbandonare qualsiasi idea di attacco preventivo (replica di quello compiuto nel 1981) contro gli impianti nucleari iraniani.
L’Iran, tuttavia, ultimamente ha dato un segnale di distensione, accettando il 15 novembre la proposta di Gran Bretagna, Francia e Germania di sospendere temporaneamente il programma di arricchimento dell’uranio mentre i negoziati proseguono. Secondo Javier Solana, "Alto Rappresentante" della Politica Estera e di Sicurezza Comune europea (Pesc), potrà esser raggiunto un "solido accordo di lungo termine" con Teheran se tra le parti del negoziato si svilupperà una "duratura fiducia nella natura pacifica del programma nucleare iraniano".
L’Europa rivendica il suo successo diplomatico, ma in realtà questo è piuttosto fragile e lascia freddi sia l’Iran che gli Stati Uniti. La sua capacità di mediazione tra l’interesse nazionale iraniano a garantire la propria sicurezza tramite lo sviluppo di un deterrente nucleare e la volontà statunitense di impedire il sorgere una potenza regionale antagonista è quasi certamente destinato a fallire.
Il grado di freddezza con cui Teheran ha accolto il piano europeo è espresso dalle dichiarazioni, nei giorni immediatamente precedenti l’accordo, di Ali Akbar Nateq Nuri, consigliere dell’Ayatollah Ali Khamenei: "The European powers have told us to stop our nuclear program and in return they will sell us commercial jets and trains. […] This is an idiotic and childish thing". Inoltre, Rafaat Bayat, deputato conservatore del Parlamento, ha così reagito il 16 novembre: "This accord goes against our national interests. I say to the United States and the Europeans, and in particular France who insists a lot on the suspension of enrichment, that our parliament will not accept anything that goes against our national interests".
E’ evidente che gli obiettivi europei non coincidono con l’interesse strategico iraniano, a parte con quello di evitare (o, meglio, rimandare) il suo deferimento al Consiglio di Sicurezza dell’Onu –rinviato in futuro dalla riunione della Aiea del 25 novembre. Tale conclusione, però, sul medio termine appare scontata, perché Hassan Rohani, negoziatore capo per il nucleare, ha affermato il 14 novembre che la sospensione del programma di arricchimento dell’uranio "sarà questione di mesi, non anni", mentre per i negoziatori europei "la sospensione deve restare in atto finché la Aiea darà all’Iran una patente di conformità. Se la sospensione sarà interrotta, il processo salterà e noi, gli Europei, lo abbandoneremo e andremo al Consiglio di Sicurezza".
Gli Stati Uniti, dal canto loro, non sono intenzionati a farsi legare le mani da tre Potenze europee che ormai –dai tempi della crisi di Suez del 1956- non possono più pensare di poter giocare un ruolo globale. Il sottosegretario di Stato, John Bolton, ha salutato diplomaticamente l’iniziativa europea, ma ha ribadito che la posizione statunitense rimane quella per la quale l’Iran dovrebbe esser deferito al Consiglio di Sicurezza per l’applicazione di eventuali sanzioni. Gli Stati Uniti potrebbero teoricamente unirsi agli europei per trovare un accordo duraturo con l’Iran, ma il realismo prevale. Un accordo tra gli opposti interessi di Usa e Iran è irraggiungibile, e per gli "hard-liners" della Casa Bianca –rafforzati dall’uscita della "colomba" Powell e dall’entrata della Rice- l’unica soluzione è lo scontro. Joseph Cirincione del "Carnegie Endowment for International Peace" sottolinea come i "falchi" della seconda amministrazione Bush "vogliano affrontare la minaccia dell’Iran, non cercare una politica di appeasement. La linea dell’amministrazione è di procedere aggressivamente con l’Iraq e quindi (quando l’Iraq sarà pacificato) fare i conti con altri paesi, come l’Iran".
Il rischio dei prossimi mesi, allora, è quello di una rapida escalation della tensione -quando i negoziati europei avranno raggiunto lo stallo e gli Stati Uniti avranno deciso che è il momento propizio per prender le redini della crisi- e del "colpo di mano" contro Teheran: con un blitz aereo contro gli impianti nucleari (come misura minima: già a metà settembre sulla stampa internazionale si erano diffuse voci di una "October surprise" israeliana contro il reattore nucleare iraniano di Bushehr, alla quale avrebbe fatto seguito una operazione più pesante in primavera) o con una vera e propria guerra per rovesciare il regime degli Ayatollah.
L’obiettivo, in entrambi i casi, è quello di impedire la nascita di un Iran potenza regionale nucleare. I tempi potrebbero esser molto stretti, perché secondo Giora Eiland, consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, l’Iran raggiungerà il "punto di non-ritorno" nel suo programma nucleare militare entro novembre, piuttosto che entro la fine del 2005 come era stato precedentemente affermato da ufficiali dell’esercito israeliano. Allo stesso tempo, però, i vertici di Israele hanno dichiarato che un attacco contro gli impianti iraniani potrebbe non ottenere l’effetto voluto e attirerebbe su Israele la condanna della comunità internazionale.
In conclusione, è chiaro che il programma nucleare di Teheran –con i suoi possibili sviluppi militari- va a favore della sicurezza iraniana e a sfavore del dominio degli Stati Uniti nella regione, il cui interesse ad impedire l’ascesa dell’Iran al rango di potenza regionale coincide con quello israeliano. E’ proprio in tale ottica che Washington sta facendo pressioni su Teheran perché abbandoni in blocco il suo programma nucleare. Quest’ultimo al momento –stando al rapporto Aiea- non dà ancora segni di evoluzione in senso militare, ma la minaccia di una guerra preventiva spingerà l’Iran nell’immediato futuro a sviluppare –nel modo più nascosto possibile- la sua capacità di deterrenza nucleare, al fine di salvare il regime dalla distruzione e rafforzare la sua sicurezza regionale.
In questa ottica, l’alzata di testa americana sul nucleare iraniano risponde a una strategia coerente con la National Security Strategy del 2002 e proiettata nel futuro a medio termine, che ha risentito del clima elettorale (Iran utile a distogliere l’attenzione dalla palude irachena; la "costruzione" di una nuova minaccia garantirà consensi al "comandante in capo" Bush, che, nel suo discorso alla convention repubblicana di New York, si è impegnato a difendere preventivamente l’America) solo in modo contingente.
Secondo Jon Wolfsthal, esperto di non-proliferazione presso il think tank Carnegie Endowment, la amministrazione Bush stava dicendo in settembre 2004: "Le cose forse non sono andate nel modo che volevamo in Iraq, ma non possiamo indugiare sul passato. Abbiamo altre sfide da fronteggiare e l’Iran è in cima alla lista".
E’ difficile prevedere come Washington deciderà di affrontare la "sfida" iraniana. Prima delle elezioni, la strada delle sanzioni decise in sede di Consiglio di Sicurezza Onu appariva come quella più probabile, sia che vincesse Kerry sia che vincesse Bush. Ma la rielezione di Bush apre la strada all’alternativa avventuristica del colpo di mano, di una nuova guerra preventiva mentre l’Iraq è sconvolto da una spirale di violenza senza fine. Sarebbe una decisione scellerata (scellerata in sé ma, a maggior ragione, in considerazione di vari elementi: da una parte la perdita di credibilità e l’isolamento degli Stati Uniti in seguito al mancato ritrovamento delle armi di distruzioni di massa irachene, dall’altra le conseguenze imprevedibili e ingestibili che il rovesciamento del regime degli Ayatollah potrebbe comportare) però non sarebbe che una ulteriore conseguenza della applicazione sul campo della "dottrina Bush", che -a quanto pare- non è stata messa in crisi dalla guerra in Iraq ed è stata riaffermata da Bush come cardine della sua amministrazione. Le prime dichiarazioni del rinnovato "comandante in capo" sulla lotta senza quartiere a tutti i "terroristi" non lasciano ben sperare: come interpretare, poi, la frase "there is no limit to the greatness of America" pronunciata da Bush nel suo "victory speech"?
La risposta può essere quanto Frank Gaffney -presidente dell’influente think tank neoconservatore "Centre for Security Policy" (CSP), con legami di lungo corso con i principali "falchi" dell’amministrazione Bush- ha elencato in 7 punti nel suo articolo pubblicato il 5 novembre sul "National Review Online" quale "checklist of the work the world will demand of this president and his subordinates in a second term". La lista -che comincia con la distruzione ("reduction in detail") di Falluja in Iraq e termina con la raccomandazione dello sviluppo di "appropriate strategies" per far fronte alle minacce poste da Cina, Russia e da "the emergence of a number of aggressively anti-American regimes in Latin America"– chiede alla seconda amministrazione Bush il "regime change" in Iran e Corea del Nord, "…the only hope for preventing these remaining Axis of Evil states from fully realising their terrorist and nuclear ambitions". I 7 punti di Gaffney sono la prima, aggressiva manifestazione del ritorno sulla scena dei falchi neocons dopo la rielezione di Bush il 2 novembre.
- La frantumazione di Fallujah e di altre roccheforti utilizzate dai nemici della libertà in Iraq –condizione necessaria non solo a tenere le elezioni il prossimo anno, ma anche a fondare le istituzioni essenziali per una funzionante e stabile democrazia;
- Il cambio di regime –in un modo o nell’altro- in Iran e Nord Corea, l’unica speranza per prevenire i restanti Stati dell’"Axis of Evil" dal realizzare pienamente le loro ambizioni terroristiche e nucleari;
- Provvedere le risorse sostanzialmente incrementate necessarie a ri-equipaggiare una macchina militare in cambiamento ed a ricostruire le capacità umane di intelligence, mentre combattiamo la quarta guerra mondiale;
- Garantire, nel modo più esteso possible, la protezione del nostro territorio nazionale –includendo l’adozione di politiche volte a render sicuri i nostri confini e far fronte agli immigrati clandestini, e dispiegando efficaci difese missilistiche in mare e nello spazio, oltre che a terra;
- Mantenere l’alleanza con Israele, la cui distruzione rimane una priorità per quelle stesse persone che vogliono distruggerci (e per le stesse ragioni, cioè i nostri condivisi "valori morali") –specialmente dopo l’uscita di scena di Yasser Arafat e l’inevitabile pressione per "risolvere" il problema mediorientale forzando gli Israeliani ad abbandonare le frontiere difendibili;
- Far fronte alla dinamica di fondo che ha reso la Francia e la Germania così problematiche nel primo mandato: cioè la loro volontà di far causa comune con i nostri nemici per trarne profitto, ed il loro desiderio di impiegare una nuova Europa unita e la sua nuova costituzione –oltre ad altri meccanismi e istituzioni internazionali- per ostacolare l’espansione e l’applicazione del potere americano dove ritenuto necessario da Washington;
- Calibrare le opportune strategie per fronteggiare le politiche militare e commerciale sempre più fasciste della Cina, il crescente autoritarismo domestico e l’aggressività verso le ex-Repubbliche sovietiche di Vladimir Putin, la diffusione mondiale dell’Islamofascismo, e l’emergere di diversi regimi aggressivamente anti-americani in America Latina.
Questi sette punti mostrano il volto duro di una America che, scopertasi isolata e debole nella disgraziata avventura irachena, non ha alcuna intenzione di abdicare al ruolo di Superpotenza globale. La via è quella militare cara ai neoconservatori, la "legge della clava" che in primo luogo tutela gli interessi nazionali degli Usa e, solo in secondo luogo e sulla scia di qualche migliaio di morti dell’intervento militare del caso, porta ai meno fortunati della terra i loro "valori morali" -una dinamica che per alcuni, memori del fatto che anche l’Europa ne è stata beneficiaria, è comunque da accettare come pratica naturale e positiva dell’ordine unipolarista, preferibile ad una evoluzione in senso multipolare.
Chiunque si opponga alla Pax Americana, cioè porti avanti una visione multipolarista del sistema internazionale, è messo in guardia. Tra gli alleati, poi, i meno "volenterosi" a servire Washington sono classificati ad un passo dallo schieramento nemico: è il caso di Francia e Germania, oppositori della guerra in Iraq ed ora fautori dell’abolizione dell’embargo sulla vendita di armi alla Cina, che guidano la fronda tra i vassalli dell’"impero benevolo".
Come è già accaduto con le dichiarazioni di altri neocons, però, anche quest’ultima di Gaffney aiuta a discernere quella che è la reale Grand Strategy statunitense, in particolare se si interpretano i "propositi" di "regime change" in Iran e Corea del Nord e di "containment" di Russia e Cina alla luce delle teorie geopolitiche classiche.
Gabriele Garibaldi




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