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  1. #1
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    Predefinito La grande manipolazione

    Not in your name, ha scritto il Times.
    Gli iracheni non sono andati a votare a vostro nome, cari e simpaticissimi liberal. E dico della sinistra intelligente e moderna, quella che sa sta stare al mondo e vuole essere la coscienza critica del paese, certo non dei post e neo comunisti che parlano di “elezioni farsa” negli stessi termini, alla lettera, di Al Zarqawi.
    Qualcuno, per esempio, è in grado di distinguere le frasi di Zarqawi, di Diliberto o di Occhetto a proposito delle elezioni di domenica?
    Uno ha detto che il voto “rappresenta una farsa americana”; l’altro che “si tratta di una farsa condotta dalle forze occupanti davanti a tutto il mondo”; il terzo che “una vera sinistra oggi deve dire di no alle elezioni farsa in Iraq”.
    Ma la coalition of the wrong, quelli che non ne hanno azzeccata una, non è composta soltanto di questi irriducibili antiamericani, i quali tutto sommato sono pittoreschi e continuano a recitare la loro parte in commedia.
    No, dentro, e con un ruolo attivo, ci sono quelli che nonostante abbiano sbagliato analisi, previsione e tutto quanto, pretendono di fare la morale a quella parte del paese che prima hanno indottrinato con notizie farlocche e ora sbertucciano perché non capisce il valore delle elezioni irachene.
    Prendete Repubblica, per esempio. Domenica, giorno del voto, accanto ai soliti articoli e titoli pessimistici e allarmistici, ha dedicato cinque pagine, neanche fosse Lady D, al povero Saddam che “scrive poesie” e “cura una piccola palma” rinchiuso da quei bruti yankee in una cella di Baghdad di “tre metri per quattro”.
    Lunedì, incassata la sconfitta, è cominciata la grande manipolazione.
    Vittorio Zucconi ha scritto che gli americani sono i soliti infingardi perché, con la stampa complice, hanno accreditato “il sospetto di un probabile disastro” per abbassare “il gioco delle aspettative”.
    Poi, meritoriamente, Rep. ha pubblicato (sebbene mondato dei primi due paragrafi e del finale) l’ottimo articolo di Michael Ignatieff comparso sul magazine del New York Times il giorno prima.
    Ignatieff esisteva e scriveva queste cose anche prima.
    Eppure su Repubblica prima non si pubblicava, dopo sì.
    Ieri, accanto ad Adriano Sofri che queste cose ha sempre scritto e che Repubblica ha sempre ospitato, è sceso in campo il direttore Ezio Mauro.
    Il suo articolo era tutto un elogio della “fondazione embrionale della civitas”, “l’avvio di un percorso di uscita dalla subalternità del suddito e del fedele”, “l’ingresso nel mondo arabo del concetto di cittadinanza” eccetera.
    Pareva Wolfowitz.
    E poi: “Mi stupisce francamente che di fronte a tutto questo un pezzo della sinistra insista nel negare l’evidenza e cerchi di nascondere il significato, spiegando in nome dell’occupazione americana che le elezioni non erano libere”.
    Ma come, si stupisce? Per mesi il suo giornale ha scritto esattamente questo, e ora non se ne capacita?
    E di che? Del fatto che la sinistra legge Repubblica?
    La frase chiave di Mauro, già usata in altre occasioni, è questa: l’unilateralismo americano “ha prodotto risultati, ma resta tuttavia un errore”. Così. Che cosa voglia dire è oscuro.
    Un errore è un errore. Non può produrre buoni risultati, viceversa non sarebbe più un errore, ma una cosa giusta.

    Il prodotto dell’intervento in Iraq
    La stessa cosa capita negli Stati Uniti. Anche lì gli scettici illuminati, chi non credeva possibile il risultato di domenica, riconoscono la straordinarietà dell’evento pur continuando a sostenere che la politica del cambio di regime è stata profondamente sbagliata. Così il New York Times.
    Fareed Zakaria, invece, è un conservatore liberal, un editorialista favorevole all’intervento in Iraq ma scettico sulla possibilità di esportare la democrazia senza la contemporanea presenza di una società liberale.
    Su Newsweek ha scritto che le elezioni irachene sono certo un passo in avanti, ma che le prospettive della democrazia si sono allontanate. Motivo? Perché gli iracheni sono andati a votare senza aver letto il suo libro sulla democrazia liberale. Testuale.
    Zakaria nel 2003 ha scritto un libro e un articolo per delineare, scrive, “le tre condizioni che l’Iraq avrebbe dovuto rispettare” per diventare una vera democrazia. Oggi, spiega Zakaria, l’Iraq “va male in tutte e tre”.
    E’ vero che la democrazia non è solo un meccanismo di scelta del governo. Ma è altrettanto vero che la democrazia riguarda soprattutto la scelta dei leader.
    Questo hanno fatto gli iracheni domenica.
    Questo avevano promesso gli alleati.
    Questo ha prodotto l’intervento in Iraq.
    Not in your name.

    Christian Rocca su Il Foglio del 2 febbraio

    saluti

  2. #2
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    Molto interessante questo articolo.
    E sconfortante constatare l'identità di vedute tra Al Zarkawi e i post-vetero-ultra comunisti di casa nostra.
    Certo comunque che se anche Repubblica vede nelle elezioni irakene un passo avanti, è ben buffo che le sinistre continuino a parlare di ritiro delle truppe...

  3. #3
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    Continuo a ritenere non sensata l'esportazione della democrazia sulla punta delle armi per lo stesso motivo per cui picchiare uno per convincerlo della bontà delle mie idee non mi pare buona norma. Tuttavia resta il fatto che la sinistra deve fare veramente i conti sul valore della democrazia, aspetto che alle volte mette a disagio persone come me.

  4. #4
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    Una sinistra autenticamente democratica, e anzi INNAMORATA della democrazia, farebbe bene a tutti quanti. Specialmente perché, da democratico, mi rendo conto che l'alternanza è forse il succo stesso della democrazia.
    Certo, finché rimangono sacche di antidemocraticità sostanziale in parti non marginali dello schieramento di centrosinistra...

  5. #5
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    In origine postato da UgoDePayens
    Una sinistra autenticamente democratica, e anzi INNAMORATA della democrazia, farebbe bene a tutti quanti. Specialmente perché, da democratico, mi rendo conto che l'alternanza è forse il succo stesso della democrazia.
    Certo, finché rimangono sacche di antidemocraticità sostanziale in parti non marginali dello schieramento di centrosinistra...

    che vi sia una parte minoritaria ma rumorosa della sinistra su posizioni ambigue verso la democrazia è un fatto che un socialista liberale come me ha il dovere di riconoscere.
    Questo però non mi porta ad andare a destra, laddove NON sento di appartenere, ma a lottare nella mia metà campo.

  6. #6
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    Non ti vorremmo nemmeno

    A parte gli scherzi, secondo me fai bene, e penso che tutti qui dentro si augurino che, per il bene di tutti, le frange più estreme della sinistra antidemocratica siano emarginate. O se proprio non è possibile, almeno che vengano "addomesticate" da un leader con i controc...

  7. #7
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    Predefinito Gli americani hanno perso, anzi…

    ….no, hanno vinto….mah?

    L’altra volta avevano stravinto gli islamici, portatori di sharia, ma ieri l’Unità ha cambiato cavallo: “Tonfo del partito americano”. Qualora Allawi avesse vinto, la Padania Rossa avrebbe titolato: “Guarda un po’ che combinazione: vince il lacché degli americani”.

    “I veri vincitori delle elezioni, gli americani”. Così, invece, Vittorio Zucconi su Repubblica. Il giornale di Largo Fochetti minimizza il ruolo degli iracheni nel processo democratico, ma con Bernardo Valli spiega che il risultato è così “straordinario” ed “eccezionale” da “sembrare ritagliato su misura per favorire un preciso progetto politico”. Brogli? No, “non sto insinuando che i risultati ufficiali siano abilmente limati, adeguati alla tragica situazione, da chi a Baghdad dispone di quasi tutti gli strumenti del potere”.

    Domenica Rep. ha bucato la notizia di Kofi Annan, che invece era sul Corriere della Sera. Il segretario generale aveva scritto che a) l’Onu in Iraq c’è e chi afferma il contrario dice una cosa sbagliata; b) che un mandato esiste già; c) che proprio chi non ha condiviso la guerra ora dovrebbe impegnarsi in Iraq. Rep. ha rimediato ieri con due pagine. In uno degli articoli, Andrea Tarquini ha scritto:
    “E’ una legittimazione indiretta ma molto forte della presenza militare delle forze della coalizione in Iraq quella che Annan, con una svolta politica senza precedenti, ha annunciato ieri”. Indiretta? Evidentemente Tarquini non ha mai letto le quattro risoluzioni Onu. Ecco le ultime due: la 1.511 del 16 ottobre 2003 “autorizza una forza multinazionale” e stabilisce il calendario elettorale; la 1.546 dell’8 giugno 2004 “riafferma l’autorizzazione alla forza multinazionale”.

    E’ sceso in campo Eugenio Scalfari, domenica. “Pongo qui una domanda di non secondaria importanza”.
    Bene, qual è? Eccola:
    “Se nella primavera del 2003 Bush avesse chiesto al suo paese e al Congresso di autorizzare la guerra irachena con l’obiettivo di abbattere il regime saddamista, sarebbe stato autorizzato a marciare?… La risposta del Congresso sarebbe stata quasi certamente negativa”.
    Ora, a parte che nella primavera del 2003 la guerra era già finita, Scalfari non sa che la risoluzione sull’uso della forza (del settembre 2002) contro Saddam si basava su quattro motivi: le armi; il rapporto con il terrorismo; la minaccia ai paesi vicini; la democrazia.
    Leggere il testo talvolta “non è di secondaria importanza”:
    “La politica degli Stati Uniti deve essere quella di sostenere gli sforzi per rimuovere dal potere l’attuale regime iracheno e promuovere la nascita di un governo democratico che rimpiazzi quel regime”.

    Toni Fontana sull’Unità: “Degli equilibri garantiti per decenni da Saddam (più con il bastone che con la carota) non vi è più traccia ed il voto certifica una pericolosa spaccatura”.
    Si stava meglio quando si stava peggio.
    Dopo aver premesso che “in Iraq, purtroppo, le cose non sono andate proprio bene”, Luigi Bonanate parla di un “supremo disprezzo che la classe dirigente statunitense prova per gli iracheni” e bacchetta “qualche provvido e disinformato ministro italiano” per aver detto che l’Assemblea avrebbe scelto un governo.
    Bonanate, prof di Relazioni internazionali, non sa che la costituzione provvisoria (art. 38) prevede che l’Assemblea elegga un Consiglio di presidenza che poi nomina un premier, il quale deve ottenere la fiducia dell’Assemblea.

    “Fonti di Bruxelles bene informate” avevano detto al Riformista di un’affluenza al 45%.
    Forse è la stessa che il 3 novembre suggerì la vittoria di Kerry e il titolo: “Downing Street ha contattato il transition team di JFK”.

    saluti

  8. #8
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    sorge spontanea una domanda:
    chi sarebbe antidemocratico? chi ha rischiato la vita per la democrazia? i figli di chi è morto perchè anche voi possiate discutere liberamente di politica? questo è stato ed è il comunismo ITALIANO. o antidemocratico piuttosto è chi ha sempre tramato dai palazzi delle massonerie romane ai danni dello stato? questo è stato ed è Berlusconi.

  9. #9
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    In origine postato da dadodidi
    sorge spontanea una domanda:
    chi sarebbe antidemocratico? chi ha rischiato la vita per la democrazia? i figli di chi è morto perchè anche voi possiate discutere liberamente di politica? questo è stato ed è il comunismo ITALIANO. o antidemocratico piuttosto è chi ha sempre tramato dai palazzi delle massonerie romane ai danni dello stato? questo è stato ed è Berlusconi.
    -----------------------------------------------
    Ancora c'è qualcuno che crede nella leggenda metropolitana del "comunismo italiano".
    Il "comunismo" era quello al potere in Unione sovietica, e da lì si sparse nel mondo.
    I bravi comunisti italiani andavano in pellegrinaggio oltre "cortina"
    ad abbeverarsi di "verità" e riempirsi le tasche di "soldoni" che servivano al "partito". Come tutti i comunisti di quel mondo.
    Avessero vinto loro l'Italia sarebbe diventata la Repubblica Democratica Italiana, come quella fatta in Germania dal comunismo TEDESCO, o in Polonia dal comunismo POLACCO....la lista è lunga.
    Sono stati le centinaia di migliaia di americani morti in Europa a darci la possibilità di "discutere liberamente di politica.
    E' talmente sballato il tuo intervento che stento a credera che tu sia "reale" o in "buona fede".

  10. #10
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    Morte di un commediografo. Subito dopo la sua morte, la scorsa settimana, Arthur Miller è stato giustamente celebrato in Italia come uno dei più grandi commediografi del ventesimo secolo.
    I giornali italiani hanno parlato con competenza della sua straordinaria capacità di cogliere la disillusione che si nasconde sotto la superficie del cosiddetto sogno americano.
    Eppure, si è avuta l’impressione che molte redazioni abbiano dovuto trattenersi dall’usare questo titolo: “Il marito di Marilyn Monroe muore all’età di 89 anni”.
    Senza dubbio, il matrimonio, durato quattro anni, tra la “grande mente dell’America” e il “grande corpo dell’America” è stato un momento significativo e affascinante della vita di Miller.
    Ma, indipendentemente dal fatto che sia ancora un simbolo su entrambe le sponde dell’Atlantico, Marilyn ha davvero ricevuto troppo spazio nei necrologi di Miller, le cui commedie continueranno a essere rappresentate per decenni (secoli?), anche quando i film di Marilyn saranno dimenticati.
    A un americano dà un po’ fastidio scoprire che la traduzione, ormai stabilita, del titolo della sua pioneristica opera “Death of a Salesman” è “Morte di un commesso viaggiatore”.
    Il titolo inglese non ha soltanto un suono più incisivo, ma possiede anche una valenza più universale perché non contiene l’aggettivo “viaggiatore” (travelling).
    Un salesman può essere un commesso, un rappresentante di commercio o un agente immobiliare. Ma ha anche un metasignificato: indica chiunque abbia qualcosa da vendere, qualcuno che cerca di convincere qualcun altro a comprare.
    L’opera di Miller contiene senza dubbio una critica del capitalismo americano, espressa attraverso il suo protagonista, Willy Loman, che gira di città in città per vendere collant di seta ai grandi magazzini. Ma Loman non si limitava a vendere soltanto calze; vendeva anche illusioni: ai suoi colleghi, a sua moglie, ai suoi figli e, naturalmente, a se stesso. E’ un’idea che si traduce in ogni linguaggio e in ogni sistema economico.

    Cowboy napoletano. Anche Paolo Fresco aveva il suo sogno americano. Dopo essersi laureato all’Università di Genova, ha costruito la sua carriera di supermanager collaborando con il colosso statunitense General Electric. Nel 1998, Fresco è rientrato dagli Stati Uniti per assumere la posizione più importante nell’industria italiana: direttore esecutivo della Fiat. I suoi primi cinque anni al timone dell’industria torinese hanno portato solo cattive notizie: la fetta di mercato italiano controllata dalla Fiat si è ridotta sempre di più a causa di una concorrenza molto forte. Ma, prima di essere cacciato dalla Fiat, Fresco (soprannominato da alcuni suoi amici italiani “il Texano”) è riuscito a concludere un affare che può essere paragonato soltanto a quello di Totò che vende la fontana di Trevi a un frastornato turista americano. Fresco ha infatti convinto la General Motors a stabilire con la Fiat un’alleanza in virtù della quale la compagnia americana s’impegnava a pagare 2 miliardi di dollari, semplicemente per avere il diritto di non acquistare l’indebitata fabbrica italiana. Nel mondo della finanza internazionale questo sarà considerato d’ora in poi come una “alleanza alla napoletana”; e, come nel caso del contratto di divorzio tra Fiat e GM, includerà sempre una clausola che esenta i direttori esecutivi della compagnia straniera dall’obbligo di posare per fotografie con i gladiatori davanti al Colosseo.

    Boss in Translation. Nella sua campagna elettorale del 2001 Silvio Berlusconi ha fornito ai corrispondenti anglofili una versione in inglese della patinata biografia (“Una storia italiana”) che aveva spedito nelle case di milioni di italiani. Sebbene una delle tre “i” della sua campagna fosse l’inglese, la traduzione di questo preziosissimo documento non era stata certamente fatta da un madrelingua inglese.
    Alcuni errori di sintassi e di uso idiomatico erano piuttosto divertenti, ma uno era davvero clamoroso.
    Il capitolo sull’ascesa di Berlusconi come imprenditore comincia con questa perfettamente corretta frase: “Silvio Berlusconi’s story is like the American Dream” (“Una storia da sogno americano, quella di Silvio Berlusconi”). Ma subito dopo si legge: “A modern fairy story, which like all fairy stories shows the zeal”. Il traduttore ha confuso l’espressione “fairy story” con “fairy tale” (favola). Perciò, grazie a questo errore, ecco come diventa il racconto del successo di Berlusconi: “Una storia di frocio moderna, che come tutte le storie di frocio, rivela entusiasmo”.
    La cosa ancora più stupefacente è che questa versione inglese lo scorso anno era ancora in circolazione. Questo episodio dimostra che Berlusconi, malgrado tutto il suo American Dream, rimane un superboss tipicamente all’italiana: perché nemmeno Willy Loman rischierebbe il suo posto di lavoro.

    Jeff Israely su Il Foglio

    saluti

 

 

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