Per fare le sue guerre e convincere la sua opinione pubblica a pagarle, l’establishment Usa ha bisogno di creare un casus belli. Di solito, si tratta di un auto - attentato (da Pearl Harbour all’11 settembre) che mette la superpotenza nella parte dell’agnello aggredito dal nemico che vuole aggredire.
L’attentato a Rafik Hariri in Libano corrisponde al preliminare necessario per colpire la Siria, adombra Robert Fisk, l’inviato arabista più esperto dell’Independent (1). Anzitutto, Israele (che ha occupato parte del Libano per 24 anni) ha oggi bisogno più che mai di un Libano demilitarizzato e ventre molle, anche come spazio economico (e forse come pattumiera storica in cui gettare quel che resterà dei palestinesi). E’ molto sospetto che, subito dopo l’attentato (altamente sofisticato, al punto che gli attentatori hanno “bucato” le contromisure elettroniche che difendevano Hariri) Sharon abbia non solo accusato Damasco, ma intimato alla Siria un ultimatum impossibile: “porre termine all’occupazione siriana del Libano”; “chiudere le centrali del terrore a Damasco” e – soprattutto – “espellere le guardie rivoluzionarie iraniane”. Tale gruppo, dice Fisk, ha lasciato il Libano da 15 anni. Come nella favola di Fedro, superior stabat lupus, che accusò l’agnello a valle di intorbidargli l’acqua.

Va notato che l’attentato appare ben coniugato con le condizioni, preparate in anticipo sul piano internazionale, per mettere sotto accusa la Siria. Dal momento in cui Bush, con l’inconsueto appoggio di Chirac, si è procurato la risoluzione Onu 15559 del Consiglio di Sicurezza (che ingiunge alla Siria di ritirarsi dal Libano) il giovane e malfermo Assad di Damasco si è trovato nella posizione che fu di Saddam nel 2003: obbedisci all’Onu, altrimenti…
E subito sono cominciate le manovre, già sperimentate in Georgia e Ucraina, per “portare la democrazia” nel Paese dei cedri. Grazie alle imminenti elezioni in Libano, in cui candidati anti-siriani accusano i pro-siriani di preparare brogli, si sono buttate le basi per “spontanee manifestazioni” di piazza pro-democracy. Ma evidentemente non bastava. Occorreva il sacrificio di una figura vastamente rispettata come Hariri. Amico di Chirac, “amico dell’Occidente” e antisiriano, come viene dipinto. In realtà, un assai influente uomo di mediazione, del tipo che gli anglo-americani hanno interesse a far fuori proprio perché possono porsi su posizioni “terze” (lo stesso motivo per cui l’OSS e l’MI6 ordinarono l’esecuzione di Giovanni Gentile, potenziale “uomo di passaggio” dal “fascismo moderato” a un governo post-bellico non del tutto asservito alla finanza angloamericana). A complicare la questione c’è il fatto, segnalato da Fisk, che Iyad Allawi, l’ex agente Cia messo dagli americani a governare l’Irak, è mezzo libanese per parte di madre (dell’autorevole famiglia sciita degli Osseiran) ed Hariri lo conosceva bene. Per queste vie parentali e tribali possono saldarsi alleanze non controllabili dagli Usa, e magari poco filo-americane.

Si ponga attenzione ad un’altra circostanza. Ammesso che la Siria avesse interesse a liquidare Hariri, aveva tutto l’interesse a farlo il più silenziosamente possibile. Invece il mega - attentato ha attratto su Damasco le deplorazioni del mondo: spettacolare e opportuno come un 11 settembre. Occasione perfetta per avviare “l’umiliazione della Siria e la demilitarizzazione libanese” che è nel “supremo interesse di Israele”; dice Fisk.
Ma è dubbio che “gli Usa possano agitare la spada contemporaneamente contro Iran e Siria allo stesso tempo, e ancor meno che possano scatenare un conflitto su due fronti dall’Irak, mentre si levano nel panorama mondiale rischi sottovalutati come la Corea del Nord”: questa è la valutazione finale, giudiziosa, dei servizi segreti elvetici (2). Invece di un Libano “democratico” e disarmato amico di Israele, rischiano di trovarsi un Libano caotico, campo di scontri tra le infinite milizie degli anni ’70 e percorso da provocazioni indecifrabili; prospettiva per scongiurare la quale la Siria può perfino “consolidare la sua presenza in Libano”, anziché ritirarsene. Da cui il razionale consiglio al Dipartimento di Stato di “andarci piano con le pressioni su Damasco, per non dover scoprire che il Libano, sede di tante prese di ostaggi nei decenni passati, è esso stesso un ostaggio”. Ma in Usa al Dipartimento di Stato c’è Condoleezza Rice, e al Pentagono comandano i neocon, ebrei messianici. Il contrario della razionalità.



di Maurizio Blondet



Note

1)Robert Fisk, “A battlefield for the wars of other – The blame for Hariri hit falls on Syria”, Independent, 17 febbraio 2005.
2)Christopher Findlay, “Hariri Hit may upset delicate Lebanese balance”, ISN Security Watch, 16 febbraio 2005.