La fecondazione da proibire
Glosse a margine di un libro che sposa una tesi e ti convince dell'altra.
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La giornalista dell’Espresso Chiara Valentini si propone con il suo “La fecondazione proibita” (Feltrinelli, 190 pagine, 13 euro), di raccontare la storia della fecondazione in vitro in Italia, ma anche, e soprattutto, di far “capire le ferite imposte da una legge giudicata da molti la peggiore d’Europa”, ovvero la legge 40 sulla fecondazione assistita, contro la quale si è mossa la macchina referendaria di buona parte della sinistra, oltre a quella radicale. Succede, però, che a volte le intenzioni vengano sopraffatte dalla realtà. E la Valentini , giornalista di lungo corso, raccontando la realtà della procreazione assistita, finisce paradossalmente per dar ragione a chi la legge 40 la sostiene. Vediamo come. Il suo testo si presenta come una storia degli esperimenti, delle prove, degli smacchi e dei successi di medici e intrallazzoni di tutta Italia, oltre che di altri paesi dell'Occidente. Paradossalmente, infatti, la critica alla legge 40 è relegata nello spazio di poche, acide pagine, e questo permette al lettore di capire da un punto di vista storico, e quindi oggettivo, cosa sia veramente successo (mi permetterò, qua e là, qualche aggiunta).
Nel 1978 nasce in Inghilterra la prima bambina fecondata in vitro, Louise Brown. In quello stesso anno un intellettuale comunista convertito, André Frossard scrive: «Il giorno, e vi dico che non tarderà, in cui i vostri biologi avranno trovato il modo di cambiare la natura umana agendo sulle cellule iniziali, essi se ne serviranno, statene certi, anche se dovessero in un primo momento popolare la terra di fenomeni da baraccone». Effettivamente da quella bambina in poi avviene qualcosa di nuovo, qualcosa che prima era assolutamente inimmaginabile. Medici intraprendenti, biologi specializzati nella fecondazione in vitro di vacche e conigli, come il francese Testart, dottori esperti in aborti come Patrick Steptoe, un "socialista accanitamente ateo" come il biologo Robert Edwards, e tanti altri, si dedicano a scoprire modalità di ogni tipo per rendere possibile la fecondazione umana extracorporea. Tutto avviene nel segreto delle cliniche, di solito private, e viene alla luce soltanto nei casi più clamorosi. In Italia si distinguono i dottori Daniele Petrucci, Ettore Cittadini e Vincenzo Abate. Quest’ultimi due si contendono a colpi di stampa il primato del primo bambino realizzato in provetta: Abate, che poi rinnegherà il suo passato per scrupoli morali, rivendica a suo merito la nascita di Alessandra Abbisogno, nella clinica Posillipo di Napoli, mentre Cittadini fa venire al mondo, nel 1984, a Palermo, Eleonora Zaccheddu. A questa generazione di medici pionieri si aggiungono col tempo alcuni ginecologi destinati a grande fortuna, spesso specializzatisi all'estero, in particolare Carlo Flamigni e Luca Gianaroli, oggi entrambi attivi a Bologna, città che la Valentini definisce «il triangolo d’oro» della fecondazione in vitro (Fiv) in Italia. «Triangolo d’oro» fa venire alla mente il traffico di schiavi degli inglesi e dei portoghesi nel Seicento-Settecento, o il triangolo dell’oppio tra Inghilterra, India e Cina nell’Ottocento. Non di questo si tratta, ma comunque, di certo, di un giro enorme d’affari. E’ infatti evidente che, dopo i primi «successi» della Fiv, la voce si sparge, e le coppie sterili, sempre di più, cercano un conforto alla loro tristezza e un aiuto da chi promette di darglielo. Sono disposte, evidentemente, a mantenere riservatezza su ciò che viene loro chiesto, e a pagare profumatamente, se necessario ipotecando la casa o vendendo dei beni. Sono disposte a tacere riguardo a ciò che viene loro fatto, sia nel campo delle sperimentazione di nuove tecniche, sia sotto ogni altro aspetto: "il corpo di quelle donne veniva usato come una cosa inanimata e senza volontà, come se la situazione di medico che può far partorire un figlio gli desse un diritto speciale" (p.107). Nascono dovunque laboratori improvvisati, perché, a differenza che per qualsiasi altra specialità medica, non è richiesto alcun permesso nè alcuna specializzazione: un dentista di Firenze la sera, deposto il trapano, trasforma il suo studio in un centro di Fiv; altri dottori, poco attrezzati e poco esperti, improvvisano improbabili tecniche o si limitano a spillare quattrini, senza alcun risultato. Sorgono addirittura «finanziarie collegate a studi medici pronte ad erogare prestiti ad aspiranti genitori»: un «businesss per decine di miliardi e senza regole» (Panorama, 11/12/1997). "Chi operava nel privato - scrive la Valentini - non aveva regole specifiche da rispettare…Non c'era alcun obbligo di far verificare la scientificità e la sicurezza dei propri metodi agli ispettori del ministero. Non c'erano limiti alle tariffe e non esisteva neanche un registro nazionale dei centri con iscrizione obbligatoria, come in molti altri paesi" (p.100). Le tecniche infatti sono ancora molto sperimentali e molto costose: basti pensare che oggi un ciclo di Fiv può costare anche diecimila euro, esclusi annessi e connessi (solitamente viene ripetuto più e più volte), e che una donazione di ovociti arriva a ottomila euro. Si sa di coppie, in America, che spendono tuttora sino a trecentomila dollari per realizzare il sogno di un bambino tutto loro: del resto si tratta di un sacrificio che, dal punto di vista umano, è perfettamente "comprensibile" (“ la Repubblica delle donne”, 16/10/2004). Il fatto triste è che in queste cliniche private e non, a cui lo Stato italiano non porrà alcun limite fino al 2004, succede un po’ di tutto: siamo nella fase iniziale, e occorre sperimentare, come per ogni procedimento scientifico. Di quello che è successo, in realtà, sappiamo ben poco, perché tutto è rimasto a lungo nell’ombra. Per questo si è parlato per anni di “far west della provetta”, di sperimentazione selvaggia sul corpo delle donne e sulla speranza delle coppie. Ne parlavano, già negli anni Ottanta, non solo i cattolici, ma anche alcuni movimenti di sinistra, specie femministe e ambientalisti. Lo ricorda la Valentini , accennando qua e là ad alcuni nomi di personalità della sinistra italiana che dimostravano in quegli anni una certa preoccupazione per un fenomeno così grave e così assolutamente deregolamentato: il verde Alex Langer, Nilde Jotti, Livia Turco, la sociologa Franca Pizzini e la psicoanalista Marisa Fumanò. Soprattutto in ambienti ecologisti e femministi ci si poneva il problema molto chiaramente: cosa è questa fecondazione in vitro? Che effetti ha sulla donna la tempesta di ormoni destinata a favorire l’iperstimolazione ovarica, preliminare ad ogni fiv? Come nasceranno gli eventuali bambini? Saranno sani o no? C’è il rischio di pratiche eugenetiche? E gli embrioni?
Del resto è ovvio chiederselo: siamo veramente in grado di controllare la vita?
Oggi, nell’anno 2004, in seguito all’emanazione di una legge che regolamenta qualche eccesso, quasi tutta la sinistra, in alleanza con i radicali e con le cliniche private nelle quali si pratica la Fiv , afferma che il far west non è mai esistito, e che l’assenza di qualunque controllo è meglio di qualunque divieto.
Lo scrive il professor Flamigni: “Non c’è mai stato nessun far west” («Io donna», settembre 2004). Eppure la Valentini ci offre un ventaglio di storie da vero far west, raccapriccianti. In un capitolo intitolato "Benvenuti al circo Barnum" descrive le prodezze del ginecologo romano Severino Antinori, famoso anche perchè portava al punto giusto gli spermatozoi immaturi nei testicoli dei topi. L'Antinori ha reso possibile, negli anni, la gravidanza di "decine di donne over sessanta", la più famosa delle quali è senz'altro Rosanna Della Corte, di anni 63. Questa donna "si sarebbe presentata nello studio romano di Antinori tenendo tra le mani un piccolo contenitore di azoto liquido" contenente lo sperma del marito, morto dieci anni prima (p.80). Sempre Antinori ha fatto partorire due gemelli ad una "imprenditrice inglese miliardaria di 59 anni", ed ha fatto sì che una ragazza siciliana, Manuela, portasse “in grembo l’embrione frutto degli ovociti della madre e degli spermatozoi del patrigno” (p.85). E' successo anche il contrario: una mamma napoletana, Regina Bianchi, "aveva accettato di portare la gravidanza al posto della figlia", ma aveva perso il bambino. In più occasioni, in questi anni di sperimentazione selvaggia, venivano concepiti con Fiv, non unici, ma in serie, quasi prodotti artificiali, spesso per l’impianto di troppi embrioni, 5, 6, addirittura 8 gemelli: con conseguenze gravi sulle mamme, con uteri che arrivavano a pesare 16 chili, mentre i bimbi in gran parte morivano, o nascevano prematuri, sottopeso, con gravi menomazioni fisiche e mentali (otto gemelli: a Napoli nel 1979, a Palermo nel 1989, a Trapani nel 2000…). Perché tanti gemelli? Anche perché non vi era alcun limite rispetto agli embrioni da impiantare. Sempre la Valentini ci racconta il caso di una donna di Reggio Emilia a cui vennero impiantati dal professor La Sala ben dieci embrioni. Ne nacquero "quattro minuscole creature, che pesavano meno di otto etti". Due morirono quasi subito, gli altri erano fragilissimi, e ci vollero "sei mesi di incubatrice e di cure intensive" per salvarli(p.105).
Il problema dei troppi embrioni che i medici impiantavano, per maggior "efficienza", viene affrontato dalla Valentini anche a pagina 140 e 141, con una malizia che è stata spesso utilizzata in questi mesi da parte del fronte referendario. Si legge infatti a pagina 140 che una donna di 38 anni, dopo l'entrata in vigore della legge 40, è rimasta incinta di ben tre gemelli "a causa dell'obbligo di impiantare comunque tre embrioni": la colpa sarebbe dunque della legge, che impone l'impianto di troppi embrioni (ma prima non se ne impiantavano anche dieci?). A pagina 141 si parla invece di un'altra donna, le cui speranze di avere un figlio sarebbero pochissime causa l' "obbligo di impiantare massimo tre embrioni": la colpa sarebbe dunque ancora della legge, questa volta perché permette l'impianto di troppo pochi embrioni! La verità è che la Legge 40 prescrive di impiantare un numero di embrioni "comunque non superiore a tre", e quindi anche inferiore, anche perché non si verifichino più casi come quelli degli otto gemelli citati.
Un altro fenomeno orribile di cui la Valentini dà conto è quello degli uteri in affitto. La Fiv senza regole infatti crea una sorta di nuovo lavoro: affittare il proprio utero per realizzare il desiderio di maternità di una coppia. In tutta Europa e in America nascono agenzie specializzate. Fabrizio Del Noce, nel suo "Non uccidere" (Mondadori), racconta che nel 1995 in Usa un utero in affitto veniva a costare circa 41.000 dollari; 16.000 all’agenzia, 10.000 alla prestatrice d’utero, 15.000 per le spese mediche e l’assistenza legale. Perché l’assistenza legale? Perché l’utero in affitto porta con sé dei gravi problemi. Ne parla la Valentini da pagina 86 a pagina 94. Succede, per esempio, che la gestante si affezioni al bambino portato in grembo, e che alla fine decida di non “consegnarlo”; o che faccia pesare la sua presenza anche dopo il parto, ritagliandosi a forza uno spazio nell’affetto del bimbo e nella famiglia. Oppure approfitta per alzare il prezzo, man mano che l’ora del parto si avvicina. Si registrano anche casi di gestanti che decidono in corso d’opera che non ne vale la pena, e abortiscono; che sono malate di aids, e contagiano il nascituro; che gestiscono la gravidanza senza alcuna precauzione, danneggiando il futuro neonato. Succede, ancora, che la coppia committente, nell’arco dei nove mesi, si separa, e nessuno allora vuole più il bambino; o che alla fine del parto nessuno riconosce il neonato come suo. In Italia c’è un caso divenuto celebre: quello di un ricco pasticcere di Seregno, che affitta l’utero di una donna algerina. Costei ne approfitta e alza di continuo il prezzo: chiede 40 milioni, poi una paninoteca in gestione, poi una macchina sportiva. Alla fine il pasticcere si secca e la allontana. Ma la moglie, disperata per tutta questa vicenda, si spara in testa: non muore, ma rimane cieca. Quando il bambino nasce, e visto che in Italia il figlio è (e continua a essere) di chi lo partorisce, riconoscono, accanto alla madre algerina, la paternità del pasticcere, ma permettono a sua moglie di adottare il bambino, se colei che ha partorito è d’accordo.
In vari punti la Valentini parla della fecondazione eterologa, dichiarandosi ovviamente a favore. Ciò non le impedisce di raccontare che in molti paesi in cui l'eterologa è permessa vi sono dei registri col nome dei "donatori", affinchè il futuro bambino o bambina possa un giorno conoscere la sua origine genetica, per evitargli gravi danni psicologici. I genitori che non dicono subito ai figli che sono stati generati con gameti altrui, sostiene la Valentini , "danneggiano i figli", come dimostrano quattro casi da lei riportati: Heidi, nata da donatore, "ha gravi problemi psichici"; Peter racconta di aver finalmente capito perché il padre lo aveva sempre rifiutato solo dopo essere venuto a conoscenza del fatto che non era suo padre genetico; Robert, venuto a sapere per caso di essere nato da donatore, afferma: "E' come essere stato investito da un treno"; Susannh, invece, spiega: "appena sarò più grande cercherò di sapere chi è l'uomo che ha dato alla mamma il seme che mi ha fatto nascere. E' duro crescere senza sapere niente di metà del proprio patrimonio genetico". In Australia, scrive ancora la Valentini , in un "documentario andato in onda nel 2000 viene seguito passo dopo passo il viaggio di una ragazza di 17 anni alla ricerca del donatore che le aveva dato la vita" (p.168.169). Non si capisce, dopo questi esempi, dove stia la positività dell'eterologa (anche l'ovodonazione tra parenti viene definita "un disastro" a p.77).
Tanto più che essa richiede la crioconservazione (con il conseguente degrado biologico) e l'esistenza di banche del seme e degli embrioni: ne nascono alcune in questi anni di far west in Italia, tra cui quella di Roma, fondata da Emanuele Lauricella. Esse effettuano di solito la vendita di sperma e ovociti per corrispondenza, senza alcun controllo sanitario. C'è addirittura "un vero e proprio mercato di ovociti rubati e anche molti embrioni cambiavano proprietario" (p.102). Abbondano i "donatori", come li chiamano con un eufemismo i medici che fanno la Fiv (espertissimi nella neolingua orwelliana): si tratta di uomini e donne che vendono il seme o gli ovuli, di continuo, anche una volta al mese, spargendo a destra e a manca figli, che magari un giorno potrebbero anche incontrarsi senza saperlo. La Valentini nel suo libro ne intervista due, un maschio e una femmina: l’uomo è un tipo “colto, di sinistra”, che vende il suo seme per 100.000 lire una volta al mese, affermando di provare un “generico senso di potenza”. La donna è un’aspirante attrice, che mette insieme qualche soldo “donando” (ma in realtà vendendo) ovuli (pratica comunque pericolosa per la sua salute): anche lei provava, scrive la Valentini , “una specie di sensazione di potenza” all’idea di quanti bambini aveva fatto nascere nel suo quartiere.
La cosa incredibile è che alla fine gli autori di queste nefandezze, intendo soprattutto i medici, non hanno mai pagato. Sempre la Valentini sostiene che delle cinquanta donne da lei intervistate “quasi la metà ha riferito di episodi di malasanità in genere”: molestie sessuali, impianto di embrioni altrui, eterologhe fatte senza permesso della coppia, stimolazioni ovariche eccessive, impianto di troppi embrioni, dosaggio sbagliato dei farmaci, aborti procurati per errori medici (p.101-102-103)… Eppure quasi nessuna coppia si arrischiava a denunciare i medici responsabili. Anche se lo avesse fatto, in assenza di legge, non sarebbe successo nulla. E’ emblematico a riguardo il caso del dottor Giovanni Mencaglia (p.108): costui “si era inventato la vendita dello sperma per corrispondenza”. Nei suoi affari aveva venduto a vari centri di fecondazione artificiale un migliaio di dosi di seme di un solo donatore, affetto per di più da epatite C. Scoperto dalla polizia nel 1997, indagato per tentata epidemia, non aveva subito alcuna conseguenza ed era potuto tornare tranquillamente ai suoi esperimenti di fecondazione artificiale.
L'ultimo aneddoto istruttivo che citerò è quello di Brigitte Fanny Cohen, specialista di medicina del canale tv France 2, sottopostasi inutilmente a iperstimolazione ovarica per avere un figlio con Fiv. La Valentini racconta che durante una conferenza stampa la Cohen spinge un medico ad ammettere il rischio tumore connesso a tale pratica. Poi gli chiede: "Perché non avvertite le pazienti?". E il medico: "Se lo dicessimo nessuna farebbe più la fecondazione artificiale" (p.95).
Infine, riguardo a tutta la problematica sulla sanità o meno dei bimbi nati da Fiv, la Valentini non ritiene opportuno parlare. Sfaterebbe il mito scientista, così ben costruito dalla stampa, a dispetto della realtà. Con la leggerezza di un uccello in volo si limita a scrivere, a pagina 160, che i trigemini, l'8% dei nati da Fiv, corrono vari rischi di "disagi fisici o mentali". Inoltre "si può ipotizzare che alcune tecniche danneggino la buona salute e la crescita regolare del bambino". Riguardo all'Icsi, conclude, "alcuni studiosi parlavano di lievi ritardi mentali nel primo anno di vita. Altri sostenevano che poteva provocare anomalie dei cromosomi sessuali"… ma non paiono problemi degni di approfondimento!
In conclusione, dopo aver letto il libro della Valentini, non è ben chiaro perché, per sentirsi buoni e amici della scienza, occorra essere intransigenti avversari di una legge che vieta le mamme- nonne, gli uteri in affitto, le banche del seme, l'impianto di troppi embrioni, e che istituisce per la prima volta in Italia un registro nazionale dei centri di Fiv e l'obbligo del consenso informato alle coppie. Consenso che spieghi le spese cui si va incontro, i rischi della iperstimolazione ovarica e quelli per la salute degli eventuali nascituri. Del resto è la stessa giornalista a dire, ad un certo punto, che il danno più grave non è quello fatto alle coppie sterili ma quello agli operatori del settore: "La categoria che forse più esce con le ossa rotte dalle nuove norme sono i medici della fecondazione assistita" (p.135). E questo può dispiacere a lei, che a fine libro ringrazia soprattutto loro, uno per uno, da Flamigni a Gianaroli a La Sala , ma non certo a chi crede che anche la scienza, come tutto, sia vincolata alla verità, alla giustizia e al bene delle persone.
Aveva ragione il già citato Frossard, allorché proponeva Ponzio Pilato come patrono di quegli scienziati che si ritengono al di là del bene e del male, che non si pongono il problema riguardo alla bontà o meno di ciò che fanno: “Non ho sentito dire – concludeva – che gli alchimisti di Los Alamos abbiano perso il sonno dopo Hiroshima e Nagasaki. E’ stato un aviatore ad entrare nei trappisti dopo aver sganciato la bomba; quelli che gliela avevano fornita non l’hanno neppure accompagnato fino alla porta del convento”.
Bisognerebbe sempre ricordarsi che sono esistiti gli psichiatri alla Lewis Yealland, che nella I guerra mondiale sperimentavano le scosse elettriche e le molle arroventate sui soldati in preda a crisi nervose; che è esistito il dottor Mengele, con la sua accolita di dottori nazionalsocialisti; che il neurochirurgo Egas Moniz vinse il premio Nobel nel 1949 per aver inventato la lobotomia, cioè perché tagliava i lombi frontali del cervello dei malati psichici trasformandoli in zombie. Bisognerebbe ricordare che in questi nostri anni il dottor Kevorkian si fa paladino dell'eutanasia per poi espiantare gli organi dei suoi assistiti; che centinaia di bambini sono stati rapiti ed espiantati, in Brasile, in Madagascar, nei paesi dell'est, da medici che lucravano sui loro organi… "Mors tua vita mea": è una filosofia troppo diffusa, per non andare coi piedi di piombo di fronte a fenomeni nuovi ed inquietanti come la Fiv.
APERTURA DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA NEL TREVIGIANO
PAESE (TV): INCONTRO-DIBATTITO
Si è svolto venerdì 22 aprile a Paese (Tv), nella sala consiliare, l'incontro-dibattito sui quattro referendum riguardanti la legge della procreazione medicalmente assistita. E' stata la prima iniziativa svolta ed organizzata dal comitato di coordinamento unitario per il sostegno ai referendum, recentemente costituitosi a Treviso.
Il comitato, così è stato spiegato nella presentazione dell'iniziativa, è composto da cittadini ed associazioni di varie ispirazioni politiche, da quella "liberale" a quella "socialista" e a quella "democratica". Il minimo comun denominatore che lega quei cittadini è la consapevolezza che la battaglia abrogazionista non è il frutto di uno scontro tra scienza "laica" ed etica "cattolica", ma è il confronto civile tra due etiche che attraversano sia l'atteggiamento laico che quello cattolico. E la posizione degli abrogazionisti è dettata più dall'etica della responsabilità, che dall'etica della convinzione. Perciò l'abrogazione risponde all'esigenza che può essere riassunta nella frase "meglio sani per scelta che malati per caso", come afferma il prof. Boncinelli in un bel libretto distribuito assieme al "Corriere della Sera".
Relatori della serata sono stati la dott.ssa Emilia De Biasi, dirigente dei Democratici di Sinistra, e il ginecologo dott. Silvio Tessari.
Visto il silenzio che circonda l'argomento, vuoi anche per la recente concomitanza di avvenimenti che hanno sollecitato l'attenzione dell'opinione pubblica (elezioni politiche regionali, decesso ed elezione di un nuovo Papa, la crisi di governo) la presenza del pubblico non è stata né scarsa né disattenta. Anzi la sala consiliare poteva dirsi quasi piena e non sono mancati gli interventi antiabrogazionisti. Tra questi è da segnalare l'intervento di un medico che però ha dichiarato di volersi recare comunque alle urne per votare no, il che ha riscosso l'apprezzamento degli abrogazionisti.
In fondo la battaglia del 12 e 13 giugno ha un duplice obiettivo: abrogare alcune parti della legge 40 del 2004, per renderla meno punitiva, e rivitalizzare lo strumento referendario, visto il mancato raggiungimento del quorum nelle ultime occasioni. Quindi andare a votare al referendum significa contribuire a rendere efficiente lo strumento di democrazia diretta, immaginato dai padri costituenti, come contrappeso alla democrazia rappresentativa.
Per la cronaca gli onori di casa sono stati fatti da Pia Colleoni dei Democratici di Sinistra e Beppi Lamedica di Veneto liberale, entrambi del comitato di coordinamento trevigiano il che prova la trasversalità del sodalizio. (bl)
RAI-MEDIASET, AGGUATO AL QUORUM
REFERENDUM, L’ALLARME DEI SONDAGGISTI: ATTENTI ALL’EFFETTO BLACK OUT INFORMAZIONE
Da L’UNITA’ 6/05/05
ROMA - Il quorum. Tutto ruota intorno al raggiungimento del quorum: se si supera il 50% più uno degli aventi diritto al voto è fatta. La legge 40 deve essere abrogata. Lo sa bene la Chiesa, il Comitato Scienza e Vita, una larga fetta della politica. Sono in tanti i sostenitori «del terzo polo»: gli astensionisti. Il loro scopo (per questo hanno mobilitato milioni di euro)è non mandare la gente alle urne. Al mare, in vacanza, soli in casa, ma a votare no. Secondo Giuseppe Giulietti, ds della commissione bicamerale di sorveglianza sui servizi radiotelevisivi, ne «farebbero parte» anche la Rai e Mediaset, non dedicando spazi sufficienti ai referendum. Anche questa è campagna referendaria.
Lo dice anche il tesoriere del Comitato Pro-referendum, Lanfranco Turci, dopo aver appreso il risultato di un sondaggio che sarà pubblicato oggi su Panorama. Il succo: quorum fortemente a rischio e, tra l’altro, il 55% di coloro che andrà a votare non sa granchè in materia di fecondazione assistita. «Il sondaggio preannunciato da Panorama coglie nel segno - dice Turci -. Ma non perché dice che il quorum non si raggiunge. A questo io non credo. Al contrario, continuo a pensare che il referendum possa farcela. Il sondaggio dice il vero, invece, quando sottolinea che sul voto e sui temi legati alla procreazione assistita manca l'informazione. Rai e Mediaset si stanno comportando in questo senso in modo inaccettabile».
Nel frattempo il Comitato e i Radicali hanno scritto anche una lettera al premier definendo «risibili» le finestre di informazione dedicate al tema dalle sue reti: sette ore su 2880 totali di programmazione. Un incontro è stato chiesto anche al direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo, affinché non ci si limiti alle tribune referendarie. Il «rischio» degli italiani all’estero. È chiaro che, a cinque settimane dall’appuntamento con le urne, i due fronti opposti stanno mettendo in campo tutti i rispettivi mezzi. Anche gli italiani all’estero sono tirati per la giacca. Il ministro Giuseppe Pisanu ha annunciato che li conterà ai fini del quorum. Il fronte del sì è preoccupato dall’aggiornamento delle liste elettorali: in passato risultavano ancora inseriti anche quelli morti ormai da anni. Il ministro assicura che stavolta non sarà così. «Moltissimi sanno poco».
Tutto ruota, dunque, attorno al quorum. Secondo Roberto Weber, presidente dell’istituto di ricerche Swg «è a rischio. È un referendum difficile, perché cade in una situazione particolare e non può contare su uno schieramento politico allargato, strutturato. Il secondo dato problematico è rappresentato dalla complessità dei quesiti che sono molto tecnici, mentre il terzo è la carenza di informazione: moltissimi sanno poco». I numeri analizzati da Swg rivelano che uno dei problemi maggiori è la carenza di informazione. «Se l’informazione resta molto castigata, molto politicizzata, è difficile sforare il 50% anche se il Comitato della campagna dei sì ha fatto un buon lavoro dal punto di vista della comunicazione. Certo è che la spaccatura su questo tema non è di tipo religioso: i cattolici sono spalmati sia sul fronte del sì sia sul fronte dell’astensione, perché il problema del no non si pone neanche».
La Babele dei numeri. Renato Mannheiemer, direttore scientifico dell’Ispo, per ora lavora ma tace. Un altro istituto, l’Unicab, racconta: il 32,7% degli italiani non sa che il 12 ed il 13 giugno prossimi si terrà il referendum sulla fecondazione assistita, il 18,5% non sa in cosa consiste, mentre il 62,2% non condivide la fecondazione eterologa. Quorum a rischio anche secondo «Simulation Intelligence Simera», che ha «sondato» gli italiani per Panorama. 800 interviste con un campione stratificato per età, sesso e residenza geografica: il 77,8% degli italiani sa della consultazione popolare e il 71% pensa di andare a votare ma il 55% sottolinea di non essere in grado di esprimere un voto perché ignora la materia sulla quale è chiamata ad esprimersi.
Nicola Piepoli, delll’omonimo istituto di ricerca conferma: «I nostri sondaggi, uno al mese negli ultimi tre mesi, ci dicono che il quorum è a rischio. Gli indicatori su cui si basano le nostre indagini, che ci hanno sempre dato una certezza probabile della previsione, non lasciano, almeno adesso, pensare a grandi margini di successo del quorum». Anche Piepoli suggerisce: «Più informazione». La mobilitazione. E in questo clima di grande battaglia martedì è in programma una giornata-evento nella Sala delle Colonne a Roma, per dare il via ufficiale alla campagna referendaria per andare a votare «quattro Sì».
Ci saranno parlamentari di destra, centro e sinistra (nella maggioranza già si registrano molti mal di pancia per la partecipazione di Antonio Del Pennino, Chiara Moroni e niente di meno che la ministra Stefania Prestigiacomo), attrici (grande attesa per la partecipazione di Sabrina Ferilli testimonial della campagna che ha già esordito sulle pagine di un settimanale con una intervista sul tema), attori, scrittori, uomini e donne di cultura. Sull’altro fronte «il no» ha fatto sapere di volersi compattare con gli astensionisti.
INVITO AGLI AMICI LIBERALI
Referendum: calendario delle iniziative nel trevigiano ed adesioni al comitato
calendario iniziative
12-mag Castelfranco Veneto
G. Meneghetti
A. Corradin
12-mag Treviso
C. Valentini
L. Gianaroli
S. Canestrari
16-mag Oderzo
Katia Zanotti
17-mag Povegliano
S. Tessari
17-mag Treviso
E. Candiotto
G. Candiani
E. Vian
18-mag Nervesa
S. Tessari
19-mag Trevignano
S. Tessari
20-mag Treviso
Trupia
20-mag Conegliano
Bimbi
D.Turchetto
21-mag Liceo scientifico Valdobbiadene
M.Zabotti (NO)
V.Zagolin
A.Fede
24-mag S. Biagio
S. Tessari
25-mag San Zenone degli Ezzelini
Dott.sa De Lazzari (NO)
27-mag Vittorio Veneto
G.Tessari
28-mag Montebelluna
Maura Cossutta
Castelfranco Ogni sabato e domenica banchetti in piazza Giorgione
Associazioni aderenti:
Circolo unitario di Castelfranco
CGIL Treviso
Oggiperdomani
Veneto Liberale
Associazione Veneto Radicale
Tavolo Provinciale delle donne del centrosinistra
Sinistra Giovanile Treviso
Sinistra Ecologista "Laura Conti" Treviso
DS Federazione di Treviso
Associazione Luca Coscioni
Comunisti Italiani Federazione di Treviso
Rifondazione Comunista provincia di Treviso
Comitato per il si di Conegliano
Comitato di Mogliano
Telefono Rosa di Treviso
Arci Treviso