per evitare un disastro militare, gli USA, anche in vista delle prossime guerre nello scacchiere MO, trattano con la resistenza irakena.![]()
Gli incontri, segreti, hanno luogo in un edificio di Baghdad nella Zona Verde, sotto pesante controllo Usa. Da una parte del tavolo ci sono alti ufficiali americani. Dall’altro, i rappresentanti di quelli che gli americani chiamano “terroristi”, “ultime raffiche del Baath”, “guerriglieri islamici venuti dall’estero” (1). In realtà, sono i capi politico-militari della resistenza sunnita all’occupazione. Gente lucida e determinata. L’inviato di Time Magazine ha parlato con uno di loro, che si è presentato col nome di battaglia Abu Marwan ed è quasi certamente un generale dell’esercito di Saddam. “Combattere e negoziare è il nostro scopo”, ha detto (2). Aggiungendo che la loro strategia è modellata su quella del Sinn Fein, braccio politico dell’IRA in Irlanda: il che significa che puntano ad un comitato politico unificato che parli con una sola voce all’invasore. A quanto risulta, i capi della resistenza hanno chiesto agli americani un dettagliato calendario per il ritiro degli Usa, prima dalle città irachene e poi dal Paese, e la sostituzione delle truppe occupanti con una forza dell’Onu. In cambio, hanno fatto balenare il loro assenso per eventuali basi Usa in Irak, come quelle che sono in Germania e Giappone. “Gli invasori possono diventare ospiti”, ha detto un altro dei capi, “Abu Muhammed”.
Ufficiosamente, gli americani dicono di aver accettato di parlare per tentare di divider i “nazionalisti” dai “fanatici islamisti”. La realtà è che la guerriglia ha inflitto all’occupante 1479 morti ufficiali (ma pare almeno 6 mila, perché i soldati americani che muoiono negli ospedali militari tedeschi, in cui vengono ricoverati i feriti gravissimi, non vengono “contati”) e sta assestando colpi sempre più precisi e decisivi.
Nelle ultime settimane la guerriglia sta concentrando le sue azioni per interrompere il flusso di greggio, benzina, acqua ed elettricità alla capitale Baghdad. Lo fa “con un livello di coordinamento e sofisticazione mai visto prima” (3), ammettono gli ufficiali Usa. Di fatto, è un assedio in piena regola alla capitale, che gli insorti considerano ormai in mano al governo collaborazionista, condotto con estrema lucidità politica e grande perizia tattica. Gli attaccanti dimostrano una perfetta conoscenza della rete delle infrastrutture che alimentano Baghdad, com’è ovvio essendo probabilmente i tecnici che hanno fatto funzionare il Paese sotto Saddam. Al contrario di “Al-Zarkawi” (il cui vero nome è molto probabilmente Al-Mossad), non compiono attentati suicidi e massacri, ma colpiscono con precisione geometrica i nodi infrastrutturali, con il massimo di economia di uomini e mezzi. Di recente hanno attaccato l’apparato dell’acquedotto che fornisce di acqua potabile il 70 per cento di Baghdad. E l’hanno fatto con una carica di esplosivo sul nodo che, una volta distrutto, ha provocato il calo di pressione dell’intera rete idrica. Lo stesso fanno con i nodi che portano il petrolio alla raffineria che fornisce i carburanti per la città. Lo scopo strategico è mostrare che il nuovo governo, uscito dalle elezioni, non riesce a garantire la vita quotidiana dei cittadini.
A questo punto i comandi Usa, nonostante la propaganda ottimistica del Pentagono e della Casa Bianca, hanno perso la speranza di un’affermazione militare sul campo. I guerriglieri – e i loro comandanti – sono migliori dei loro colonnelli e generali. Apparentemente la resistenza irachena è “regionalizzata e altamente frammentata”, ma questo è un vantaggio nella guerra irregolare, perché non esiste una struttura di comando che possa essere infiltrata e distrutta. Così i militari Usa, cautamente, trattano. E, come emerge, non sono loro, ma i loro avversari a dettare condizioni.
In questa situazione, va notata la differente strategia di “Al-Zarkawi” e dei suoi “fanatici islamisti” di Al-Mossad. Sempre più attivi in attentati suicidi di massa, eccidi e rapimenti di gente locale, diretti contro gli sciiti, allo scopo di scatenare il caos e la guerra civile “religiosa” che renderebbe necessario lo smembramento dell’Irak in staterelli etnici, come desidera Israele. “Al Zarkawi” Al-Mossad ha già minacciato i capi della resistenza vera di atroci ritorsioni, se trattano con gli americani. Naturalmente “Al Zarkawi” è contro la trattativa, proprio come Hamas (Al-Mossad) ha sabotato ogni negoziato di Arafat con Israele. In Irak esistono due guerriglie, ben distinte.
di Maurizio Blondet
Note
1)Patrick Cockburn, “Americans and rebels begin talks on timetable for withdrawal”, Independent, 22 febbraio 2005.
2)Michael Ware, “Talking with the enemy”, Time Magazine, 28 febbraio 2005.
3)James Glanz, “Insurgents wage precise attacks on Baghdad fuel”, New York Times, 21 febbraio 2005.


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