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    No alla "nuova religione della salute", che nega il diritto alla vita.

    VATICANO

    No alla “nuova religione della salute”, che nega il diritto alla vita

    La Pontificia accademia delle scienze vuole evidenziare il contrasto tra la difesa del rispetto assoluto della persona e l’idea che il diritto alla “qualità della vita” giustifica anche aborto, soppressione di feti ed eutanasia.




    Città del Vaticano (AsiaNews) - La “salute”, ormai intesa come “completo benessere di natura fisica, psichica e sociale” sta diventando una nuova “religione”, che soppianta e a volte sovverte il rispetto dovuto ad ogni essere umano, affermato dal cristianesimo. Figlia dell’edonismo consumista la concezione di salute, insieme a quella di “qualità della vita”, sta pian piano spingendo ad affermare che chi ne è carente, anziché essere motivo di impegno per la società, va rifiutato, o addirittura eliminato. Ed in nome del “diritto alla salute” chi rischia di nascere malato, viene ucciso.

    L’analisi di questo contrasto tra le diverse concezioni di salute e la ricerca dei modi di correggere la visione edonistica di salute sono gli argomenti sui quali vuole riflettere la Pontificia accademia per la vita nella sua XI assemblea dal tema “Qualità della vita ed etica della salute” (21-23 febbraio 2005).

    Mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontifica accademia, nel presentare oggi il prossimo incontro ha parlato di tre fattori che hanno portato a modificare il significato della “salute”: l’emergere di una filosofia utilitarista ed edonista; il secolarismo etico e l’indifferentismo, che stanno dominando la cultura soprattutto in Occidente e negli organismi internazionali; la disponibilità vera o presunta del benessere economico-sociale considerato il fine ultimo della politica.

    “La società - ha spiegato lo psichiatra Manfred Lutz, membro dell’Accademia – si aspetta quantitativamente la vita eterna dalla medicina e qualitativamente l’eterna felicità dalla psicoterapia. Impercettibilmente, ma con grandi conseguenze, tutte le convenzioni religiose sono approdate al sistema sanitario. Non abbiamo più solo medici come semidei, ma abbiamo luoghi di pellegrinaggio, eresie, movimenti “ascetici” dietisti, riti, campagne missionarie per la salute sovvenzionate dallo Stato”.

    La salute, il bene, come quasi tutto nella nostra è visto come un prodotto che può essere fabbricato. “Molto gravi sono però – a suo avviso - le conseguenze etiche di questo nuovo movimento quasi religioso e internazionale. Se la salute rappresenta il massimo valore, allora l’uomo sano è anche il vero uomo. E chi non è sano, e soprattutto, chi non può ritornare sano, allora diventa tacitamente un uomo di seconda o terza classe”. In tal modo siamo arrivati al nocciolo dei dibattiti bioetici degli ultimi anni. “È vero che la dominante religione della salute ha prodotto un enorme incremento dell’attenzione pubblica sui metodi di guarigione, ma il messaggio indiretto di tale avido interesse per la guarigione medica è che l’inguaribile, il malato cronico, il portatore di handicap, vengono spinti nell’ombra, per loro c’è posto solo ai margini della società salutista. Viene detto poco e viene diffusa l’opinione, generalmente in modo molto sottile, che lo stesso individuo “certamente non vuole vivere così” e che pertanto a queste persone si deve riconoscere il “diritto ad una buona morte”, l’eutanasia”. E sulla stessa base concettuale trovano spazio pratiche come l’aborto, che sempre più tende a diventare eugenismo.

    “Compito della riflessione proposta dall’Accademia - ha spiegato mons. Sgreccia - sarà, allora, quello di contribuire a un’opera di chiarificazione concettuale, individuando quali siano i significati compatibili e congrui con la dignità e il diritto alla vita di ogni essere umano e quali, al contrario, si dimostrino incompatibili con tali valori”. (FP)

    Asianews.it

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    MONS. SGRECCIA, NO A "RELIGIONE DELLA SALUTE", SÌ A QUALITÀ DELLA VITA "COMPATIBILE" CON LA DIGNITÀ DELL’UOMO



    Di fronte ai "dati di malessere e di infelicità" che derivano dalle cosiddette "malattie del benessere" e alla nuova "religione della salute" che si va diffondendo nel mondo, è urgente promuovere una concezione di "qualità della vita compatibile con la dignità e il diritto alla vita di ogni essere umano". Lo ha detto mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia della vita, presentando oggi alla stampa l’Assemblea generale del dicastero, che si terrà in Vaticano dal 21 al 23 febbraio sul tema "Qualità della vita ed etica della salute". Se non esiste "un accettabile livello di qualità di vita, la vita stessa perde di valore e non merita di essere vissuta": Sgreccia ha riassunto in questi termini la concezione oggi dominante, in cui "si assolutizza la qualità e si relativizza la sacralità" della vita. In una prospettiva del genere, ha ammonito il relatore, "il concetto di qualità di vita finisce per implicare anche le questioni dell’eutanasia e di eugenismo": di qui la necessità, per la Chiesa, di "contribuire ad un’opera di chiarificazione concettuale, individuando quali siano i significati compatibili e congrui con la dignità e il diritto alla cura di ogni essere umano e quali, al contrario, si dimostrino incompatibili con tali valori". No, quindi, ad un "benessere" inteso solo in senso "edonistico", in nome del quale per Sgreccia "è stato legalizzato l’aborto a motivo della salute della donna" e si propongono "campagne di sterilizzazione, di diffusione della contraccezione di emergenza allo scopo, si dice, di tutelare la salute, ma di fatto attraverso la soppressione e la negazione di un bene più grande che è la vita del figlio".

    Il cristianesimo oggi deve "poter suggerire una visione correttiva e un orizzonte diverso di speranza – ha concluso Sgreccia illustrando ai giornalisti l’assemblea generale della Pontificia Accademia della vita – specialmente di fronte ai dati di malessere e di infelicità che si constatano in relazione alla diffusione delle cosiddette ‘malattie del benessere’, al crollo antieconomico della natalità in termini demografici proprio a carico dell’Occidente e in termini di miseria del Terzo mondo". L’"atmosfera dominante" nelle società occidentali, ha fatto notare Manfred Lutz, membro della Pontificia Accademia della vita, è quella di una "religione della salute" in cui "non Dio, ma la salute individuale, assurge ad indiscusso bene massimo", e "si aspetta quantitativamente la vita eterna dalla medicina e qualitativamente l’eterna felicità dalla psicoterapia". "Se la salute rappresenta il massimo valore, allora l’uomo sano è anche il vero uomo. E chi non è sano, e soprattutto, chi non può diventare sano, diventa tacitamente un uomo di seconda o terza classe", ha ammonito il relatore sintetizzando il "nocciolo dei dibattiti bioetici degli ultimi anni", in cui "l’inguaribile, il malato cronico, il portatore di handicap, vengono spinti nell’ombra, visto che per loro c’è posto solo ai margini della società salutista"; senza contare i dibattiti sull’inizio della vita, in cui "non si tratta più di evitare l’handicap, ma di evitare l’handicappato". All’estremo opposto, ha concluso Lutz, si colloca l’esempio di Giovanni Paolo II, che già nella "Salvifici doloris" sosteneva come "proprio nell’handicap, nella malattia, nel dolore, nella vecchiaia, nel morire e nella morte si può percepire la verità della vita in modo più chiaro": un messaggio, questo, che il Papa "sta incarnando oggi con grande intensità", rappresentando lui stesso in prima persona "l’alternativa, vissuta, alla dominante follia salutista".


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