Maometto? Ha abolito il sacro
GIANNI BAGET BOZZO*
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Ma la sciagura maggiore per la Cristianità doveva venire dalla penisola arabica, già parzialmente evangelizzata con il nascere di una religione, l’Islam, che era ad un tempo una mimesi e una contraffazione del Cristianesimo.
Mentre il Cristianesimo si era affermato nell’impero romano con la predicazione ed il martirio, e si era instaurato con la predicazione ed il martirio nei popoli germanici e slavi, l’Islam nasceva sulla base del principio della forza, che imponeva violentemente il suo universo religioso ai popoli soggiogati. Era un fatto nuovo rispetto al mondo delle religioni, che tutte riconoscevano la loro particolarità etnica, il loro radicamento in un popolo.
Mimesi del Cristianesimo, l’Islam non conosceva distinzioni etniche e intendeva includere nella sua sfera religiosa tutti gli uomini e tutti i popoli. Si fondava sul principio della forza e della conquista, ma lo faceva in funzione di una religione universale. Il paganesimo era una religione di forza ma limitata ai riti, il Cristianesimo non era una religione di forza ma chiedeva la conversione del cuore, l’Islam era una religione di forza con pretese universali. Semplificazione radicale del Cristianesimo, l’Islam rinunciava a ciò che aveva avuto di proprio il Cristianesimo sul piano intellettuale, cioè il concetto di dogma, di verità relative al mistero divino in se stesso, eppure enunciabili in linguaggio umano.
Dio era espresso interamente dal testo coranico, considerato nella sua letteralità dettatura divina e quindi non suscettibile di interpretazioni, di esegesi e di commento. Chiedeva semplicemente obbedienza e offriva in cambio la sicurezza di essere interamente dominati da Dio, che determinava completamente la vita del musulmano.
L’Islam era l’abolizione del sacro, cioè di una sfera cultuale di rapporto tra Dio e l’uomo, che anche il Cristianesimo aveva conservato nel sacramento e nella liturgia. Dava l’impressione che la soggezione a Dio, espressa nella fedeltà ai semplici precetti pratici della confessione musulmana, ponesse l’uomo, nella sua vita comune, in rapporto con il divino senza mediazioni di dottrina o di culto. La vita umana era lasciata come interamente «secolare» ed assunta in quanto tale nella vita religiosa. Un asse unico univa il momento e l’eterno, passato e futuro non avevano rilevanza, il Corano non era espressione del tempo ma un evento dell’eternità.
La vita secolare non era trasformata, era assunta senza cambiamenti nell’ordine universale stabilito dal Corano.
Ciò non toglie il paradosso che il Corano portasse in sé i segni del tempo in cui era stato scritto e codificasse i costumi morali, sessuali, politici dell’Arabia del VII secolo. Quel presente era eternizzato per essere as-sunto nella lettera coranica, diveniva un presente unico, un presente metatemporale, il presente dell’eterno.
Proprio per non chiedere una riforma interiore dei costumi, l’Islam poté applicare il principio pagano della forza in funzione di una motivazione universale. I costumi arabi, nel VII secolo, conoscevano la razzia co-me forma di vita e ciò divenne proprio del costume musulmano. Incorporando il principio di forza alla religione universale, essi le diedero un’ampiezza non vista prima. Non erano i popoli che volevano soggiogare, era la religione islamica che volevano imporre. La conquista islamica fu la prima ed unica conquista in cui il principio di forza fosse annesso interamente e universalmente alla religione che si voleva importare.
Fu, questa dell’Islam, la più dura sciagura accaduta al Cristianesimo nella sua lunga storia, la sfida più decisiva perché fondata sulla mimesi del Cristianesimo e sulla prassi del paganesimo: l’unione del principio etnico di forza (il principio pagano) all’universalità di una religione che nasceva da una sovversione dell’interiorità cristiana e della sua libertà.
* da “Verità dimenticate”, Àncora Editrice, cap. IX




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