dal quotidiano LIBERO di oggi 19 febbraio 2005:
" «I girotondini anti-Silvio sono barbari e primitivi»
di FAUSTO CARIOTI
INTERVISTA A MUGHINI
ROMA - Giampiero Mughini siede su una poltrona del 1905, firmata da Josef Hoffman, scuola artistica della Secessione viennese. Gli altri oggetti che lo circondano non valgono meno. Mobili disegnati da Ettore Sottsass e Paolo Deganello, fogli firmati da Sergio Tofano. Al piano di sopra c'è il ritratto di Mao siglato da Andy Warhol. In questa casa-museo, che un po' per scherzo un po' sul serio ha ribattezzato "Muggenheim", lui si muove con l'eleganza di un gatto di razza. «Qui», spiega, «siamo in una zona della mia anima, dove sono le cose a me più care. Qui ci sono gli oggetti che raccontano la storia simbolica e culturale del Novecento negli aspetti che restano validi e importanti, che non sono quelli delle ideologie politiche in cui avevo creduto da ragazzo». Le ideologie hanno contato molto per la sua generazione. « La mia generazione ha mimato la guerra civile del 1943-'45 come in una rappresentazione teatrale. C'era il mito della resistenza rossa. E dall'altra parte c'erano miti altrettanto bestiali. Un dare e ricevere spaventoso ». E lei? «Io non ho mai partecipato un solo minuto a certe follie, non ho mai gridato né pensato che "uccidere un fascista non è un reato"». Che pensava lei dei fascisti? «Pensavo fossero diversi da noi. Nostri nemici, certo. Ma alcuni di noi erano fuori dalla legge del taglione. Purtroppo eravamo in pochi». Achille Lollo ha aperto bocca sulla strage di Primavalle e subito è partito il doloroso revival degli anni Settanta. «Primavalle fu un colpo per tutti noi. Per la prima volta apprendemmo che gente di sinistra aveva fatto una canagliata pazzesca». Capiste subito chi erano state le canaglie? «Io non ebbi trenta secondi di dubbio. E chi volevi che l'avesse fatta? L'estrema sinistra contro il segretario della sezione Msi di Primavalle, ovvio. Una canagliata fatta non per uccidere, ma per minacciare». Una canagliata impunita. «I fatti dicono che c'è stato un crimine, ci sono stati tre fuggiaschi e la legge, a un certo punto, ha agito ingiustamente: la prescrizione ha permesso a tre cialtroni, se non tre delinquenti, di non pagare il prezzo dovuto». L'avvocato Randazzo ha denunciato i mandanti della strage. «Un'iniziativa che disapprovo totalmente. Non ci furono mandanti». No? «Non fu un'azione mandata. Nacque dalle viscere di un movimento dell'estrema sinistra, da un gruppo di esasperati. Esattamente come io credo sia stata l'azione contro il commissario Calabresi ». Senza mandanti. «Io non penso che gli assassini di Calabresi siano stati mandati da qualcuno del gruppo dirigente. Penso sia stato un manipolo che ha ucciso per entusiasmo, delinquenza politica». Faccia capire. Nelle vostre riunioni si etichettava qualcuno come nemico, lo si metteva all'indice sui vostri giornali, manessuno chiedeva di ammazzarlo. Poi, però, qualcuno particolarmente preso dall'argomento, di sua iniziativa, si metteva la P38 in tasca e si presentava sotto casa del malcapitato. È così che andava? «Lei dice "vostri"... Io non ho mai fatto parte una sola ora di nessuna organizzazione simile». Però li ha conosciuti quasi tutti. Moltissimi sono passati da casa sua. «Assolutamente sì: non li ho conosciuti, ma straconosciuti. Posso dire che certamente non c'erano riunioni che terminavano con un mandato, con l'ordine "vai e uccidi". L'esasperazione, la guerra civile era tale che in ogni città e in ogni strada qualcuno poteva ammazzare qualcun altro». I giornali dell'estrema sinistra avevano un ruolo importante nell'additare gli "obiettivi". «Hanno tirato la corda sino all'incredibile, ma non era esattamente come dare un mandato». Adriano Sofri ha paragonato quegli articoli a "gargarismi". « Erano un po' più di gargarismi, però somigliavano ai gargarismi. È stata una stagione di totale irresponsabilità e demenza intellettuale, che ha dato i frutti che ha dato ». Il compagno Mao diceva che la rivoluzione non è un pranzo di gala. «Ma nel caso nostro non c'era nessuna rivoluzione in atto». Non vi credevate rivoluzionari? «Qualche imbecille pensava di sì, di stare facendo chissà quale rivoluzione. Io no». Da rivoluzionari a direttori. L'elenco dei firmatari dell'appello contro il «commissario torturatore» Calabresi è la fotocopia del gotha attuale della cultura e del giornalismo: Umberto Eco, Enzo Siciliano, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Paolo Mieli 3; «Tutti hanno diritto di mutare opinione. Così come ebbero il diritto di cambiarla quelli che erano stati fascisti alla fine degli anni Trenta, come Romano Bilenchi, Fidia Gambetti, gli stessi Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca». Nessun opportunismo, nessuna paraculaggine? «Uno cambia in tre mesi, figuriamoci in trent'anni». Certo non si sono visti molti "mea culpa". «No, direi di no». Anche lei non si è battuto il petto per essere stato direttore responsabile di Lotta Continua. «Ma per carità. Non sono mai entrato nella redazione di Lotta Continua. Ho dato la mia firma come direttore responsabile, e sono felicissimo di averlo fatto, perché la libertà di stampa è fatta dall'esistenza di molti giornali e credevo che quel giornale ci dovesse essere». I suoi ex compagni non sembrano esserle grati. «Sarebbe bello che qualcuno di quelli che oggi mi insultano se lo ricordasse. Ma io li disprezzo al punto da fregarmene». Lei racconta che Oreste Scalzone, Franco Piperno e Toni Negri una volta furono accolti con tutti gli onori dal direttore del Manifesto, Luigi Pintor. «Era il 1971. Erano tre dirigenti di un gruppo dell'estrema sinistra, Potere operaio romano, che nel mio giudizio allora contava quanto il due di coppe». Stupito di vederli in redazione? «Stupito che gente adusata alla politica, come Luigi Pintor, Rossana Rossanda e gli altri, li prendesse sul serio. Potere operaio valeva sì e no cento voti». Le pistole non erano ancora diventate protagoniste del dibattito politico. «No. Le prime sono spuntate tra il 1974 e il '75». Nelle università? «Nei gruppi di estrema sinistra trasversali alle università e alle sezioni di partito». E ai salotti. « Beh, Alberto Franceschini racconta quando entrò in un salotto milanese, si sedette e poggiò la pistola sul tavolino. E le signore presenti, tutte estasiate.. .». Cosa sancì il passaggio dai sassi alle pistole? «Una prima avvisaglia fu l'omicidio Calabresi. Tanto che la stessa Lotta Continua, alla fine del 1972, come organizzazione, si tirò indietro». Non tutti i suoi uomini fecero lo stesso. «No. Quelli che non lo fecero fondarono Prima Linea. Lotta Continua visse tutto il 1972, per usare l'espressione di uno di loro, "sulle soglie dell'abisso". Sono dei buffoni quelli di Lotta Continua, di cui non faccio il nome per pietà intellettuale, i quali oggi dicono che non hanno avuto nulla a che fare con la violenza». Lo ha detto Gad Lerner, ad esempio. «Io non ho pronunciato questo nome». Lei ha fatto di più: lo ha scritto in un libro. «Non l'ho pronunciato». Altri di quella generazione oggi sono protagonisti della politica. Tipo Nanni Moretti. «Nanni allora era un ragazzino. Quando ha scelto la sua strada di artista ha conosciuto un grandissimo successo. Ma pensavo fosse uno che la politica preferiva vederla da dietro. E invece». Stupito di vederlo a piazza Navona? «Sì. E mi ha stupito anche che tutto questo abbia dato vita a un giro (tondo) di gente convinta, semplicemente, che Berlusconi debba andare in carcere». Quelli che lo vogliono in carcere sono i più gentili. «Una cosa barbarica, primitiva, idiota ». Difende Berlusconi? «Beninteso: è una non piccola anomalia che a diventare capo politico sia l'uomo più ricco d'Italia. Però ti devi spiegare perché questo sta avvenendo. Augurarsi che vada in prigione e basta è barbarico» . Lei e Flores d'Arcais, che oggi dirige Micromega, scriveste un libro insieme. «Lui è stato come un fratello. Ora non mi saluta più. Per quanto mi riguarda, non arriverò mai a tali miserie». Quando questo giornale sarà in edicola molti dei suoi compagni di allora saranno in piazza per chiedere la liberazione di Giuliana Sgrena. « Penso che qualsiasi italiano la voglia libera ». Va in piazza anche lei, quindi. «No, io non sono un piazzista. E poi, purtroppo, lavoro sempre, ho poco tempo. Ma la mia commozione per la sorte della nostra connazionale è enorme». Ha visto il video dei rapitori? «Non avrebbe dovuto essere trasmesso. Non si può mandare in onda lo sgozzamento morale di una persona. È un'arma data in mano a quel gruppo di delinquenti». Resistenti, diranno in piazza. « Delinquenti. Non esiste nella storia dell'uomo che si prenda prigioniera una donna e la si riduca in quelle condizioni. Delinquenti. Detto questo, ero contro la guerra in Iraq ». Valentino Parlato è l'unico rimasto del gruppo che fondò il Manifesto, gruppo in cui era anche lei. «Valentino è una persona deliziosa». Deliziosamente, ha detto che alla manifestazione non vuole quelli di centro-destra . «Preferisco non commentare. Mi auguro solo che Giuliana possa essere restituita presto al suo compagno, ai suoi compagni, alla sua famiglia». Quando furono rapiti i quattro body-guard, intellettuali e giornalisti usarono toni ben diversi. « Non rispondo degli imbecilli che hanno usato termini di cui, spero, si vergogneranno per tutta la vita ». Termini che si sono visti anche sul Manifesto. «Certamente. Un giornale che io non leggo da vent'anni ». "
Io non compro IL MANIFESTO almeno dai primissimi anni ottanta.
Da più di vent'anni. E me ne vanto. Mi vergogno di averlo comprato prima, anche se non molto spesso. Non sono mai stato togliattiano, neppure togliattiano estremo.
Saluti liberali




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