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    SENATORE di POL
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    Predefinito I debiti di Prodi, la sinistretta massimalista, l'asse Franco-Tedesco

    dal quotidiano IL GIORNALE di oggi 16 febbraio 2005:

    "


    --------------------------------------------------------------------------------

    I debiti di Prodi

    Alessandro Corneli
    --------------------------------------------------------------------------------

    La sponda estera non è una novità per i politici italiani, ma un conto è farla alla Cavour, per un disegno di grande respiro nazionale, e un conto è farla alla Prodi, per un disegno di parte, tutto volto a screditare il governo dello Stato cui si appartiene. Ma non c'è da meravigliarsi che Romano Prodi sia andato a cercare sostegno a Parigi poiché il Pci, antenato del principale sostegno della sua alleanza, cioè il partito dei Ds, nonostante i tentativi di Piero Fassino di scoprire una più antica comune radice socialista - della quale fecero parte non solo Turati, ma anche Benito Mussolini, e in posizione di prestigio come direttore dell'Avanti!- si appoggiava a Mosca e prendeva soldi dal Pc sovietico.
    Facile l'obiezione: e De Gasperi e Berlusconi negli Stati Uniti? C'è una bella differenza. Il primo era il capo del governo di una nazione vinta che aveva deciso una scelta di campo. Il secondo, che non ha mai nascosto di ispirarsi al modello socioeconomico americano, dopo l’11 settembre non si è limitato a ripetere «siamo tutti americani» (francesi in testa), ma al momento opportuno ha fatto una scelta a fianco dell'America, come tanti altri Paesi. E, quand'era all'opposizione, ha combattuto il centrosinistra in patria, limitandosi ad elogiare i successi della formula Aznar in Spagna.
    Prodi, ricevuto due giorni fa con molto calore da Jacques Chirac all'Eliseo, secondo il particolareggiato resoconto del Corriere della Sera di ieri, è andato a ripetere tutte le sue obiezioni alla politica del governo italiano e avrebbe raccolto dal presidente francese una serie di giudizi negativi sull'Italia che francamente stonano con lo stile diplomatico e con lo stile dell'Eliseo. Anche se, prudentemente, il tutto è stato protetto, nel resoconto giornalistico, dalla formula «a quanto pare» e da verbi al condizionale.
    Ma stiamo ai fatti. Ieri, sul sito ufficiale dell'Eliseo, nella sezione «Agenda del Presidente», c'erano queste due righe: «09h15. Colloquio con Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea». Dal link con l'agenzia di stampa Afp, si poteva legge questo dispaccio: «Jacques Chirac ha ricevuto lunedì mattina l'ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, leader dell'opposizione socialdemocratica in Italia.». Una sfumatura, una notizia corretta, una straordinaria e aggiornata attenzione dell'Afp al ritomo all'uso della parola «socialdemocrazia» in Italia. Ma in quale veste Chirac ha ricevuto Prodi? Come ex presidente della Commissione Ue, stando all'Eliseo. Anche come leader dell'opposizione italiana, secondo l'Afp. E anche secondo Prodi, che ha rovesciato l'ordine dei termini riferendo sull'incontro.
    C'è poi un altro problema che, da formale, diventa sostanziale. Le frasi attribuite a Chirac, e riportate tra virgolette dal Corriere della Sera, sono state realmente dette? Non rientra nelle buone maniere diplomatiche dire che un Paese ha perso posizioni sul piano internazionale e a vantaggio di altri, «come la Spagna, per citarne uno...». Prodi aveva tutto il diritto di dichiararsi in linea con le posizioni della Francia, della Germania e della Spagna (di Zapatero) sull'Irak, e Chirac avrebbe potuto mostrare gradimento e apprezzamento per questo, ma senza lasciarsi andare a quelle affermazioni che ci sembrano poco verosimili dal punto di vista diplomatico.
    Intendiamoci. La Francia - come la Germania - è irritata con l'Italia. Ma Prodi è andato ad illustrare la sua eventuale futura politica estera a Chirac come fa in un comizio. Che cosa avrà realmente pensato il presidente francese di questo candidato-premier che gli offriva in anteprima un pezzo di un programma di governo che ancora non è stato reso pubblico in Italia?
    Noi crediamo che Prodi sia amato a rinnovare un vecchio debito per ottenere, in cambio della promessa di una nuova politica estera dell'Italia totalmente allineata alle scelte dell'asse Parigi-Berlino-Madrid, una certa fonna di solidarietà.
    Il debito è quello che contrasse tra il 1996 e il 1997 quando Francia e Germania erano orientate a escludere l'Italia dalla prima fase della moneta unica perché il deficit di bilancio era al di sopra del 3% e il debito pubblico viaggiava al 120% del Pil. Prodi allora fece anche un tentativo maldestro: convincere la Spagna di Aznar ad allearsi con l'Italia per rinviare l'introduzione dell'euro. Ma Chirac lo mandò all'aria e il 1° ottobre 1996, insieme ad Aznar, accusò l'Italia di «politica economica sleale», con l'intenzione di lasciare il nostro P2aese fuori dalla prima fase della moneta unica. Allora Prodi minacciò che «avrebbe fatto vedere i sorci verdi» ai nostri vicini, alludendo alla possibilità di svalutazioni selvagge per rendere concorrenziali i nostri prodotti.
    Non fu questa minaccia a convincere i nostri partner a cambiare idea. L'Italia fu costretta ad accettare una parità lira-marco, preludio al cambio lira-euro, sconveniente. La Francia propose quota 950, Prodi puntava a 1020. La decisione fu 990, assolutamente sfavorevole per un Paese che era abituato alle svalutazioni competitive. In questo modo, in aggiunta poi all'eurotassa per rientrare nei limiti del deficit, Prodi portò l'Italia nell' euro, ma compromettendo la struttura produttiva del Paese.
    Evitò a se stesso e alla classe dirigente della prima Repubblica, che incarnava, il fallimento umiliante di vedere sbattuta in faccia la porta dell' euro al Paese ufficialmente più europeista di tutti da sempre. Chirac allora lo salvò, e Prodi è tornato di nuovo a chiedere aiuto. Ma Prodi; con quella maldestra trattativa, aveva compromesso il futuri del sistema produttivo italiano. Senza avere contrattato per il futuro anche un atteggiamento comprensivo sul livello del debito pubblico (fatto salire dai precedenti governi di centrosinistra), Prodi ha inoltre lasciato l'Italia sguarnita di fronte al ricatto che si sta profilando, e di cui sembra gioirne e: nessuna concessione di flessibilità sul Patto di stabilità ai Paesi che hanno un debito pubblico di oltre il 60% rispetto al Pil. Tra il 1996 e il 1998, Prodi ottenne che- Francia, Germania e Spagna chiudessero un occhio anche su questo, ma contrasse un debito, (/TES-PRIMA)che adesso paga svendendo la politica estera futura dell'Italia. Così, dopo che i governi di centrosinistra e di sinistra hanno ipotecato il futuro delle nuove generazioni con il debito pubblico, adesso Prodi vuole ipotecare anche la politica estera. Ma l'ossessione del potere è incoercibile e due giorni fa è salito all'Eliseo per promettere una totale adesione dell'Italia che intende guidare alla linea e alle scelte di questi tre Paesi. Frasi autentiche a parte, è ovvio che Chirac l'abbia accolto con calore.
    E però legittimo chiedersi se tanta disinvoltura sia garanzia di una leadership che dovrebbe essere esercitata nell'interesse dell'Italia. Nell'attesa di questo evento - tutt'altro che scontato - c'è da chiedersi anche se sia corretto delegittimare all'estero una politica, quella in Irak, approvata dal Parlamento e risultata lungimirante alla prova dei fatti.
    L'Italia ha conquistato, diversamente da ciò che sostiene Prodi, credibilità in campo internazionale perché ha mantenuto fede alla scelta di contribuire a combattere il terrorismo e a consentire al popolo iracheno di essere veramente libero di scegliere il proprio futuro, e di decidere di non abbandonarlo proprio adesso che ha dato una così alta e convincente prova di coraggio il 30 gennaio. Ma Prodi non ha avuto scrupoli a stravolgere anche la posizione di Kofi Annan, che ha chiesto a tutta la comunità internazionale, compresi coloro che si erano opposti alla guerra d'Irak, di contribuire «anche dal di fuori» all'opera di ricostruzione in cui l'Onu è già impegnata. Prodi ha preso quella frase come un invito a tutti ad andarsene. Questo è il suo metodo di manipolazione.
    Un metodo che ieri gli ha dato un successo, ma preoccupante. Tutte le componenti dell'Unione hanno deciso di votare no al rifinanziamento della missione italiana dopo un dibattito in cui erano emerse profonde divisioni e una consistente spinta verso l'astensione. Ma il «metodo» della maggioranza, chiesto da Prodi, ha prevalso. L'aspetto preoccupante è proprio questo: quale futuro aspetta quelle formazioni politiche dell'Unione che affermano di volere mantenere la propria identità? Sono disposte ad accettare per sempre i diktat di Prodi, suggeriti da Bertinotti e garantiti da Fassino?
    "


    Saluti liberali

  2. #2
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    dal quotidiano di via Solferino

    " Corriere della Sera del 17/02/2005


    --------------------------------------------------------------------------------
    Il no della sinistra ai soldati in Iraq

    I prigionieri del passato


    Franco Venturini


    --------------------------------------------------------------------------------

    Se ieri l’opposizione ha votato «no» al rifinanziamento della missione militare italiana in Iraq, non è soltanto per l’emozione e il senso di rivolta che il pianto di Giuliana Sgrena ha suscitato in tutti gli italiani. A costo di apparire cinici, di quel «no» occorre dare una fredda valutazione politica. E diventa allora inevitabile constatare come l’Unione, malgrado le insistite professioni di europeismo, abbia scelto di ignorare quanto l’Europa farà tra una settimana a Bruxelles: voltare pagina senza andare a Canossa, stringere la mano di Bush come pegno di reciproco rispetto e mettere in buon ordine, sull’Iraq, una serie di obbiettivi diventati comuni.
    Gioverà ricordare che i «cattivi» Francia e Germania, dietro i sorrisi, continueranno ad essere tali. Niente invio di truppe, addestramento sì ma soltanto fuori dal territorio iracheno, mantenimento delle vecchie critiche sulla legalità e sulla opportunità della guerra decisa da Washington. E tuttavia, all’indomani di un’elezione che da sola non crea la democrazia in Iraq ma rientra nel percorso politico deciso dall’Onu, Parigi e Berlino giudicano che si possa lavorare con Bush alla stabilizzazione del Paese e dell’area.
    Ebbene, perché la Fed non ha fatto con Berlusconi quel che Parigi e Berlino stanno per fare con l’America? Alcune risposte sono semplici e anche comprensibili. Pur senza chiedere il ritiro immediato del contingente italiano, l’Unione ha voluto adottare una linea che tenesse insieme tutta l’alleanza di centro-sinistra. Tanto più che in Italia è aperta una campagna elettorale destinata a durare fino alle politiche del 2006, e che nessuno a sinistra ha intenzione di entrare in conflitto con la propria base notoriamente contraria alla guerra in Iraq.
    Se queste erano le priorità tattiche dell’Unione, non si può ritenere sorprendente la sua scelta né gridare all’antiamericanismo dilagante. Ma la mossa, per risultare credibile in vista di una futura responsabilità di governo, esigeva motivazioni solide che almeno nello spirito si collegassero all’esempio franco-tedesco. Ed è invece proprio qui che l’opposizione è mancata.
    Si torna a insistere sul ruolo guida dell’Onu. Ma un ruolo guida l’Onu lo esercita già attraverso la risoluzione 1546 che ha portato alle elezioni, e credere che le attuali forze multinazionali possano essere sostituite da «caschi blu» è a dir poco fantasioso. Viene sollecitata una seduta straordinaria del Consiglio europeo. Ma così si tornerebbe al trionfo del generico, oppure ci si tornerebbe a dividere. Ancora: le «tappe della transizione in atto» sono già indicate nella 1546, la conferenza internazionale sulla ricostruzione viene proposta anche dal governo, e la Fed non pare sospettare che mentre lei vota «no» un ritiro delle forze italiane possa avvenire alla vigilia delle elezioni del 2006 e fare così il gioco di Berlusconi.
    Avendo deciso di giocare duro, l’opposizione poteva negare che la semplice mancanza di democrazia rappresenti un casus belli . Poteva sottolineare che in Iraq il partito «americano» di Allawi ha ottenuto il 13 per cento. Poteva dire con forza che va rispettata la scadenza Onu di fine 2005 per le nuove elezioni e l’inizio del ritiro militare straniero. Queste cose i francesi e i tedeschi le diranno a Bush. La Fed, invece, ha respinto il dialogo sposato da Parigi e Berlino per poi avanzare argomentazioni assai più deboli delle loro.
    A sinistra qualcosa non va, e l’Unione avrebbe ogni interesse a rifletterci con urgenza visto che proprio l’Europa, nel domani sperato, dovrebbe servire a bilanciare l’effetto Bertinotti.
    "

    Saluti liberali

  3. #3
    SENATORE di POL
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    dal quotidiano LIBERO di oggi...

    " Bertinotti traccia il solco e Prodi lo difende

    di ALFREDO BIONDI

    L'Unione? Sembra un letto a tre piazze, come in un vecchio film dei grandi Totò e Peppino. Sul ' no' alla missione in Iraq nel centrosinistra esclusi o inclusi i mal di pancia, i nasi turati ed i brontolii di fondo sembrano essere tutti orgogliosi o sottomessi per la decisione presa dalla coppia Prodi e Bertinotti, che occupa due piazze del letto, mentre i rametti dell'Ulivo con Rutelli, Marini e compagni messi in minoranza occupano quella residua. E' un letto troppo stretto o troppo largo? La coperta è troppo lunga o troppo corta? Questo è il problema. La sola cosa certa è che, in politica estera, il centrosinistra è senza bussola, galleggia come una barca il cui nocchiero ( Prodi) va da una parte mentre compagni ed amici remano in direzioni opposte. Una vera bestemmia dopo la disastrosa esperienza europea ed il ritorno sulla scena politica italiana dove non ci sono i toni diplomatici di Bruxelles. Si nota, oramai, che nel centrosinistra, a parte la solita falsa unione elettoralistica, è stata fondata l'Unione dei diversi o la mesta brigata dei ' prigionieri politici' oppure la ' coalizione dei costretti'. Il centrosinistra non ha ancora capito che l'Italia è un paese dove esistono certi valori e nonostante tutto è forte il senso di appartenenza nazionale che la sinistra non riesce a comprendere. Con la decisione di votare no alla missione italiana in Iraq la sinistra ed i suoi sottomessi offuscano la memoria dei nostri militari caduti per la libertà e per la democrazia in Iraq. E rimarcano che sul piano più strettamente politico non esiste uno sviluppato concetto di appartenenza nazionale, offuscato dal sistema ideologico. Tutto questo non ha contribuito ad elevare il livello del nostro prestigio. A questo punto i tentativi di mascheramento non servono più, serve invece che gli uomini liberi dell'Unione ricorrano ad esprimere la libertà della propria coscienza, non nascondendo le proprie opinioni e votando in linea con gli interessi della nazione e dei suoi impegni inter nazionali. Il terrorismo non si combatte con fumisterie ideologiche e la democrazia si espande con la convinzione delle idee e senza tornaconti elettorali, facendo prevalere valori più grandi. Il voto di otto milioni di iracheni che hanno sfidato le parole di morte dei terroristi tagliagole non è bastato alla sinistra per cambiare idea sulla missione dei nostri soldati di pace. Oramai è certo che nell'Unione è Bertinotti che traccia il solco, ma è Prodi che lo difende. Questi non sono temi ed occasioni da speculazione politica, si tratta della presenza dei nostri soldati a garanzia delle pace e della democrazia e su questo non dovrebbero esserci dubbi. Chi vota ' no' non parli di riformismo e di spirito europeo ma di antiamericanismo, più o meno dichiarato, e forse anche di poco senso dell'italianità.
    "


    Cordiali saluti

  4. #4
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    Dimmi un pò pieffe, ke avrebbe fatto di massimalista la sinistra nel 96-01???

    minimalista semmai.....
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  5. #5
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    Rispetto ad oggi......... hai ragione.

    Shalom

  6. #6
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    dal quotidiano IL GIORNALE di oggi...


    " il Giornale del 18/02/2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    Fabbrica okkupata


    Mario Giordano
    --------------------------------------------------------------------------------

    Prodi va in fabbrica. E già questo potrebbe essere preoccupante, dal momento che le fabbriche in Italia lui, in genere, le ha frequentate quasi sempre e soltanto nelle vesti di liquidatore, e senza nemmeno troppa fortuna. Cirio, Bertolli o Alfa Romeo? No, stavolta l'ex professore dell'Iri vuole vendere un programma, e infatti questo capannone destinato a diventare il centro operativo della campagna elettorale del centrosinistra, l'ha chiamato proprio così: la Fabbrica del Programma. Bel nome e speriamo che questa volta almeno non ci siano di mezzo troppi pelati. O, per lo meno, speriamo di non finire pelati noi. La fabbrica arriva come simbolo elettorale dopo il pullman e il treno. Segno evidente di una certa stanchezza, sicuramente di staticità. L'età avanza per tutti, anche se magicamente non si vedono capelli bianchi. I mezzi di trasporto davano l'idea di slancio, di entusiasmo, di movimento, quasi di una corsa verso il futuro. Mille metri quadrati nella periferia industriale di Bologna danno l'idea di essere, oltre che volutamente fuori moda, anche un pò dimessi. C'è il sito Internet, è vero. Ma se tu lo apri trovi subito il Professore che parla di «magazzini» e di «stoccaggio del lavoro comune». Per fortuna non manca l'altoforno, altrimenti a uno gli verrebbe subito voglia di buttarcisi dentro.
    Eppure Prodi ci tiene molto alla sua Fabbrica. L'ha scelta in via Corazza, un nome un programma: meglio proteggersi, visti i tempi. Poi ha anche fatto un filmino per vedere come sono state tinteggiate le pareti e come sono stati messi giù i mobili, Arturo Parisi e Rodolfo Brancoli nelle vesti di arredatori post industriali. Il primo convegno si è svolto ieri mattina. Il Professore si è puntualmente presentato con bloc notes e diario. Titolo scelto non a caso: «Metter su casa». Quasi un'autocitazione. Anche i prodiani hanno messo su casa e ne sono soddisfatti: nell'ampio locale di via Corazza ci sono tutte le pedane al posto giusto, infissi e porte, mancano solo gli ultimi dettagli, i particolari. Che ne so? Lo zerbino fuori dalla porta, per esempio, . ma non c'è problema: per quello si cerca tra i riformisti, che tanto ormai si sono adattati al ruolo.
    Eh sì, perché se c'è qualcosa che suona strano nel volere fare una Fabbrica, «stoccare il lavoro comune», organizzare convegni, «metter su casa», presentarsi con bloc notes e tutto quanto, è che ci si potrebbe chiedere: a che serve tutto questo? L'opera edilizia, va bene, la rappresentazione di sé in cartongesso, la rivalutazione del paesaggio urbano delle periferie di Bologna: a parte questo a che serve la Fabbrica? A che serve, intendiamo, se poi quando si deve votare, in nome dell'Unione che non può non essere unita, si dà ragione in tutto e per tutto a Bertinotti?
    La domanda potrà apparire semplice, però è essenziale. A Prodi non sarà sfuggito che una Fabbrica del programma lui ce l'ha già e anche molto più elegante della sua. Veste in cachemire ed esibisce portaocchiali sotto la bandiera rossa: se ieri è successo sull'Iraq, perché domani non potrà succedere sulla patrimoniale? O sulla Costituzione europea? O sull'abolizione completa della legge Biagi e l'introduzione delle, 35 ore appena abolite anche in Francia? O sulla nazionalizzazione di qualche industria in difficoltà? O sull'alleanza strategica con il subcomandante Marcos? O sulla sponda atlantica con Fidel Castro? Se il valore dell'Unione che deve restare unita è così forte da far passare in secondo piano la svolta riformista di Fassino, gli otto milioni di iracheni che sono andati al voto rischiando la pelle, le mutate condizioni internazionali, la posizione diversa assunta da Francia e Germania, le risoluzioni dell'Onu e gli appelli di Kofi Annan, che cosa potrà fermare la corsa verso il bertinottismo applicato in ogni settore del governare umano?
    Prodi ha tenuto a precisare di non aver mai usato l'espressione «rametto d'Ulivo» nei confronti dei riformisti contrari al «no» del centrosinistra alla missione in Iraq. I soliti giornalisti che non capiscono un tubo. Va bene: anche se entrando nella Fabbrica si è presentato come scolaretto, Romano resta sempre un Professore, magari di quelli un po' umorali che al liceo t davano cinque solo perché al mattino avevano litigato con la moglie per il caffè troppo amaro. Ma il problema qui non è di definizioni, termini, espressioni. Il problema è che il rametto d'Ulivo, anche se non è stato citato, è stato davvero potato. E il riformismo, tanto sbandierato da Fassino al congresso Ds, è stato immèdiatamente rimangiato, per seguire fino in fondo le posizioni di Rifondazione comunista. Sull'Iraq ieri, su tutto il resto domani. E allora perché perdere tempo col programma? Intanto si sa che quando irrompe Rifondazione comunista nei capannoni della periferia industriale, non si riesce più a produrre nulla. Al massimo scioperi, o picchetti, lotta dura e senza paura. Povera Fabbrica appena aperta, e già okkupata.
    "

    Saluti liberali

  7. #7
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