SUL CLIMA UN NUOVO MOVIMENTO

Michael Hardt



Il verde e il no-global


In vista della Conferenza di Copenhagen i movimenti si preparano a dare
battaglia, mentre i negoziatori cercano di aprire la strada a un accordo
«politicamente vincolante». Perché di trattato con forza di legge per
ora non si parla

Dieci anni dopo le grandi proteste contro la riunione
dell'Organizzazione mondiale del commercio a Seattle, un nuovo movimento globale potrebbe nascere sulle strade gelate di Copenhagen, dove tra 6 giorni comincerà una conferenza Onu sul clima che sarà assediata da decine di migliaia di manifestanti. Reduce dalla recente pubblicazione di Commonwealth, libro che completa la trilogia di Impero e Moltitudine, scritta a quattro mani con Toni Negri, e che parla della necessità di costruire nuove istituzioni per gestire i beni comuni, Michael Hardt guarda con fiducia a una mobilitazione che, secondo l'autrice no-global Naomi Klein, segna il passaggio all'età adulta del movimento
anti-globalizzazione. Tuttavia non nasconde le difficoltà che la
questione del cambiamento climatico pone alla sinistra anticapitalista.
«Bisogna trovare una conciliazione tra le nostre domande democratiche di
benessere per tutti e i limiti delle risorse naturali. E non si tratta
di un compito facile».

Pensi che il movimento che si sta organizzando per Copenhagen sia una
continuazione del movimento no-global?


Il ciclo cominciato a Seattle e continuato a Goteborg, Praga e poi
Genova, che era caratterizzato dalla presenza di una molteplicità di
gruppi e di conflitti è terminato con l'inizio della guerra contro
l'Iraq e l'Afghanistan. Copenhagen è qualcosa di nuovo in cui, penso, si
vedranno alcune delle qualità che hanno caratterizzato il movimento
contro la globalizzazione neoliberista, tra cui la presenza di forme di
organizzazione orizzontale. Però, al momento, non è ancora chiaro se si
tratta dell'apertura di un ciclo di dimensione simile a quello «no-global».
Questa volta, le proteste prendono di mira una conferenza che sulla
carta punta a salvare l'ecosistema piuttosto che a fare del mondo un
grande mercato comune
Diverso è anche l'atteggiamento dei movimenti. A Seattle eravamo contro
il capitale globale e bisognava bloccare a tutti i costi quella
riunione. In questo caso invece ci confrontiamo con un problema vero che
in qualche modo bisogna risolvere e su cui si deve prendere una
decisione, ma la si deve prendere in maniera autentica e giusta.

Dall'antagonismo del ciclo no-global a un orientamento più riformista?


Non penso che le due cose si escludano. È vero che è urgente riformare
l'economia globale e il rapporto con l'ambiente, perché le riforme sono
necessarie e quelle proposte finora sono insufficienti. Ma in questo
ambito non vedo una incompatibilità tra riforme e antagonismo. E neppure
capisco chi storce il naso se uno chiede riforme sul clima anche a
livello statale, e poi vuole costruire una politica radicalmente diversa
che guardi oltre lo stato e oltre il mercato.

Qual è secondo te la principale differenza tra gli attivisti che
andranno a Copenhagen e quelli che manifestarono a Seattle?


Mi sembra che la gente che si sta mobilitando per Copenhagen sia di due
tipi diversi. Da un lato ci sono gruppi anticapitalisti come quelli che
andarono a Seattle, dall'altro ci sono gruppi ecologisti. Entrambi
questi fronti fanno riferimento a un'idea del bene comune, ma per altri
versi sono ancora distanti. Nelle lotte anticapitaliste c'è l'idea
dell'illimitatezza dei beni comuni. Invece nel movimento ecologista c'è
una coscienza del limite. E in verità la terra, l'acqua, l'ambiente
pongono dei limiti. È un conflitto interessante, che non può essere
risolto a tavolino dagli intellettuali ma dev'essere risolto all'interno
del movimento.

In alcune parti della sinistra anticapitalista sembra esserci una certa
allergia verso un modo di affrontare la questione del cambiamento
climatico considerato regressivo, perché cozza contro le richieste di
benessere e si sposa invece con l'austerità.
È un istinto giusto quello di non fidarsi di coloro che insistono
sull'austerità. Tuttavia, sono convinto che in questo ambito bisogna
confrontarsi una buona volta sulla questione dei limiti. Questo non vuol
dire che bisogna lasciar perdere la nostra battaglia per il benessere
per tutti, il «vogliamo tutto» di Balestrini. Ma bisogna pure trovare
una conciliazione tra le nostre domande democratiche e i limiti delle
risorse naturali. Sono convinto che sia possibile tenere insieme
l'illimitata creatività sociale umana e i limiti delle risorse naturali.

Spesso nel dibattito sul cambiamento climatico sentiamo riferimenti
all'idea di «dovere»: dovere verso le generazioni future, dovere verso
il terzo mondo, o dovere verso il pianeta. Sono discorsi che sembrano
fare a pugni con quel concetto di desiderio che sta al centro del filone
filosofico su cui tu e Toni Negri avete lavorato. Non è urgente
recuperare a sinistra un'idea di dovere?


All'interno della sinistra anticapitalista il rifiuto del concetto di
«dovere» viene da una diffidenza verso l'autorità e quindi dal rifiuto
dell'autorità del padrone o del partito. Il dovere nel senso di
contratto sociale dovrebbe essere distinto dal dovere come
«responsabilità» verso la natura ad esempio. Sicuramente confrontare i
limiti del desiderio è un compito molto alto. Purtroppo non è un compito
facile.

In questi ultimi anni si è parlato molto di decrescita, e questo è un
filone di discussione che acquista nuova forza alla luce dell'emergenza
clima. Pensi che sia una proposta utile?


Io penso che il discorso che si è sviluppato attorno al concetto di
decrescita sconti due grossi equivoci. Prima di tutto bisogna chiarire
cosa si intende per crescita, se si intende quella della grande
industrializzazione, della produzione di merce materiale, oppure se si
intende la crescita di conoscenze, immagini e codici. Questo è un tipo
di crescita che secondo me è illimitata e che non produce
necessariamente danni all'ecosistema. L'altro equivoco è che non si fa
differenza tra mondo dominante e mondi subordinati. Prova a dire in un
foro sociale mondiale ai sindacalisti indiani e indonesiani che non
devono crescere e quelli ti mandano a quel paese. E a ragione. Perché la
questione della crescita è una questione che si pone in maniera diversa
per diverse economie. In ogni caso, credo che l'idea di decrescita sia
parte di una discussione che è necessario fare e sono felice che
nell'avvicinamento a Copenhagen si stia sviluppando un dibattito intenso
attorno a questa ed altre questioni.

Che connessione c'è tra crisi finanziaria e crisi climatica? È il
cambiamento climatico il sintomo che l'esaurimento delle risorse
naturali sta inverando la caduta tendenziale del tasso di profitto
prevista da Marx?


Sicuramente c'è un nesso tra la scarsità delle risorse e la difficoltà
del capitale globale, ma non mi sembra convincente vedere il motivo
principale della crisi economica attuale nei problemi ecologici come
fanno alcuni. Di certo, entrambe queste crisi vedono sia il capitale che
i governi nazionali in difficoltà, perché i problemi in campo sembrano
al di fuori della loro portata e della loro capacità di azione.

Il neoliberismo dato più volte per morto non vuole saperne di tirare le
cuoia, mentre non sembra esserci un'alternativa coerente capace di
scalzarlo. In un'era segnata dal cambiamento climatico il pensiero
ecologista può costituire la base per una tale alternativa? È il verde
il nuovo rosso?


È vero che nessuna alternativa al momento è in grado di sostituire il
neoliberismo. D'altro canto, ciò che esiste al momento è una sorta di
ideologia keynesiana-socialista, che è però di fatto un altro morto che
cammina. Io non sono convinto che il conflitto ecologista offra una
nuova alternativa teorica, né che il verde sia il nuovo rosso. Credo
piuttosto che la questione del cambiamento climatico sia un campo di
battaglia dove sviluppare una nuova forma di governo dell'economia
alternativa al capitalismo.

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