Pochi lo sanno, a causa dell'informazione in mano alle sinistre. Ma in Spagna è in corso un colpo di Stato.

Al posto del colonnello Tejero ora c'è il socialista Zapatero, ma il risultato è lo stesso. A rivelarlo, con un disperato grido di dolore sull'ormai clandestino El Mundo, è il leader della nuova Resistenza, un partigiano di origini italiane: Paolo Vasile, amministratore di Telecinco e plenipotenziario di Mediaset a Madrid. L'eroico resistente accusa il tiranno Zapatero di attentare alla giovane democrazia spagnola con la riforma delle tv, che minaccia di aprire il mercato delle frequenze a nuovi soggetti: due nel sistema analogico (quello «in chiaro»), molti di più sul satellite e sul digitale (dopo il 2010).


Educato alla democrazia dai costituzionalisti della scuola di Arcore, succursale di Milano 2, l'impavido Vasile trova intollerabile e antidemocratico che alcune imprese partecipino a una gara e si aggiudichino regolarmente frequenze e concessioni, facendo concorrenza alla sua tv che oggi -nel settore commerciale- scorrazza praticamente in regime di monopolio (l'altra emittente privata, Antena 3, fa capo a De Agostini, socio di Berlusconi nel Giornale, e a Carlotto, ex dirigente Mediaset).

Poi ci sono i due canali pubblici, Tv1 e Tv2. Ora arriveranno anche la Prisa di Jesus Polanco (già proprietario di El Pais e della radio Cadena Ser)e un altro gruppo ancora. Provenendo dall'Italia, cioè da quel mondo a parte dove la concorrenza non s'è mai vista e dove si tende a confondere lo Stato e la Mediaset, che da vent'anni legifera al posto dello Stato grazie a politici servi o corrotti, Vasile considera golpe tutto quanto non fa comodo a Telecinco. Purtroppo i suoi discorsi, che in Italia gli varrebbero il trofeo Luigi Berlusconi o il premio «Riformista dell'Anno», in Spagna non attaccano. Parla bene lo spagnolo, ma nessuno lo capisce. La Spagna, per dire, considera l'antitrust un antidoto al trust: tant'è che nessun privato può controllare più del 51 per cento di una tv (prima il tetto era del 29 per cento). Berlusconi, credendo di essere in Italia, è accusato di aver controllato il 100 per cento di Telecinco tramite i soliti prestanomi guadagnandosi un processo anche in Spagna (ora sospeso in attesa che esca da Palazzo Chigi con le mani alzate).

Abituato alle usanze della casamadre, Vasile insinua persino che Zapatero prenda soldi per la riforma delle tv («Si sente debitore del gruppo Prisa? Noi non gli abbiamo mai mandato fatture…»). Forse confonde Zapatero con Craxi, che dopo i due decreti pro Berlusconi e la Mammì pro Berlusconi ricevette in Svizzera 21 miliardi da Berlusconi. Ecco: il fatto che in Spagna un socialista non prenda soldi da Berlusconi e addirittura non rubi, è motivo di comprensibile allarme per tutto il gruppo Mediaset.

Se a ciò si aggiunge che il golpista ha varato un codice etico per politici e pubblici funzionari che, in Italia, svuoterebbe il Parlamento,
e ha persino osato mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, il quadro del colpo di Stato è completo. Tanto più che Zapatero non s'è mai sognato di riabilitare i compagni che rubano, spazzati via da Garzòn: in Spagna si può essere socialisti anche senza rubare o rimpiangere i ladri: diversamente dal Psi, il Psoe è sano e non bastano quattro Gonzales a distruggerlo.

La replica di Zapatero alle insolenze di Vasile aumenta vieppiù la nostra inestinguibile invidia per la Spagna: «L'opinione di questo cittadino italiano è molto rispettabile, ma dovrebbe moderare un poco i termini, soprattutto dopo quello che ho letto. La nostra riforma aumenta il pluralismo e dunque la libertà». L'ha chiamato proprio così: «cittadino italiano». Senz'ombra di sciovinismo, ma con grande dignità. Grazie a Berlusconi e a chi da 25 anni lo protegge, a destra e a sinistra, quando nel mondo si parla di televisioni l'aggettivo «italiano» diventa un insulto. Un sinonimo di «thailandese».

Che poi proprio un italiano, un berlusconiano, un parente stretto delle leggi Gasparri 1 e 2 e del decreto salvaRete4, gridi al golpe per la riforma delle tv in Spagna ha un che di irresistibilmente comico. Nei colpi di Stato le tv finiscono in mano a chi comanda, come in Thailandia e in Italia.


In Spagna è l'esatto contrario, tant'è che il governo non controlla più nemmeno la tv di Stato: anzichè privatizzarla o lottizzarla, come si fa da noi, Zapatero l'ha affidata a una docente universitaria, che per cominciare ha dichiarato guerra alla telespazzatura («telebasura»). Poi ha nominato un comitato di esperti super partes (fra cui un docente di etica) per riscrivere la legge e impedire che mai più la politica occupi «la tv pubblica, cioè di tutti».

Se nel 1996-2001 l'Ulivo avesse fatto altrettanto, anziché lottizzare selvaggiamente, Berlusconi non si sarebbe trovato sul piatto d'argento la legge che gli consegnava la Rai, in aggiunta a Mediaset. E il colpo di Stato sarebbe fallito. Invece è perfettamente riuscito. Perciò il Cavalier Bellachioma considera golpisti i governi che glielo impediscono: cioè tutti i governi democratici del mondo. Appena sente parlare di libero mercato, mette mano alla fondina.

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Beati loro!