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Discussione: Falsa partenza

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Falsa partenza

    dal quotidiano di via Solferino

    " Corriere della Sera del 16/02/2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    Falsa partenza

    Paolo Franchi
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    Infuocata, caotica, tumultuosa. Si sprecano gli aggettivi, per descrivere l’assemblea dei parlamentari della Federazione dei riformisti che si è conclusa confermando a maggioranza (larga) il no al rifinanziamento della missione militare italiana in Iraq. Volendo, certo, si potrebbe parlare anche di un ipotetico bicchiere mezzo pieno. In fondo, si dice, per la prima volta la cosiddetta Fed, dopo le «cessioni di sovranità» in suo favore decretate da Ds, Margherita, Sdi e repubblicani europei sulla politica estera e le questioni istituzionali, era chiamata a pronunciarsi, e sulla più scottante delle questioni. E lo ha fatto discutendo animatamente e alla fine votando in libertà, ma senza che queste divisioni siano destinate a riprodursi in aula.
    Forse in questi ultimi anni in Italia ce ne siamo dimenticati un po’ tutti, ma così funzionano gli organismi democratici, in specie se plurali. Qualcuno, saputo che un paio di cronisti birichini, profittando della confusione, aveva partecipato per celia al voto finale, ha formulato persino un pensierino a mezza strada tra passato e presente. Così capitava, un tempo, anche in certi Consigli nazionali della Dc: e del fatto che la Dc fosse, con tutti i suoi difetti, un grande partito democratico, così democratico da tollerare senza fatica anche una certa dose di democraticissimo disordine, sono ormai in pochi a dubitare.
    Con tutto il rispetto, però, la storia del bicchiere mezzo pieno, formalmente corretta, nella sostanza convince poco. Anzitutto perché la Fed, dopo ampia e vivace discussione, a (larga) maggioranza ha democraticamente deciso di non decidere, o quanto meno di non discostarsi di un millimetro dalla linea del minore rischio possibile. Nessuna iniziativa politica, nemmeno uno straccio di ordine del giorno comune da portare in Parlamento, solo la reiterazione burocratica, come se niente fosse avvenuto, di un no già pronunciato più volte. E, nel dibattito, c’è stato pure chi ne ha spiegato candidamente il perché: la presentazione di un qualsiasi ordine del giorno da parte dei riformisti avrebbe comportato di fatto non il rischio, ma la quasi certezza di un’analoga e contrapposta mossa di Rifondazione comunista e degli altri sostenitori del ritiro senza se e senza ma. Con il bel risultato di svelare sin dalla prima uscita parlamentare che, in politica estera la neonata Unione è disunita.
    Il guaio è che tanta prudenza tattica frutti non ne ha dati, anzi: l’Unione resta unita, ma si sono divisi i riformisti. Romano Prodi assicura di non aver avuto alcun particolare sentore, nelle riunioni dei giorni scorsi, di un dissenso radicale di Francesco Rutelli. E si mostra sorpreso che questo dissenso il coordinatore della Margherita lo abbia manifestato solo nell’assemblea di ieri, proponendosi senza troppi infingimenti come punto di riferimento di quanti, nel suo partito come sotto la Quercia, un’astensione, se non proprio un voto favorevole al governo, la considerano ormai un atto più che dovuto. Vada per le assicurazioni e per la sorpresa; e ammettiamo pure che quelli che hanno seguito Rutelli e Franco Marini siano solo «un rametto» dell’Ulivo, secondo l’ironico commento del Candidato. È davvero difficile, però, pensare che in tutto il centrosinistra siano solo quei 32 parlamentari a chiedersi se sia stato saggio, per i riformisti, rinunciare ad esprimere il loro autonomo punto di vista; e lasciare campo aperto a chi sostiene che, dopo tante cessioni di sovranità in proprio favore, la Fed agisce come se fosse in stato di sovranità limitata nei confronti di Fausto Bertinotti. Non sarà una tragedia. Ma una partenza peggio che mediocre, sì.
    "

    Senescentemente

  2. #2
    SENATORE di POL
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    dal quotidiano torinese LA STAMPA

    " La Stampa del 16/02/2005


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    Rutelli: ho perso, ma non mollo
    «Non può passare l'idea che decida Bertinotti


    Federico Geremica
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    ROMA - CLICK. Ecco l'ultima foto della giornata. E' nitida, ben a fuoco e ritrae il Grande Sconfitto nel suo bell'ufficio di capo della Margherita. Dovessimo dire la verità, però, Francesco Rutelli non ha né l'umore né il tono di chi è stato appena battuto. Segno, forse, che - oltre alle vittorie - esistono anche le sconfitte di Pirro: cioè, batoste apparenti, salutari sui tempi lunghi, batoste cercate e magari perfino preventivate. Sono le otto e mezza della sera e il TgI ha ormai finito i suoi servizi sull'assemblea dei parlamentari della Federazione dell'Ulivo,- sui commenti di Prodi e sul discorso tenuto a3 Senato da Silvio Berlusconi. Quasi a rigirare il coltello nella piaga, il premier ha appena rivolto il suo appello ai «riformisti dell'Ulivo» affinché votino, in difformità dai loro gruppi, per il rifinanziamento della missione italiana in Iraq. Si rivolge, evidentemente, anche a Rutelli, paladino di un voto non contrario al permanere dei soldati italiani laggiù. Il presidente della Margherita sorride e sospira. I due collaboratori che sono con lui pendono dalle sue labbra: «Berlusconi fa il suo gioco, ma stavolta non vale nemmeno la pena di rispondere - avverte Rutelli -. Però insiste in una interpretazione sbagliata di questa guerra, una guerra che resta inutile e dannosa».
    Dicevamo: il Grande Sconfitto. Perché non c'è dubbio che in questo giovedì di tramontana, giorno in cui i parlamentari della Federazione dell'Ulivo si riuniscono per la prima volta con poteri davvero decisionali, in questo giovedì di freddo e vento - dicevamo - è proprio Rutelli ad aver perso la partita. Aveva chiesto all'assemblea dei parlamentari che prima di decidere per il «no» al proseguimento della missione si attendesse almeno la risposta del governo alle proposte dell'Ulivo, da elencare in un ordine del giorno: battuto. Aveva allora deciso di votare in assemblea un documento nel quale si proponeva al centrosinistra l'astensione, piuttosto che il «no»: battuto di nuovo. Eppure, lo dicevamo prima, non ha né il tono né l'umore dello sconfitto. «Parliamoci chiaro, naturalmente avrei preferito che il compromesso che avevo proposto stamane venisse accolto - spiega ai suoi -. Del resto, nell'ultima riunione con Romano è proprio questo quel che avevamo deciso. provare a stanare il
    governo. Quindi, contento certo non lo sono: ma serenamente determinato, questo sì. Diciamo che è la determinazione di chi è consapevole di avere una posizione diversa, ma non per questo la nasconde. Pur sapendo, come oggi sapevo, che non l'avrei certo spuntata».
    Romano. Cioè Prodi. Che da Parigi, a strettissimo giro, fa sapere di considerare can rametto dell'Ulivo» i 32 (o 36 o addirittura 40) che nell'assemblea della Fed avevano appena votato per l'astensione. L'ha presa male, Rutelli, degradato d'improvviso da presidente a capo di un «rametto»? Le agenzie battono tutte la stessa notizie: si riapre un caso Rutelli-Prodi. «Lasciamo stare i rametti, ché non è questo il problema. Con Romano ci siamo parlati ancora ieri sera (lunedì, ndr) - rassicura i collaboratori -. E gliel'avevo detto: "Guarda che lì in assemblea si discuterà, si voterà...". Molti, me compreso, non erano d'accordo su un "no" preventivo. Se la decisione era quella di stanare il governo, almeno bisognava provarci: a quello serviva l'ordine del giorno che ho proposto...». Sospira di nuovo, poi congeda tutti: «Comunque, temo che non sia finita qui. Noi abbiamo delegato alla Federazione ogni decisione in materia di politica estera: bene, io considero questo terreno - quello della politica estera, intendo - assolutamente fondamentale per la costruzione di una coalizione di governo che abbia un profilo serio e affidabile. C'erà una battaglia da fare, e non mi sono tirato indietro. A volte mi sembra di esser tornato ai tempi dei primi voti sulla missione in Afghanistan... anche li, all'inizio, sembravo isolato. Comunque, continueremo a impegnarci perché qualcosa cambi: e perché non passi l'idea - sbagliata, per altro - che l'Unione fa sempre quel che vuole Bertinotti».
    Appunto, Bertinotti. Il cui fantasma, naturalmente, ha aleggiato in permanenza nella bolgia della commissione Difesa del Senato dove, dalle 11 del mattino fin quasi alle tre del pomeriggio, centoventi-centotrenta parlamentari della Fed hanno discusso e litigato intorno al voto da esprimere oggi sulla prosecuzione della missione italiana in Iraq. I big c'erano tutti, e diciamo pure che se le sono suonate di santa ragione. Fassino e Rutelli, in testa a tutti. Il primo a chiedere - così come deciso con Prodi - un «no», secco al decreto di rifinanziamento, e senza l'orpello di inutili ordini del giorno; il secondo a sollecitare - così come deciso con Prodi - un modo per stanare il governo, con appunto un ordine del giorno che costringesse l'esecutivo a qualche risposta. In mezzo, Franco Marini e la sua pattuglia di astensionisti: tutti convinti che, al di là delle fumisterie procedurali, fosse un suicidio ignorare le novità irachene, sottovalutare l'effetto-svolta del voto a Baghdad e chiedere il ritiro immediato dei soldati italiani. E se ne sono sentite delle belle. Tipo, appunto, le gag di Marini:
    «Va bene, qui sento odore di polvere da sparo della dialettica: lo capisco. Ma non venitemi a dire che il no al rifinanziamento non vuol dire il ritiro dei nostri soldati: senza soldi che fanno, pescano e si mangiano i pesci del Tigri?». Alla fine, con lui, hanno votato Mancino e Dini, Maccanico e Ranieri, poi Enzo e Gerardo Bianco, Carra e Gentiloni. E naturalmente Rutelli.
    Il quale Rutelli, quando l'assemblea era più o meno a metà, ha replicato a muso bello duro a Castagnetti, che cercava di sostenere che il «no» al rifinanziamento non significava ritiro dei soldati: «Che vuol dire, allora - ha argomentato il capo dei deputati della Margherita - che quando votiamo contro la Finanziaria non vogliamo che abbiano lo stipendio i dipendenti pubblici?». Secca e infastidita la replica di Rutelli. «Scusa, Pierluigi, ma almeno non pigliamoci per il e...». E aspro e tagliente è stato anche Umberto Ranieri, diessino con una faticosa vita da riformista ante litteram alle spalle: «Non c'è Prodi, e mi dispiace. Avrei voluto dirlo anche a lui: in politica estera bisogna,capire.quel che si muove, più che esser preoccupati di sventolare bandierine».
    Battaglia persa. Persa per Ranieri, persa per Rutelli, persa per Morando: persa, insomma, per tutti quelli che hanno tentato di far passare in questa prima assemblea a sovranità piena dei parlamentari della Federazione una linea diversa da un «no» secco e sostanzialmente preventivo. Un voto dietro l'altro, quando ora di pranzo è ormai passata, seppellisce le loro aspirazioni. Viene approvato a larga maggioranza il documento che fissa il «no» e impedisce la presentazione di ordini del giorno esplicativi. Viene bocciata a larga maggioranza la richiesta della pattuglia di Marini per un voto almeno di astensione. Né l'una né l'altra via sono percorribili: soprattutto per i ds, che temono le speculazioni di Fausto Bertinotti, pronto a ridividere l'Unione in chi è davvero contro la guerra (lui, naturalmente) e chi lo `è con troppe sfumature (gli altri, ovviamente). E che faranno oggi in aula, allora, gli «astensionisti»? Lo dice per tutti lui, il Grande Sconfitto: «Voteremo no, rispettosi delle regole che si è data la Federazione». Come a dire che questa vera prima uscita della Federazione non è poi andata male: considerando che prima, solitamente, andava peggio...
    "


    Con senescenza

  3. #3
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    dal quotidiano LIBERO di oggi...

    " Esplode la rabbia dei riformisti « Prodi? Sembra un dittatore »

    di ELISA CALESSI

    ROMA - « Adesso è l'Iraq. Domani? La nazionalizzazione della Fiat? Che credibilità abbiamo di fronte agli elettori? » . Delusione, irritazione, preoccupazione. Il giorno dopo l'infuocata assemblea della Fed che ha deciso per il " no" alla missione in Iraq, tre quarti della Margherita e della Quercia sono scosse da un piccolo tsunami. Il bersaglio dei malumori è lui, Romano Prodi. Nei centristi di sinistra per quella battuta sul « rametto » , come il Professore ha definito il gruppetto che si è pronunciato per l'astensione. Non si sta comportando da leader, lo accusa Roberto Giachetti della Margherita: « Da quando è tornato da Bruxelles non ha perso occasione per esprimere valutazioni che da un leader che dovrebbe governare un ampio schieramento non ci si attendono » . Tagliente è Gerardo Bianco: « Prodi vuole partiti senza autonomia, che rispondano solo a lui » . Ma, caro Professore, loro non ci stanno. Enzo Carra, uno di quelli che ha votato il documento pro- astensione, racconta che una settimana fa, insieme ad altri tre parlamentari ( tra cui un diessino), aveva inviato una lettera a Prodi. « Proprio per spiegargli la nostra posizione che era per il voto a favore o al massimo per l'astensione. Non è arrivata nessuna risposta. Abbiamo scoperto dai giornali che la linea della Federazione era il no » . La maggioranza era su questa posizione, d'accordo « Ma almeno sarebbe stato opportuno che venisse a spiegare il perché di quella scelta » . No. Se n'è stato a Parigi e ha liquidato come un « rametto » chi non la pensa come lui. I malumori diessini non meno pesanti. Intanto per quella che definiscono una « tenaglia mortale » . Salvatore Buglio: « Per seguire Prodi finiamo nella morsa Margherita- Rifondazione » . La sua preoccupazione, dice, è c o m p re n s i b i l e : fino alle primarie non vuole avere contro l'elettorato più radicale. « Ma la politica estera è l'atto fondativo di una coalizione. Su cosa si basa, mi domando, l'Unione? » . A microfoni spenti, parecchi diessini danno ragione a Rutelli. Anche Fassino, all'inizio, era convinto che fosse necessario distinguersi in qualche modo da Bertinotti. Almeno con un ordine del giorno. Invece, niente. Quello che Prodi decide, i Ds fanno. Anche se la logica è « incomprensibile » . Amara conclusione del diessino: « Prima non potevamo mettere in discussione il leader. Adesso, nemmeno la linea politica » . I riformisti della Quercia scalpitano. La Margherita, dicono, è riuscita a smarcarsi. Rifondazione dice la sua. E i Ds? Niente. « Perché noi dobbiamo difendere Prodi. E siccome Rutelli è contro Prodi allora noi, anche se la pensiamo come Rutelli, dobbiamo sostenere la linea di Prodi » . Almeno prima, quando si marciava senza leader in pectore e unioni in costruzione, c'era spazio per un dissenso. « Sinistra divisa, dicevano. Ma almeno c'era la possibilità di esprimere una posizione credibile » . Da quando Prodi è tornato, nemmeno questo possono fare . All'assemblea dell'altro giorno, almeno metà dei Ds non ha votato. Quelli dell'ex correntone non sono andati. Molti liberal sono usciti dalla saletta prima del voto. Per non trovarsi nell'imbarazzo di non poter votare l'unico documento che veramente approvavano ( quello di Marini sull'astensione). I più ottimisti sperano nella fase di passaggio. Dice il diessino Erminio Quartiani: « Quando faremo le primarie, anche Prodi cambierà. Adesso è normale che metta l'unità davanti a tutto » . Per non alienarsi il rapporto con Bertinotti e con quella parte dell'elettorato più radicale. « Poi cambierà. Una volta battuto Bertinotti, tutto sarà diverso » . Forse. A meno che non abbia ragione chi, sempre tra i Ds, è convinto che il problema di Prodi non sia Bertinotti, quanto il disegno di svincolarsi dai partiti. Di fare in modo che contino sempre meno . La Margherita ma anche i Ds.
    "

    Saluti liberali

 

 

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