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Discussione: I Summit sul clima

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    Predefinito I Summit sul clima

    Bruxelles, rottura tra i 15 sulla ratifica del protocollo sui gas serra. Avanza una versione light

    L'Italia guida il fronte di chi vuole decaffeinare il protocollo di Kyoto, e purtroppo l'idea fa proseliti, subito conquista Spagna e Finlandia, e si insinua tra i 25. In sostanza avanza la volontà di creare un Kyoto light, meno rapidamente di quanto vorrebbe Roma, ma avanza. Ieri i ministri dell'ambiente dell'Unione europea hanno dato vita a una discussione serrata, accesa, durata la bellezza di un pomeriggio e conclusa con tutti che cantano vittoria, ma come sempre in questi casi si tratta di un pareggio, un risultato che non fa altro che addensare nubi sul protocollo. Roma, con lei Madrid e Helsinki per la via light; gli altri, Gran Bretagna e Germania, e la Commissione per il Kyoto originale. Se ne discuterà ancora. Altiero Matteoli anticipa la conferenza stampa della presidenza irlandese e afferma di aver vinto le sue due battaglie: da un lato legare l'attuazione di Kyoto alla ratifica della Russia e dall'altro inserire gli obiettivi di Lisbona (fare dell'Europa il sistema economico più competitivo del mondo) nella valutazione degli impegni di riduzione delle emissioni gassose. «La mancata ratifica della Russia ci obbliga a ripensare il protocollo - afferma il ministro - non siamo così determinati nel dire che l'Europa può andare avanti da sola». In sostanza Roma sostiene che finchè Mosca non firma, bisogna rivedere gli impegni presi per limitare le emissioni gassose (meno 8% nel 2012 rispetto ai dati del 1990). Il tutto per evitare che il sistema Europa si trovi a dover competere con la zavorra dei limiti ambientali. Se la Russia non firma, Kyoto non è effettivamente valido (è necessario che aderiscano 55 paesi che producono il 55% delle emissioni globali) ma è anche vero che l'Ue si è presa l'impegno di andare avanti comunque anche da sola. In sostanza il governo Berlusconi invia all'amico Putin un messaggio di disimpegno, mentre Washington preme con forza su Mosca perché non firmi.
    Guarda caso l'Italia e la Spagna sono i paesi che meno hanno fatto per limitare le emissioni e pertanto con la firma del protocollo devono comprare quote di emissioni altrui, assai care.
    Nell'altra battaglia Roma vuole che siano anche i ministri dell'energia e dell'industria a decidere sugli obiettivi imposti dal protocollo. Un'idea ripresa anche dalla Commissaria all'energia e ai trasporti Loyola de Palacio che preferisce parlare, per la seconda fase di Kyoto (cioè per il periodo post 2012) di una vaga «strategia» di limitazione delle emissioni gassose piuttosto che di «obiettivi», di percentuali di limitazioni chiare, come si fa attualmente. La teoria della de Palacio assomiglia alle tesi di Bush sull'energia.
    È la Commissaria all'ambiente Margot Wallström a rispondere: «Gli stati membri hanno i propri problemi e le proprie difficoltà ma il testo non dice che Kyoto dipende dall'approvazione della Russia.(..) E l'Europa non è sola, 120 paesi hanno ratificato Kyoto e molti stanno già lavorando per tener fede ai propri impegni, come Canadá, Nuova Zelanda, Cina o Brasile».
    Dietro alle risposte secche e alle acclamazioni si nasconde però un risultato ambiguo. L'Italia è riuscita a inserire un paio di clausole nel documento di ieri, che i 25 firmeranno nel Consiglio europeo del 25 e 26 marzo, in cui si parla di «importanza del rapido processo di ratifica del protocollo», un modo alla lontana per legare Kyoto all'approvazione di Mosca. Dall'altro è ormai cosa fatta che d'ora in avanti saranno anche i ministri dell'industria e dell'energia a partecipare alla discussione sul protocollo, dei padrini poco affidabili per l'ambiente.

    Alberto D'Argenzio
    Fonte: www.ilManifesto.it
    http://www.ilmanifesto.it/oggi/art72.html
    3 marzo 2004

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  2. #2
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    Predefinito Buoni e cattivi sulla lavagna del clima _

    Ron Oxburgh ha 69 anni, è un Lord, ed è anche presidente della Shell Transport and Trading Co., la quale controlla il 40% del Gruppo Royal/Dutch Shell. Uno dei giganti petroliferi mondiali. Ma è anche uno scienziato, un geologo per la precisione. Tutti dati importanti per valutare quello che pensa, e che dice. E quello che dice fa venire i brividi. «Non ho molte speranze per il mondo», ha detto al Guardian di Londra. Perché? Perché non ci sono prospettive realistiche di ridurre le emissioni di biossido di carbonio nell'atmosfera. «Nessuno può sentirsi tranquillo» di fronte all'enorme quantità di anidride carbonica che stiamo pompando nell'atmosfera. «Le conseguenze - continua Lord Oxburgh - non sono prevedibili, ma probabilmente tutt'altro che buone». Stiamo producendo un mutamento del clima.

    Kyoto è lontana e comunque insufficiente. Stiamo andando verso il disastro. Al momento c'è una sola soluzione: catturare il biossido malefico e immagazzinarlo da qualche parte, prima che si disperda nell'atmosfera. Ma costa un occhio della testa e non è affatto semplice da fare. Il fatto che a dire tutto ciò sia il capo di uno dei maggiori produttori (indirettamente) di biossido di carbonio dovrebbe inquietare ulteriormente. Se lo dice lui...

    Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Per esempio il presidente della Exxon Mobil, Lee Raymond, dice che i combustibili fossili non sono responsabili dell'effetto serra, o, come minimo, che questa relazione deve ancora essere dimostrata. Vecchia tesi, che ha permesso agli Stati Uniti, fino ad ora, di ignorare i trattati internazionali che cercavano di mettere un limite alle emissioni di anidride carbonica.

    E' un piccolo esempio di come la sensibilità europea in materia differisca radicalmente da quella americana. Shell e Exxon sono agli antipodi. Non è dunque vero che tutte le multinazionali sono uguali: ce ne sono anche di quelle che hanno un cuore. E i cui dirigenti si ricordano di avere dei figli, o dei nipoti. Nel frattempo gli affari della Exxon vanno a gonfie vele, mentre quelli della Royal/Dutch Shell vanno male. Forse perché la seconda ha fatto grossi investimenti nel settore delle energie alternative, incluse la solare e la eolica, mentre la Exxon - esattamente come l'Amministrazione di Washington - non se ne interessa.

    Resta da chiedersi chi si fa carico di questo problema, visto che la probabilità di trovarci tutti a bordo di una locomotiva che sta andando a schiantarsi contro un muro di cemento armato sta diventando molto alta. Con l'aggiunta che tra i macchinisti vi sono dei pazzi decisi a suicidarsi. Terroristi a lunga scadenza. Ma Al Quaeda non c'entra.

    Giulietto Chiesa
    Fonte: www.lastampa.it
    22.06.04


    _

  3. #3
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    Predefinito Protocollo di Kyoto, per saperne di più...

    Il Protocollo di Kyoto: cos’è e come funziona

    di Cristiana Pulcinelli

    Il protocollo di Kyoto è un documento adottato nel 1997, nel corso della Terza Sessione della Conferenza delle Parti (COP) sul clima, istituita nell'ambito della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (UNFCCC) che si è svolta a Kyoto, in Giappone.

    Nel Protocollo sono indicati gli impegni di riduzione delle emissione di gas serra e una serie di meccanismi flessibili da utilizzare per rispettare i tetti massimi. Più precisamente le Parti (i paesi industrializzati che hanno aderito alla Convenzione Quadro) dovranno assicurare che le emissioni che derivano dalle attività umane globali vengano ridotte di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2008-2012.

    Alla data del 2 febbraio 2005 i paesi che hanno firmato l’accordo sono 141.

    Il Protocollo prevede impegni di riduzione differenziati da paese a paese. All'interno dell'Unione Europea, che si è prefissata un obiettivo di riduzione della CO2 dell'8%, per l'Italia l'obiettivo si traduce in un impegno di riduzione del 6,5% delle emissioni.

    Il Protocollo entra in vigore novanta giorni dopo che 55 paesi responsabili del 55% delle emissioni hanno ratificato l’accordo. Questa condizione si verifica il 16 febbraio, a novanta giorni dalla ratifica da parte della Russia.

  4. #4
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  5. #5
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    I «meccanismi flessibili» per diventare virtuosi
    di red.

    Il protocollo di Kyoto prevede regole precise per la sua applicazione. I paesi industrializzati entro il 2012 devono ridurre le emissioni di gas serra a un livello che sia complessivamente il 5% al di sotto di quello del 1990. Ogni Paese che vi ha aderito, però, ha ricevuto un limite massimo di gas serra che può emettere e deve suddividere questa quantità fra tutte le imprese toccate dal Protocollo.

    I 25 Paesi membri dell’Ue, dovranno presentare all’Unione, entro marzo, il piano nazionale delle quote di emissione di anidride carbonica (CO2), valido per il periodo 2005-2007. Ventuno piani sono già stati approvati da Bruxelles. All’appello mancano Italia (il cui piano in attesa di approvazione non piace all’Unione) , Repubblica Ceca, Polonia e Grecia.

    Per raggiungere l’obiettivo fissato, i paesi potranno ridurre le proprie emissioni, ma anche avvalersi di altri strumenti. Ad esempio, si potrà aumentare le attività agroforestali per creare dei serbatoi che assorbano anidride carbonica (CO2). La quantità di gas assorbita verrà conteggiata come se fosse stato fatto un taglio alle emissioni. O ancora il paese può avvalersi dei cosiddetti «meccanismi flessibili».

    Il primo meccanismo è il commercio delle emissioni, o «borsa del fumo». La borsa prevede che le imprese che hanno vincoli sulle emissioni possano scambiarsi le loro quote. Gli impianti più inquinanti potranno così acquistare quote di CO2 dagli impianti più virtuosi, che non utilizzino tutta la loro quota. L’importante è che la quantità di anidride carbonica emessa dall’insieme delle industrie diminuisca.

    Il secondo meccanismo è l’«applicazione congiunta». Prevede che i Paesi a cui si applicano le restrizioni del Protocollo possano realizzare progetti in paesi con economia in transizione per ridurre le emissioni e abbatterle dove è più conveniente.
    Aziende italiane potranno per esempio finanziare progetti in Russia, dove ridurre le emissioni costa meno, ricevendo in cambio dei crediti.

    Un ultimo procedimento è il cosiddetto meccanismo di sviluppo pulito. Questo procedimento ha il doppio obiettivo di aiutare i Paesi industrializzati ad assolvere gli impegni a costi minori e promuovere lo sviluppo sostenibile degli altri Paesi. Consiste in sostanza nella realizzazione di progetti «puliti» nei Paesi in via di sviluppo che devono ridurre le loro emissioni.

    I paesi che non soddisfano il proprio obiettivo verranno multati.

  6. #6
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    Tutti insieme per salvare il clima della terra
    di Pietro Greco

    Il 16 febbraio il Protocollo di Kyoto entra, finalmente, nella sua fase operativa. E così una parte, importante, del mondo inizia a ridurre le emissioni antropiche di gas serra nel tentativo di contrastare il cambiamento del clima globale e il previsto aumento della temperatura media del pianeta.

    Una data storica

    Fuori da ogni retorica, quella del 16 febbraio è una data davvero storica. Per almeno due motivi. Perché l’umanità riconosce nei fatti di avere problemi comuni da affrontare e risolvere: il cambiamento del clima globale accelerato dall’uomo è, insieme, il più grande e il più evidente di questi problemi. E perché quasi tutte le nazioni del pianeta - con l’eccezione importante, ma non determinante, degli Stati Uniti e di pochi altri paesi - accettano una soluzione comune sulla base di un principio di solidarietà, di un principio di equità, di accordi liberi e vincolanti.

    Il principio di solidarietà prevede che ciascuno faccia la sua parte. Il principio di equità prevede che a muoversi per primi debbano essere i paesi che hanno la maggiore responsabilità: i paesi industrializzati che negli ultimi due secoli hanno più di altri immesso gas serra di origine antropica in atmosfera. I liberi accordi raggiunti nell’ambito delle Nazioni Unite (sarebbe mai stato ipotizzabile qualcosa di analogo al Protocollo di Kyoto senza l'Onu?) sono vincolanti. Prevedono specifiche modalità e un calendario preciso: a partire dal 2008 ed entro il 2012 i paesi industrializzati dovranno ridurre, in media, del 5,2% le proprie emissioni rispetto ai valori di riferimento del 1990.

    Il riscaldamento terrestre
    Il Protocollo di Kyoto è, in termini scientifici, solo un primo passo verso la soluzione del problema. Gli scienziati prevedono, infatti, che la temperatura media del pianeta potrebbe aumentare tra due e cinque gradi entro la fine di questo secolo. E che, per cercare di stabilizzare la concentrazione di gas serra in atmosfera ed evitare la gran parte di questo formidabile aumento, occorrerebbe ridurre le emissioni globali del pianeta tra il 60 e l’80% rispetto ai livelli del 1990. Oggi siamo oltre il 30% sopra quel livello.

    Se vorrà rispettare le indicazioni degli scienziati, nei prossimi decenni l’umanità dovrà modificare strutturalmente il sistema energetico con cui alimenta la sua economia. Si tratta di un’impresa titanica. Ma che vale la pena tentare, perché a detta di molti - ivi compresi i servizi segreti Usa - il cambiamento del clima costituisce la più grave minaccia alla sicurezza del mondo. Cosicché è evidente a tutti che il Protocollo di Kyoto è solo un primo - fondamentale - passo anche in termini politici. Perché coinvolgere il mondo intero in questa impresa titanica non sarà facile.

    I nodi da sciogliere

    Il primo groviglio di nodi da sciogliere è, certo, relativo al «come abbattere», ovvero a come passare da un sistema energetico fondato sui combustibili fossili a un sistema energetico che non immetta gas serra in atmosfera. I candidati più accreditati sono il combinato disposto del solare (fonte) e dell’idrogeno (vettore), più una serie di altre fonti integrative, come l’eolico o, anche, un nucleare di nuova concezione (cosiddetto di IV generazione). Ma le vie concrete da seguire sono, per lo più, ancora da esplorare. Anche se, è opinione di molti, il più grave ostacolo alla transizione energetica è politico.

    E qui veniamo all’altro groviglio di nodi da sciogliere, relativo al «chi deve abbattere». È un groviglio, appunto, squisitamente politico. Che consiste in tre passaggi. Primo: recuperare al processo multilaterale di Kyoto i grandi autoesclusi, gli Stati Uniti. La partita è aperta, malgrado l’Amministrazione Bush. Perché molti, negli States, aderiscono in linea di principio e spesso in linea di fatto allo «spirito di Kyoto».

    Secondo: coinvolgere nel processo attivo di Kyoto i paesi in via di sviluppo. Alcuni dei quali stanno acquisendo peso e responsabilità significativi. La Cina per esempio è il secondo produttore mondiale di gas serra. Se gli Stati Uniti non intendono mettere in discussione il loro stile di vita per salvare il pianeta (secondo una frase di George Bush padre), la Cina, l'India e gli altri paesi in via di rapido sviluppo non intendono mettere in discussione le loro aspettative di stili di vita. Ma la contraddizione di questa posizione è tale che tutti dovranno adottare comportamenti qualitativamente nuovi per salvare se stessi, che sono parte importante del pianeta.

    Terzo: occorre trovare meccanismi equi, in grado di coinvolgere tutti senza fare torto ad alcuno. Tutti gli abitanti del pianeta hanno medesimi diritti. E questo significa che, in prospettiva, la produzione procapite di gas serra - oggi fortemente squilibrata (un americano immette fino a 50 volte più di un abitante nei paesi poveri)- dovrà essere, a regime, sostanzialmente analoga. Questo processo di convergenza dovrà avvenire tenendo conto delle responsabilità storiche e del diritto di ciascun abitante del pianeta a raggiungere una condizione economica paragonabile a quella occidentale.

    Un’impresa possibile

    Esistono già delle proposte tecniche per tener conto di tutte queste esigenze e arrivare, entro il 2100, ad abbattere le emissioni antropiche globali di gas serra tra il 60 e l'80% rispetto ai livelli del 1990. Quello che è ancora da trovare è il consenso politico. L’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto ci dice che l’impresa è difficile, ma possibile.

  7. #7
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    Italia lontana dal Protocollo: compreremo il permesso per continuare a inquinare
    di Cristiana Pulcinelli

    In base al protocollo di Kyoto, l’Italia entro il 2008-2012 deve ridurre le emissioni di gas serra del 6,5% rispetto ai valori del 1990. Da quella data ad oggi, però, il nostro paese ha aumentato le emissioni di circa il 9%.

    Centrare l’obiettivo diventa difficile. E così il nostro governo comincia a mettere in discussione l’efficacia dell’accordo. Un po’ come la storia della volpe e l’uva.

    Il ministro dell’economia Domenico Siniscalco in un’audizione parlamentare di pochi giorni fa ha fatto i calcoli: al nostro paese ridurre le emissioni in linea con Kyoto costerà 3 miliardi di euro. Un costo «ragionevolmente contenuto», ha aggiunto. Tuttavia, non ce la faremo a raggiungere l’obiettivo solamente tagliando le emissioni, ha proseguito Siniscalco, quindi «se le cose non verranno rinegoziate, dovremo usare tutti i meccanismi flessibili previsti dal protocollo».

    Meglio dichiararlo subito: dobbiamo comprare il permesso di continuare a inquinare. Se poi non si riesce a stare nei limiti, pazienza. Benché il protocollo di Kyoto abbia formalmente i vincoli di una legge, infatti, il ministro vede le cose in un’altra prospettiva: «Sono convinto che l'attuazione del protocollo di Kyoto non sia un fatto amministrativo, una legge, un punto, ma un processo, una direzione di marcia... Non è che si tratta di prendere troppo letteralmente questi target».

    Il passo successivo, com’è ovvio, è porsi la questione: ma non sarà che il protocollo contiene qualcosa di sbagliato? E Siniscalco ci arriva: «Gli obiettivi sono da un lato probabilmente insufficienti per invertire la tendenza climatica e dall'altro molto ambiziosi dal punto di vista quantitativo». In poche parole: ci fanno spendere un sacco di soldi e non risolvono nulla.

    Una boutade? Forse, ma non è la prima. A dicembre scorso, durante un meeting sui cambiamenti climatici, il ministro dell’ambiente Altero Matteoli è stato chiaro: «E’ impensabile andare avanti dopo il 2012 senza Stati Uniti, Cina e India». Quindi, una seconda fase del protocollo di Kyoto è improbabile. La dichiarazione rompe il fronte europeo che invece sostiene che Kyoto 2 non solo è possibile ma necessario per ottenere risultati soddisfacenti.

    I dissidi con l’Europa si manifestano anche formalmente. Il Piano Nazionale di Assegnazione che attribuisce a ogni settore coinvolto un determinato numero di quote di emissioni, è stato presentato dal nostro paese a luglio, ma la Commissione europea non l’ha ancora approvato.

    Sarà perché, come dice Legambiente, permette al settore elettrico di aumentare notevolmente le sue emissioni? Legambiente, comunque, denuncerà l’Italia alla decima conferenza delle parti che si terrà a dicembre e Buenos Aires. Secondo gli ambientalisti, siamo «l’unico paese che ha dichiarato spudoratamente di voler rispettare i propri impegni facendo ricorso per il 50% ai meccanismi flessibili (quota massima consentita) invece di utilizzarli come supplemento ad una politica nazionale di promozione delle fonti rinnovabili, di risparmio ed efficienza energetica, che dovrebbe invece rappresentare la parte più consistente delle azioni di riduzione».

  8. #8
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  9. #9
    Silvioleo
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    ecco un bel dossier in cui si parla a lungo del protocollo di Kyoto:
    http://www.brunoleoni.it/nextpage.as...ice=0000000383
    buona lettura

  10. #10
    .... .....
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    Predefinito Salvare l'Italia da Kyoto

    Appello a Napolitano: Salvare l'Italia da Kyoto
    di Emanuela Zoncu
    Article content:
    Il Mediterraneo diventerà un sorta di bacinella d’acqua calda dove delfini e tartarughe marine saranno solo un vago ricordo. I figli dei nostri nipoti non potranno più andare a sciare e soffriranno di asma e malattie infettive e respiratorie. E Venezia se non finirà sott’acqua (come ci dicono da tempo), finirà a secco, nel senso che andrà incontro a una sorta di desertificazione. Sono queste le conclusioni a cui sono arrivati circa 200 esperti del Panel Intergovernativo sul mutamento climatico che hanno presentato a Bruxelles il IV rapporto sugli impatti del riscaldamento globale. Ma sulla vera natura dell’emergenza e sui metodi da utilizzare per farvi fronte, non tutti sono d’accordo. In Italia, cinquanta scienziati – tra cui Renato Ricci, Franco Battaglia, Umberto Veronesi, Cinzia Caporale, Umberto Tirelli e Giorgio Salvini – hanno infatti inviato una lettera aperta al presidente della Repubblica nella quale passano in rassegna la decisione del Parlamento italiano di ratificare il Protocollo di Kyoto. Il motivo del dibattito è riassunto nelle prime righe: “Come cittadini e uomini di scienza, avvertiamo il dovere di rilevare che la tesi sottesa al Protocollo, cioè che sia in atto un processo di variazione del clima globale causato quasi esclusivamente dalle emissioni antropiche, è a nostro avviso non dimostrata, essendo l’entità del contributo antropico una questione ancora oggetto di studio”. Secondo gli esperti, gli obiettivi del Protocollo sarebbero inadeguati semplicemente perché inciderebbero in maniera irrilevante sulla quantità totale di gas serra e in maniera disastrosa sulle finanze del Paese: all’impossibilità di rispettare gli impegni farebbero infatti riscontro le pesanti sanzioni previste per i Paesi inadempienti che “rischiano di costare all’Italia oltre 40 miliardi di euro per il solo periodo 2008-2012. Le tre soluzioni incentivate dallo Stato – biocarburante, eolico, fotovoltaico - secondo gli esperti possono raggiungere neanche il 5% degli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Il tutto mentre si continua a respingere ogni ipotesi sul nucleare, una fonte “sicura, rispettosa dell’ambiente e l’unica in grado di affrontare responsabilmente gli obiettivi degli accordi internazionali per l’energia”.

    Gli impegni presi
    L’Italia si è impegnata a ridurre entro il 2012 le proprie emissioni di gas-serra del 6.5% rispetto alle emissioni del 1990, ma considerato che da allora, come sottolineano i firmatari della lettera, le emissioni italiane di gas-serra sono aumentate, per onorare l’impegno assunto “dovremmo ridurre quelle odierne del 17%, cioè di circa 1/6”. Poco male, se non fosse che sulla base dell’attuale assetto e delle prospettive di evoluzione a breve-medio termine del sistema energetico italiano, l’obiettivo è tecnicamente irraggiungibile nei tempi imposti.

    Impossibile sostituire il 50% del carburante per autotrazione con biocarburante
    Per sostituire il 50% del carburante per autotrazione con bioetanolo, tenendo conto dell’energia netta del suo processo di produzione, sarebbe necessario coltivare a mais 500.000 kmq di territorio. Superficie di cui non disponiamo. Inoltre, anche coltivando a mais tutta la superficie agricola attualmente non utilizzata, pari a 10.000 kmq, “l’uso dei biocarburanti ci consentirebbe di raggiungere meno del 2% degli obiettivi del Protocollo di Kyoto”.

    L’utopia delle fonti alternative
    Secondo gli esperti, sostituire con l’eolico il 50% della produzione elettrica nazionale significherebbe installare 80 GW di turbine eoliche, ovvero 80.000 turbine (una ogni 4 kmq del territorio nazionale). “Appare evidente – si legge nel documento - il carattere utopico di questa soluzione (che, ad ogni modo, richiederebbe un investimento non inferiore a 80 miliardi di euro). Sul fronte del fotovoltaico, sarebbe invece necessario installare 120 GW fotovoltaici (con un impegno economico non inferiore a 700 miliardi di euro), a fronte di una potenza fotovoltaica attualmente installata nel mondo inferiore a 5 GW. La conclusione? “Installando in Italia una potenza fotovoltaica pari a quella installata in tutto il mondo, non conseguiremmo neanche il 4% degli obiettivi del Protocollo di Kyoto”.

    La miopia del Governo sul nucleare
    La soluzione, secondo i 50 scienziati, sta invece nel nucleare. Per sostituire il 50% della produzione elettrica da fonti fossili basterebbe installare 10 reattori del tipo di quelli attualmente in costruzione in Francia o in Finlandia (in linea con l’Ue), con un investimento complessivo inferiore a 35 miliardi di euro. Questo consentirebbe all’Italia di produrre da fonte nucleare una quota del proprio fabbisogno elettrico pari alla media europea (circa 30%).

    Le richieste dell’Associazione Galileo 2001
    Sono tre i punti fondamentali nei quali sono riassunte le istanze degli scienziati. La prima richiesta riguarda la definizione di un piano energetico nazionale (PEN), che veda la partecipazione di esperti europei, che includa la fonte nucleare e che dia alle fonti rinnovabili la dignità che meritano ma entro i limiti di ciò che possono realisticamente offrire. Al secondo punto c’è la richiesta che la comunità scientifica sia interpellata e coinvolta nella definizione del PEN e che si proceda alla costituzione di una task force qualificata per definire le azioni necessarie a rendere praticabile l’opzione nucleare. Infine, gli esperti chiedono al Governo che si interrompa la proliferazione di scoordinati piani energetici comunali, provinciali o regionali e che non siano disposte incentivazioni a favore dell’una o dell’altra tecnologia di produzione energetica al di fuori del quadro programmatico di un PEN trasparente e motivato sul piano scientifico e tecnico-economico.

    Se qualcuno si meraviglia perchè il mago Do Nascimiento ha fatto carriera..qui c'è il motivo..
    Scienziati..che dovrebbero essere luminari..esempi...di ragionevolezza e verità...dimostrano di avere l'intelligenza inferiore al mio fruttaiolo..
    Il bello è che vorrebbero mettere la propria autorità..di scienziati..contro l'autorità di altri scienziati...rendendo poi legittimo il pensiero..che questa gente in realtà non sappia un cavolo niente...e che la cartomante..in fin dei conti..non è tanto menzognera..magari è simpatica..
    Ora..non contesto il fatto che si possa dubitare dell'importanza delle emissioni di CO2 nel provocare l'innalzamento della temperatura...potrebbe anche dipendere dai raggi cosmici...Quello che contesto è la cura..e cioè..le centrali nucleari.....viste come la soluzione..
    Soluzione a che..? Se le fonti rinnovabili sono illusioni..finendo quelle fossili..si apre solo il nucleare..migliaia di centrali nucleari..che moltiplicano i rischi di fughe radioattive..di immagazzinamento delle scorie...e di incidenti gravi...
    Può il nucleare proiettarsi nel futuro...e..di quanti incidenti abbiamo bisogno per provocare danni permanenti..a noi e all'ambiente..?
    E' detto che nei nostri tempi..si scontrano due forze..quelle della costruzione e quelle della dissoluzione....e il nucleare..cos'è..se non la dissoluzione ..della materia..e chi lo propone..un fiancheggiatore alla nostra.. di dissoluzione..? Ma se lo capisse non sarebbe tale..e vedere che c'è gente che non si vergogna a scrivere a Napolitano..proponendo soluzioni folli e demenziali..lascia intravedere a che livello di degenerazione culturale siamo giunti..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

 

 
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