attacco a Ramadi
Attacco a Ramadi. Un'altra Falluja?
Offensiva americana lungo l'intera valle
dell'Eufrate da Baghdad al confine con la Siria.
Pesanti raid aerei contro i quartieri ribelli.
L'Associazione degli Ulema e Moqtada al Sadr
chiamano per l'unità sunniti-sciiti contro gli
occupanti
STEFANO CHIARINI
In un Iraq senza più testimoni scomodi, le forze
americane hanno circondato ieri la città di
Ramadi, capitale della ribelle provincia di Anbar
a 110 chilometri da Baghdad, e lanciato
un'offensiva generalizzata contro la città e gli
altri centri della regione che lungo la valle
dell'Eufrate porta da Baghdad verso il confine
siriano. I marines del primo corpo di spedizione,
reduci dalla distruzione di Falluja - ridotta ad
un cumulo di macerie, senz'acqua, senza
elettricità e chiusa al mondo esterno - hanno
imposto su Ramadi un coprifuoco dalle otto alle
sei del mattino e stanno rastrellando quartiere
per quartiere, casa per casa alla ricerca dei
membri della resistenza irachena. I comandi
americani, in riferimento all'intera area oggetto
dell'offensiva, una lunga fascia di territorio
sulla riva destra dell'Eufrate, cosparsa di centri
abitati, villaggi, palmeti e fitta vegetazione,
hanno chiamato l'operazione «River Blitz».
L'offensiva riguarderebbe in particolare, olte
alla capitale regionale, Ramadi - città ribelle di
tribù beduine traformatesi in agricoltori,
ufficiali e soldati dei reparti speciali, che osò
persino ribellarsi allo stesso Saddam Hussein a
metà degli anni novanta - le cittadine di Hit,
Baghdadi, e Haditha. Da quest'ultima giungono
notizie assai preoccupanti di massicci
bombardamenti aerei su alcuni quartieri ribelli
della città ma purtroppo nessuno può dirne il
tragico bilancio. Obiettivo degli Usa è ormai
chiaramente quello, da una parte di escludere la
comunità sunnita dal gioco politico finché questa
non avrà accettato l'occupazione a stelle e
strisce e dall'altra, vista l'assenza di
giornalisti e testimoni, radere al suolo le città
ribelli con l'uso massiccio dell'arma aerea.
Parallelamente la guerriglia irachena è però
ricomparsa nella stessa Falluja dove un posto di
blocco è stato attaccato ieri da alcune decine di
combattenti iracheni che avrebbero dato alle
fiamme numerosi automezzi americani. La guerriglia
nella zona di Anbar sembra nelle ultime ore decisa
a sganciarsi dall'offensiva americana spostandosi
in parte verso Mosul, in parte verso i centri
minori nel deserto dove gli americani possono
intrevenire solamente a bordo degli elicotteri
piuttosto vulnerabili ai missili portatili
presenti in gran quantità nella zona, in parte
nella stessa Baghdad. Qui ieri nel corso della
giornata vi sono state almeno otto potenti
esplosioni delle quali però, come ormai quasi
sempre, si ignora l'effetto. Di sicuro,
trattandosi di una zona intensamente popolata, si
sa che una mina nascosta lungo una strada nella
periferia sud, tra i quartieri di Dora e di
Saidiya, avrebbe colpito un blindato Usa mentre
un'altro ordigno avrebbe investito i militari
americani arrivati in soccorso. Nel corso
dell'attacco sarebbero stati uccisi tre marines e
altri otto sarebbero stati feriti gravemente.
Colpita anche ieri l'intera rete degli oleodotti
attorno alla città di Baghdad. In questo campo,
hanno ammesso ieri al ministero del petrolio
iracheno, non si tratta più di attacchi casuali ma
di una vera strategia dell'assedio alla capitale,
ormai praticamente isolata, condotta sulla base di
una conoscenza perfetta della rete stessa e del
suo funzionamento. Nel frattempo mentre alcune
decine di capi tribù sunniti si sono riuniti ieri
a Baghdad per avviare un dialogo con il governo
Allawi, l'associazione degli Ulema Musulmani il
massimo organo rappresentantivo di questa
comunità, ha ribadito che la partecipazione al
processo istituzionale del paese potrà avvenire
solo in seguito alla fissazione di una data per il
ritiro delle truppe americane e ha duramente
condannato gli attacchi alle moschee sciite in
occasione della festività dell'ashura dello scorso
fine settimana: «Non rimarremo in silenzio di
fronte a tali crimini - ha dichiarato ieri uno dei
massimi responsabili dell'Associazione lo sheik
Harith al-Dhari - che colpiscono il popolo
iracheno, sunniti e sciiti, musulmani e non
musulmani. Tutti gli iracheni dovrebbero unirsi
contro coloro che vogliono dividerci e che
seminano l'odio tra di noi». Un chiaro riferimento
all'uso strumentale delle differenze etniche e
confessionali da parte degli occupanti per
combattere la guerriglia ma anche alle azioni dei
gruppi vicini ad al Qaida. Gli ha subito fatto eco
il leader radicale sciita Moqtada al Sadr il quale
ha invitato la sua comunità a non accusare i
sunniti per gli attacchi dello scorso fine
settimana: «Rendiamoci conto che si tratta di
attacchi contro il popolo iracheno e non contro
questo o quel gruppo religioso». Al Sadr ha poi
rivolto un appello alla lista unitaria sciita
uscita vittoriosa dalle elezioni farsa del 30
gennaio perché si impegni a fissare una data per
il ritiro delle truppe Usa dall'Iraq. Richiesta
che è stata respinta dal vice presidente e
potenziale nuovo premier, Ibrahim al Jafaari
dell'ala occidentale del partito islamista
filo-iraniano al Dawa.




Rispondi Citando