Risultati da 1 a 9 di 9
  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Teso: Per battere la Cina diventiamo piu'cinesi

    Niente aiuti pubblici, abolizione delle 35 ore. E i sindacati? «Superati». E’ la ricetta ultraliberista per l’Europa

    N iente aiuti pubblici alle imprese, ma «sussidiarietà vera», cioè taglio dei costi su sanità e pensioni; aumento dell’orario di lavoro e riduzione delle ferie, «perché non li ha decisi lo Stato italiano ma sono frutto di un patto tra le parti»; e «liberalizzazione nei rapporti di lavoro», cioè revisione dell’articolo 18 con libertà di licenziare e ridimensionamento dei sindacati, «perché sono una cosa superata». È la «ricetta in tre punti», polemica verso «la Confindustria che latita», dell’industriale-ex politico Adriano Teso per «rilanciare l’Europa» (e l’Italia) e vincere la guerra contro la Cina: diventando, in sostanza, un po’ cinesi anche noi.
    Teso, 59 anni, bergamasco, volto d’azienda e di manifesti elettorali, è l’ultraliberista presidente del gruppo milanese Ivm, che fa capo per intero alla figlia Federica ed è fra i primi produttori al mondo nelle vernici per legno, con 290 milioni di euro di fatturato (»5% sul 2003), utile dichiarato «dell’1-2%», 800 dipendenti e presenza in 70 Paesi.
    È stato candidato sindaco al Comune di Milano nel ’93, contro Formentini, appoggiato dal Patto Segni. Nel ’94 è passato a Forza Italia, diventando sottosegretario per il Lavoro con il governo Berlusconi. Siede nel consiglio dell’Istituto Bruno Leoni, della Fondazione Liberal e della Camera di commercio italo-cinese. «Basta politica adesso - assicura Teso -. Voglio fare soltanto l’imprenditore». Con due idee per l’industria italiana: primo, tagliare gli aiuti. Secondo, combattere gli stranieri sullo stesso terreno: la produttività. «Se eliminiamo il più possibile l’intervento pubblico - sostiene Teso - avremo cittadini con più soldi, che potranno essere spesi meglio. Bisogna rivolgersi ai livelli superiori, Comune, Stato o Ue, soltanto quando è dimostrato che è molto utile, sapendo che rallenta il processo produttivo». Il compito dell’industria, nel Teso-pensiero, è uno solo: «produrre bene, al prezzo più basso. Soltanto così il consumatore la premia». E se l’azienda non vende, «è perché ha qualcosa di sbagliato».
    È una posizione in aperta polemica con Luca di Montezemolo, presidente di Confindustria. «Non condivido le dichiarazioni di Montezemolo - dice Teso -. Sostiene che abbassare le tasse non sia importante e non parla di tagliare l’orario di lavoro. Noi non abbiamo in mente di arrivare alle 60 ore di tre quarti del mondo, o alle 50 degli americani, ma non si può più pensare di lavorare 35 ore alla settimana. Se ne sono accorti anche in Francia. Ma Confindustria latita».
    Secondo Teso, è emergenza: «Il consumatore prima o poi sceglierà davvero i pelati cinesi se l’Europa non si organizzerà come i suoi competitor mondiali». Ma la variabile, ammette, non è soltanto il costo del lavoro. Tant’è che, dopo avere cercato all’estero, Ivm ha aperto l’ultimo stabilimento, il più grande, a Pavia, «in Padania». Perché? «Perché l’Italia lavora ed è efficiente». Come la Cina.


    dal Corriere della Sera

  2. #2
    Vivo all'estro
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    Predefinito

    Sarebbe interessante NON avere alcun numero prestabilito di ore di lavoro per nazione.

  3. #3
    giovane idealista
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    Onesto è chi cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è chi cambia la verità per accordarla al proprio pensiero
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    Predefinito Re: Teso: Per battere la Cina diventiamo piu'cinesi

    In origine postato da Silvioleo
    Niente aiuti pubblici, abolizione delle 35 ore. E i sindacati? «Superati». E’ la ricetta ultraliberista per l’Europa

    N iente aiuti pubblici alle imprese, ma «sussidiarietà vera», cioè taglio dei costi su sanità e pensioni; aumento dell’orario di lavoro e riduzione delle ferie, «perché non li ha decisi lo Stato italiano ma sono frutto di un patto tra le parti»; e «liberalizzazione nei rapporti di lavoro», cioè revisione dell’articolo 18 con libertà di licenziare e ridimensionamento dei sindacati, «perché sono una cosa superata». È la «ricetta in tre punti», polemica verso «la Confindustria che latita», dell’industriale-ex politico Adriano Teso per «rilanciare l’Europa» (e l’Italia) e vincere la guerra contro la Cina: diventando, in sostanza, un po’ cinesi anche noi.
    Teso, 59 anni, bergamasco, volto d’azienda e di manifesti elettorali, è l’ultraliberista presidente del gruppo milanese Ivm, che fa capo per intero alla figlia Federica ed è fra i primi produttori al mondo nelle vernici per legno, con 290 milioni di euro di fatturato (»5% sul 2003), utile dichiarato «dell’1-2%», 800 dipendenti e presenza in 70 Paesi.
    È stato candidato sindaco al Comune di Milano nel ’93, contro Formentini, appoggiato dal Patto Segni. Nel ’94 è passato a Forza Italia, diventando sottosegretario per il Lavoro con il governo Berlusconi. Siede nel consiglio dell’Istituto Bruno Leoni, della Fondazione Liberal e della Camera di commercio italo-cinese. «Basta politica adesso - assicura Teso -. Voglio fare soltanto l’imprenditore». Con due idee per l’industria italiana: primo, tagliare gli aiuti. Secondo, combattere gli stranieri sullo stesso terreno: la produttività. «Se eliminiamo il più possibile l’intervento pubblico - sostiene Teso - avremo cittadini con più soldi, che potranno essere spesi meglio. Bisogna rivolgersi ai livelli superiori, Comune, Stato o Ue, soltanto quando è dimostrato che è molto utile, sapendo che rallenta il processo produttivo». Il compito dell’industria, nel Teso-pensiero, è uno solo: «produrre bene, al prezzo più basso. Soltanto così il consumatore la premia». E se l’azienda non vende, «è perché ha qualcosa di sbagliato».
    È una posizione in aperta polemica con Luca di Montezemolo, presidente di Confindustria. «Non condivido le dichiarazioni di Montezemolo - dice Teso -. Sostiene che abbassare le tasse non sia importante e non parla di tagliare l’orario di lavoro. Noi non abbiamo in mente di arrivare alle 60 ore di tre quarti del mondo, o alle 50 degli americani, ma non si può più pensare di lavorare 35 ore alla settimana. Se ne sono accorti anche in Francia. Ma Confindustria latita».
    Secondo Teso, è emergenza: «Il consumatore prima o poi sceglierà davvero i pelati cinesi se l’Europa non si organizzerà come i suoi competitor mondiali». Ma la variabile, ammette, non è soltanto il costo del lavoro. Tant’è che, dopo avere cercato all’estero, Ivm ha aperto l’ultimo stabilimento, il più grande, a Pavia, «in Padania». Perché? «Perché l’Italia lavora ed è efficiente». Come la Cina.


    dal Corriere della Sera
    eggià! che bello! diventiamo più cinesi!!!

    del resto si sa...cm vivono bene in cina!
    che bei soldi che guadagnano i lavoratori!
    ...e poi...che lavoratori...nn lavorano niente! giusto quelle 30ore su 24...che male nn fanno...
    MASSì!facciamo cm loro!facciamoli lavorare sti minorenni!altro che scuola!c vuole più competitività!
    tutte queste regole...cm quelle sull'ambiente...ma che ce ne frega???inquiniamo anche noi!!alla grandeeeeeee!
    poi tutte queste protezioni strane...tipo "un lavoratore nn può essere licenziato senza giusta causa"...ma che scherziamo???leviamole!

    W IL LIBERO MERCATO! W IL CAPITALISMO SFRENATO!!! VIAVA VIAVA...
    viva...viva...=_=

  4. #4
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Teso: Per battere la Cina diventiamo piu'cinesi

    In origine postato da pablyto_87
    eggià! che bello! diventiamo più cinesi!!!

    del resto si sa...cm vivono bene in cina!
    che bei soldi che guadagnano i lavoratori!
    ...e poi...che lavoratori...nn lavorano niente! giusto quelle 30ore su 24...che male nn fanno...
    MASSì!facciamo cm loro!facciamoli lavorare sti minorenni!altro che scuola!c vuole più competitività!
    tutte queste regole...cm quelle sull'ambiente...ma che ce ne frega???inquiniamo anche noi!!alla grandeeeeeee!
    poi tutte queste protezioni strane...tipo "un lavoratore nn può essere licenziato senza giusta causa"...ma che scherziamo???leviamole!

    W IL LIBERO MERCATO! W IL CAPITALISMO SFRENATO!!! VIAVA VIAVA...
    viva...viva...=_=
    parliamo pure dei lavoratori cinesi...come si fa a non capire che quella che viene offerta loro dalle "brutte e cattive" multinazionali è un'opportunità di vitale importanza???un'opportunità imperfetta,posso essere d'accordo,ma pur sempre una possibilità in piu',che permette loro la sera di mangiare un piatto di minestra...anche in italia non molto tempo fa i minorenni lavoravano per portare a casa la pagnotta...noi invece vorremmo costringere i cinesi ad avere le stesse nostre INSOSTENIBILI tutele...e poi mi spieghi chi andrebbe ad investire in cina,dove la produttività è piu'bassa rispetto ai paesi UE???li lasciamo morire di fame perchè altrimenti son sfruttati???faccio poi fatica a capire come ragionate...sempre a pensare al lavoratore,mai al consumatore...le tutele costano ragazzi...salate...

  5. #5
    giovane idealista
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    Predefinito Re: Re: Re: Teso: Per battere la Cina diventiamo piu'cinesi

    In origine postato da Silvioleo
    parliamo pure dei lavoratori cinesi...come si fa a non capire che quella che viene offerta loro dalle "brutte e cattive" multinazionali è un'opportunità di vitale importanza???un'opportunità imperfetta,posso essere d'accordo,ma pur sempre una possibilità in piu',che permette loro la sera di mangiare un piatto di minestra...anche in italia non molto tempo fa i minorenni lavoravano per portare a casa la pagnotta...noi invece vorremmo costringere i cinesi ad avere le stesse nostre INSOSTENIBILI tutele...e poi mi spieghi chi andrebbe ad investire in cina,dove la produttività è piu'bassa rispetto ai paesi UE???li lasciamo morire di fame perchè altrimenti son sfruttati???faccio poi fatica a capire come ragionate...sempre a pensare al lavoratore,mai al consumatore...le tutele costano ragazzi...salate...
    vebene...ammettiamo che che il sistema cinese sia quello vincente...
    quindi noi dovremo segurli sulla loro stessa strada giusto?ecco...
    e quando saremo al loro stesso livello (lavoro precario e sovrasfruttato, inquinamento, sruttamento minorile...) cosa sarà cambiato? niente in meglio...perchè a quel punto (essendo sullo stesso livello) nn c sarà alcun vantaggio per le nostre imprese ad investire in cina...
    così si sarà peggiorato solo il livello d vita generale...e chi c avrà guadagnato? nn voglio dire le multinazioali senò mi prendi per paranoico...ma sicuramente nn c avremo guadagnato nei noi ne loro...

    mi segui?

  6. #6
    giovane idealista
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    l'unica strada è il rispetto delle medesime regole d gioco...
    solo in quel modo c potrà essere una vera concorrenza basata sul rapporto QUALITà/PREZZO, e nn sul rapporto QUALITà/SFRUTTAMENTO...

  7. #7
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    In origine postato da Steppen
    Sarebbe interessante NON avere alcun numero prestabilito di ore di lavoro per nazione.
    Sarebbe meglio avere un sistema sindacale unico mondiale, un contratto unico, le stesse 30 ore per ogni lavoratore in ogni angolo del mondo.

  8. #8
    Silvioleo
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    In origine postato da pablyto_87
    l'unica strada è il rispetto delle medesime regole d gioco...
    solo in quel modo c potrà essere una vera concorrenza basata sul rapporto QUALITà/PREZZO, e nn sul rapporto QUALITà/SFRUTTAMENTO...
    non possiamo estendere le nostre tutele a loro finchè avranno una produttività inferiore alla nostra,vorrebbe dire ucciderli(lasciando perdere il fatto che tali tutele sono insostenibili anche x noi)...e allora adeguiamoci noi...mica facendo tornare a lavorare i minori,che c'entra...

  9. #9
    Silvioleo
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    Diventiamo piu'cinesi? Alcune precisazioni

    La zavorra delle non riforme
    di Adriano Teso


    Quello di giornalista è un mestiere difficile, lo so bene. Lo è soprattutto quando si ha a che fare con le opinioni degli altri, magari con tesi che non si condividono, e si è costretti a strizzarle nello spazio, per definizione limitato, di un articolo di giornale. Quando il pensiero avrebbe bisogno di essere declinato punto per punto per farsi capire.
    La mia intervista ad Alessandra Puato, sul “Corriere” di lunedì, ha suscitato non poche domande di chiarimento, e trovo opportuno riprendere il filo delle riflessioni sintetizzate dalla mia interlocutrice.
    Nulla di nuovo, per carità, rispetto a quanto vado ripetendo da anni e si trova anche in alcuni miei scritti più articolati (ad esempio su questo sito). Ma vale la pena essere chiari, perché se alle idee liberali si può dire di no perché non piacciono, o si rimane ancorati a punti di vista ideologici differenti, non le si può liquidare col pretesto di un’eccessiva semplicità.
    Ad esempio, parlando di una “sussidiarietà vera” non mi riferivo, sadicamente, al “taglio dei costi su sanità e pensioni”. La sanità e la previdenza sono materie importantissime, perché assicurarsi contro i rischi legati alla salute e provvedere alla propria vecchiaia sono momenti imprescindibili per la vita di ciascuno. Lo Stato sociale, nel corso del Novecento, ha assunto il monopolio della fornitura di tali servizi. Il risultato è stato efficiente ed equo? La povertà è stata debellata? I miglioramenti nella qualità della nostra vita sono debitori della solidarietà coatta almeno quanto lo sono del progresso della tecnica?
    Non direi. Lo Stato imprenditore-gestore è un fallimento storico: sia al livello della produzione, sia al livello della socialità. Per le pensioni, i fondi privati garantiscono più responsabilità, libertà ed efficienza nella gestione propri risparmi, sono flessibili per ammontare e data di pensionamento, e non escludono la presenza di un minimo sociale garantito. Per quanto attiene la sanità, è prioritario restituire al cittadino la libertà di scelta: per curarsi dove vuole, e nel modo migliore. Chi si ostina a sottrarre la salute al mercato ed alla sussidiarietà dovrebbe ragionare, mi permetto di suggerirglielo, su un banale dato di fatto: che se oggi viviamo di più e meglio lo dobbiamo in prima battuta al settore farmaceutico, nel quale (soprattutto negli Stati Uniti) sono ancora all’opera incentivi di mercato.
    La mia intervistatrice mi ha fatto parlare di “aumento dell'orario di lavoro e riduzione delle ferie”. So bene che un’espressione del genere non contribuirà granché alla mia popolarità, ma, in quest’ambito, persino Francia e Germania stanno facendo grandi marce indietro, per resistere alle sfide della competizione globale. In Italia i rappresentanti del mondo industriale vengono assaliti se ne sfiorano il tempo, e preferiscono chiudere gli stabilimenti e riaprirli all'est. Perché, come giusto, cercano ossigeno che permetta loro di vivere, produrre e prosperare, senza restare strangolati dall’apparato regolatorio.
    Ma allora, guardando al benessere del nostro Paese, non è forse meglio fare realmente 40 ore di lavoro settimanale e quattro settimane di ferie permettendo, a chi vuole, di lavorare di più e guadagnare di più?
    Leggendo il “Corriere”, pare io sia convinto che i sindacati siano “una cosa superata”. Lo so bene che non è certo per legge che si ridimensionano i sindacati dei dipendenti e dei datori di lavoro. La particolarità e peculiarità di ogni singola azienda e la produzione o meno di risultati individuali ha già portato il sindacato dei dirigenti a non considerare più il CCNL uno strumento per gli aumenti retributivi, lasciando il tutto alla contrattazione individuale.
    Inoltre, certe grandi organizzazioni semi-ministeriali, sistema confindustriale compreso, hanno ormai raggiunto costi così elevati che saranno praticamente impossibili da sostenere per una industria che deve competere. Circa la libertà dei rapporti di lavoro, è necessario permettere alle aziende di collaborare con chi ha le migliori qualità, volontà e capacità per produrre risultati. Liberalismo, competitività, e buon senso ci spingono nella medesima direzione.
    Da ultimo, una piccola nota quasi personale. Nella chiusa dell’intervista, viene sottolineato come fosse un’incoerenza, un’ipocrisia, il fatto che IVM abbia aperto il suo ultimo stabilimento a Pavia, “in Padania”, perché l’Italia “lavora ed è efficiente”.
    Come a dire, e allora Teso di che si lamenta?
    Non credo vi sia alcuna contraddizione fra questo fatto e quanto affermo circa il declino dell'Europa, e se ci fosse sarei l’unico imprenditore al mondo che investe consapevolmente dove non gli conviene.
    Io sono convinto che noi italiani abbiamo la potenzialità, la voglia di lavorare, e la genialità imprenditoriale per farcela. Il fatto che la mia intervistatrice faccia confusione svela un tic purtroppo molto diffuso: cioè riversare sugli individui la colpa del fallimento di un sistema. Il problema sono le istituzioni, non i singoli: sono le regole che vanno cambiate, migliorate, rese più rispettose del mercato e della libertà individuale. E’ la politica che ha bisogno di uomini di coraggio, che non si limitino a fare la guardia a rendite cllientelari, ma sappiano scommettere sul rilancio.
    Ogni giorno che ci attardiamo, ogni giorno che i tagli necessari alle imposte e allo Stato vengono procrastinati, ogni giorno che si rinuncia a rimettere al centro la società e l’individuo, fa aumentare i costi di queste riforme che comunque prima o poi, inevitabilmente, andranno fatte.

 

 

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