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    Predefinito "EURASIA"Rivista di studi geopolitici

    La Turchia e l'Europa
    :::: 7 Ottobre 2004 :::: 1:00 T.U. :::: Analisi :::: Claudio Mutti
    L’ipotesi di un futuro ingresso della Turchia nell’Unione Europea ha dato luogo a prese di posizione diverse. Chi è contrario all’integrazione dello Stato turco nell’Unione, si basa per lo più sulla convinzione che la Turchia sia un paese asiatico e quindi estraneo alla realtà europea: per motivi d’ordine geografico, etnico, linguistico, religioso e storico.

    A noi pare che le cose stiano in termini un po’ diversi. E cercheremo di dire sinteticamente perché.

    Per quanto riguarda la geografia, bisogna ricordare che nell’antichità la regione anatolica fu considerata parte integrante dell’Europa: Erodoto (IV, 45) fissava il confine orientale dell’Europa sul fiume Fasi, nei pressi degli odierni porti georgiani di Poti e Batumi; e ancora nel Medioevo, come apprendiamo da Dante (Par. VI, 5), “lo stremo d’Europa” veniva collocato in Anatolia. Oggi i geografi tendono a vedere nella penisola anatolica, dopo le penisole iberica, italiana e greca, la quarta penisola dell’Europa mediterranea.

    Fondando le proprie argomentazioni sulla geografia e su criteri di tipo geopolitico (importanza degli Stretti e funzione dell’Anatolia in relazione al Vicino Oriente), Jean Thiriart ha sostenuto che “la Turchia è Europa” (“Jeune Europe”, 6 marzo 1964), e che “un’Europa senza la Turchia sarebbe puerile e suicida”, sicché “le campagne di stampa antiturche sono non solo di pessimo gusto, ma sono idiozie politiche. (…) L’Europa conterrà dei Turchi, dei Maltesi, dei Siciliani, degli Andalusi, dei Kazaki, dei Tartari di Crimea – se ne rimangono ancora – e degli Afgani” (Les 106 reponses à Mugarza, vol. I, p. 141). “Il Bosforo – dice ancora Thiriart – costituisce il centro di gravità di un Impero che in un senso va da Vladivostok alle Azzorre e nell’altro dall’Islanda al Pakistan” (Les 106 reponses, p. 37). Per un aggiornato approccio geopolitico alla questione turca, si veda: Carlo Terracciano, Turchia: ponte d’Eurasia, “Eurasia”, 1, 2004.

    Dal punto di vista etnico, il popolo turco stanziato sulla penisola anatolica costituisce il risultato di una sintesi che ha avuto luogo tra popoli di diversa origine. Fin dall’antichità, l’Anatolia è stata abitata da popolazioni per lo più ariane: Ittiti, Frigi, Lidi, Lici, Panfili, Armeni, Celti ecc. Con l’arrivo dei Turchi Selgiuchidi e poi dei Turchi Ottomani, ebbe luogo una fusione dell’elemento autoctono con quello turanico, sicché oggi si ha in Turchia “un tipo medio, che va considerato più di fattezze europee che asiatiche” (Renato Biasutti, Le razze e i popoli della terra, Utet, Torino 1967, vol. II, p. 526). Un noto esperto di questioni etniche e linguistiche afferma che i Turchi dell’Anatolia “sono in maggioranza europidi purissimi, passati nel tempo all’uso di una lingua turca a opera dei loro conquistatori centro-asiatici” (Sergio Salvi, La mezzaluna con la stella rossa, Marietti, Genova 1993, p. 60).

    La lingua ufficiale della Turchia, il turco ottomano (osmanli), come tutte le lingue turco-tatare appartiene al gruppo altaico. Si tratta perciò di una lingua non indoeuropea, così come non sono indoeuropee tante altre lingue parlate in Europa: le lingue turco-tatare della Russia, le lingue caucasiche, le lingue ugrofinniche (ungherese, finlandese, estone, careliano, lappone, mordvino, ceremisso, sirieno, votiaco ecc.) e il basco.

    La religione professata dalla quasi totalità del popolo turco è l’Islam, una religione presente in Europa fin dall’VIII secolo d.C. La Turchia è musulmana così come lo sono state la Spagna, la Francia meridionale e la Sicilia; così come lo sono ancora oggi alcune regioni della Russia, del Caucaso e dei Balcani. Per quanto riguarda l’Unione Europea, sono quattordici milioni i musulmani che vivono attualmente sulla sua area. Sotto questo profilo, dunque, la Turchia non rappresenta nulla di eccezionale.

    Le vicende storiche hanno fatto dei Turchi, dopo il loro insediamento in Anatolia e nella Tracia, un popolo europeo. L’Impero ottomano fu retto per secoli da una dinastia in cui il tasso di sangue turco diminuiva ad ogni generazione, poiché la validé (ossia la madre del Sultano) era o greca, o slava o circassa o anche italiana. In un certo senso, si potrebbe dunque dire che i Sultani ottomani erano “più europei” che non i re ungheresi discesi da Arpad, tutti quanti turanici per parte di padre e per parte di madre. Quanto alla classe dirigente ottomana, furono innumerevoli i visir, i funzionari politici e gli ufficiali dell’esercito appartenenti ai popoli balcanici. Gli stessi giannizzeri, ossia l’élite militare dell’Impero, non erano d’origine turca. Altri dati significativi per quanto concerne la trasmissione dell’eredità politica e culturale da Bisanzio alla Turchia ottomana si possono trovare nel nostro recente articolo Roma ottomana (“Eurasia”, 1, 2004).

    Data la sua dimensione eurasiatica e mediterranea, l’Impero ottomano non poteva non entrare a far parte del novero di quelle potenze che dovevano garantire l’equilibrio europeo. Così la Turchia diventò una potenza europea: dall’epoca di Solimano il Magnifico, quando la monarchia francese instaurò un rapporto di alleanza con il “Gran Turco”, fino al trattato di Parigi del 1856, quando si stabilì espressamente che la Turchia era “un membro effettivo della famiglia delle nazioni europee”. Nell’ultima fase della sua storia, la Turchia era “il malato d’Europa”.

    Più fondate appaiono le ragioni di coloro i quali respingono l’idea di un ingresso della Turchia per il timore che Ankara diventi, in seno all’Unione Europea, un cavallo di Troia, o meglio un cavallo di Washington.

    A dire la verità, se condizione dell’adesione all’Unione Europea dovesse essere l’orientamento europeista dei governi europei, non sappiamo quali paesi meriterebbero di rimanervi. Alcuni, a partire dall’Italia, dovrebbero esserne immediatamente espulsi. Coerenza dunque vorrebbe, come minimo, che si invocasse la non ammissione nella Unione Europea di paesi che sono filoamericani quanto la Turchia, se non di più: Romania, Bulgaria e Albania.

    In un ampio, approfondito e documentato studio della questione (Dall’Impero all’Eurasia, “Eurasia”, 1, 2004), Tiberio Graziani prospetta tre diversi scenari, che cerchiamo di ricapitolare qui di seguito.

    Il primo scenario (“euroccidentale”) è quello dell’Unione Europea allargata alla Romania e alla Bulgaria, ma non alla Turchia. Da un punto di vista geopolitico, questa Europa dei ventisette non costituirebbe una unità completa, perché sarebbe priva del contrafforte sudorientale (la Turchia, per l’appunto) e avrebbe uno scarso peso militare nel Mediterraneo. L’Europa dei ventisette continuerebbe ad essere la testa di ponte per la conquista americana dell’Eurasia. La Turchia, tenuta fuori dall’Unione Europea e utilizzata dagli USA, rappresenterebbe un serio fattore di destabilizzazione per l’Europa, perché manterrebbe alta la tensione nei Balcani e ostacolerebbe l’integrazione di Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia Erzegovina e Albania. È questo le scenario che si realizzerebbe qualora prevalessero le prese di posizione dei vari “France-Israel”, Ratzinger, islamofobi e neolepantisti d’ogni sorta.

    Il secondo scenario (“euroamericano”) considera che la Turchia entri nell’Unione Europea per rafforzare il partito atlantico, già largamente rappresentato da Gran Bretagna, Italia, Polonia e Ungheria, e per sabotare i conati franco-tedeschi di emancipazione. Questa strategia (che ha le sue basi nella teoria di Huntington) prevede che le posizioni turcofobe di alcuni paesi europei si rafforzino ulteriormente, in maniera tale che la turcofobia, addizionata alla più vasta campagna di diffamazione dell’Islam, scavi un fossato geopolitico tra l’Europa e i paesi musulmani del Mediterraneo. Questo secondo scenario ci presenta un’Europa che, comprendendo la Turchia, sarebbe geopoliticamente completa; tuttavia tale unità sarebbe vanificata dal ruolo occidentalista affidato alla Turchia. Anche in questo caso, l’Europa risulterebbe destabilizzata. È lo scenario auspicato da Berlusconi, Fini, Pannella, Bonino.

    A questo secondo scenario si ricollega l’ipotesi che l’ingresso della Turchia possa anticipare e giustificare l’ingresso dell’entità sionista nell’Unione Europea, anche se bisogna tener conto di fatti rilevanti, quali i recenti dissapori diplomatici intervenuti tra Ankara e Gerusalemme, nonché del rifiuto della Turchia di partecipare all’aggressione dell’Iraq.

    Il terzo scenario (“eurocentrico”) prevede lo spostamento del baricentro politico europeo sull’asse Parigi-Berlino e il simultaneo slittamento della Turchia dalla posizione filoatlantica a quella continentale. Così gli USA perderebbero un prezioso alleato e l’Europa acquisirebbe un elemento indispensabile. Dal fragile trilateralismo attuale (Londra, Parigi, Berlino), sottoposto al condizionamento angloamericano, si passerebbe all’asse Parigi-Berlino-Ankara. Con l’inserimento della Turchia, l’Unione Europea acquisirebbe, al di fuori della NATO, il controllo degli Stretti e l’opportunità di far valere le proprie esigenze circa le risorse energetiche. Nel contesto dell’Unione Europea, anche la questione curda e la questione di Cipro troverebbero una loro soluzione. È questo lo scenario paventato da Brzezinski e auspicato dagli eurasiatisti (cfr. intervista di Aleksandr Dugin al giornale turco “Zaman”).

    Dal punto di vista europeo, questo terzo scenario è indubbiamente il più favorevole. Perché si realizzi, però, sono richieste almeno due condizioni. La prima consiste in un ulteriore rafforzamento dello schieramento politico che ha trionfato alle ultime elezioni turche e nel parallelo indebolimento dei centri di potere kemalisti. La seconda condizione consiste nell’attenuazione, se non nella scomparsa, dei sentimenti turcofobi e islamofobi diffusi in Europa e coltivati ad arte dai fautori dello “scontro di civiltà”.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    De Grossouvre Henri: “Parigi, Berlino, Mosca: geopolitica dell’indipendenza europea”
    :::: 7 Ottobre 2004 :::: 1:10 T.U. :::: Recensione :::: Stefano Vernole
    Pubblicato per la prima volta nell’aprile 2002, il libro di De Grossouvre ha conosciuto un’inattesa notorietà l’anno successivo, quando l’aggressione anglo-americana all’Iraq ha dato vita a un ipotetico asse geopolitico Parigi-Berlino-Mosca (le capitali europee più decise nel no alla guerra), al punto che l’autore ha deciso tra l’ottobre e il novembre 2003 di redarre tre capitoli supplementari presenti in questa edizione italiana.

    Henri de Grossouvre propone anche un sito paris-berlin-moscou che ha l’ambizione di sviluppare dibattiti sulle questioni di sicurezza e difesa europeee e di favorire la cooperazione euro-russa e franco-tedesca.

    Già questo basterebbe a giudicare positivamente l’opera del geopolitico francese, che vanta peraltro recensioni favorevoli da parte del generale Pierre Marie Gallois (ex consigliere di De Gaulle sulle questioni nucleari), nonché da parte del ministro degli Esteri di Parigi Dominique de Villepin.

    In effetti sono numerosi gli spunti interessanti contenuti nel libro.

    Innanzitutto un’analisi fredda e puntuale sulla necessità dell’asse geopolitico Parigi-Berlino-Mosca quale nocciolo duro dell’indipendenza europea, traguardo indispensabile per liberarsi sia dall’egemonia statunitense che dai meccanismi perversi della globalizzazione, pur non mancando qua e là considerazioni quasi di ordine metafisico relativamente al “Destino dell’Eurasia”.

    Si passa così dalla volontà di superare politicamente la dicotomia “destra-sinistra”, alla necessità di rivedere l’Alleanza Atlantica(1), uno strumento utile ormai soltanto alle ambizioni imperialistiche di Washington, che nasconde dietro lo slogan della “guerra al terrorismo” la volontà di controllo dei tracciati degli oleodotti petroliferi.

    Che gli Stati Uniti siano in crisi viene sviscerato dalle cifre: oggi imperversa una guerra economico-commerciale tra l’Unione Europea che detiene il 32% del PIL mondiale e gli USA con il loro 28% (ricordiamo che la lora quota di PIL nel 1946 era del 40%, un declino ammesso dallo stesso CFR statunitense) e ben simboleggiata dal ruolo spionistico antieuropeo di Echelon(2).

    Al contrario le direttrici geopolitiche dell’asse Parigi-Berlino-Mosca s’intersecano perfettamente, in quanto ognuno di questi paesi svolge il ruolo di cardine geografico in una porzione d’Eurasia: la Francia sull’ovest e sul sud, la Germania sull’Europa centrale e orientale, la Russia sull’estremo est, il Caucaso e l’Asia centrale.

    In particolare lascia ben sperare la politica eurasiatica di Vladimir Putin, la cui tattica della “mano tesa” verso gli americani nasconde in realtà il progetto di un’Europa indipendente e sovrana(3), così come emerge chiaramente dal suo discorso pronunciato al Bundestag ad appena due settimane dagli attentati dell’11 settembre 2001(4).

    Essa si nutre dei proficui rapporti bilaterali economico-militari stretti tra Mosca e Teheran, Mosca e Nuova Dehli, Mosca e Pechino, nonostante la minaccia delle sanzioni statunitensi.

    Anche se la Russia possiede le più grandi riserve di gas naturale del pianeta e rappresenta il terzo produttore mondiale di petrolio, ancora più strategica potrebbe risultare la cooperazione euro-russa nel settore spaziale(5) e in quello dei trasporti, grazie al lancio congiunto di “Soyuz” e alla nascita – annunciata dal ministro russo Sergej Frank – di una “Unione dei Trasporti Eurasiatici”.

    Promettente è in proposito il progetto relativo alla costruzione di un corridoio di trasporto Parigi-Berlino-Minsk-Mosca, il cui elemento chiave sarebbe rappresentato dalla ferrovia Brest-Parigi-Berlino-Minsk-Mosca.

    Quali dovrebbero essere secondo De Grossouvre – oltre a quelle sopra enunciate – le misure concrete volte a stabilire un’alleanza strategica euro-russa?

    Essenzialmente sei:

    Allestimento in Russia di un polo tecnologico franco-russo-tedesco;

    Accordo borsistico tra Euronext, Francoforte e la Borsa di Mosca;

    Scambio di prodotti tecnologici europei contro per es. petrolio russo;

    Sollecitare la Russia a scegliere l’euro quale moneta di riferimento per le sue esportazioni e costituzione in euro delle riserve della sua Banca centrale;

    Costituzione di una banca europea continentale;

    Promozione di un prestito pubblico per la Russia garantito da Francia e Germania.

    La complementarietà di queste economie è in effetti dimostrata sia da diversi indicatori economico-finanziari sia dalla teoria ricardiana dei “vantaggi comparati”.

    Meno convincenti – a nostro parere – appaiono invece alcune considerazioni dell’autore relativamente ai rapporti dell’Europa con due nazioni chiave: la Gran Bretagna e la Turchia.

    Se frettolosi sono gli apprezzamenti nei confronti di Londra – giustificati dal raffreddamento di alcuni circoli strategici britannici nei confronti di Washington – al contrario un po’ troppo defintiva è la condanna dell’eventuale ruolo europeo della Turchia, la cui posizione decisiva nel Mediterraneo non può essere lasciata alla mercè degli interessi atlantisti, anche in considerazione della tensione che si è registrata tra Ankara e l’accoppiata Stati Uniti-Israele sia per la guerra in Iraq che per la questione palestinese.

    In conclusione un lavoro che lascia ben sperare sulle possibilità della formazione di un blocco eurasiatico rivoluzionario, tenendo bene a mente le profetiche parole del generale Charles De Gaulle: <>.

    Note

    Come ricorda il generale Jean Salvan, <>, cit. a p. 127.

    Al proposito ottimo resoconto su noreporter.org “Spy game: il caso Echelon”.

    Tendenza confermata dall’influenza russa in Kazakistan, paese chiave negli equilibri geopolitici eurasiatici. La Russia oggi grazie all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva della CSI (assieme ad Armenia, Kirghizistan, Tagikistan e Bielorussia) <>, cfr. Vielmini Fabrizio in “Limes” n. 3 – 2004, p. 275.

    << Io credo che l’Europa può consolidare a lungo termine la sua fama di fulcro della politica mondiale, potente e indipendente, soltanto se unifica i suoi mezzi con gli uomini, il territorio e le risorse naturali russe, così come con il potenziale economico, culturale e difensivo della Russia>>, Vladimir Putin : discorso al Bundestag, 25 settembre 2001.

    Va peraltro ricordato come <> cit. a p. 198.

    De Grossouvre Henri: “Parigi, Berlino, Mosca: geopolitica dell’indipendenza europea”, Fazi, Roma 2004
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    La lezione di Karl Haushofer e la discreta presenza di Giuseppe Tucci nel dibattito geopolitico degli anni trenta
    :::: 21 Ottobre 2004 :::: 172 T.U. :::: Recensione :::: Tiberio Graziani
    Con la pubblicazione del testo di una conferenza del geopolitico tedesco Karl Haushofer[1], dedicata alle affinità culturali tra l’Italia, la Germania e il Giappone, viene inaugurata, a cura delle Edizioni all’insegna del Veltro, la collana “Quaderni di Geopolitica”.

    La conferenza “Analogie di sviluppo politico e culturale in Italia, Germania e Giappone“ venne tenuta dal professore tedesco, su invito del grande orientalista e tibetologo italiano Giuseppe Tucci[2], il 12 marzo 1937, a Roma, presso l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente (ISMEO)[3].

    Essa si inserisce, storicamente, come peraltro puntualmente evidenziato dal curatore del Quaderno, Carlo Terracciano, nel contesto delle attività culturali volte a informare e sensibilizzare l’intellighenzia italiana sulle opportunità e necessità, nonché problematicità, sottese all’accordo politico-militare relativo all’asse Roma-Berlino, siglato tra Italia e Germania il 24 ottobre 1936, e a quello antikomintern firmato, nello stesso periodo, tra Germania e Giappone. Ma testimonia soprattutto un aspetto, ancora poco esplorato dagli storici della cultura e della politica estera italiana, quello delle attività dell’ISMEO, ed in particolare del suo fondatore e vicepresidente, Giuseppe Tucci - originale ed inascoltato assertore dell’unità geopolitica dell’Eurasia[4] - orientate alla promozione di una visione culturale, geopoliticamente fondante, dei rapporti tra l’Europa e il continente asiatico.

    Un’impostazione, quella del Tucci, che si contraddistingue per essere non solo puramente culturale, accademica e, occasionalmente, di supporto alla nuova politica dell’appena nato impero italiano, ma per operare una sorta di svecchiamento, sia in ambito culturale che politico, dell’ancora persistente mentalità piccolo nazionalista sabauda che, nel solco della prassi colonialista italiana dei primi del Novecento, tentava di condizionare il nuovo corso impresso dal governo di Mussolini alla politica estera. A questo riguardo è utile riportare l’acuta osservazione di Alessandro Grossato che, sulla base di una lunga e profonda consuetudine con l’opera di G. Tucci, ritiene il fondatore dell’ISMEO un vero e proprio eurasiatista ed afferma che l’espressione “Eurasia, un continente” veniva intesa dall’orientalista marchigiano in un’accezione “soprattutto culturale, volendo [con essa] sottolineare le grandi identità di fondo fra civiltà solo in apparenza così distanti nello spazio e nella mentalità” [5].

    Il convincimento di Tucci sulla culturale identità di fondo delle civiltà eurasiatiche suppone un’adesione, da parte dello studioso italiano, a quel sistema di pensiero che interpreta le singole culture quali autonome ed autoconsistenti manifestazioni storiche di un unico sapere primordiale e ad esso le riconduce al fine di coglierne gli aspetti autenticamente fondativi. Il ricondurre le varie espressioni culturali ad un’unica tradizione primordiale si traduce, sul piano della ricerca storica e dell’analisi geopolitica, in un procedimento comparativo, che Haushofer, (inconsapevolmente e) magistralmente, adotta e utilizza in questa breve conferenza dedicata a individuare le analogie tra l’Italia, la Germania e il Giappone. Haushofer, pur basandosi su criteri oggettivi e “scientifici”, quali sono quelli della geopolitica, sorprendentemente[6], perviene agli stessi risultati cui sembra essere giunto Tucci. Il geopolitico tedesco, infatti, nella sintetica e veloce conclusione di questa conferenza, si augura che “Possa questo modo di vedere i popoli [l’essersi cioè egli adoperato, nella sua prolusione, a porre in piena luce le armonie e le analogie che possono facilitare la comprensione reciproca dei grandi popoli tedesco, italiano e giapponese] superare qualunque tempesta d’odio di razza e di classe, soprattutto tra i sostegni del futuro.”

    Certo, chi è abituato a sentir parlare di Haushofer come un rappresentante del cieco e rozzo pangermanesimo, o del cosiddetto imperialismo germanico, rimarrà stupito nel leggere questa frase appena citata.

    Sarà proprio il fallimento della naturale alleanza eurasiatica, preconizzata negli anni Trenta dagli Haushofer, dai Tucci e dai Konoe[7], a far precipitare i popoli e le nazioni dell’intero globo in una tempesta di cui ancora, dopo oltre sessanta anni, non si intravede la fine e che, anzi, è continuamente alimentata dall’odierna politica neocolonialista dei governi di Washington e Londra e dai propagandisti dello scontro di civiltà.

    Il procedimento comparativo adottato da Haushofer lungi dall’appiattire le differenze tra i popoli presi in considerazione e dallo svilirne le appartenenze etniche, in virtù della generica appartenenza al genere umano e secondo la triste e riduttiva visione individualista, valorizza armonicamente, al contrario, le affinità e le differenze, e le riconduce ad un’analoga condivisione, pur con sensibilità diverse, di valori che potremmo definire ad un tempo etici ed estetici, cioè “nobili”. Essi si esprimono, nella visione haushoferiana, sia per il Giappone, sia per la Germania, l’Italia, e la Russia in una loro precisa funzione geopolitica, quella di concorrere all’unificazione della massa continentale e di difenderne pertanto il limes, al fine di poter sviluppare armonicamente le potenzialità delle popolazioni che vi abitano. Si contrappongono dunque alle “invasioni” degli uomini del mare, del commercio, della morale individualistica, del lusso e del consumo, ai predatori delle risorse naturali.

    Il testo di Haushofer si contraddistingue per la sua chiarezza e semplicità, ed in questo senso rappresenta un documento didattico di rilevante importanza per gli studiosi di geopolitica. Da scienziato della geopolitica, egli evidenzia gli elementi geografici che hanno influito sulla storia e sulla politica dei tre popoli in esame, soffermandosi brevemente sulla analoga formazione delle cellule regionali avvenuta in Germania e in Giappone, e sulla fondazione di Roma, Berlino e Tokyo, città fondate originariamente sul confine nordest delle loro regioni, e “debitrici di una parte del loro splendore alla circostanza che la loro posizione di margine, in origine coloniale, si rivelò più tardi favorevolissima agli scambi ed ebbe funzione di ponte. Il flavus Tiberis, l’originaria valle di congiunzione dell’Oder coll’Elba, e il Kwanto col ponte Nihon provvedono alle città rispettive una posizione similmente favorevole e sono loro debitrici di analoga protezione.” Ma accanto ai dettami del determinismo geopolitico, Haushofer sottolinea le affinità culturali tra Italia, Germania e Giappone, che nota soprattutto nel “ghibellin fuggiasco” Dante Alighieri, araldo dell’idea imperiale, in Chikafusa[8], un altro grande fuggiasco nonché impareggiabile autore del Jinnoshiki, e nei Minnesaenger tedeschi “fedeli all’Imperatore e al popolo”. Altre affinità colte da Haushofer sono quella tra lo spirito della Cavalleria occidentale e il Bushido giapponese e quella dei comportamenti tra coloro che egli chiama gli eroi fondatori del risorgimento nazionale: Ota Nobunaga, Sickingen-Wallestein, Cesare Borgia.

    Haushofer sostiene che si possa parlare anche per il Giappone, come per l’Italia e la Germania di un periodo romanico, gotico, rinascimentale, barocco, di un rococò, di un romanticismo e financo di uno stile impero.

    Un termine che ricorre spesso negli scritti Haushofer è quello di “destino”. E’ forse nel sintagma “destino comune” che si esprimono più compiutamente le affinità di popoli (apparentemente) tanto diversi sul piano culturale e etnicamente differenti su quello fisico. La coscienza di un destino comune dei popoli e delle nazioni che vivono nel “paesaggio” eurasiatico è la sola arma che abbiamo per sconfiggere la civilizzazione occidentalistica e talassocratica dei predoni del XXI secolo.

    NOTE

    [1] Karl Haushofer (Monaco, 27 agosto 1869 – Berlino, 10 marzo 1946), fondatore della rivista Zeitschrift für Geopolitik ed autore di numerose opere di geopolitica, fu assertore dell’unità geopolitica della massa continentale eurasiatica. Demonizzato come ideologo del cosiddetto espansionismo hitleriano, fu invece autenticamente antimperialista. Secondo lo studioso belga Robert Steuckers, “la geopolitica di Haushofer era essenzialmente anti-imperialista, nel senso che essa si opponeva agli intrighi di dominio delle potenze talassocratiche anglosassoni. Queste ultime impedivano l’armonioso sviluppo dei popoli da loro sottomessi e dividevano inutilmente i continenti” Robert Steuckers, Karl Haushofer in progettoeurasia/documenti. In traduzione italiana è disponibile l’opera di Haushofer Il Giappone costruisce il suo impero, a cura di Carlo Terracciano, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 1999.

    [2] Giuseppe Tucci (Macerata, 5 giugno 1894 - e San Polo dei Cavalieri (Tivoli), 5 aprile 1984) ritenuto il più grande orientalista italiano del Novecento, e fra i massimi tibetologi a livello internazionale, nel 1930 diviene docente di lingua e letteratura cinese all'Università di Napoli, e nel 1932 insegna religione e filosofia dell'Estremo Oriente all'Ateneo di Roma. Nel 1933 fonda l'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. “L'attenzione rivolta anche agli aspetti politico-economici è documentata, oltre che dalle numerose pubblicazioni dell'Istituto come i periodici Bollettino dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente (1935) e Asiatica (1936-1943), dallo specifico interesse di Tucci per la geopolitica dell'Asia in un periodo cruciale della sua storia, e dalla sua amicizia personale con Karl Haushofer, che invita a tenere importanti conferenze su questa materia. Tucci concentra i suoi viaggi di ricerca nella vasta regione himalayana, quale naturale crocevia storico fra tutte le diverse culture dell'Asia, raccogliendo sistematicamente materiale archeologico, artistico, letterario, di documentazione storica e altro. Risultati eccezionali vengono così ottenuti dalle sue lunghe spedizioni in Tibet fra il 1929 e il 1948, anno in cui l'Is.M.E.O. riprende in pieno la sua attività postbellica sotto la sua diretta presidenza, destinata a durare fino al 1978. Tra il 1950 e il 1955 egli organizza nuove spedizioni in Nepal, seguite dalle campagne archeologiche in Pakistan ('56), in Afghanistan nel ('57) ed in Iran ('59). Sempre nel 1950 avvia il prestigioso periodico in lingua inglese East and West, e nel 1957 fonda il Museo Nazionale di Arte Orientale di Roma. Tra i suoi numerosi ed importanti scritti ricorderemo solamente, sia i sette volumi di Indo-tibetica (Accademia d'Italia, 1932-1942) che i due di Tibetan Painted Scrolls (Libreria dello Stato, 1949) per la loro ampiezza documentaria, e la Storia della filosofia indiana (Laterza, 1957) per la sua portata innovativa, specie per quanto riguarda la logica indiana. Ma Giuseppe Tucci ci ha soprattutto trasmesso la sua appassionata ed intelligente dimostrazione dell'unità culturale dell'Eurasia, e una lucida consapevolezza del fatto che, giunti come siamo ad un capolinea della storia, essa dovrà tradursi anche in un'effettiva unità geopolitica.” (Alessandro Grossato, Giuseppe Tucci in ideazione.com).

    [3] L’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente venne fondato nel 1933 su iniziativa del tibetologo Giuseppe Tucci e di Giovanni Gentile, che ne assunsero rispettivamente la vicepresidenza e la presidenza, con lo scopo di “promuovere e sviluppare i rapporti culturali fra l'Italia e i paesi dell'Asia Centrale, Meridionale ed Orientale ed altresì di attendere all'esame dei problemi economici interessanti i Paesi medesimi”.

    Nel 1995 l’Ismeo è stato accorpato all’Istituto Italo Africano (IIA) dando origine all’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), che ne ha raccolto l’eredità e gli scopi culturali nonché la prestigiosa biblioteca.

    [4] Confronta Alessandro Grossato, Il libro dei simboli. Metamorfosi dell’umano tra Oriente e Occidente Mondatori, 1999.

    [5] A. Grossato, op. cit. p.10

    [6] Haushofer venne invitato dall’ISMEO per una seconda conferenza, che si tenne il 6 marzo 1941. Il testo della conferenza “Lo sviluppo dell’ideale imperiale nipponico” è, attualmente, in corso di stampa per le Edizioni all’insegna del Veltro.

    [7] “Il leader degli Eurasiani giapponesi era il principe Konoe, uno dei politici più in vista del Giappone d’anteguerra, primo ministro dal 1937 al 1939 e dal 1940 al 1941; ministro di Stato nel 1939; membro di gabinetto nel 1945 del principe Hikasikuni (gabinetto che firmò la capitolazione e fu, pressoché interamente, arrestato dagli Americani). Konoe era sostenitore della maggiore integrazione possibile con la Cina, dell’unione con la Germania ed era un risoluto avversario della guerra contro l’Unione Sovietica (il patto di non aggressione fu firmato quando egli era primo ministro). Konoe odiava gli Americani e si suicidò nell’autunno del 1945 alla vigilia del suo arresto. Ancora oggi, egli gode di una grande notorietà in Giappone e la sua personalità suscita sempre rispetto.” (da una lettera del nippologo russo Vassili Molodiakov al geopolitico e filosofo Alexander Dughin, pubblicata in Elementy, n.3 - asslimes.com).

    [8] Kitabatake Chikafusa (1293-1354), nell’opera classica (Jinnoshiki) del pensiero politico giapponese, fissava, in coerenza con la tradizione shintoista, i principi di legittimità della discendenza imperiale

    Karl Haushofer, Italia, Germania e Giappone
    a cura di Carlo Terracciano
    Quaderni di Geopolitica
    pp. 27, 5 euros
    Edizioni all'insegna del Veltro
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Osservazioni su una dichiarazione del portavoce del Quai d'Orsay sulla Bielorussia
    :::: 8 Novembre 2004 :::: 89 T.U. :::: Commento :::: Yves Bataille
    Notiziario diplomatico del ministero degli Affari Esteri. Sommario della conferenza stampa del 26 ottobre 2004 di un portavoce del Quai d'Orsay:

    3 - BIELORUSSIA ''La Francia è molto preoccupata per gli ultimi sviluppi in Bielorussia, in particolare per la repressione di cui vengono fatte oggetto le manifestazioni pacifiche che si tengono quotidianamente a Minsk dal 18 ottobre. Queste manifestazioni fanno seguito agli scrutini dello scorso 17 ottobre, che non hanno permesso agli elettori bielorussi di esprimere liberamente la loro volontà. La Francia, a questo proposito, si richiama alle conclusioni della missione di osservazione dell’OCSE, che essa sottoscrive in pieno, così come alla dichiarazione del 20 ottobre dell’Unione Europea. La Francia rileva peraltro le misure prese dalle autorità bielorusse nei confronti dei responsabili dell’opposizione, come l’aggressione di cui è stato vittima M. Lebedko e le incarcerazioni di M. Statkevic e di numerosi membri del movimento ''Zubr''. La Francia è disposta ad esaminare con i suoi associati dell’Unione Europea e della comunità internazionale ogni misura che potrà contribuire al rafforzamento della società civile bielorussa e all’evoluzione della Bielorussia verso la democrazia e lo Stato di diritto. ''

    Osservazione di Yves Bataille su questa dichiarazione del portavoce del Quai d’Orsay :

    Signori,
    riguardo alla Bielorussia, nel paragrafo 3 del Notiziario Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, in data 26 ottobre, il portavoce del Quai d’Orsay non si accontenta di lanciarsi in un inammissibile attacco in piena regola contro un paese indipendente e sovrano, ma difende a spada tratta un movimento denominato Zubr. Forse il portavoce non sa che cosa sia questo gruppo. Se lo ignora, è assai grave che un funzionario si esprima a nome della Francia; ma se lo sa, è ancora peggio.

    Per quelli che non lo sapessero, Zubr è l’equivalente dell’Otpor in Serbia, di Kmara in Georgia, di Pora in Ucraina e di Mjaft in Albania, paesi in cui l’ingerenza degli Stati Uniti è proporzionale ai loro interessi geostrategici, i quali divergono, lo si constata quotidianamente, da quelli degli Europei. Questi movimenti giovanili non sono per nulla, come viene suggerito, delle spontanee emanazioni della “società civile”, ma, al contrario, delle fabbricazioni sponsorizzate con milioni di dollari dalle mentite spoglie dell’ingerenza statunitense nei punti caldi che riguardano direttamente l’Europa (i Balcani, il Caucaso, l’anello circolare dell’Eurasia). Questi apparati si chiamano USAID, National Endowment for Democracy (NED), Open Society Institute (Fondazione Soros), German Marshall Fund of the United States, Freedom House ecc. In collaborazione con la Jamestown Society, nella quale ritroviamo Zbigniew Brzezinski, il teorico dello smantellamento della Russia, la Freedom House, diretta dall’ex responsabile della CIA James Woolsey, ospita l’American Committee for Peace in Chechnya, incaricato di condurre la guerra dell’informazione contro Mosca e gli interessi europei con il pretesto, già utilizzato nei Balcani, della democrazia e dei diritti dell’uomo (difesi, come ben si sa, in Iraq). Con associazioni come l’International Crisis Group (ICG) di Morton Abramowitz, l’uomo che a suo tempo consegnò i missili Stinger al guerrigliero afghano vicino a Osama Ben Laden, il trafficante di droga Gulbuddin Hekmatyar (sempre in attività), ci si trova al cuore del dispositivo dell’ingerenza americana in Eurasia. Questi movimenti non sono soli. Per le necessità della causa sono stati fabbricati una serie di siti internet incaricati di rafforzare la propaganda virtuale e istituti di sondaggio (come il CeSID in Serbia) che «accompagnano» le elezioni di quelli che in altre parole sono i paesi-bersaglio, designano in anticipo i vincitori, influenzano psicologicamente i votanti e danno dei risultati che le commissioni elettorali non hanno, ancor prima della chiusura degli scrutini (si constata che i loro colleghi molto meno rapidi negli Stati Uniti).

    Come Otpor, Kmara, Pora o Mjaft, così anche Zubr è stato addestrato, preparato al bazar di strada e alla propaganda politico-mediatica per intervenire al momento opportuno, ricevere la pubblicità dei media occidentali e delegittimare i poteri in carica. Sulla base delle teorie dette “della guerra civilizzata” del professor Gene Sharp (Albert Einstein Institution, già della John Hopkins University), questi gruppi, formati prima nei grandi alberghi di Budapest e di Sofia e oggi in una proprietà della Vojvodina in Serbia, conducono operazioni mirate di destabilizzazione che rientrano nell’ambito della guerra psicologica e della guerra civile e non di un’azione pacifica o di semplice lobbying, come si vorrebbe farci credere. Di conseguenza, è desolante vedere un rappresentante della Francia, il portavoce del Quai d’Orsay, in contrasto con certe dichiarazioni e con la posizione assunta a Soci, ma anche a Pechino, dal Presidente della Repubblica Jacques Chirac, riprendere meccanicamente le parole dei think tanks statunitensi, del Dipartimento e del Pentagono, ai quali queste «associazioni per la democrazia e i diritti dell’uomo» sono organicamente legate, come lo era ieri il gruppo di Bernard Kouchner. Essere al fianco delle forze d’ingerenza statunitensi e contro l’indipendenza dei paesi europei significa, dal punto di vista francese, proseguire sulla via delineata dall’asse Parigi-Berlino-Mosca?
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Chi ha assassinato Rafic Hariri?
    :::: 23 Febbraio 2005 :::: 9:43 T.U. :::: Analisi :::: Gilles Munier
    Se fossero onesti con se stessi, gli uomini politici e i giornalisti che accusano la Siria di essere dietro l’assassinio di Rafic Hariri si porrebbero la domanda che nasce automatica all’inizio di ogni inchiesta: « A chi giova questo crimine? ».

    Oggi lo si sa, gli Stati Uniti ed Israele non desideravano che Rafic Hariri dirigesse la campagna elettorale delle prossime elezioni legislative in Libano, perché egli poi avrebbe dato fastidio alla messa in opera dei loro progetti nella regione. Se l’uomo d’affari libanese era considerato come “filo-americano” dagli islamismi della corrente di Bin Laden, egli non lo era abbastanza per i neo–onservatori americani, i likudiani e i loro scagnozzi del Comitato USA per un Libano Libero. Per i sostenitori del « Grande Medio Oriente », Rafic Hariri era un « nazionalista arabo », semplicemente perché non era propenso ad accettare la divisione del mondo arabo in una moltitudine di entità etniche e religiose.

    Nemici mortali

    Bisogna sapere che negli ambienti neo-conservatori americani e libanesi circola un progetto di divisione del Libano. Esso è sostenuto da Elliott Abrams, nuovo n°2 del Consiglio per la sicurezza nazionale, incaricato di destabilizzare la Siria. Questo documento chiamato « la via modello » ha in programma di dividere il paese in due Stati : uno Stato cristiano, creato per diventare un « secondo Israele » ed uno Stato musulmano, dove verrebbero insediati i Palestinesi rifugiatisi nel paese dal 1948.

    Dal momento che Rafic Hariri non voleva sentir parlare di smembramento, più di tutto era necessario che egli non prendesse la testa di un’opposizione suscettibile di governare il paese. La sua dichiarazione sul quotidiano libanese Daily Star (15/12/04) ne faceva, agli occhi dei neo-conservatori, un « filo-palestinese » incorreggibile. « Uno Stato palestinese con Gerusalemme come capitale », aveva detto, « è il diritto del popolo palestinese ». I suoi contatti con uomini politici europei per impedire l’iscrizione di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche, non erano loro sfuggiti. Egli incontrava discretamente Sayyed Hassan Nasrallah tutte le settimane per tenerlo al corrente dei suoi sviluppi. Alcuni giorni prima dell’attentato, egli si era intrattenuto due volte con lo sheikh sciita e si era detto « ottimista sul risultato » (AFP - 15/2/05). Egli aveva forse firmato la propria sentenza di morte.

    La mano del Mossad

    È del tutto evidente che se c’era un paese a non aver alcun interesse ad assassinare Rafic Hariri,questo era proprio la Siria. Essa, inoltre, non ne aveva la capacità. Dal momento che Hariri si spostava su di un veicolo munito di un radar che disturbava i meccanismi di innesco degli esplosivi comandati a distanza, i suoi assassini dovevano essere in possesso del sofisticatissimo materiale di contro-disturbo. Inoltre, quando egli lasciava un luogo, tre convogli blindati partivano in tre diverse direzioni. Come poteva il commando essere sicuro della sua presenza in un veicolo se non attraverso un sistema di sorveglianza ad altissimo livello ? Nella regione, solo gli Stati Uniti ed Israele possono mettere in moto tali mezzi.

    La rivendicazione dell’operazione da parte di un gruppo sconosciuto chiamato « Vittoria e Jihad nella Grande Siria » non è credibile. Non si vede come il palestinese Ahmed Abou Adas avrebbe potuto disporre dei mezzi logistici e tecnici necessari alla realizzazione, come avrebbe potuto camuffare 300 kg di esplosivo C4 in un tombino senza farsi notare e come avrebbe saputo che l’ex Primo Ministro libanese sarebbe passato di là.

    Secondo la resistenza irachena, l’attentato di Beyruth assomiglia a quelli di Bagdad la cui origine rimane inesplicabile. Per Rime Allaf, dell’Istituto reale per gli affari internazionali di Londra (Reuters - 14/2/05), si tratta « dell’opera di servizi segreti, non di una piccola organizzazione». Esso ha per scopo, dice, di « far piombare il Libano nel caos » e di « far accusare la Siria ». Mustafa Al-Naser, consigliere di Rafic Hariri, va ancora più lontano : egli accuso il Mossad dell’ l’assassinio (Iran News Agency - 15/2/05). La stampa araba è quasi unanime nell’indicare Tel Aviv, ma si cerca invano nella stampa occidentale un articolo che sviluppi questa ipotesi...

    Complotto

    Chiedere il ritiro delle truppe siriane dal Libano è una cosa, ma approfittarne per accusare i servizi segreti di questo paese – senza la minima prova e contro ogni logica – di essere i colpevoli della morte dell’ex Primo Ministro libanese non è ammissibile. Questo deriva dalla malafede e dal complotto.

    Le pressioni esercitate sul Presidente Bashar Al-Assad non hanno solo l’obiettivo di vietargli il sostegno alla resistenza irachena. Il voto della risoluzione 1559, l’assassinio di Rafic Hariri, il caos annunciato nel Libano e l’applicazione del Syrian Accountability Act, sono i denti di un ingranaggio il cui scopo ultimo è l’abbattimento del regime baathista e la suddivisione del paese. Quando si legge che la Siria sostiene il terrorismo, minaccia le forze americane e quelle dei loro alleati con i suoi missili, si dice che lo Studio Benador Associates e il Rendon Group, legati al Pentagono e specializzati in menzogne mediatiche, sono di nuovo all’opera. Un amico libanese mi diceva che l’assassinio di Rafic Hariri gli ha fatto pensare a quello dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel giugno 1914. L’attentato era servito da pretesto per lo scatenamento di quello che sarebbe diventato il primo conflitto mondiale. Bisogna dedurne che la quarta guerra del Golfo è cominciata ?

    domenica 20 febbraio 2005

    Fonti :

    Rafic Hariri ucciso in un attentato a Beyruth di Nadim Ladki (Reuters - 14/2/05)
    Thierry Oberlé – Chi ha ucciso Rafic Hariri (17/2/05)
    I ricordi della guerra civile risvegliati improvvisamente, di Gilles Paris (Le Monde - 16/2/05)
    Israele e/o l’America implicate nell’assassinio di Rafik Harriri, par Sam Hamod (Information Clearing House - 14/2/05)
    Hariri : “Il Mossad o Al Qaïda », di Barah Mikaïl (TF1 - 14/2/05)
    Risparmiate alla mia patria le vostre brutte esperienze, di Karim Pakradoumi (France-Pays Arabes, febbraio 2005)


    Dal sito: http://www.oulala.net/Portail/articl...cherche=munier

    (traduzione a cura di Belgicus)
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