Demagogia antimarket in agguato, l'informatore così è antiriformatore
di Alberto Mingardi

Due giorni fa la Camera ha approvato in prima lettura l'istituzione di un albo degli informatori scientifico-farmaceutici. Un emendamento dell'opposizione, che si spendeva per evitare almeno la stazione obbligata dell'esame di Stato, non ha superato il vaglio dell'aula, nonostante la simpatia degli ultimi mohicani liberali di maggioranza, come l'ex ministro Pagliarini. L'Unione europea ci invita ad aprire le professioni, scommettendo sulla concorrenza anziché sulla tutela corporativa, e i nostri parlamentari che fanno? Non solo non s'arrischiano a toccare gli ordini professionali che già esistono (per la Cdl sono «testimonianza di un'altissima civiltà giuridica»), ma ne creano di nuovi. Con l'aggravante, come in questo caso, di chiudere a doppia mandata un mestiere già blindatissimo. Le normative comunitarie prevedono che l'informatore debba vantare conoscenze scientifiche sufficienti per svolgere con cognizione di causa il proprio mestiere. Poi il decreto legge 541/92 focalizzava ulteriormente il punto, restringendo l'accesso alla professione ai titolari di una laurea in medicina, biologia, chimica, farmacia, e tecnologia farmaceutiche, medicina veterinaria, o di diploma universitario in informazione scientifica e altri diplomi di laurea riconosciuti idonei dal ministero della Salute. Anziché sbrogliare la spirale regolatoria in cui ci siamo cacciati, la si avvita ulteriormente. E' davvero significativo un commento, in aula, dell'onorevole Minoli-Rota: «La figura dell'informatore scientifico si pone in relazione con medici e farmacisti, persone la cui eccellenza è garantita e determinata dall'iscrizione a un ordine». Fermi un secondo: siamo davvero convinti che l'“eccellenza” di medici e farmacisti, bizzarramente evocati come categorie omogenee sul piano competenze-moralità, si sostanzi nell'essere iscritti a un ordine? Le parole più famose del giuramento d'Ippocrate sono «mi asterrò dal recar danno e offesa». Il voto pronunciato ad Apollo medico era assunzione di responsabilità individuale, promessa della coscienza, mettere in gioco se stessi in quanto persona. Il rapporto medico-paziente ha una dimensione unica nei mille contratti di cui è fatta la nostra vita, non certo perché l'uomo che ci sta davanti si appunta sul camice bianco una tessera. Come in nessun'altra relazione forse è necessaria una fiducia, man mano che il sentiero s'inclina anche una condivisione, che è inevitabilmente fra individui, che è il senso del rispetto che si deve al malato e la scommessa nella sapienza del dottore. Non si può coltivare neppure uno sfumato dubbio che l'onorevole Minoli Rota intendesse davvero quel che ha detto, che sul serio risolva nella pretesa necessità di barriere all'entrata, le virtù del lavoro più importante del mondo. Nondimeno, egli fa presente che l'ordine servirebbe affinché «gli informatori scientifici abbiano regole precise e un sistema al quale poter rispondere in modo puntuale per garantire la trasparenza nella loro professionalità».

Questo provvedimento nasce sull'onda degli scandali che hanno visto implicati medici e rappresentanti delle aziende. Peccato che se la corruzione prende quei sentieri, è essenzialmente perché il medico è l'unico vettore di informazione verso il paziente. E' razionale tentare di “comperarlo”, proprio perché non c'è possibilità diretta all'utente ultimo del prodotto che si cerca di vendere. Pensare però che l'industria farmaceutica sia impegnata mattina e sera nell'organizzare convegni esotici a vantaggio di dottori compiacenti, e non nello sviluppare farmaci innovativi che migliorano la vita della gente, è palesemente assurdo, e contraddice l'esperienza degli ultimi cinquant'anni. Gli improvvisi slanci moralizzatori renderanno solo più difficile accedere alla professione, portando così quanti già ne sono parte a godere una posizione di più consistente potere - anzitutto, nei confronti dei loro datori di lavoro, le industrie farmaceutiche. Solo una mentalità perversamente anticapitalistica, che veda le imprese come agenti corruttori a scapito degli individui, inconsapevoli ingranaggi, può pensare che tanto basti a disinnescare ogni conflitto d'interesse.

(Da Il Riformista, 25 febbraio 2005)