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Iraq, 60% della popolazione alle urne
Rice: ''Le elezioni irachene stanno andando meglio del previsto''. I risultati non arriveranno prima di almeno dieci giorni
Baghdad, 30 gen. (Adnkronos) - Storica la percentuale di partecipazione al voto in Iraq, nonostante la revisione al ribasso da parte della Commissione elettorale che, dopo avere parlato del 72%, ha ridimensionato il dato al 60%. In ogni caso un risultato inatteso, soprattutto dopo le minacce di attentati dei giorni scorsi che, purtroppo, sono state messe in atto. E il neo segretario di stato americano, Condoleezza Rice ha dichiarato che le elezioni irachene sono andate ''meglio del previsto''. La partecipazione al voto, come previsto e' stata ampia tra gli sciiti e i curdi, al minimo la risposta dei sunniti, dopo i numerosi appelli al boicottaggio che si sono susseguiti nei giorni precedenti alle elezioni.
I risultati definitivi di queste elezioni, le prime dal rovesciamento del dittatore Saddam Hussein, non arriveranno prima di almeno 10 giorni. Questo e' il termine indicato dalla Commissione elettorale che probabilmente sara' in grado di fornire i primi risultati provvisori gia' dalla prossima settimana. Per difficolta' logistiche, e per mancanza di energia elettrica, non sono invece possibili gli exit poll.
La partecipazione ha sfidato le minacce di sangue, purtroppo mantenute, fatte nei giorni scorsi dal gruppo dell'estremista islamico Abu Musdab Zarqawi. Gli attentati di oggi che, stando agli ultimi dati, hanno fatto 36 morti (30 civili e 6 poliziotti) e 96 feriti. In particolare, il gruppo del terrorista giordano al Zarqawi ha rivendicato 13 azioni di attentatori suicidi a Baghdad, Mosul, Samarra, Tel Afar e Baquba. E nel primo pomeriggio un aspirante kamikaze che voleva farsi saltare per aria di fronte a un seggio elettorale di Baghdad e' stato scoperto dalla gente in fila per votare ed ha rischiato il linciaggio. L'uomo, che indossava un giubbotto pieno di esplosivo, e' stato poi preso in consegna dalle forze della sicurezza nel sobborgo della capitale al-Jadida.
A Samarra, a nord di Baghdad, sono stati rapiti trenta funzionari elettorali, secondo quanto riferisce un sito web islamico, da un gruppo di insorti iracheni. Inoltre un kamikaze si è fatto esplodere davanti all'abitazione del ministro della giustizia Malik al-Hassan. L'attacco ha provocato il ferimento di due guardie a difesa della residenza del ministro che in quel momento non si trovava a casa. Tutti gli attentati sono stati rivendicati dal gruppo di al Zarqawi.
Tra i primi a recarsi al seggio, nella blindatissima 'Green zone' di Baghdad e' stato il presidente iracheno Ghazi al-Yawar. Anche il premier Iyad Allawi ha gia' votato, mostrando poi ai fotografi il dito macchiato di inchiostro e affermando che oggi per l'Iraq e' ''un momento storico'', e che con queste elezioni gli iracheni stanno iniziando ''a scrivere il futuro con le proprie mani''. "
www.adnkronos.it
Shalom


Un evento epocale che leggeremo sui libri di storia.
Emozionante.




dal sito di IDEAZIONE
" La strada verso il futuro
di Marco Vicenzino*
[28 gen 05]
Le elezioni di domenica segnano la continuazione di quel processo di trasferimento del potere iniziato alla fine di giugno del 2004. Il completamento di questo processo di transizione è previsto per il dicembre del 2005 con l’elezione di un nuovo parlamento iracheno e la piena restaurazione della sovranità. Man mano che questo processo avanza, la violenza aumenta come parte di un’efficace e sofisticata insurrezione volta a destabilizzare il Paese, colpendo tutto il personale, civile e militare, straniero e, soprattutto, tutti gli Iracheni che collaborano e partecipano al processo di ricostruzione della loro patria. Essi costituiscono la gran maggioranza delle vittime.
Il nuovo governo che sarà scelto nelle elezioni di domenica dovrà portare a termine i suoi compiti principali, che sono quello di redigere una nuova costituzione, che si estenda effettivamente anche alla comunità sunnita e di potenziare notevolmente le forze di sicurezza irachene con l’assistenza statunitense e in più l’addestramento condotto dai Paesi membri della NATO. Gli Iracheni voteranno una nuova costituzione in un referendum nazionale previsto per il settembre del 2005. I negoziati fra i diversi gruppi etnici e religiosi accenderanno controversie, in particolar modo fra la maggioranza sciita (circa il 60% della popolazione) e la ben organizzata minoranza curda (circa il 20% della popolazione) sulle questioni riguardanti l’organizzazione del territorio e la distribuzione del potere alle autorità locali. I Curdi cercheranno di allargare i confini di una regione autonoma curda all’interno di un Iraq federale, fino ad includere la città di Kirkuk, centro petrolifero dell’Iraq settentrionale, strategicamente importante, che essi considerano come la loro capitale storica. Il fragile equilibrio etnico di Kirkuk è una polveriera che può far scoppiare una guerra civile estesa anche ai vicini dell’Iraq, in particolar modo la Turchia, che a sua volta brama il petrolio di Kirkuk, protegge la minoranza turca della città e ha perennemente paura delle aspirazioni separatiste curde, dato che queste possono infiammare l’importante minoranza curda in Turchia.
Dopo più di un decennio di indipendenza di fatto, i Curdi sono riluttanti ad accettare qualsiasi limitazione alla loro autonomia a vantaggio di un governo centrale di Baghdad dominato dagli Sciiti. Nell’attuale costituzione provvisoria dell’Iraq, le tre province curde possono opporre il veto ad ogni legge del governo centrale. Gli sciiti cercheranno di eliminare queste condizioni in una nuova costituzione. Nonostante gli ostacoli, è probabile che Sciiti e Curdi giungano ad un compromesso ragionevole; quali vittime della peggior repressione di Saddam, hanno più da guadagnare da un nuovo Iraq federale e democratico. Il federalismo è essenziale per il futuro dell’Iraq. Ci dev’essere una significativa separazione di poteri, fra il governo centrale di Baghdad e le autorità privinciali. Questo dipende dalla cultura del compromesso e non dalla mentalità del “vincitore-piglia-tutto”, la principale minaccia nella cultura politica irachena.
In questo processo di transizione, la principale sfida per il governo sarà il dover affrontare la comunità sunnita, circa il 20% della popolazione irachena. Ovviamente si prevede che ci sarà ben poca partecipazione dei Sunniti alle elezioni di domenica, in particolar modo nel Triangolo Sunnita, la patria della comunità nell’Iraq centrale, cosa che farà sorgere, in molti, in Iraq e all’estero, dubbi sulla legittimità delle elezioni. I Sunniti temono un futuro in cui, per la prima volta, non domineranno e saranno ridotti allo status di minoranza. Fra i Sunniti c’è anche una forte opposizione alla presenza straniera nella loro terra, cosa che deriva da un mix di fiero nazionalismo e fervore religioso. Quei Sunniti che vogliono partecipare alle elezioni sono molto riluttanti, a causa della paura che hanno delle rappresaglie degli insorti.
Il nuovo governo dovrà isolare gli elementi sunniti più radicali e contrari al governo, coinvolgere invece la maggioranza moderata con incentivi e garanzie su pari diritti, opportunità e status. Il nuovo governo deve riservare un numero sufficiente di seggi ai Sunniti nella nuova assemblea costituente e nominare funzionari sunniti in posti di rilievo. Senza partecipazione sunnita, non vi sarà pace in Iraq. Lo scenario alternativo è la guerra civile, la disintegrazione e la “libanizzazione” del Paese con conseguenze disastrose per gli Iracheni, i vicini dell’Iraq, la stabilità regionale e internazionale. Come l’Afghanistan negli anni ’90, l’Iraq potrebbe diventare il paradiso degli estremisti. Contrariamente all’Afghanistan, l’Iraq detiene la seconda riserva petrolifera del mondo. Con un accesso diretto a lauti profitti, i terroristi potrebbero finanziare operazioni letali in tutto il mondo.
La più grande e concreta sfida del nuovo governo sarà l’espansione delle sue forze di sicurezza e l’aumento della loro capacità operativa. L’efficienza dell’insurrezione ha influito chiaramente sul morale delle truppe ed ha causato diserzioni. Servono urgentemente più consiglieri militari dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi della NATO. Miglioramenti ci saranno nel tempo. Comunque la situazione per le forze irachene dovrà ancota peggiorare prima di cominciare a migliorare. L’impegno militare degli Stati Uniti rimane essenziale per il futuro dell’Iraq. Deve provvedere a fornire tutte le risorse necessarie ad assicurare che l’Iraq esca dall’attuale tumultuosa situazione. I leader del nuovo governo devono mostrare unità, trasparenza e affidabilità, cosa che permetterà loro di guadagnarsi legittimità, quella legittimità per cui lotteranno dopo le elezioni di domenica e che servirà a convincere i cittadini iracheni che l’attuale spirale di violenza può essere spezzata in gran parte del Paese.
I vicini dell’Iraq preferiscono un governo centrale debole, in grado di provvedere ad un minimo di ordine interno, ma esposto alla loro influenza, in particolar modo nelle province irachene di confine e in ultima istanza dipendente da loro per la garanzia della sua stabilità. L’Iran spera in una maggior influenza del clero sciita nel nuovo governo, mentre la Turchia è costantemente attenta alle attività nel Nord curdo. Le principali preoccupazioni dell’Arabia Saudita sono quelle relative alle attività degli estremisti sunniti ai confini con l’Iraq e vigila sull’influenza degli Sciiti iracheni sulla sua ricalcitrante minoranza Sciita della costa orientale. La Siria farà il minimo indispensabile per dimostrare di aver sostenuto lo sforzo statunitense e niente più, controllando i suoi estremisti e i loro simpatizzanti che attraversano il confine iracheno. Se questi vengono uccisi in Iraq, saranno tutte preoccupazioni in meno per Assad. Se ritornano, saranno schedati nel caso scoppino futuri disordini di estremisti. La paura che la Giordania ha dell’impatto al suo interno delle attività dei fondamentalisti in Iraq, si accompagna alla speranza di una maggior stabilità, che può portare a significativi guadagni economici grazie all’incremento della rotta commerciale che passa dal porto di Aqaba.
Quali saranno gli esiti delle elezioni?
Il nuovo governo iracheno non sarà simile a un’istituzione secolare, all’occidentale, come preferirebbero gli Stati Uniti, né un regime teocratico in stile iraniano. Anche se, comunque, la religione svolgerà un ruolo importante. Islamisti sciiti moderati domineranno il nuovo governo, con una significativa influenza del clero sciita, alleati con una presenza curda formidabile e politicamente unita.
Sin qui gli Sciiti moderati hanno mostrato di essere responsabili nel frenare i loro elementi più radicali, in particolar modo durante le due violente insurrezioni a Najaf che l’anno scorso hanno coinvolto truppe americane e anche dopo numerosi attentati dei fondamentalisti sunniti contro obiettivi sciiti, volti a provocare reazioni violente e precipitare la situazione in una guerra civile.
Gli Sciiti moderati tollerano la presenza statunitense e sono consapevoli della sua importanza per prevenire lo scoppio di una guerra civile. Comunque, vogliono vedere una significativa riduzione delle truppe statunitensi ed, eventualmente, un loro ritiro, non appena sarà ripristinato un sufficiente livello di stabilità e normalità.
28 gennaio 2005
traduzione dall’inglese di Stefano Magni "
Shalom


dal quotidiano IL GIORNALE di oggi 31 gennaio
" il Giornale del 31/01/2005
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Il coraggio delle donne armate solo di schede
Cristiano Gatti
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Forse è meglio che questa volta non aspettiamo l'otto marzo con tutto il nostro cerimoniale post-moderno di mimose alle colleghe d'ufficio e di feste per sole donne con spogliarellisti sui tavoli. Se davvero ha ancora un senso rendere omaggio alle donne conviene farlo subito, adesso, fuori dai seggi iracheni: eccole rispondere in massa, sconvolgendo tutte le previsioni, spiazzando i signori della dinamite, nobili e dirette discendenti delle suffragette d'inizio Novecento, allora derise e sfottute pioniere che assaporarono il gusto di votare in Gran Bretagna, aprendo la strada alle donne di tanti altri luoghi del mondo.
Un secolo dopo, là dove la storia cammina con un secolo di ritardo, stanno in fila composte e serene, coperte da quelli che a noi sembrano tetri pastrani neri, in braccio bambini ancora in fasce, da poppata vagante. Aspettano il loro turno, sorridono timide ai fotografi occidentali. In tanti casi, cocciute e coraggiose, hanno convinto gli uomini di casa a vincere la paura. Rischiano la vita, loro e soprattutto i loro figli, ma ci sono. "
Shalom


Mi riferisco a quella minoranza violenta, ricca per censo e terrorista per mestiere o per fanatismo religioso, che la "nostra" minoranza ha portato sugli scudi.
I veri "eroi" iracheni sono i milioni di uomini e donne con la "scheda in mano" e la speranza nel cuore.
Aiutiamoli, non lasciandoli soli.
saluti


Nell’imminenza del voto in Iraq, il difficile tentativo di far rinascere
la democrazia in quel paese deve confrontarsi non solo con le aggressioni terroristiche dei tagliagola locali e importati, ma anche con quelle verbali, meno sanguinose, della sinistra snob di
casa nostra.
Gianni Vattimo, seguendo una linea di “pensiero” cui si era già
ispirato Antonio Tabucchi, ci ha spiegato che quelli che cercano di impedire le elezioni sono come i partigiani che hanno contribuito alla liberazione del nostro paese.
I partigiani veri se la sono presa a male e hanno replicato che loro lottavano perché si potesse votare, non per il contrario.
Pino Arlacchi, che di democrazia se ne intende per aver trattato (e contrattato) con quella dei Talebani in Afghanistan, si mette a spiegarci che le elezioni in Iraq non sono l’avvio della democrazia,
ma l’instaurazione di una “dittatura della maggioranza sciita”.
L’errore di fondo dell’amministrazione americana, secondo Arlacchi, consiste nell’aver “voluto le elezioni a tutti i costi”, di voler imporre la democrazia contro la “cosiddetta tirannia”.
Che l’orientamento politico sia dettato da una maggioranza non è democrazia ma dittatura, mentre la tirannide di Saddam Hussein, con i suoi genocidi e persecuzione delle minoranze, era
“cosiddetta”.
Forse sarebbe bene che coloro che hanno vissuto e pagato in prima persona la lotta per la libertà in Italia ricordassero anche ad Arlacchi l’abc della democrazia.
La preoccupazione che nessuna minoranza irachena, dai kurdi ai sunniti, sia discriminata è ragionevole, anche se la costituzione in vigore è la più liberale e garantista tra quelle esistenti nei paesi arabi.
Ma quelli che combattono le elezioni non chiedono garanzie: intimano agli elettori di non recarsi ai seggi minacciandoli di morte.
La situazione irachena è assai diversa da quella dei paesi occidentali che hanno imparato l’antica lezione di separare ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. Lì la cultura politica è fortemente intrecciata con quella religiosa, con permanenti pericoli di teocrazia.
Ma arrivare, per questo, a negare a quel popolo il diritto di
autogovernarsi è razzistico.
Non riconoscere, poi, l’abisso morale che separa bande di assassini da una popolazione che, rischiando la pelle, vuole
andare a votare, non è solo un errore di valutazione politica.
E’ disgustoso.
Comprensibile solo come espressione di una ubriachezza molesta di fondo.
Ferrara su Il Foglio del 28 gennaio
saluti


[QUOTE]In origine postato da Pieffebi
Ottimo Senatore,
La vittoria è stata della maggioranza degli irakeni anche sulle utopie delle nostre sinistre che si dilettano in politica estera e sui fatti che hanno un rapporto con la morale e i diritti politici.
Perchè sminuivano le elezioni prima che si tenessero?
Temevano che venisse alla luce che la maggioranza degli irakeni non è affatto fiancheggiatrice dei terroristi che un magistrato di Milano ha elevato al rango di resistenti guerriglieri già definiti tali dalle teste d'uovo para-comuniste
Gli italiani che in passato diedero il loro voto alle sinistre hanno un motivo di riflessione in più se castrarsi senza vantaggi ideali,morali e materiali.
Gli irakeni,donne,in particolare,hanno dimostrato che l'uguaglianza cui aspirano non è basata sulle categorie marxiste ma su un ideale che è comune alle civiltà umane più evolute:la libertà politica.