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Discussione: Resistenze

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    Predefinito Resistenze

    E adesso chi glielo dice, a quel vecchio compagno che è intervenuto nel dibattito, in una sala di provincia, per dire che appare sospetto tutto questo sequestrare giornaliste di sinistra e pacifiste, chiediamoci a chi giova, non è che dietro c’è la Cia?
    Chi glielo dice che Raida al Wazan, 36 anni, non è di sinistra e pacifista, e si limita a condurre l’edizione regionale di Mosul del telegiornale Al Irakiya?
    Chi glielo dice, alle donne in nero, che il fatto che sia stata sequestrata mentre guidava l’auto con a bordo la figlioletta di dieci anni, dovrebbe farci sentire tutti a lutto?
    E chi dice a Bifo di immaginare quale disperazione possa aver armato la forza dei decapitatori, e chi avverte Giorgio Bocca che l’incompresa resistenza irachena ha aggiunto un nuovo fiore all’occhiello delle sue imprese?
    Chi fa notare ai commentatori delle elezioni truffaldine del 30 gennaio che il coraggioso Zapatero ha raccolto alle urne, nel referendum europeo, meno concorso del disincantato e pauroso elettorato iracheno?
    E chi chiosa i titoli – l’avevamo detto noi… – sulla sharia destinata a diventare unica fonte di un governo oscurantista, adesso che c’è un dibattito, uno scontro politico che non pretendiamo appassionante, ma che è autentico, nella candidatura alla premiership tra Ibrahim Al Jaafari a Yiad Allawi?
    Giorni fa, dopo il video che ritraeva Giuliana Sgrena, si è innescato un profetico dibattito sulle pagine internet di un sito-bandiera del giornalismo politicamente corretto, il Barbiere della Sera. Uno dei frequentatori si è chiesto se non fosse il caso, in risposta a quel passaggio in cui Giuliana invitava i giornalisti italiani a non venire in Iraq, di ritirare i reporter, se non era possibile ritirare le truppe, in un gran gesto da refusnik, da dissidenti, da coraggio civile.
    I fatti hanno preso alla lettera l’auspicio, e il Palestine è deserto.
    A chi giova? Alla Cia, che così eviterà fastidiose ricostruzioni della battaglia di Fallujah o analisi attente alla minaccia sciita, o interviste anticonformiste ai leader degli ulema?
    O giova a una resistenza, chiamiamola pure così, se l’Anpi non ha niente da ridire, che non ha mai invitato un giornalista a raccontare un solo straccio di programma, a mostrare un solo asilo o una sola scuola in un villaggio liberato, che non ha mai dimostrato di voler prefigurare nella lotta, e nei metodi di lotta, un solo assaggio del mondo nuovo, non fosse per quei tre incauti rivenditori di alcol messi alla gogna nella Fallujah libera dove si organizzavano i sequestri, dove le vittime venivano appese ai ponti, dove l’unica bandiera era quella del terrore per il terrore, condito da un po’ di nostalgia per i fasti di Saddam, e da un po’ di versetti del Corano recitati prima della decapitazione di turno?
    Ora e sempre, questa resistenza che non vuole giornalisti tra i piedi, scomodi o pronti a raccogliere le loro testimonianze, che vogliono bene al popolo iracheno aggredito da Bush, o che vogliono bene al popolo iracheno, e alle donne e ai bambini, anche quando vengono straziati dalle autobomba del terrore.

    Un pensiero a Quattrocchi
    E chi glielo dice al santone del sindacato dei giornalisti che, è vero, noi giornalisti non amiamo venir arruolati, ma prima ancora non amiamo venir sequestrati, e gradiremmo di poter fare il nostro lavoro senza essere reclutati da nessuna bandiera, neanche quella arcobaleno – che censurò, da Assisi alle visite guidate da Un ponte per…, lo scandalo di Oil for food – oltre a quella a stelle e strisce, che pure lasciò trapelare le vergogne di Abu Ghraib, e l’esecuzione a freddo di Fallujah?
    E chi dice a quel ragazzo benedetto, il figlio di Enzo Baldoni, che la morte dell’assassino di suo padre non è stata una vendetta che priva noi tutti di un processo giusto, ma un’azione della polizia irachena, che non può portare sollievo e neppure soddisfazione, ma che ci deve far registrare che ci sono iracheni che si battono contro il terrore? In attesa che le truppe d’occupazione se ne vadano, come reclamano ora e subito i cartelli nelle manifestazioni in cui non c’è un solo cartello che reclami, chieda, implori la restituzione del corpo di Enzo?
    E chi ha il coraggio di ricordare adesso, le parole di Fabrizio Quattrocchi? Dicevano che aveva promesso la prova che un fascista sa morire a modo suo. Disse che mostrava come muore un italiano. Fu visto con sospetto, e in qualche caso con derisione.
    Il sospetto era legittimo, perché non è vero che così muoiono gli italiani.
    Così è morto un italiano, un soldatino male in arnese, da Grande Guerra, e gli italiani sono di tutto un po’: i diciannove di Nassiriyah, Vanzan e Baldoni, l’elicotterista e le due Simona, Giuliana Sgrena e noi e voi, che chissà come ci comporteremmo, nell’ora della verità, quando non c’è da lasciare Baghdad, ma da lasciare la vita.
    Quando ancora attendiamo il ritorno di Giuliana, rivolgiamo un pensiero, da non dire a nessuno, al congedo asciutto di un italiano qualunque, al gesto fascista di un italiano che ha imitato l’antifascismo dei condannati a morte di una resistenza europea, davanti alla resistenza irachena.

    Toni Capuozzo su Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Effetto Iraq

    Prima Damasco ha fatto sapere che collaborerà con l’Onu per l’applicazione della risoluzione 1.559, poi il ministro della Difesa di Beirut ha detto che “una decisione è stata presa” per il ritiro delle truppe siriane dal Libano.
    Non si è parlato di numeri né di date, si è detto che ci sarà un ridispiegamento dei soldati, dalle coste e dalle montagne alla parte est della valle della Bekaa. La notizia arriva poche ore dopo la missione in Siria del bulldozer diplomatico del rais egiziano Hosni Mubarak: Omar Suleiman, mediatore tra palestinesi e israeliani.
    Mentre a Beirut il premier Omar Karame non esclude di potersi dimettere sotto la pressione dell’opposizione in piazza, a Ramallah giura il nuovo governo di Ahmed Qorei (Abu Ala), dopo tre giorni di trattative in cui il rais Mahmoud Abbas (Abu Mazen) era contro il premier, ora sulla via del declino con le elezioni di giugno.
    Qorei ha dovuto cedere: nell’esecutivo non compaiono molti suoi fedelissimi della vecchia guardia arafattiana, ci sono invece 17 nomi nuovi. Un governo di tecnici.
    Saeb Erekat resta responsabile dei negoziati con Israele, ma perde il portafoglio.
    Come anticipato dal Foglio, Nabil Shaat è vicepremier, Nasser Youssef ministro dell’Interno e della Sicurezza nazionale, Salaam Fayyad delle Finanze, Mohammed Dahlan è agli Affari civili.

    saluti

 

 

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