Questa volta la bricolla è arrivata dalle montagne dell'Austria. Con un ritardo di una settimana, dovuto ad un problema di confezione, il prezioso carico ha attraversato il Brennero solo ieri, per giungere finalmente oggi sugli scaffali dei negozi lariani e non solo.
Stiamo parlando del tanto atteso Akuaduulza, il nuovo album di Davide Van De Sfroos, nato in cantina per soddisfare un personalissimo desiderio artistico.
Le quindici canzoni di questo quarto episodio discografico del menestrello della Tremezzina nascono con i colori dell'acqua dolce del lago di Como, sulle sponde del quale vivono i personaggi che animano ancora una volta le storie narrate da De Sfroos, e le tinte del corso limaccioso del Mississippi, in cui buona parte del disco affonda le proprie radici musicali.
Si chiude così un trittico, aperto da Breva e Tivan e proseguito con il viaggio di E semm partiii'. Akuaduulza è infatti il disco del ritorno a casa, è il disco nel quale riaffiorano, le visioni, i fantasmi e le streghe delle leggende lariane.
L'amore per la terra madre, Motherland come cantava la grande Natalie Merchant, è così viscerale che immergerlo nelle radici del blues della Louisiana, è un atto quasi dovuto.
Se in Madame Falena, brano che apre il disco, echeggiano ancora atmosfere gitane, ci pensa Il Paradiso dello scorpione, con il suono dell'armonica e il soffio vintage di chitarra elettrica Gretsch 6118, a metter in chiaro che il vento di Davide ha cambiato direzione.
Paradossalmente, pur costruito in casa, questo è il disco musicalmente più importante di De Sfroos, sicuramente il più maturo. A dar corpo a questa tesi due collaborazioni fondamentali: quella di Alessandro Gioia che ha prodotto con Davide il disco e quella di Marco Fecchio che ha prestato le sue chitarre ed il suo virtuosismo in punta di plettro a molte canzoni.
I tanti episodi acustici del disco sono la cartina di tornasole di una voglia di introspezione, di una necessità di esprimersi, anche attraverso i suoni, con quanto De Sfroos aveva nel cuore.
Il brano che dà il titolo al disco è un incontro di vecchie e nuove onde vagabonde, non solo sonore: è l'acqua del lago che bacia ancora le sue sponde, è il violino che trova per la prima volta il piano.
Se lo spazio per la 'pogata live' si ritrova solo ne El Fantasma del Ziu Gaetann, il cui ritornello è un invito esplicito a ballare, già con la successiva Il Libro del Mago, nella quale fa capolino una magica lap steel, si torna alla ballata di stampo roots, mentre il De Sfroos sciamano fa la sua comparsa in Shimmtaakula.
Il vento della collina di Pola è invece l'unico 'strumento' che accompagna una chitarra acustica Lakewood, nelle note essenziali di Quattro foglie, che anticipano Fendin, un tuffo nell'oscurità del lago, nella leggenda dai sapori medievali, vissuta sulla barca di un pescatore.
Unica concessione all'italiano nel nuovo disco è invece Il Corvo, lampante dimostrazione che De Sfroos, se volesse, potrebbe dire la sua in un mercato, quello della canzone d'autore, che avrebbe tanto bisogno di buone idee nuove, e non solo di tanti nuovi cloni.
Forse un giorno, per ora sono ancora le parole sognate dai pesci, il dialetto mezzegrino a dar fiato alla tramontana che, dopo Ventanas, lascia di nuovo ad Eolo i sogni di un detenuto e il compito di chiudere un gran bel disco.
E domani le nuove canzoni di Akuaduulza debutteranno anche dal vivo. Il nuovo tour partirà al Palacongressi di Lugano alle 21, in attesa del bagno di folla atteso per l'11 marzo al Teatro Sociale di Como, dove la prevendita sta andando piuttosto bene: 200 biglietti solo al botteghino di piazza Verdi.
La prevendita viene realizzata anche su Internet e nelle agenzie FourOne e Renata Music.
Davide 'Van De Sfroos' Bernasconi a Moltrasio la scorsa settimana, durante la presentazione del cd alla stampa. Con lui, le tre giovani stiliste dell'atelier Lou di Milano che hanno disegnato i costumi di scena della nuova tournée.
www.corrieredicomo.it




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