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  1. #1
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    Predefinito Una speranza per la pace. Per il cambiamento del mondo arabo

    " Per una riforma del mondo arabo-islamico

    Di Nonie Darwish



    Nata e cresciuta musulmana, sono diventata adulta a Gaza [allora sotto controllo egiziano] e al Cairo all’epoca in cui Gamal Abdel Nasser si era lanciato nell’impresa di unire tutto il mondo arabo per distruggere Israele. L’Egitto mobilitava gli arabi di Gaza e incoraggiava i feddayin a compiere incursioni al di là dei confini di Israele. Mio padre, alto ufficiale dell’esercito egiziano, venne ucciso in seguito a una di queste operazioni. Dopo la sua morte, la nostra famiglia fu coperta di attenzioni. Per qualche settimana. Comunque, le vedove degli shahid (martiri) come la mia povera mamma dovevano sobbarcarsi da sole il peso di tirare avanti in una società che rispetta solo le famiglie guidate da uomini.
    Nelle scuole elementari di Gaza ci venne insegnato l’odio verso gli ebrei, la vendetta e la ritorsione. Una pace con Israele non veniva mai presa nemmeno in considerazione. Mi veniva detto di non accettare caramelle da estranei perché potevano essere ebrei che cercavano di avvelenarmi.
    Ho vissuto nel mondo arabo fino all’età di trent’anni, assistendo a tre grandi guerre e alla sempre crescente influenza dell’islam fondamentalista. La libertà di parola era soppressa. In una certa misura i cittadini si erano adattati a vivere sotto i dittatori. Le statue e i ritratti dei capi erano dappertutto. Da ogni radio venivano mandate in onda canzoni che li celebravano.
    Ho visto l’oppressione delle donne, l’uccisione delle ragazze in nome del “delitto d’onore”, la mutilazione genitale femminile, la poligamia con i suoi devastanti effetti sulle dinamiche famigliari.
    Alla fine è stato con gioia che sono riuscita a lasciarmi tutto questo alle spalle, trasferendomi in America nel 1978.
    Improvvisamente potevo godere della libertà di religione e dell’eguaglianza fra classi ed etnie.
    Il mio primo lavoro mi venne offerto da una donna d’affari ebrea. Vidi cristiani ed ebrei praticare le rispettive fedi pacificamente. Tra i miei amici ebrei e cristiani ascoltai parole di amore, di comprensione, di perdono e di shalom [pace]. In tutta sincerità mi chiedevano: cosa possiamo fare per arrivare alla pace con gli arabi?
    Mi sentii tradita dalla mia cultura d’origine, fautrice di violenza, che parlava di pace solo alla presenza degli occidentali. Capii che ero cresciuta dietro un muro di paura, di menzogne e inganni dei mass-media che ci tenevano separati dal resto dell’umanità. Ma non ero ancora in grado di rendere con le parole questi pensieri.
    Quando tornai in Egitto nel 2001 la situazione era diventata ancora più difficile. Le sponde del Nilo erano invase da inquinamento, sostanze tossiche e immondizia. Ho visto l’estrema povertà, la disoccupazione, l’inflazione alle stelle, la corruzione e la cattiva amministrazione imperanti.
    Siamo rientrati negli Stati Uniti il 10 settembre 2001. La mattina dopo cambiò tutto il mondo.
    Nell’istante stesso in cui vidi il secondo aereo colpire le Torri Gemelle capii che il jihad era arrivato in America. Con orrore ho visto che il paese che mi aveva dato rifugio, protezione e speranza subiva una mostruosa aggressione che scaturiva dalla mia stessa cultura d’origine. Telefonai immediatamente a diversi amici musulmani. Tutti, senza eccezione, cercavano giustificazioni per il terrorismo, negavano qualunque responsabilità della cultura islamica, e concludevano che l’11 settembre era frutto di una cospirazione degli israeliani. Non erano estremisti fondamentalisti: erano tutti musulmani moderati, gente colta che ha girato il mondo.
    Iniziai a riflettere sulla società nella quale ero cresciuta. Coloro che non praticano l’islam in modo abbastanza fervente sono presi di mira dagli estremisti. Ne risultano scontri interni, omicidi politici, “fatwe” violente, terrorismo. I governi arabi sono costantemente in lotta per mantenere la stabilità interna. Un nemico esterno non musulmano diventa indispensabile per sviare l’attenzione della gente.
    Ricordo quando, giovane ragazzina, mentre ero in visita da un amica cristiana al Cairo all’ora delle preghiere del venerdì, entrambe udimmo i violenti attacchi contro cristiani ed ebrei che venivano dagli altoparlanti della moschea: “Che Iddio distrugga gli infedeli e gli ebrei, nemici di Dio. Noi non saremo mai loro amici, né stringeremo mai con alcun patto”. E udimmo i fedeli rispondere: “Amen”. La mia mica era terrorizzata, e io sprofondavo dalla vergogna. Fu allora che capii per la prima volta che c’era qualcosa di molto sbagliato nel modo in cui la mia religione veniva insegnata e praticata.
    Sono questi predicatori quelli che hanno trasformato giovani uomini indifesi in terroristi. Nessun governo è “abbastanza islamico” per loro. In questa perversa dinamica, solo i regimi tirannici riescono a sopravvivere.
    Ma cambiare il modo il cui viene insegnato l’islam non sarà facile, soprattutto perché il cambiamento deve venire dall’interno. Finora i musulmani non sembrano genuinamente interessati a questa riforma.
    Una vasta e ben finanziata campagna, all’opera dopo l’11 settembre, si preoccupa di tutelare l’immagine e la reputazione dell’islam. Ma non affronta la necessità fondamentale di imprimere una riforma all’islam.
    Dopo l’11 settembre ho dovuto rompere il mio silenzio. Insieme a pochi altri arabi e musulmani, abbiamo trovato la forza, il senso di responsabilità e l’onestà intellettuale per dire ad alta voce che l’America e Israele non solo il nemico. Andando in giro per l’America ho avuto il privilegio di incontrare molte persone, ho condiviso lacrime e abbracciato molte donne e giovani studentesse.
    Gli americani, semplicemente confusi dalla cultura islamica, spesso mi domandano: “Perché i musulmani non sono sdegnati per l’11 settembre? Perché i musulmani moderati non parlano ad alta voce?”.
    A poco a poco ho iniziato a ricevere e-mail da musulmani che sono d’accordo con me, che vogliono vivere in pace con Israele ma che hanno paura di dirlo apertamente. Ho capito che c’era bisogno di un luogo dove poter scambiare idee e parlarsi francamente, sia viso aperto che in modo anonimo. E così ho fondato il sito web arabsforisrael.com (Arabi per Israele).
    Recentemente una donna palestinese, che oggi vive negli Stati Uniti e che condivide le mie opinioni, mi ha mandato un e-mail che ho pubblicato sul sito. Come d’abitudine, ho protetto la sua identità siglando il messaggio come “anonimo”. Mi ha subito scritto: “No, metti il mio nome, il mio nome per intero”.
    È tempo che gli arabi si liberino dal tabù che impedisce l’autocritica.
    Un movimento di riforma all’interno del mondo islamico è ciò di cui abbiamo tutti disperatamente bisogno. L’islam è pieno di virtù e di bontà che devono venire alla luce del sole. È dovere di ogni buon musulmano contribuire far emergere la comprensione e la tolleranza dell’islam, non solo a parole ma anche con l’azione. Abbiamo bisogno di una cultura mediorientale che rifletta le diversità delle sue genti e rispetti eguali diritti per tutti: ebrei, cristiani e musulmani.
    Uno degli obiettivi deve essere quello accogliere a braccia aperte Israele come nostro vicino, e invitarlo a fiorire in mezzo a noi in un’atmosfera di coesistenza e di pace.

    Nutro un prudente ottimismo che il lato migliore della natura umana finirà col prevalere.

    (Da: Jerusalem Post, 25.12.04)


    Shalom

  2. #2
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    Predefinito Re: Una speranza per la pace. Per il cambiamento del mondo arabo

    [QUOTE]In origine postato da Pieffebi
    [B]" [i] Per una riforma del mondo arabo-islamico

    Di Nonie Darwish


    Nata e cresciuta musulmana, sono diventata adulta a Gaza [allora sotto controllo egiziano] e al Cairo all’epoca in cui Gamal Abdel Nasser si era lanciato nell’impresa di unire tutto il mondo arabo per distruggere Israele. tc----------

    Senatore PFB,
    Noto con rammaico che l'autrice dell'articolo veda come causa(l'odio di una cultura aliena) anzichè come l'effetto di un complesso d'inferiorità che si vuole emancipare con la violenza verso un cultura che non ha atteso il terzo e il quarto mondo,per realizzare utopistiche"parità di condizioni".
    Ci dobbiamo rassegnare ad uno scontro mortale come già gli Stati del mondo"democratico"occidentale sostennero contro l'inumano regime nazista e la sua pseudo cultura della superiorità teutonica.
    Un cultura islamica che crede alle utopie di un arabo posseduto dalla grazia divina di un Creatore che ha bisogno di profeti per farsi ubbidire dalle sue creature la si può anche studiare come un fenomeno della cultura umana ma non la si può elevare alla dignità di un cavallo di Troia pechè nee conosciamo già le posibile conseguenze.
    Dunque l?Islam deve stare fuori dalla cittadella della cultura positivista occidentale o sarà sconfitta dall'ignoranza da cui si è emancipata da un paio di millenni.

  3. #3
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    Non è tanto questione di causa-effetto (uovo-gallina) visto che i dati di fatto sono esattamente quelli descritti.

    Shalom

  4. #4
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    Il gioco della democrazia tra i palestinesi

    Sul quotidiano torinese La Stampa di oggi 6 febbraio 2005, compare un interessante articolo della giornalista Fiamma Nirenstein:


    " Il gioco della democrazia tra i palestinesi


    Martedì il grande vertice di Sharm El Sheik con tutti i protagonisti: Ariel Sharon, Abu Mazen, Hosni Mubarak, re Abdallah e importanti osservatori da tutto il mondo. E oggi arriva Condoleeza Rice, sul vento della promessa di uno Stato palestinese fatta di nuovo da Bush nel discorso sullo stato dell’Unione. I palestinesi si preparano su parecchi fronti ai mutamenti in vista: è un mondo in subbuglio, che cambia umore, abitudini, rapporti politici. Nelle città più importanti come Ramallah ci si riaffaccia alla vita, si torna al ristorante e al caffè. Nei luoghi invasi ormai da quattro anni da gang terroristiche si affrontano duri scontri interni. Nella diplomazia si cambiano gli uomini e la linea; in politica si osservano feroci testa a testa per il predominio al di là della facciata esterna che riferisce alle opinioni pubbliche internazionali soprattutto di una «hudna», la tregua.
    In politica estera sia Abu Mazen che Condoleeza che alti ufficiali dell’esercito israeliano nei giorni scorsi hanno compiuto visite di lavoro in Turchia. Lo snodo geografico, etnico, e soprattutto religioso-politico che Ankara rappresenta è cresciuto di molto sul mercato. Oggi è una chiave fondamentale per il futuro della regione. E il rischio a cui li mette la temperie islamista tanto che il governo turco ha preso posizioni molto dure recentemente contro Israele e contro la guerra in Iraq, e anche sulle recenti elezioni, danno in fondo ad Abu Mazen un vantaggio nella corsa all’amicizia con uno Stato che ha acquistato un’importanza strategica sempre maggiore.
    Abu Mazen si è già creato una catena di rapporti internazionali in cui al solito la star è l’Egitto, il più voglioso di primato agli occhi della rinnovata amministrazione Bush, e quindi per i palestinesi tuttavia meno affidabile come alleato nel lungo termine. Abu Mazen si è anche volto a Putin, poiché lo vede ansioso di ridiventare un giocatore importante sulla scacchiera mondiale: la Russia cerca una nuova egemonia che la ponga di nuovo in primo piano sui Paesi mediorientali. Infatti ha cancellato il debito con la Siria e si propone di venderle armi, mentre intesse con la Cina nuovi-antichi rapporti di alleanza-competizione nei rapporti col Medio Oriente. Così Abu Mazen ha firmato un documento congiunto insieme a Putin in cui si richiama Israele alla Road Map secondo la risoluzione dell’Onu 1515 del novembre 2003 e al ritiro dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza come passo verso la pace. E’ questa la scelta di un sentiero autonomo rispetto al punto di vista americano che chiede uno Stato palestinese, ma lascia le trattative aperte su come realizzarlo in modo da salvaguardare la sicurezza di Israele.
    E tuttavia il gioco della democrazia è quello che vince in queste settimane e Condoleeza trova fra i palestinesi soprattutto un clima culturale nuovo: la tv ha abbassato di molto i toni. Prima i media parlavano un linguaggio guerresco mettendo al centro le cosiddette «operazioni di martirio» che ora invece sono semplicemente diventate «esplosioni». Mercoledì scorso il capo della compagnia palestinese che gestisce le trasmissioni televisive ha dichiarato che la nuova situazione in Medio Oriente richiede un «nuovo approccio». Il direttore, Radwan Abu Ayash, ha dichiarato che «i nostri programmi sono naturalmente legati all’attualità, e poiché ora c’è un’atmosfera di pace e di speranza li abbiamo modificati». Abu Mazen stesso ha detto ai giornalisti: «Non voglio più uno schermo pieno di sangue; voglio uno schermo aperto, ricettivo di diversi punti di vista; non voglio che cantiate sempre le mie lodi, non voglio essere il primo nelle notizie né che copriate tutto quello che faccio». Uno stile assai diverso da quello di Arafat.
    Intanto ferve il gioco del potere: i contendenti principali naturalmente sono il primo ministro Abu Mazen e il presidente Abu Ala. Quest’ultimo sostiene che bisogna evitare i grandi cambiamenti in vista delle elezioni legislative a luglio; l’atteggiamento dell’altro leader è opposto perché per mandare avanti riforme gli servono uomini nuovi, i suoi. Abu Mazen vuole soprattutto che il generale Nasser Yussef diventi presto il ministro incaricato di gestire la riforma delle forze di sicurezza al posto di Hakam Balawi scelto da Arafat e grande amico di Abu Ala. Qui sta una delle chiavi fondamentali del cambiamento: per combattere il terrorismo c’è bisogno di un uomo nuovo interessato alla nuova politica e pronto a rispondere a Mohammed Dahlan, il fiduciario di Abu Mazen nel campo delle milizie armate, della loro riforma e unificazione. In secondo luogo Abu Mazen sta cercando di rimpiazzare il ministro degli Esteri Nabil Shaat con Nasser al Kidwa, capo della delegazione dell’Olp alle Nazioni Unite, duro e combattivo nipote di Arafat.
    I tre uomini chiave comunque si può giurare che saranno di Abu Mazen: primo fra tutti Dahlan, ma anche Nabil Amr, che presto sarà ministro dell’Informazione e Mohammed Shtayyeh, che certamente è il più innovativo tra questi personaggi: organizzatore della campagna elettorale di Abu Mazen, è un economista, un accademico e un uomo di finanza, astuto e giovane. Abu Ala sa che tuttavia il popolo è favorevole al cambiamento, anzi lo desidera enormemente perché non solo contiene una promessa di pace, ma anche di contenimento della dilagante corruzione.
    "


    Shalom

  5. #5
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    " Un copione da non ripetere

    Di Gerald M. Steinberg


    Il generale ottimismo circa i recenti miglioramenti nei rapporti fra israeliani e palestinesi nasconde tuttavia alcuni ostacoli non secondari. Uno dei più importanti, e prevedibili, è la richiesta da parte palestinesi che Israele proceda alla scarcerazione in massa di tutti i detenuti palestinesi, compresi i terroristi e i loro complici e mandanti.
    Durante gli anni del processo di Oslo (1993-2000), ogni fase negoziale era accompagnata da ampi provvedimenti di amnistia per gruppi di terroristi, che firmavano persino una dichiarazione ufficiale di rinuncia al terrorismo. E ogni volta le solenni dichiarazioni di cessate il fuoco si dimostravano di pura facciata, utili solo ai gruppi terroristici per riorganizzarsi e riarmarsi, permettendo loro di prepararsi per la successiva (e più letale) ondata di attentati.
    Dopo il 1996, quando l’allora primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu richieste che si ponesse fine alla pratica della “porta girevole” (l’Autorità Palestinese arrestava pubblicamente alcuni terroristi per poi rilasciarli subito dopo in sordina), i dirigenti palestinesi organizzarono sommosse di massa con tanto di attacchi contro soldati israeliani ed escalation di violenze. Ciò non fece che aumentare le tensioni fino allo scontro aperto, con numerose vittime. Per Arafat e i capi di Hamas, che su queste violenze prosperavano, la richiesta di scarcerazioni massicce di detenuti palestinesi rappresentava la via maestra verso l’escalation e lo spargimento di sangue.
    Alla luce di questi precedenti, era inevitabile che all’ultimo round del conflitto facesse seguito ora un nuovo scontro sulla scarcerazione di terroristi. Quando Marwan Barghouti, il popolare capo dei terroristi Tanzin di Fatah, ritirò la sua candidatura alle presidenziali dell’Autorità Palestinese, la questione passò nelle mani di Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
    Oggi, come in passato, la richiesta palestinese si fonda sulla consuetudine generale nei negoziati dopo aspri conflitti armati, per cui il processo di riconciliazione comprende anche il reciproco scambio di prigionieri. Ma, come Israele non si stanca di sottolineare, i terroristi in questione non facevano parte di un esercito sconfitto in una guerra combattuta secondo le norme della Convenzione di Ginevra. Qui si tratta piuttosto di individui che hanno violato tutte le regole di un comportamento minimamente civile (macchiandosi di quelli che di recente anche il Commissario UE per giustizia e sicurezza ha definito ''crimini contro l’umanità''). E, come si è visto, la guerra contro Israele ha continuato ogni volta ad andare avanti con la partecipazione attiva di detenuti appena scarcerati.
    Dopo più di mille innocenti deliberatamente assassinati in attentati suicidi e altri tipi di attacchi terroristici, in Israele esiste una forte opposizione all’idea di procedere ancora una volta secondo questo stesso copione. Secondo gli israeliani, anziché essere rilasciati in massa questi terroristi dovrebbero piuttosto essere processati per crimini contro l’umanità commessi in aperta violazione dei più fondamentali diritti umani.
    Durante l’epoca di Arafat, le prime richieste di scarcerazioni vennero accompagnate da violente manifestazioni sotto la guida di gruppi organizzati di famigliari di detenuti. Infervorati manifestanti cercavano lo scontro con i soldati israeliani, dando vita alla catena di attacchi, reazioni e, inevitabilmente, vittime da entrambe le parti. I mass-media palestinesi infiammavano ulteriormente gli animi, i manifestanti diventavano ancora più violenti e si avevano altri morti, altri funerali, altre grida di vendetta. Si trattava di una ricetta, semplice e sperimentata, per innescare l’escalation nel conflitto.
    Se questo scenario dovesse ripetersi oggi, i fragili progressi che sono stati fatti negli ultimi due mesi di relativa collaborazione verrebbero immediatamente fatti a pezzi.

    (Prof. Gerald M. Steinberg, direttore del Program on Conflict Management dell’Università Bar-Ilan, su Jerusalem Post, 6.2.05)
    "
    www.israele.net

    Shalom

  6. #6
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    Come sempre molto efficace e sostanzialmente condivisibile l'analisi dell'ottima Fimma Nirenstein nel suo articolo che il quotidiano torninese LA STAMPA pubblica a pagina 2 dell'edizione di oggi, 21 febbraio 2005:


    " «L'emulazione democratica ora spaventa i regimi arabi»

    di Fiamma Nirenstein



    MENTRE si svolge la visita del presidente americano in Europa tutti sperano nel formarsi di un fronte unico che costruisca la prospettiva della sicurezza nel mondo: e tutta via «ambiguità» sembra invece la parola chiave che ancora allontana questa prospettiva. Ha ragione Magdi Allam [ articolo da me postato nel 3d: http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=148357 ] quando scrive sul «Corriere della Sera» che l’assassinio del leader libanese Rafik Hariri è un attacco catastrofico che mostra la decisione del fronte del rifiuto iraniano-siriano-terrorista (gli hezbollah con annessi e connessi) a battere la rivoluzione in mediorente . La battaglia è dura, la gente vuole fare come in Iraq o come in Palestina, votare, avere la democrazia, Bush ha morso una mela matura. Fa notare Farid Ghadri uno dei più importanti dissidenti siriani in esilio, presidente del Partito della Riforma, che una ricerca tramite Google sulla parola islah (riforma), mostra che nel 2000 aveva meno di 2000 menzioni e che invece nell’ottobre del 2004 erano cresciute a 25000. Ma la parola «jihad» conta 90 mila menzioni, la battaglia ha svoltato. C’è speranza e guerra dura.
    La tragedia di Beirut segnala uno stato di crisi acuta, l’aprirsi di un’altra fase di questa autentica guerra mondiale contro il terrorismo tramite la distruzione delle dittature, segnala anche l’apertura di una nuova stagione di autentico panico, di convulsioni, di doppiezze. Da una parte l’Europa, il Mediorente, la Russia, la Cina, capiscono che è indispensabile avere a che fare con la rinnovata determinazione di Bush nella strategia della democratizzazione, ma tutti si sentono minacciati dalla rivoluzione, dalla destablizzazione. Le elezioni irachene e palestinesi hanno destato desiderio di emulazione in centinaia di milioni di uomini; così è nata un’ era di nervosa incertezza: cooperare o scontrasi? Destabilizzare senza rivoluzione? Tenere fermo tutto col terrorismo? Starci?
    Guardiamo prima di tutto il Medio Oriente: è ovvio, l’Iraq stesso è il primo campo di gioco fra l’accettazione di un processo democratico e il suo verticale rifiuto. E intorno a questo gioco tutto il resto si intreccia e si contraddice. Se guardiamo la Siria, ne vediamo un cammino fatale, che ormai l’ha portata testa a testa con gli USA: eppure Bashar Assad si affanna a negare la sua protezione al terrore, protesta la sua innocenza di fronte alla risoluzione dell’ONU che gli intima di uscire dal Libano, addirittura si dichiara pronto a un processo di pace con Israele, libera 55 prigionieri nelle settimane scorse, annuncia periodicamente «primavere» e «riforme».
    Ma non ha certo deciso, con questo, per una nuova strada e continuano le torture nelle sue carceri, si tesse l’acquisto di armi russe, si sostengono le organizzazioni terroristiche basate a Damasco, si stringe un patto con l’Iran (mercoledì scorso) inviando il ministro Mohammed Naji Otri a Teheran, si consente agli hezbollah insieme all’Iran di incrementare la sua forza fino a farne l’organizzazione, a sua volta, finanziatrice del terrorismo di hamas (100mila dollari per terrorista suicida, molto di più di quanto pagava Saddam Huissein, 20mila dollari).
    Infine, la Siria lascia le impronte digitali sull’assassinio di un leader che decisamente propendeva per la pace dell’area e per la fine dell’occupazione. Questo, mentre la piazza libanese chiede libertà.
    Guardiamo ora anche all’Iran che promette alla Russia di restituire i residui dell’uranio utilizzato come impegno a non fare bombe atomiche col suo impianto nucleare e fornire una giustificazione alla Russia che lo aiuta a costruirle; ma nello stesso tempo affida a Khatami, in teoria il più mite degli ayatollah, l’annuncio che mai e poi mai rinuncerà a portare a termine i suoi impianti atomici, che tutto il mondo sa che scopo abbiano. Schiaccia l’opposizione giovanile, lascia infestare di odio i suoi media, però seguita a dichiarare le sue velleità riformiste.
    Intanto l’Arabia Saudita mentre tratta a sua volta con la Russia per nuovi armamenti lancia all’America i soliti segnali dichiarandosi paese moderato e soprattutto tenendo la settimana scorsa a Riad una paradossale conferenza sul terrorismo, che non ha mai nominato l’11 di settembre nè Al Zarkawi e che ne ha escluso, si capisce, la partecipazione degli israeliani, che del terrore sono fra le principali vittime e conoscitori. I suoi rapporti col terrorismo risultano al solito molto ambigui, e la sua facciata liberale diventa più fragile. E la democrazia? Anche le elezioni saudite sono state una timida uscita, in cui le donne non hanno potuto votare e i risultati erano scontati.
    Anche l’Egitto fornisce i propri autentici buoni uffici al processo di pace israelo-palestinese, ma il dissidente Musa Mustafa Mussa vicecapo del nuovo partito al Ghad è stato da poco arrestato: «un messaggio», dicono i gruppi per i diritti umani, mentre la società egiziana chiede riforme democratiche. Anche il dissidente Muhammad Farid Hassanein che ha osato dichiarare di volersi candidare contro Moubarak, è stato trattato di squilibrato e di pericolo pubblico.
    E il resto del mondo? Noi non ci decidiamo, anche adesso che la storia ce lo impone, a incoraggiare il cambiamento democratico in mediorente col nostro atteggiamento. Un voto unito e non spaccato dell’Italia sul rifinanziamento della nostra missione in Iraq sarebbe stato interpretato come un gesto forte, un grande sostegno alla causa delle democrazia; peccato. Ed è scoraggiante e significativo, certo, per i libanesi in lotta per la libertà, il fatto che Chirac, che pure era grande amico di Hariri, abbia dichiarato con capricciosità francese che non intende mettere gli hezbollah nella lista europea dei terroristi, di cui tutti sanno i legami con la Siria occupante.
    Ed è molto impressionate che la Russia, mentre prepara il vertice fra Putin e Bush, stia proponendosi di armare quasi l’intero Medio Oriente riproponendosi in una dimensione sovietica. E notevole poi che la Cina mostri un volto minaccioso e stringa rapporti con l’Iran e che il Nord Corea se ne sia uscito adesso con la minaccia atomica. E noi riusciamo a non essere consonanti come si è visto giovedì scorso, quando a Washington e a Londra 55 analisti delle due parti dell’Atlantico hanno compilato un documento per fornire alle due parti raccomandazioni politiche; o quando Schroeder a Monaco, l’altro fine settimana ha dichiarato la fine della NATO come punto in cui Europa e Usa possono confrontarsi e mettersi d’accordo: gli europei ritengono esorbitante il numero delle volte che Bush ha usato ultimamente la parola libertà, mentre gli americani non possono soffrire l’uso strabordante da parte degli europei della parola stabilità. Tutta questa confusione è molto pericolosa. I segnali doppi provocano un’unica risposta: l’aggressione. "



    Shalom

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    da www.shalom.it

    " Libertà e democrazia sono le armi per battere il terrorismo
    di Fiamma Nirenstein


    Le giornate delle elezioni in Iraq e quelle, più di un mese fa, delle elezioni nell'Autonomia palestinese sono una incredibile finestra sul futuro: chi le ha guardate bene ha visto, fra tanti discorsi apocalittici e pregiudiziali che invadono le pagine dei giornali europei, perché il disegno di George W.Bush possieda una carta vincente.

    Si tratta della magia del voto, dell'incredibile gioia della democrazia, dell'estasi che da l'eguglianza che dona questo gesto semplice e preciso eppure così raro in Medio Orente e in tante parti del Mondo: affidare la tua scelta a un biglietto ripiegato, contare sul fatto che la scelta del povero e del ricco, del bello e del brutto, del sapiente e del semplice valgano alla pari, e che a tutti sia dovuto un rendiconto della fiducia concessa.

    Nonostante il pericolo, chiaro e presente, la gente che veniva alle urne, sia lungo i boulevard vuoti di auto del centro di Baghdad, sia in tanti luoghi remoti come Bacuba, roccaforte del terrore, aveva sulle labbra un largo sorriso di vittoria, si metteva in fila nonostante la minaccia di morte ben presente e seria, come dimostrano i quaranta morti della giornata delle elezioni, in larghe hamule con le donne vestite a festa, addirittura con i bambini per mano. Dicevano frasi come "Ho vissuto solo per questo giorno"; "E' finita l'era in cui mi trovavo davanti solo un 'si' o un 'no' e se votavo 'no' ero un uomo finito"; "Finalmente mando a governare chi mi pare, scelgo io chi mi deve rappresentare".

    E poi mostrava alle telecamere il dito blu d'inchiostro, quel dito levato come quello dei corridori che arrivano primi o dei giocatori che fanno goal e corrono intorno al campo di calcio, allegramente colorato di coraggio. Quanta autostima in quel dito levato, quanto senso di aver rischiato la vita per una causa giusta e santa, di aver celebrato col rischio della vita lo strumento più geniale inventato dall'uomo per battere l'ingiustizia e distruggere i muri della discriminazione sociale e culturale senza spargere sangue. Anche i palestinesi durante le ultime elezioni, le donne amareggiate da perdite e disagi profondi, i giovani con i giubbotti di pelle nei campi profughi in molti abituati alla crudele logica della morte alimentata dal rais scomparso nella guerra degli ultimi cinque anni, pure si appropriavano con orgoglio, senza esitazione dello strumento del voto, lo rivendicavano come prova di dignità e di potere.

    Così è successo in Iraq. C'era in questo un trionfalismo incosciente di fronte al futuro certamente difficile della nuova repubblica irachena? Un senso di vittoria della maggioranza sciita e curda dominata ferocemente dalla minoranza sunnita per tutto il periodo di Saddam Hussein? Non direi: anzi, è straordinario quanto in campagna elettorale sia stato contenuto il discorso della maggioranza sciita che ha patito dal regime centinania di migliaia di assassini, e della minoranza curda, sterminata, gassata dalle milizie di Saddam. Ne è prova l'invito addirittura per legge ai Sunniti a partecipare comunque, che decidesse o meno di andare alle urne, al prossimo governo.

    La magia del voto consiste oltre che nel dato psicologico dell'autostima di sé come cittadino, e quindi di gioia e di dignità, nel cambiamento nel senso della non violenza: nel voto si percepisce la possibilità di ottenere risultati senza uso di armi. E colpisce la rapidità di risultati che esso comporta in una società che fino a ieri non godeva del sistema di responsabilità che il voto comporta.

    In una parola: Arafat non era obbligato (il voto che lo eleggeva col 90 per cento dei suffragi era fasullo) a garantire al suo popolo sollievo, benessere, il ritorno a casa dei prigionieri ottenibile solo tramite una trattativa con gli Israeliani, non aveva bisogno di comunicare una generale sensazione di sensatezza nella gestione del potere. Di fatto quindi aveva solo interesse a promuovere o a non impedire l'elemento base di una politica in cui al primo posto c'era la guerra pagata in prima persona dalla gente, ovvero la prosecuzione degli attentati stragisti dei terroristi suicidi. Abu Mazen, leader non eletto per carisma e con un voto contenuto rispetto al sistema satrapico in uso del mondo arabo, e anche contro ampie componenti alternative (Hamas anche se non partecipa alle elezioni attende nell'ombra, gruppi come quelli di Barghuty ottengono larghi consensi) deve dare al suo popolo un contraccambio del consenso, far intravedere la via del ritorno a casa dei prigionieri e degli uomini alla macchia e anche di quello Stato palestinese che la gente vuole nella realtà, e la cui prospettiva era per Arafat un lontano sfondo ideologico, onnivoro e di fatto inesistente.

    E' per questo che Abu Mazen almeno per ora ha fatto (certo anche coadiuvato dal consueto sforzo israeliano) un autentico sforzo di contenimento rispetto al terrorismo, ha quasi bloccato (finché scriviamo, certo non si può mai sapere) i missili kassam da Gaza, e gli attacchi in generale si sono ridotti dell'85 per cento. Questo ha mosso un processo a catena che se non bloccato da motivi interni può essere rivoluzionario: l'incontro fra Sharon e Abu Mazen, lo sgombero addirittura da cinque città palestinesi dell'West Bank delle truppe israeliane.

    Anche in Iraq l'esistenza di un governo eletto porterà probabilmente a un maggiore senso di realtà nella componente sunnita, che vorrà partecipare del futuro, e non restare attaccata a un sanguinoso passato che porta solo a altro sangue: il governo si impegnerà a fondo sulla linea della sicurezza, il controllo dei confini con l'aiuto americano potrà migliorare la situazione, una rinnovata fiducia in un Paese che ha mostrato tanto coraggio indurrà investimenti che faranno sentire alla gente la bontà della sua decisione di partecipare al voto. Insomma, si è aperto un processo dirompente, sempre che il terrorismo non riesca a compiere operazioni stupefacenti, il che è sempre possibile, che già risplende, un po' accecante, abbagliando le altre satrapie mediorientali.

    In Iran, in Siria, in Arabia Saudita e anche nei Paesi arabi moderati certo la gente sogna di recarsi alle urne e di fare come in Iraq. Scegliere il proprio futuro, i propri rappresentanti, vivere la gioia del voto. Ecco, la benzina è proprio la grande forza di attrazione della democrazia: non è vero che il mondo arabo o in generale il mondo islamico sono attratti secondo le proprie tradizioni, come dicono tanti per spirito di polemica o per errate convinzioni, indietro nella loro tradizione dittatoriale.

    Non c'è uomo che non voglia cogliere il frutto della dignità e dell'onore conferito dal voto libero, dalla stampa libera, dalla libertà di movimento. Solo che una parte del mondo è stato nei secoli impedito da questa rivoluzione. Questo ha causato l'attuale sanguinosa situazione mediorientale, e forse siamo in vista di qualche cambiamento a causa dell'intuizione del valore rivoluzionario del voto, e quindi della democrazia, degli Stati Uniti e dei loro alleati.
    "

    Shalom

 

 

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