Sport di base e vivai: decidono i banchieri


carlo passera
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Diventare titolari di 600 milioni di euro senza colpo ferire, diciamolo chiaramente, è il sogno di tutti. Un desiderio generalmente mai appagato, almeno finché non s’inventeranno lotterie con montepremi parecchio più consistenti degli attuali. Il miracolo, però, sembra riuscire a quegli istituti di credito che negli anni scorsi hanno versato qualche soldo (pochi miliardi di vecchie lire, nulla di più) nel cosiddetto “fondo di dotazione” dell’Ics, sigla che sta per Istituto del Credito Sportivo. Si tratta di quell’ente al quale si rivolgono Comuni, Regioni, ma anche associazioni ed oratori, per costruire, sistemare o ristrutturare l’impiantistica sportiva di base. Uno dei fulcri dello sport pulito, insomma. Che succede all’Ics? Succede che il consiglio di amministrazione, proprio una settimana fa, ha dato il primo via libera al nuovo Statuto. Tra le righe, un piccolo tratto di penna lì, una spuntatina qui, ecco il miracolo: spostando certi fondi dalla voce patrimonio alla colonna delle passività - una pura faccenda di contabilità, abbastanza noiosa, che necessariamente semplifichiamo - si spostano anche gli equilibri nel “capitale sociale” dell’ente. Esito: 600 milioni di euro di “riserve”, ossia gli utili accomulatisi in vent’anni grazie ai versamenti Coni derivati da Totocalcio ed altri concorsi pronostici, cambiano titolarità e finiscono nelle mani di istituti di credito come Monte dei Paschi di Siena, Banca nazionale del Lavoro, S. Paolo-Imi, Banca Generali, Banco di Sicilia (gruppo Capitalia) e Dexia-Crediop. Tradotto: i soldi versati dagli sportivi (all’Ics finisce, dal 1983, il 2% degli incassi lordi dei concorsi pronostici) rischiano di non essere più gestiti dallo Stato. Vi sembra giusto? A noi no e nemmeno al senatore Francesco Tirelli, che ha presentato un’interrogazione urgente al ministero per i Beni e le Attività culturali chiedendo, tra l’altro, “se non si ritenga che le disposizioni citate consentano a enti di natura privata, a fronte di modesti impegni di apporto patrimoniale, di disporre di quote di partecipazione cospicue di un patrimonio costituitosi nel tempo con fondi pubblici”. Il ministro Urbani è chiamato in causa in quanto l’ultima parola sul nuovo Statuto del Credito Sportivo spetta proprio al suo Ministero. Tirelli quindi si chiede se “non ritenga di acquisire un parere della Magistratura contabile prima di emettere il decreto previsto dalla legge”, che darebbe il definitivo via libera alla contestata riforma.
Servizi a pagina 7


[Data pubblicazione: 01/03/2005]