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    Signore di Trieste
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    Predefinito Crisi: alla Francesco Parisi tutti i dipendenti sono in part-time. E lo Stato latita

    Alla Parisi, casa di spedizioni triestina con più di 100 dipendenti, la situazione rasenta ormai il paradossale. Sindacati e impresa hanno condotto una trattativa matura, responsabile, per cercare di smorzare gli effetti della crisi. I lavoratori hanno approvato il nuovo contratto di solidarietà- che implica una riduzione dell’orario di lavoro e dello stipendio- a stragrande maggioranza, mettendo alle corde i pochi sindacalisti contrari all’accordo. E l’azienda, ciliegina sulla torta, ha deciso di girare parte dei contributi pubblici che le spetterebbero direttamente nelle buste paga dei dipendenti.
    Solo che non può farlo: al nuovo contratto manca ancora il consenso del Ministero del Lavoro, necessario per sbloccare i fondi Inps. E così una pratica risolta nel migliore dei modi si trascina da mesi, andando a colpire i protagonisti di una trattativa modello.

    La Francesco Parisi e la crisi La Parisi dà lavoro a quasi 115 persone, un’ottantina delle quali nel solo Friuli Venezia Giulia (fra Trieste, Gorizia, Monfalcone e Pontebba).
    Nei primi mesi del 2009, la casa si è trovata a fare i conti con una riduzione pari a circa il 30% del fatturato. “Una difficoltà non imputabile a errori manageriali, quanto piuttosto al contesto generale di crisi del settore dei trasporti”, commenta Angelo D’Adamo, segretario regionale Cgil-Filt, nonché anima della trattativa. Un’altra fonte, che preferisce restare anonima, racconta di come, nel 2009, le navi assistite dal gruppo nel porto triestino si siano ridotte di due terzi rispetto al 2007.
    Una situazione tutt’altro che allegra, insomma. A cui la Parisi poteva rispondere con una serie di licenziamenti, o chiedendo la cassa integrazione per un terzo dei lavoratori. Così, però, non è stato: il gruppo ha infatti da poco ultimato un’opera di ristrutturazione interna, culminata in una notevole riduzione dell’organico. L’assetto attuale è quindi quello considerato più efficiente.
    Da qui, la scelta di stringere i denti, tenere tutti i dipendenti e proporre una riduzione collettiva dell’orario di lavoro. Come? Grazie al contratto di solidarietà.

    Il contratto di solidarietà Fuor di eufemismo, si tratta di uno strumento che consente di mettere part-time i propri dipendenti per un periodo limitato di tempo. Una sorta di scialuppa di salvataggio, cui affidarsi nelle fasi più nere della crisi. Si lavora tutti di meno, però si lavora tutti.
    Il contratto di solidarietà diventa operativo dal momento dell’accordo sindacale. Nel caso della Parisi, le trattative si sono concluse a luglio, dopo essere iniziate verso la fine di maggio. I lavoratori a tempo pieno hanno avuto una riduzione del 25,6%. I part-time, del 20%.
    Inevitabili i mugugni; nel complesso, comunque, i dipendenti hanno accolto l’accordo in modo più che favorevole: una fonte vicina all’azienda racconta delle pressioni costanti che i lavoratori hanno esercitato sui pochi rappresentanti sindacali ostili alla firma.

    Il ruolo dello stato Abbastanza semplice, in teoria. La legge prevede che il Governo copra il 50% delle riduzioni di stipendio. La metà di questi contributi finisce concretamente nelle buste paga dei lavoratori, tramite l’Inps; l’altra metà va invece all’azienda, come contributo per la ripresa.
    La Parisi, in questo caso, ha scelto di rinunciare alla propria quota, per girarla direttamente ai propri dipendenti. Solo che, come ricordato all’inizio, non può ancora farlo: manca l’ok del Ministero per sbloccare i fondi necessari. E questo blocco impedisce pure l’arrivo del sostegno regionale, che passa sempre tramite l’Inps.

    L’inghippo Da luglio a ottobre, di conseguenza, i lavoratori sono rimasti senza contributi aggiuntivi. Poi, sorprendentemente, è stata ancora una volta l’azienda a intervenire: la quota mancante è stata infatti anticipata dalla Parisi, sotto forma di prestito ai dipendenti che, nei fatti, non dovrà venir rimborsato.
    La ragione di questi ritardi resta un enigma. Di sicuro il Ministero è oberato da pratiche simili, specialmente in un momento così delicato. D’Adamo, in aggiunta, teme che da Roma possano venir mossi dei rilievi ad alcune parti dell’accordo, anche se è il primo a non credere che l’imprimatur finale sia veramente a rischio. Sia come sia, la situazione è in fase di stallo ormai da quattro mesi, costringendo un’azienda già in forte difficoltà ad anticipare denaro ai propri dipendenti.

    Prospettive future La riduzione degli orari, racconta la fonte anonima, ha peggiorato sensibilmente la qualità del lavoro. Già prima della crisi, l’organico del gruppo era ridotto all’osso: figurarsi ora, che tutti i dipendenti lavorano fra il 20 e il 25%. Si dice che alcune filiali non siano più in grado di stare al passo con gli incarichi, di modo che, secondo alcune indiscrezioni, la Parisi starebbe pensando di reintegrare l’orario completo almeno per qualche sezione. Se lo farà veramente, e come, non è ancora chiaro.
    E’ possibile però scrutare qualche timido segnale di ripresa: nel 2007, la Parisi gestiva ogni settimana tre navi cariche di camion turchi. Quest’estate, i traffici si sono ridotti ad una sola nave, per di più mezza vuota (o mezza piena?). Da qualche tempo, invece, il traghetto rimasto è tornato carico fino al limite, esattamente come sono arrivati nuovi treni da gestire. Forse qualcosa si muove. Forse.
    Possibile però che lo stato non batta un colpo da quattro mesi, alla faccia della retorica anti-crisi, andando ad appesantire una realtà che dovrebbe costituire un modello? Alla Parisi aspettano, sperando che le scialuppe di salvataggio tengano a sufficienza.

    P.s. Per completezza d’informazione, abbiamo chiesto un incontro alla Parisi. Tuttavia, ci è stato risposto, la politica aziendale è di non rilasciare alcun commento sulla questione
    Crisi: alla Francesco Parisi tutti i dipendenti sono in part-time. E lo Stato latita | Bora.La

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    Predefinito Rif: Crisi: alla Francesco Parisi tutti i dipendenti sono in part-time. E lo Stato la

    Citazione Originariamente Scritto da trenta81 Visualizza Messaggio
    Alla Parisi, casa di spedizioni triestina con più di 100 dipendenti, la situazione rasenta ormai il paradossale. Sindacati e impresa hanno condotto una trattativa matura, responsabile, per cercare di smorzare gli effetti della crisi. I lavoratori hanno approvato il nuovo contratto di solidarietà- che implica una riduzione dell’orario di lavoro e dello stipendio- a stragrande maggioranza, mettendo alle corde i pochi sindacalisti contrari all’accordo. E l’azienda, ciliegina sulla torta, ha deciso di girare parte dei contributi pubblici che le spetterebbero direttamente nelle buste paga dei dipendenti.
    Solo che non può farlo: al nuovo contratto manca ancora il consenso del Ministero del Lavoro, necessario per sbloccare i fondi Inps. E così una pratica risolta nel migliore dei modi si trascina da mesi, andando a colpire i protagonisti di una trattativa modello.

    La Francesco Parisi e la crisi La Parisi dà lavoro a quasi 115 persone, un’ottantina delle quali nel solo Friuli Venezia Giulia (fra Trieste, Gorizia, Monfalcone e Pontebba).
    Nei primi mesi del 2009, la casa si è trovata a fare i conti con una riduzione pari a circa il 30% del fatturato. “Una difficoltà non imputabile a errori manageriali, quanto piuttosto al contesto generale di crisi del settore dei trasporti”, commenta Angelo D’Adamo, segretario regionale Cgil-Filt, nonché anima della trattativa. Un’altra fonte, che preferisce restare anonima, racconta di come, nel 2009, le navi assistite dal gruppo nel porto triestino si siano ridotte di due terzi rispetto al 2007.
    Una situazione tutt’altro che allegra, insomma. A cui la Parisi poteva rispondere con una serie di licenziamenti, o chiedendo la cassa integrazione per un terzo dei lavoratori. Così, però, non è stato: il gruppo ha infatti da poco ultimato un’opera di ristrutturazione interna, culminata in una notevole riduzione dell’organico. L’assetto attuale è quindi quello considerato più efficiente.
    Da qui, la scelta di stringere i denti, tenere tutti i dipendenti e proporre una riduzione collettiva dell’orario di lavoro. Come? Grazie al contratto di solidarietà.

    Il contratto di solidarietà Fuor di eufemismo, si tratta di uno strumento che consente di mettere part-time i propri dipendenti per un periodo limitato di tempo. Una sorta di scialuppa di salvataggio, cui affidarsi nelle fasi più nere della crisi. Si lavora tutti di meno, però si lavora tutti.
    Il contratto di solidarietà diventa operativo dal momento dell’accordo sindacale. Nel caso della Parisi, le trattative si sono concluse a luglio, dopo essere iniziate verso la fine di maggio. I lavoratori a tempo pieno hanno avuto una riduzione del 25,6%. I part-time, del 20%.
    Inevitabili i mugugni; nel complesso, comunque, i dipendenti hanno accolto l’accordo in modo più che favorevole: una fonte vicina all’azienda racconta delle pressioni costanti che i lavoratori hanno esercitato sui pochi rappresentanti sindacali ostili alla firma.

    Il ruolo dello stato Abbastanza semplice, in teoria. La legge prevede che il Governo copra il 50% delle riduzioni di stipendio. La metà di questi contributi finisce concretamente nelle buste paga dei lavoratori, tramite l’Inps; l’altra metà va invece all’azienda, come contributo per la ripresa.
    La Parisi, in questo caso, ha scelto di rinunciare alla propria quota, per girarla direttamente ai propri dipendenti. Solo che, come ricordato all’inizio, non può ancora farlo: manca l’ok del Ministero per sbloccare i fondi necessari. E questo blocco impedisce pure l’arrivo del sostegno regionale, che passa sempre tramite l’Inps.

    L’inghippo Da luglio a ottobre, di conseguenza, i lavoratori sono rimasti senza contributi aggiuntivi. Poi, sorprendentemente, è stata ancora una volta l’azienda a intervenire: la quota mancante è stata infatti anticipata dalla Parisi, sotto forma di prestito ai dipendenti che, nei fatti, non dovrà venir rimborsato.
    La ragione di questi ritardi resta un enigma. Di sicuro il Ministero è oberato da pratiche simili, specialmente in un momento così delicato. D’Adamo, in aggiunta, teme che da Roma possano venir mossi dei rilievi ad alcune parti dell’accordo, anche se è il primo a non credere che l’imprimatur finale sia veramente a rischio. Sia come sia, la situazione è in fase di stallo ormai da quattro mesi, costringendo un’azienda già in forte difficoltà ad anticipare denaro ai propri dipendenti.

    Prospettive future La riduzione degli orari, racconta la fonte anonima, ha peggiorato sensibilmente la qualità del lavoro. Già prima della crisi, l’organico del gruppo era ridotto all’osso: figurarsi ora, che tutti i dipendenti lavorano fra il 20 e il 25%. Si dice che alcune filiali non siano più in grado di stare al passo con gli incarichi, di modo che, secondo alcune indiscrezioni, la Parisi starebbe pensando di reintegrare l’orario completo almeno per qualche sezione. Se lo farà veramente, e come, non è ancora chiaro.
    E’ possibile però scrutare qualche timido segnale di ripresa: nel 2007, la Parisi gestiva ogni settimana tre navi cariche di camion turchi. Quest’estate, i traffici si sono ridotti ad una sola nave, per di più mezza vuota (o mezza piena?). Da qualche tempo, invece, il traghetto rimasto è tornato carico fino al limite, esattamente come sono arrivati nuovi treni da gestire. Forse qualcosa si muove. Forse.
    Possibile però che lo stato non batta un colpo da quattro mesi, alla faccia della retorica anti-crisi, andando ad appesantire una realtà che dovrebbe costituire un modello? Alla Parisi aspettano, sperando che le scialuppe di salvataggio tengano a sufficienza.

    P.s. Per completezza d’informazione, abbiamo chiesto un incontro alla Parisi. Tuttavia, ci è stato risposto, la politica aziendale è di non rilasciare alcun commento sulla questione
    Crisi: alla Francesco Parisi tutti i dipendenti sono in part-time. E lo Stato latita | Bora.La
    I soliti comunisti disfattisti.
    Quando i missionari vennero in Africa loro avevano la Bibbia e noi avevamo la terra. Dissero: "Preghiamo". Chiudemmo i nostri occhi. Quando li riaprimmo, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra.
    Desmond Tutu

 

 

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