Lo scrittore friulano Mauro Covacich racconta il suo nuovo romanzo, ispirato alle idiozie del GF
«Quanto squallore in questa tv spiona»
LUCA MARCHESI
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La bella pensata che fa guadagnare come non mai, punti di share a un format che sembrava ormai bolso, è quella di inserire un paraplegico nel cast di “Habitat”: il nuovo reality lanciato dalla rete. Il protagonista di “Fiona”, è l’autore televisivo di questo fortunato ennesimo clone de “Il Grande Fratello”. E’ il creativo che rimette in sesto la baracca, sbaragliando la concorrenza, guadagnandosi i titoli dei giornali. “Fiona” è l’ultimo romanzo di Mauro Covacich, pubblicato per Einaudi. E’ un libro che affronta l’attualità, in quanto parla di televisione e del falso che la domina. Ma non solo. Il GF dilaga, e quindi diventa la modalità della nostra esistenza. Tutte le telecamere che ci riprendono, che riproducono la nostra vita in video, creano in un gioco di riflessione continua. Dappertutto: agli angoli delle strade, in banca, di fronte alle portinerie, ai videocitofoni, ai videofonini, nei supermercati, nelle stazioni, negli aeroporti, e finalmente in quell’ultima e logora palestra della idiozia rappresentata, che sono i reality show.
«Sandro, il protagonista del libro, e il suo programma, non sono che il simbolo di una realtà fasulla, plastificata e televisiva, nella quale, a mio avviso, oramai ci stiamo abituando a esistere -sostiene lo scrittore triestino. - Vive nelle case dei Puffi di Milano 2, ha una vita relazionale segnata da scelte prive di chiari riferimenti morali e culturali, corre ad una velocità tripla, è un professionista di successo, ma si rende conto che tutto quanto lo circonda vale zero. La falsità della vita che conduce, e di cui lui si rende ben conto, non fa che rispecchiare la falsità del reality di cui è autore».
Il punto di partenza del romanzo sembra proprio essere il cinismo di chi scrive questi spettacoli. Di chi spinge i partecipanti -reclusi ad un certo comportamento per ottenere più ascolti, adoperandoli biecamente come marionette.
«Sì è così. La vita di Sandro ruota attorno al suo lavoro. Ma se lui e i suoi pompatissimi colleghi decidono di mandare in chiaro delle scene, cioè di trasmettere sulla televisione generalista, alcune cose ignobili che accadono ad Habitat, lo fanno perché sanno che il pubblico darà loro ragione, contro i moralisti. E tutti guarderanno quelle immagini laide, in cui domina il gioco della sopraffazione. Il problema è che fuori da Habitat la realtà non è diversa. Il GF è veramente ovunque. Noi sappiamo di essere ripresi, di stare recitando un ruolo. E’un gioco di simulacri continui che si rispecchiano da una vetrina all’altra, da una griffe all’altra, dove l’autentico è smarrito. Chi si rende conto di questo non può che sentirsi a disagio, fino a decidere di farla finita. Di far saltare per aria tutto».
I suoi personaggi vivono tra Cologno Monzese, Segrate e la metropoli. Pensa di aver caratterizzato uno stile di vita particolarmente cittadino e milanese?
«Non più di tanto. Io vivo a Pordenone, in provincia. E qui da me ci sono interi pezzi di Friuli che sono costruiti a mo’ di Milano 2. Le case nei nuovi quartieri sono le stesse. I centri commerciali sono gli stessi. Lena, la moglie di Sandro, è una di quelle donne piene di sé, impegnate nel lavoro e nel sociale, ma incapace di procreare perché la loro vita è veramente sterile. Sceglie di adottare una bambina di Haiti, Fiona,perché così ha deliberato. Perché si è fatta una programma di vita cerebrale. E a un certo punto vuole una figlia. Ha deciso di diventare madre senza avere alcuna propensione naturale alla maternità. Anche molte madri naturali, oggi, fanno così. Partoriscono figli, ma non ci pensano molto a dare loro delle dosi di affetto materno. Questo non è un personaggio prettamente milanese, purtroppo».
Lei utilizza un linguaggio teso, essenziale, ma non semplice. Si potrebbe dire che il suo romanzo non è destinato al potenziale pubblico dei vari GF?
«Quel pubblico non legge un bel niente. Il problema è che in Italia tutti leggono pochissimo. Meno che meno la narrativa italiana. Se Brown con il “Codice da Vinci” vende 100, il primo narratore italiano, che sia Faletti o Moccia, vende 8. Tra scrittori italiani e lettori italiani, siamo una nicchia ristrettissima. E non possiamo permetterci di incidere su un bel niente. Tantomeno su un gigante mediatico come il GF e il suo pubblico».
[Data pubblicazione: 01/03/2005]




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